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Il Partito Democratico fra problematiche nazionali e sfide globali

Written by Alfredo Reichlin Thursday, 07 August 2008 11:58 Print

È finito un lungo ciclo politico, quasi vent’anni di una transizione che dopotutto non si è compiuta. La sostanza del problema nazionale, che consiste nella necessità di riposizionare l’Italia rispetto alle sfide inedite dell’internazionalizzazione dell’economia e del nuovo salto tecnologico (e ciò mentre veniva meno l’ombrello del protezionismo statale), è rimasta sostanzialmente irrisolta. Io credo che bisogna partire da qui se si vuole far emergere la necessità di un nuovo soggetto politico capace di mettere in campo una cultura politica che non sia solo il residuo della grande analisi gramsciana sull’Italia del risorgimento incompiuto. La modernizzazione è avvenuta. Ma una nuova lettura del paese come parte di un nuovo attore globale, quale è chiamato ad essere l’Europa, non è stata data.

È finito un lungo ciclo politico, quasi vent’anni di una transizione che dopotutto non si è compiuta. La sostanza del problema nazionale, che consiste nella necessità di riposizionare l’Italia rispetto alle sfide inedite dell’internazionalizzazione dell’economia e del nuovo salto tecnologico (e ciò mentre veniva meno l’ombrello del protezionismo statale), è rimasta sostanzialmente irrisolta. Io credo che bisogna partire da qui se si vuole far emergere la necessità di un nuovo soggetto politico capace di mettere in campo una cultura politica che non sia solo il residuo della grande analisi gramsciana sull’Italia del risorgimento incompiuto. La modernizzazione è avvenuta. Ma una nuova lettura del paese come parte di un nuovo attore globale, quale è chiamato ad essere l’Europa, non è stata data.

Bisogna riconoscere che il compito non era facile. Il vecchio impianto della prima Repubblica era crollato travolgendo un’intera classe dirigente. Era quindi necessario porre lo sviluppo del paese su una nuova base. Non si trattava solo di un problema economico. Era l’assetto politico che non reggeva, privo com’era di una classe dirigente in grado di dare al paese un profilo culturale ed etico più alto. Si trattava di un cambiamento molto profondo. Così non è stato, e dopotutto è questo che spiega tante cose, dal declino economico, al successo del populismo plebiscitario di Berlusconi, alla debolezza di un sistema politico troppo frammentato anche se organizzato su una base bipolare. Perché lo ricordo? Non per recriminare, ma perché qui sta la grande novità con cui finalmente ci misuriamo, e le cui implicazioni sono grandissime. La novità è che la destra è stata sconfitta e, finalmente, dopo questi anni difficili, si apre una nuova prospettiva. Un’alternativa democratica nel governo del paese è stata avviata. E dico alternativa democratica perché non si tratta solo di un ricambio di ceto politico e di personale di governo. Le forze principali che, con Prodi, hanno preso in mano la situazione sono consapevoli – mi pare – che non si può più tergiversare nell’affrontare quel grumo di problemi irrisolti.

Il compito che spetta alle forze e alle culture del riformismo italiano è, quindi, molto chiaro. Si tratta di dare all’Italia una nuova prospettiva di sviluppo, partendo dal fatto che il suo futuro come nazione dipende dalla capacità di ricollocarsi sulla scena europea e mondiale, pena finire ai margini. Esagero un poco, ma in qualche modo si ripeterebbe la tragica storia del Seicento. Allora si trattava di colmare la distanza tra le piccole e rissose signorie italiane e la formazione in Europa dei grandi Stati nazionali moderni. Fallimmo. Così come falliremmo oggi se l’Italia, a fronte di un mondo investito dalle più grandi trasformazioni della storia, restasse così com’è: un paese seduto, profondamente diviso, che non fa figli, non crea, non investe, non scommette sui giovani e sulla conoscenza, inchiodato com’è a difendere le rendite del suo vecchio mondo di corporazioni e di privilegi.

