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La competizione tecnologica internazionale: Italia ed Europa a confronto

Written by Francesco Crespi Tuesday, 16 March 2010 17:49 Print

L’analisi degli indicatori di capacità tecnologica con­sente di identificare il posizionamento del sistema innovativo italiano nella competizione tecnologica internazionale. L’Italia mostra ritardi significativi ri­spetto ai principali paesi europei, specie per quan­to riguarda gli investimenti in ricerca, la disponibi­lità di risorse umane e l’abilità nel generare inno­vazioni brevettate. Tuttavia, nonostante il limitato numero di ricercatori e il sottofinanziamento del settore universitario, i dati sulla produzione scien­tifica rivelano una sostanziale tenuta del sistema italiano della ricerca, che appare caratterizzato da un buon livello di produttività scientifica.

 

Quando si parla della capacità innovativa del “sistema Italia”, gli osservatori sono in genere concordi nel sottolineare la presenza di forti criticità in grado di spiegare, almeno in parte, le deludenti prestazioni dell’economia italiana in termini di crescita della produttività e dell’economia nel suo complesso. Tale debolezza può essere verificata facendo ricorso ad una molteplicità di indicatori sull’innovazione oggi disponibili. Per avere un primo quadro di insieme dell’attuale posizionamento del sistema innovativo del nostro paese nel panorama europeo, si può far riferimento all’indice sintetico di innovazione dello “European Innovation Scoreboard”, che è lo strumento della Commissione europea per la verifica annuale dei progressi compiuti verso gli obiettivi della Strategia di Lisbona per quanto riguarda l’innovazione (si veda il Grafico 1). Il Summary Innovation Index (SII) è calcolato come media ponderata di vari indicatori che misurano, tra gli altri, l’intensità degli sforzi innovativi, sia in termini finanziari sia di risorse umane impiegate, la presenza di imprese innovative, l’intensità brevettuale, la capacità di produrre nuova conoscenza scientifica nei paesi europei. Con riferimento a questo indicatore complessivo di capacità innovativa, l’Italia si colloca all’ultimo posto per quanto riguarda i paesi considerati. Infatti, negli ultimi anni, anche Spagna, Portogallo e Grecia l’hanno superata in questa classifica.

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Occorre però sottolineare l’estrema varietà e molteplicità dei fattori che influenzano la capacità innovativa di un paese e che definiscono il posizionamento di un sistema economico all’interno della competizione internazionale.1 Gli indicatori sintetici consentono solo di esprimere un giudizio sommario sulla qualità complessiva dei sistemi innovativi nazionali posti a confronto. I progressi negli studi, sia teorici sia empirici, sull’innovazione hanno infatti mostrato chiaramente che il processo di cambiamento tecnologico è molto più complesso e sofisticato di quanto gli economisti fossero abituati a credere. D’altra parte, gli avanzamenti nella misurazione dei vari aspetti del progresso tecnico e negli studi empirici sull’innovazione hanno chiarito l’esistenza di diversi tipi di attività e input innovativi finalizzati alla produzione e diffusione di nuova conoscenza scientifica e tecnologica. È pertanto necessario chiarire quali siano i principali elementi che consentono di spiegare il risultato deludente dell’Italia nei termini di questo indicatore sintetico. L’analisi che segue proporrà un confronto tra l’Italia e i maggiori paesi industrializzati al fine di evidenziare le principali caratteristiche strutturali del sistema innovativo italiano attraverso l’esame dei più significativi indicatori di input dell’attività innovativa, come quelli sulle attività di ricerca e sviluppo (R&S) e sul capitale umano, e dei più rilevanti indicatori di output, come quelli sulla produzione scientifica e tecnologica. I dati statistici disponibili attualmente si riferiscono prevalentemente ad un periodo antecedente la crisi economica. Tuttavia, essi appaiono adeguati rispetto all’obiettivo principale dell’analisi che è quello di descrivere alcuni fenomeni prevalentemente strutturali e, quindi, non eccessivamente influenzati da eventi congiunturali.

