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Italianieuropei 1/2002

il Sommario

gli Articoli

Le cose da fare

Una sinistra più grande per il cambiamento

of Piero Fassino

I dati del 13 maggio 2001 hanno fotografato impietosi una sinistra che è ai suoi minimi storici – sia come DS, sia come insieme di tutte le forze di sinistra – e che registra crescenti difficoltà a rappresentare una società investita da grandi mutamenti: nell’elettorato della sinistra persiste lo squilibrio tra classi di età a sfavore dei giovani, si registra una preoccupante staticità sociale, si restringono le basi di massa del consenso, si conferma una ridotta capacità d’attrazione di nuovi elettori. Tutto ciò è tanto più grave perché in questi anni la sinistra ha assolto – e peraltro con riconoscimenti – funzioni di governo, guidando l’Italia in un processo di risanamento finanziario, di crescita economica, di stabilità sociale, di europeizzazione che non è tuttavia stato premiato dal voto dei cittadini. Tra le molte ragioni di ciò, emerge un «deficit di cultura riformista» non colmato dall’essere stati forza di governo.

 

Le cose da fare

Ripartire dall'unità

of Ugo Intini

Poiché finalmente battiamo moneta europea, dobbiamo battere anche politica europea. Questa è la semplice bussola da usare, questo è l’obiettivo. Esso riguarda soprattutto la destra – forse lo si considera politicamente scorretto – ma bisogna dire la verità. La destra italiana costituisce un caso unico in Europa e addirittura nel mondo. Non esiste infatti al mondo il caso di un partito ex fascista al governo, né quello di un partito ex separatista. E neppure il caso di un governo guidato dall’uomo economicamente più potente del paese, proprietario di metà dei canali televisivi e in conflitto perenne con la giustizia, tanto da creare un vulnus potenziale al principio della separazione tra i poteri. I poteri formali delineati ai tempi di Montesquieu: legislativo, esecutivo e giudiziario; e quelli sostanziali (forse più significativi nel mondo moderno): politico, economico, «mass mediatico». Questa unicità della destra non piace alla sinistra europea, come è ovvio.

 

Le cose da fare

Ego-logia e diritti individuali

of Luigi Manconi

L’assunto di partenza di questo scritto è che nelle democrazie europee il ruolo della sinistra come «socialdemocrazia», cioè strumento di affermazione e tutela delle garanzie sociali, tende a esaurirsi. In parte perché ha realizzato quanto poteva realizzare; in parte perché si sono consumate le basi materiali (limiti dello sviluppo), che alimentavano la sua cultura e il suo programma. Accanto a ciò la necessità di un nuova sinistra ecologica si afferma non perché essa difende l’ambiente (che sarebbe il minimo della decenza), ma poiché assume un punto di vista fondato sulla coscienza della contraddizione tra domande di diritti e istanze di libertà dell’individuo, da una parte, e limiti dello sviluppo, dall’altra. La terza e connessa affermazione di partenza è che la sinistra nuova deve intendere le grandi potenzialità di ciò che (fra il serio e il faceto) chiamo ego-logia.

 

 

Le cose da fare

Domande ancora senza risposte

of Alfredo Reichlin

Col congresso di Pesaro abbiamo compiuto il primo passo di un lungo cammino. Siamo usciti dall’incertezza e dalla confusione. Abbiamo fissato alcuni punti fermi. Dobbiamo adesso affrontare le ragioni più di fondo di una situazione che vede troppo indebolita la nostra capacità di coalizzare il complesso mondo che si oppone alla destra. E ciò per tante ragioni (errori, divisioni: si può elencare) ma soprattutto per una che a me sembra fondamentale e sulla quale mi piacerebbe molto discutere. Noi non riusciamo ancora a collocare la sinistra di governo in un orizzonte storico (storico, non ideologico) tale per cui si cominci a vedere il profilo di un soggetto politico davvero nuovo, più largo, che ritrova capacità di guida e di unificazione non solo per la forza dei suoi programmi – cosa essenziale – ma del suo pensiero, del suo progetto di futuro. Un nuovo pensiero riformista paragonabile per la sua forza a quello che si espresse nell’invenzione dello Stato sociale.