È chiaro che non si tratta di un problema economico che alla fin fine si risolve affidandolo al mercato. Solo la politica, la grande politica può affrontare questo compito. Come, del resto, nella storia d’Italia è già accaduto. Il 1901. L’unificazione stessa così recente del paese messa in discussione dagli stati d’assedio, le cannonate di Milano, gli eccidi dei contadini, i tentativi di «tornare allo Statuto» per soffocare il parlamento dove i socialisti cominciavano a contare. Ne uscimmo con la politica, la grande politica, il patto non scritto tra Giolitti e Turati, il suffragio universale maschile, il riconoscimento dei sindacati. L’Italia si modernizzò, ed entrò tra le grandi potenze di allora. Oppure il 1945. Le rovine della guerra, il paese in miseria, lo Stato distrutto. Ma ciò che consentì il miracolo della ricostruzione fu la politica, la grande politica, l’unità nazionale, la democrazia che si organizzava in grandi partiti e consentì alle grandi masse, agli esclusi, di «farsi Stato».

Così oggi. Tutto chiede una grande forza «nazionale» capace di affrontare la questione italiana, quindi una nuova classe dirigente, dotata di una visione politica storicamente fondata, una idea della nuova Italia. Ma tutto ci dice che l’attuale sistema politico, così frammentato, non è in grado di sorreggere questa difficile operazione di governo. La necessità di andare oltre l’intesa tra DS e Margherita (partiti importanti, ma che non crescono) per dar vita a un nuovo soggetto politico mi sembra evidente. Ma questo resta pura chiacchiera se non si mette in moto un processo profondo, anche culturale, il quale parta non dal soggettivismo dei leader (chi crede e chi non crede al Partito Democratico), ma dalla necessità di affrontare quel nuovo rapporto con il mondo. E così si parla ai giovani, per coinvolgerli e suscitarne le passioni. Perché, dopotutto, da che cosa nasce un partito? Non nascerà da una disputa interna al suo piccolo ceto politico. Ma da quell’insieme di problemi irrisolti che non riguardano la contingenza, ma il dove va la nazione italiana.

A me sembra questo il tema di fondo che bisognerebbe affrontare: come si costruisce un processo unitario reale. E come si costruisce in un paese come l’Italia, dove le divisioni non riguardano solo i soggetti politici, ma dove le due metà del paese (il Nord e il Mezzogiorno) essendo immerse in una economia che non è più protetta dai confini nazionali, tendono a divaricarsi sempre più. È questo che io voglio dire quando affermo che la questione di un nuovo partito riformista unificato non può essere posta senza affrontare il problema nazionale. Pensiamo solo alla vanità di tutto lo sforzo (in sé giustissimo) di riformare il sistema economico partendo dalla bassa produttività del sistema, e quindi colpendo la rendita invece del lavoro, mentre però cresce il distacco del Sud dal Nord. Il che significa semplicemente che il 40% del paese consuma più di quello che produce. Te la saluto «la produttività totale dei fattori». Insomma, a ben vedere nemmeno la sostanza del problema economico italiano può essere affrontata senza una nuova soggettività politica la quale esprima la capacità di rappresentare una Italia più unita e una società più giusta sulla scena europea e mondiale. E questa capacità si costruisce solo elaborando una nuova «idea nazionale».

Dunque, è su questa idea di fondo che bisognerebbe lavorare. L’Italia non può europeizzarsi e uscire dalla crisi senza dotarsi di una grande forza politica di rango europeo e perciò in grado di elaborare un progetto di riforma adeguata a quello che si configura sempre più chiaramente come il problema del nostro posto in questa straordinaria corrente di cambiamento del mondo.