La propensione all’investimento in ricerca e sviluppo in Italia

Per quanto riguarda le spese in ricerca e sviluppo, l’Italia è, tra quelli avanzati, uno dei paesi con il più basso livello nel rapporto tra R&S e PIL, pari a circa l’1,2%, contro il 2,5% della Germania, il 2,1% della Francia o il 2,7% degli Stati Uniti (si veda il Grafico 2). Occorre però sottolineare che da alcuni anni questo rapporto ha ripreso lentamente a crescere. Nel 2007 (ultimo anno di osservazione disponibile) si è registrata una crescita consistente delle spese in R&S pari all’8,3% in termini nominali. Questo incremento è stato trainato dall’aumento delle spese in R&S delle imprese (+15,2% rispetto al 2006), che a partire dal 2007 hanno beneficiato di sgravi fiscali sotto forma di credito d’imposta. Anche se questo rappresenta un segnale positivo, è opportuno evidenziare che proprio il diffuso utilizzo di tali agevolazioni e la relativa contabilizzazione (anche a fini statistici) di spese per R&S non considerate negli anni precedenti, possono aver influito sulla misurazione statistica della R&S nelle imprese.

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L’analisi dell’indicatore di intensità di spesa per R&S evidenzia una prima importante peculiarità del sistema innovativo italiano, che risulta quindi essere caratterizzato da una bassa propensione all’investimento in attività di ricerca. D’altra parte, per comprendere le origini di questo risultato e coglierne le implicazioni, occorre analizzare più in dettaglio la composizione della spesa in R&S per settori istituzionali e le caratteristiche della struttura produttiva italiana.

Il contributo del settore privato

L’analisi della composizione della spesa in R&S per settori istituzionali consente di evidenziare la specificità italiana in termini di rapporto tra R&S privata (che comprende quella delle imprese e delle istituzioni private non profit, IPNP) e del settore pubblico (si veda il Grafico 3).

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Se si guarda, infatti, al confronto internazionale per quanto concerne la composizione degli investimenti in R&S per settori istituzionali emerge chiaramente l’esistenza di una forte caratterizza zione italiana in termini di una più bassa quota delle spese in R&S attribuibile al settore privato rispetto agli altri paesi considerati nell’analisi. Mentre in Italia nel 2007 tale quota (in aumento negli anni più recenti) è del 55%, in Germania il 70% della spesa in R&S è effettuata dal settore privato, mentre nel Regno Unito e in Francia l’indicatore si attesta rispettivamente al 65% e al 64%. L’origine di questa bassa propensione delle imprese italiane ad investire in attività di R&S è stata ampiamente dibattuta dagli economisti, che hanno tradizionalmente evidenziato come il sistema innovativo italiano sia composto da due parti profondamente diverse.2 La prima è formata da un nucleo di grandi imprese (a cui più recentemente si è aggiunto un gruppo rilevante di medie imprese), che operano in settori ad alta intensità di capitale, e che svolgono sistematicamente, anche se in misura inferiore rispetto ad imprese operanti in altri paesi avanzati, attività di R&S al fine di introdurre innovazioni tecnologiche sul mercato. La seconda è composta da un gran numero di piccole e medie imprese, spesso collegate tra loro da intense relazioni, che operano prevalentemente in settori per la produzione di beni di consumo, e che tendono ad adottare tecnologie sviluppate all’esterno dell’impresa. Tali tecnologie vengono impiegate con successo grazie ad una progressiva accumulazione di conoscenza tacita e allo sviluppo di processi di apprendimento all’interno delle imprese.3 Questa struttura duale, sbilanciata dal lato delle piccole e medie imprese, è ritenuta da molti tra le cause principali del basso livello di attività in R&S in Italia. Infatti, mentre il 70% della R&S viene realizzato da imprese con oltre 500 addetti (si veda il Grafico 4), in Italia la percentuale di occupati in imprese con meno di 50 dipendenti supera il 50%, mentre non va oltre il 30% nei principali paesi europei come Francia, Germania e Regno Unito.