 

Pensare la politica

L'identità del socialismo europeo

of Giuliano Amato e Anthony Giddens

Quali sono le idealità di fondo del riformismo? Su quali basi esso si misura con le nuove dimensioni sovranazionali e con il nuovo profilo della destra? Intorno a queste domande si è svolta a Londra, con la collaborazione del think tank britannico Policy Network, una conversazione tra Giuliano Amato e Anthony Giddens. Un dialogo sui temi qualificanti del socialismo europeo, e sui modi dell’innovazione nelle diverse culture nazionali del riformismo.

 

Pensare la politica

Le responsabilità sovranazionali del riformismo

of Massimo D'Alema

La globalizzazione – e gli interrogativie i problemi che da essa derivano – ha guadagnato in tempi recenti un rilievo prima sconosciuto. Forse era inevitabile alla luce di eventi – valga per tutti l’attacco terroristico all’America – che hanno rivoltato l’agenda politica mondiale e riproposto il primato della sicurezza nella cornice di un nuovo ordine globale. In questo senso il crollo delle Torri costringe davvero gli attori e le culture politiche a ripensare il proprio ruolo e molte delle loro strategie. L’intera campagna elettorale del presidente Bush, per citare l’esempio più evidente, è come evaporata insieme ai fumi delle macerie di New York e gli Stati Uniti, scossi nelle loro certezze, hanno impiegato una notte a liberarsi da quel programma di disimpegno sul piano internazionale che solo pochi mesi prima aveva sospinto i repubblicani verso la Casa Bianca.

 

Pensare la politica

Il sindacato alla prova del centrodestra

of P. Nerozzi, A. Ranieri, A. Reichlin e B. Trentin

Lo scenario politico apertosi nel 2001 ha posto tutto il sindacato italiano di fronte a sfide impegnative. L’intreccio tra la difesa e l’estensione dei diritti del lavoro si svolge oggi in condizioni segnate da un centrodestra particolarmente aggressivo proprio sui temi sociali. Mentre rimane ampiamente presente l’esigenza di raccogliere e rappresentare le nuove domande che salgono dal mondo del lavoro, confrontandosi con i nodi reali dell’innovazione sociale ed economica. E tutto ciò avviene nel quadro del processo di ricomposizione della sinistra politica e sullo sfondo dell’esperienza di governo di centrosinistra appena conclusa. Sono questi temi, tra gli altri, ad essere al centro del congresso della CGIL. E su di essi abbiamo chiesto un confronto a quattro esponenti del principale sindacato italiano e dei Democratici di Sinistra.

 

Versus

Ritratto di una destra non liberale

of Piero Ignazi

Cosa c’è di diverso nella destra italiana dopo il 1994? Cosa c’è di originale, di peculiare, rispetto agli altri paesi europei? Sono questi i due interrogativi di fondo da cui prenderele mosse per un viaggio intorno al fenomeno della «nuova» destra italiana, oggi al governo del paese. Il punto di partenza non può che essere il 1994. Per tre ragioni: perché entra in scena il partito maggiore della destra, Forza Italia; perché la Lega si dimostra non un effimero movimento di protesta bensì un partito rappresentativo di interessi e atteggiamenti radicati; perché il MSI esce dal ghetto e avvia un processo di trasformazione.

 

Versus

Ma è una destra che viene da lontano

of Mario Pirani

Si poteva presumere che, una volta perduto il governo del paese, quella vocazione ancestrale all’opposizione, che ha sempre accompagnato come una seconda natura larga parte della sinistra italiana, servisse almeno a ridisegnare nel nuovo ruolo il profilo e i compiti alternativi di questo disastrato soggetto politico. La previsione non si è però verificata. Lo smarrimento impotente permane. Sembra quasi che col passar degli anni la sinistra non riesca a scandire il suo pallido agire se non su quel simbolico, quanto speculare, meridiano di Greenwich rappresentato da Silvio Berlusconi.

 

Due mesi di politica

Una controriforma economica

of Nicola Rossi

Varata la legge finanziaria, approvati i decreti legge che la sostengono, presentate le deleghe al governo in materia sociale e fiscale, il quadro della politica economica governativa può considerarsi in larga misura completato. È possibile, quindi, darne oggi una valutazione complessiva. Legata non a questo o a quell’aspetto di un singolo provvedimento, ma riferita alla strategia economica del centrodestra italiano nel suo complesso. Capace di distinguerne gli aspetti di breve da quelli di medio-lungo periodo. Tesa ad individuare permanenze e discontinuità nella condotta della politica economica. Per quanto riguarda gli aspetti congiunturali, è negli ultimi giorni di ottobre che si concretizza con chiarezza il cambio di rotta rispetto al più recente passato.

 

Due mesi di politica

Quale interesse nazionale?

of Andrea Romano

Se la vicenda che ha condotto alle dimissioni di Renato Ruggiero ha avuto un merito, tra i molti danni che essa ha portato al paese, è stato quello di avere aperto un campo di discussione troppo a lungo trascurato. Domandarsi che cosa si intenda per «interesse nazionale» è tipico delle democrazie in buona salute, nelle quali si confrontano interlocutori ben riconoscibili. Capaci quindi di discutere e declinare in termini anche apertamente differenziati i modi d’essere del proprio paese nella comunità internazionale. È stato quindi un bene che la natura contendibile dell’interesse nazionale sia emersa nei fumi di una vicenda tanto clamorosa come le dimissioni politiche del ministro degli Esteri.

 

Le storie

Domani

of Carlo Lucarelli

Mezzanotte e venticinque: dieci minuti per avere la soffiata dall’informatore («Mazzarino parte per Honolulu col volo 251...») due ore per tirare giù dal letto il magistrato e convincerlo ad emettere il mandato di cattura («Mazzarino Giovanni, incensurato, assolto in prima e seconda istanza, amico dell’onorevole... come si fa, come si fa?»), altre due ore per ricevere i fonogrammi dalla DIA e dai Carabinieri («Mazzarino Giovanni est ritenuto coordinatore traffico stupefacenti clan Madonia et pertanto...»), un’altra mezz’ora per il magistrato («Quand’è così, quand’è così...») e adesso questo idiota di tassista che ha paura della multa («Sì, vabbè che lei è un poliziotto in servizio, ma poi succede che me sparisce e in Questura io mi ci attacco co’ la multa sua...»). Eppure lo devo prendere, il bastardo... sono due anni che ci lavoro, e all’INTERPOL dicono che mi sono fissato, ma io Mazzarino lo voglio e lo voglio arrestare io.

 

Policy Network

Il Forum sociale mondiale di Porto Alegre

of Giampiero Rasimelli

Che cos’è il Forum sociale mondiale? Quali soggetti e contenuti lo hanno animato? Dal 28 gennaio al 5 febbraio a Porto Alegre, in Brasile, si è svolta la seconda edizione di questo evento internazionale che riunisce i movimenti, le personalità, le associazioni, gli enti locali e le reti che si battono per una globalizzazione più giusta e democratica. Il Forum sociale mondiale è uno spazio aperto di incontro per il dibattito democratico delle idee, la formulazione di proposte, lo scambio libero di esperienze. È un processo di carattere mondiale. E tutti gli incontri che si realizzano come parte di esso, sia nelle giornate di Porto Alegre sia in altre sedi ed occasioni, hanno una dimensione di carattere internazionale.

 

Policy Network

Porto Alegre e le vie locali della cittadinanza

of Tarso Genro

In una piccola sala riunioni del Municipio di Porto Alegre, all’inizio di settembre del 2001, il sindaco era in riunione con due delegati del «bilancio partecipativo» della regione nord della città. Questa è una delle sedici regioni del Brasile dove è stato istituito un Consiglio del bilancio partecipativo, meccanismo di democrazia diretta aperto all’iniziativa di qualsiasi persona disposta a partecipare e a votare nelle regolari assemblee generali. Tali assemblee decidono non solo quali saranno i rappresentanti della regione (per organizzare il bilancio dell’anno entrante), ma anche le priorità delle opere e dei servizi più importanti di cui la popolazione è carente. Queste udienze non sono comuni.