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Il divario territoriale

L’analisi dei dati sulla R&S evidenzia, inoltre, l’esistenza di un secondo dualismo presente nel sistema innovativo italiano rappresentato dalla forte concentrazione degli investimenti in attività innovative nelle Regioni del Centro e del Nord. Suddividendo infatti a livello regionale gli investimenti in R&S realizzati in Italia, è possibile riscontrare un marcato fenomeno di polarizzazione. Sommando alla spesa in R&S delle Regioni dell’Italia settentrionale quella di Toscana, Emilia-Romagna e Lazio, si ottiene circa il 75% del totale della spesa nazionale. Relativamente al rapporto tra investimenti in R&S e PIL regionale (si veda il Grafico 5), nel 2007 è il Piemonte a guidare la graduatoria con una percentuale dell’1,84%, con il Lazio (dove la componente del settore pubblico è molto forte) al secondo posto (1,66%). Seguono Emilia- Romagna (1,49%), Friuli-Venezia Giulia (1,40%), Campania (1,26%), Lombardia (1,23%) e Liguria (1,19%). Tranne la Campania, quindi, le Regioni del Sud esprimono un’intensità di R&S al di sotto della media nazionale. È chiaro che tale polarizzazione negli investimenti in attività innovative individua la presenza di forti differenze tra Nord e Centro, da un lato, e Mezzogiorno, dall’altro, e di profonde diversità tra i vari sistemi regionali dell’innovazione, di cui è necessario tener conto nell’elaborazione di opportune politiche della ricerca e dell’innovazione.

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Capacità brevettuale e competitività delle esportazioni high-tech

La minore propensione delle imprese italiane ad investire risorse in attività di ricerca e sviluppo si riflette sia sulla capacità di generare innovazioni brevettate sia sulla competitività internazionale nei settori ad alta tecnologia. Per quanto riguarda il primo aspetto, il Grafico 6 mostra i dati relativi all’intensità brevettuale dei principali paesi europei, misurata come numero di brevetti per milione di abitanti depositati presso i tre più importanti uffici brevetti. Come evidenziato dall’esame di questo indicatore appare ampio il divario tra la performance brevettuale registrata in Italia e quella nei principali paesi europei. Nel nostro paese, nel 2007, sono stati depositati 12,7 brevetti per milione di abitanti contro i 74,6 della Germania, i 40,5 della Francia e i 27 del Regno Unito. Tra i paesi considerati, l’Italia è seguita solo dalla Spagna. Da notare, inoltre, che nell’ultimo quinquennio di rilevazioni disponibili la crescita dell’intensità brevettuale è stata maggiore in Francia e Germania piuttosto che in Italia, così che il divario tra il nostro sistema innovativo e quelli dei principali paesi europei in questo campo è ulteriormente aumentato.

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Per quanto riguarda invece la composizione delle esportazioni, che riflette caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano e consente una misura della capacità di competere sui mercati internazionali nei settori ad alta tecnologia, i dati – illustrati nel Grafico 7 – evidenziano che la quota di esportazioni ad alto contenuto tecnologico è del 9,4% nel 2007 (era il 10,8% nel 2005). Tale quota è pari a circa la metà della media europea e notevolmente distante da quella registrata nei principali paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Per contro, la quota complessiva di esportazioni a medio-basso o basso contenuto tecnologico è del 49,3% nel 2007, dato più alto tra tutti i paesi considerati nell’analisi, a conferma della specializzazione italiana nei settori più tradizionali dell’economia.

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Le risorse umane per la produzione di nuova conoscenza

Rispetto alla disponibilità di risorse umane di alto profilo, i dati forniti dall’OCSE per il 2007 mostrano come in Italia la percentuale di laureati nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni sia pari al 12,9%, ovvero meno della metà della media OCSE (26,8%). Nonostante tale ritardo, in Italia la struttura della spesa per l’istruzione continua a penalizzare la componente universitaria rispetto a quanto accade nei principali paesi europei. Infatti, mentre nel nostro paese la spesa per l’istruzione nel suo complesso (4,43% del PIL) è solo leggermente al di sotto della media europea (4,9% del PIL), l’incidenza della spesa pubblica destinata all’università rispetto al PIL è in assoluto la più bassa tra i principali paesi industrializzati (si veda il Grafico 8).