 

Europa Europe

L'Europa di nuovo occidentale?

of Marta Dassù e Antonio Missiroli

Due impressioni si staccano dalle altre, ripensando all’impatto dell’11 settembre sui rapporti Stati Uniti-Europa. Anzitutto, l’impressione generata dal titolo «Siamo tutti americani» del famoso editoriale di «Le Monde»: un titolo secco e di svolta, per uno dei giornali europei fino ad allora più critico rispetto alla «iperpotenza americana» (secondo la definizione del ministro degli esteri francese, Hubert Védrine) ed alle scelte iniziali dell’amministrazione Bush. «Siamo tutti americani» significa riscoprire, dopo anni di controversie materiali fra le due sponde dell’Atlantico, i due dati essenziali alla base del rapporto postbellico fra Stati Uniti ed Europa: la condivisione del rischio, e l’esistenza di valori comuni da difendere.

 

Europa Europe

Ma l'unilateralismo di Bush è davvero superato?

of Mario Del Pero

Nei mesi precedenti l’attentato terroristico dell’11 settembre, l’amministrazione Bush aveva cercato di promuovere una politica estera marcatamente diversa da quella seguita durante il secondo mandato di Bill Clinton. Essa traeva spunto da una aperta critica nei confronti dell’approccio di cooperazione multilaterale adottato da Clinton e dal suo Segretario di Stato, Madeleine Albright, di cui si denunciavano i vincoli posti alla libertà d’azione degli USA, e proponeva invece una strategia a metà strada tra un engagement selettivo in alcuni ambiti e la ricerca di consolidare ed estendere il primato egemonico americano in altri (in particolare nel campo della politica di sicurezza).

 

Europa Europe

Putin il Grande e il ritorno della Russia

of Mauro Martini

Se c’è un punto su cui l’opinione pubblica russa concorda, sondaggio dopo sondaggio (e l’ultimo è stato pubblicato con grande rilievo dalla «Literaturnaja gazeta» agli inizi di novembre), è che l’unico vero riformatore degli ultimi tre secoli è stato Pietro il Grande: quote di intervistati sempre vicine al 90% giudicano positivamente sia il personaggio in sé sia l’influsso delle sue misure sul corso della storia del paese. Difficile dire quanto il presidente Vladimir Putin creda ai sondaggi. Sicuramente presta loro fede il creatore e curatore dell’immagine del Cremlino post-eltsiniano, Gleb Pavlovskij, il quale insiste meticolosamente sugli elementi di somiglianza tra Putin e Pietro offrendo ai russi quel che i russi nella stragrande maggioranza vogliono vedersi offrire.

 

Europa Europe

Israele. La crisi di una democrazia etnica

of David Bidussa

La disamina della realtà israeliana viene spesso risolta nell’analisi interna alla regione mediorientale. La convinzione è che la crisi d’Israele sarà superabile quando i malesseri di gruppo troveranno una loro soluzione territoriale e spaziale in modo da conseguire una definitiva pacificazione dell’area. Ciò a cui stiamo assistendo da quindici mesi richiede una soluzione di questo tipo. Ma questo sarà solo l’epilogo (se pacificato e concordato). L’origine della crisi è altrove, ha una natura radicale e riguarda egualmente entrambi gli attori presenti: sia gli israeliani, sia i palestinesi.

 

Novecento

Le trappole della memoria. Totalitarismo e comunismo nel ventesimo secolo

of Silvio Pons

Il termine di totalitarismo si è identificato per decenni con lo spirito della guerra fredda. Le dispute attorno ad esso hanno presentato un forte contenuto politico e ideologico, prima che concettuale, implicando spesso una demarcazione tra anticomunismo e antifascismo, e anche un duello tra opposti manicheismi. A più di dieci anni dalla fine della guerra fredda, questo lascito è ancora operante. Ma dobbiamo anche chiederci se la persistenza della nozione di totalitarismo non abbia una sua ragion d’essere che non andrebbe appiattita sull’ideologia della guerra fredda, e se non vi siano motivi più profondi della sua vitalità, che chiedono di rivisitarne le origini e la storia.1 Il contesto della nascente guerra fredda generò sia la concettualizzazione, sia la definitiva carica negativa della nozione di totalitarismo.

 

Le idee

Un'utopia ragionevole. Sette idee sulla cultura politica riformista

of Salvatore Veca

Cominciamo con una domanda elementare: che cosa vuol dire precisamente condividere una cultura politica riformista oggi? Mi propongo in questo articolo di saggiare alcune risposte. Le risposte alla domanda elementare mirano a chiarire che cosa ci identifica collettivamente, in che cosa ci riconosciamo come riformisti e socialisti democratici e in che cosa ci distinguiamo da altri, sia nella sinistra sia – naturalmente – nei confronti della destra. Le risposte cercano di fissare, per così dire, i tratti distintivi di una identità politica. Le mie risposte sono articolate in una sequenza di sette idee che offro alla discussione. La prima idea è questa: condividere una prospettiva politica riformista ci chiede di essere fedeli congiuntamente al senso della realtà e al senso della possibilità. Questo definisce la nostra prospettiva, il nostro modo di guardare e giudicare le cose politiche e sociali e ci dice che cosa dobbiamo fare e perché: ci dà ragioni per agire politicamente in certi modi.

 

Le idee

Euro e riformismo sovranazionale: lo strumento e il braccio?

of Mario Telò

Prima nella storia, l’Unione europea ha inventato la moneta non solo senza Stato ma anche senza governo economico. La costituzionalizzazione dei trattati accelerata dal Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 non sarà di per sé una risposta a questa grande asimmetria, poiché la dimensione politico-istituzionale dell’Unione è cosa diversa dal governo dell’economia. L’Euro è una straordinaria realizzazione, ma un’autorità tecnocratica centrale, la BCE, ha assunto un potere sul processo di integrazione che, secondo autorevoli osservatori, supera già quello della Commissione. Quali prospettive per correggere questa situazione e meglio valorizzare le ricche potenzialità dell’Euro per la politica congiunturale e per la politica riformatrice?

 

Archivi del riformismo

Psicologia dell'ex comunista

of Sergio Luzzato

Ingiustamente dimenticato, il testo che segue – risalente al 1950 – meriterebbe di figurare in un’antologia letteraria della guerra fredda; ma di una guerra fredda particolare, quella che alcuni spiriti magni provarono a combattere, con le sole armi della finezza critica e dell’onestà intellettuale, contro entrambi gli eserciti in lotta: contro i marxisti di stretta osservanza staliniana e contro i liberali di zelante obbedienza maccartista. Si tratta dunque di pagine datate, tanto meglio intelligibili quanto più esattamente le si collochi nella stagione culturale di una guerra senza quartiere fra comunisti e anticomunisti. Eppure sono pagine così felicemente concepite da restare valide quand’anche sottratte alle minute circostanze della loro genesi; sono pagine (avrebbe detto Gramsci) da leggere für ewig.

 

Archivi del riformismo

Un riformista integrale

of Massimiliano Panarari

Oggi che la sinistra democratica e progressista italiana avverte significativamente il bisogno di rinsaldare le proprie radici e di ricostruire in maniera precisa la galleria dei propri padri fondatori, sembra giunto il momento di riscoprire una figura, per troppo tempo ingiustamente negletta o confinata ad un ambito locale, la cui opera ha influenzato profondamente l’epopea nazionale del socialismo riformista. Ovvero quella del «socialista galantuomo» Camillo Prampolini, artefice ed inventore del «modello emiliano» nella versione del «metodo reggiano»: un paradigma di riformismo applicato e realizzato che, pur mostrando attualmente qualche crepa, rimane certamente uno dei contributi più importanti offerti dal nostro paese alla storia del movimento operaio e progressista internazionale.

 


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