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Questo dato, unitamente a quello complessivo sulle spese in R&S, contribuisce a spiegare la bassa incidenza dei ricercatori sul totale degli occupati in Italia. A fronte di una media OCSE di 7,43 ricercatori per mille occupati, in Italia ne operano 3,56, contro i 7,15 della Germania, gli 8,33 della Francia, i 9,72 degli Stati Uniti e gli oltre 10 ricercatori di Danimarca, Giappone e Finlandia. Tuttavia, nonostante il limitato numero di ricercatori rispetto al totale degli occupati e il tradizionale sottofinanziamento del settore universitario, i dati sulla produzione scientifica mostrano una sostanziale solidità del mondo della ricerca italiano, che si contraddistingue per un buon livello di produttività scientifica.

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Nel computo degli articoli scientifici pubblicati nel decennio 1998-2008, l’Italia si colloca infatti all’ottavo posto a livello mondiale, con un numero totale di contributi che sfiora le 400.000 unità. Questo dato, superiore a quello della Spagna (292.000), non è distante da quello di paesi come Canada (414.000) e Francia (548.000). La graduatoria è guidata dagli Stati Uniti, dove tra il 1998 e il 2008 sono stati pubblicati poco meno di 3 milioni di articoli scientifici. Dividendo poi i dati assoluti rispetto al volume di popolazione, in modo da neutralizzare effetti di scala (si veda il Grafico 9), l’Italia, con poco meno di 7 pubblicazioni scientifiche ogni mille abitanti, si colloca in una posizione non troppo distante da quella di Francia (8,8), Germania (9,3) e Stati Uniti (10,2) dove però il numero di ricercatori è in proporzione quasi il triplo di quello italiano.4

Riconquistare posizioni nella competizione tecnologica internazionale

È possibile quindi concludere questa breve rassegna di evidenze empiriche affermando che dall’analisi emerge chiaramente l’esistenza di un divario, tra l’Italia e i principali paesi avanzati, in merito alla capacità di innovare, che è in grado di spiegare gran parte dei differenziali in termini di competitività internazionale e di crescita messi in risalto da molti istituti di ricerca. Tale divario è particolarmente lampante se si guarda, nell’ambito di un confronto internazionale, ai dati sulle spese in R&S o quelli sulle attività brevettuali, entrambi però influenzati dalla caratteristica struttura produttiva italiana sia in termini di dimensione di impresa sia di composizione settoriale. Sfortunatamente, la crisi economica internazionale, che secondo le proiezioni dell’OCSE5 peserà in modo fortemente negativo sui dati relativi al biennio 2008-09 per quanto riguarda gli investimenti in R&S, ha colpito l’Italia in una fase in cui la dinamica delle spese previste dalle imprese in questo settore sembrava collocarsi su un sentiero espansivo. Il contributo del sistema innovativo italiano alla ripresa economica nei prossimi anni dipenderà in maniera cruciale dalla capacità del mondo dell’impresa di aumentare gli sforzi innovativi. In questo senso, il potenziamento degli strumenti di incentivazione fiscale per le attività di R&S delle imprese già esistenti e un adeguato sostegno al sistema pubblico della ricerca – che, come evidenziato, mantiene ancora un buon livello di produttività scientifica – appaiono leve di politica economica su cui puntare con decisione.

 


 

[1] Fondazione COTEC, Rapporto annuale sull’innovazione, Roma 2009.

[2] F. Malerba (a cura di), Economia dell’innovazione, Carocci, Roma 2000.

[3] C. Antonelli, F. Barbiellini Amidei, Innovazione tecnologica e mutamento strutturale nell’industria italiana nel secondo dopoguerra, in C. Antonelli, F. Barbiellini Amidei, R. Giannetti, M. Gobellini, S. Pastorelli, M. Pianta, Innovazione tecnologica e sviluppo industriale nel secondo dopoguerra, Collana storica della Banca d’Italia, Laterza, Roma 2007.

[4] Desidero ringraziare Raimondo Iemma per la collaborazione nella raccolta delle informazioni statistiche.

[5] OCSE, Science, Technology and Industry Scoreboard, Parigi 2009.

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