È tempo, quindi, di liberarci da astratti schemi ideologici e di cominciare a dire come si possono mettere insieme storie così diverse senza dissolvere la loro anima, e quindi disperdere la loro forza. Io parto dal fatto che sono le cose, le grandi cose d’Italia e del mondo – a leggerle bene – a richiedere non l’eutanasia ma la fondazione di un nuovo pensiero e di una nuova soggettività politica. Alla quale io, uomo della sinistra, arrivo ricavandola dalla mia stessa storia socialista (rielaborandola) mentre altri moveranno dall’umanesimo cristiano. È in questo modo che saremo in grado, oltretutto, di guardare al di là dell’ordine esistente, un ordine (o meglio un disordine) costruito sull’idea che il mercato è il decisore ultimo e che la politica, essendo solo un sottosistema dell’economia, non è in grado di dare un senso alla vita sociale. È proprio per questa ragione che abbiamo bisogno di una nuova forma-partito la quale non si dissolva in un «movimento » o in una combinazione elettorale. Perché in questo caso non cambierebbe nulla. Comanderanno altri, non i politici anche se osannati dalle folle.

Insomma, ciò che sentiamo acutamente è la necessità di dare un contenuto più concreto e storicamente fondato al riformismo. Il cui compito oggi è dopotutto questo: suscitare una riscossa democratica, ridare dignità al lavoro, alla cultura e all’impresa produttiva, rimettere in campo le energie e le risorse profonde degli italiani. Ma soprattutto porre al centro la lotta per costruire una nuova cittadinanza, senza la quale i programmi restano chiacchiere. Al fondo è questo (cioè il cittadino europeo, la democrazia nelle condizioni della globalizzazione, l’esercizio della libertà e dei diritti in assenza della vecchia garanzia dello Stato nazionale) lo straordinario valore della posta in gioco. È il posto di ciascuno di noi nella società e nelle istituzioni che si sta definendo. E la domanda che ci spinge a pensare un nuovo soggetto politico, dopotutto, è questa: nascerà una cittadinanza forte, nella quale si riflette una nuova distribuzione dei poteri sociali? Oppure – come teme Rodotà – si va verso una cittadinanza debole, «sottile», che al posto del cittadino colloca il consumatore, un individuo impaurito al quale si offre lo scambio indecente tra sicurezza e rinuncia a diritti fondamentali? Nessun riformismo può essere fondato su lavori «precari», e su «vite di scarto», oggi condizione comune per milioni di lavoratori.

La verità è che la politica nazionale è in forte ritardo rispetto alle trasformazioni di un capitalismo globalizzato. Noi ci attardiamo ancora nella vecchia disputa tra statalisti e mercatisti. Ma i fatti ci dicono un’altra cosa, e cioè che è ormai in atto una nuova trasformazione del capitalismo per cui sta cambiando la natura stessa dello Stato e dei mercati, e che si vanno creando nuovi conflitti. Bisognerebbe misurare meglio le conseguenze del fatto che si sta determinando una vera e propria frattura con la vecchia civiltà che fu creata in Europa sulla base del compromesso tra capitalismo e democrazia. Si è affermata una legge «oggettiva», alla quale non solo il lavoro operaio ma i ceti medi non possono più sottrarsi, secondo la quale un «Dio ascoso» chiamato «assoluta libertà» del mercato dei capitali (la quale poi consiste nella libertà di una ristretta oligarchia, che Jospin paragona per la sua distanza abissale dai comuni mortali alla vecchia aristocrazia francese prima della rivoluzione) decide la più grande e sconvolgente redistribuzione del lavoro su scala mondiale, riducendo anche il lavoro occidentale a un mondo senza diritti. Il che è tanto più ingiusto e assurdo nel momento in cui il lavoro diventa sempre meno semplice erogazione della forza fisica e sempre più impiego dell’intelligenza.

Si dirà che non è realistico porre tematiche di questo genere nel dibattito sul nuovo partito. Io penso il contrario. A me non sembra realistico che un partito possa nascere solo dalla trattativa tra vertici. Così si fa un gruppo parlamentare o una alleanza politica, cioè cose importantissime, ma non un partito. Capisco invece il disagio e la perplessità che esprime Pietro Scoppola a nome di un’area vasta del cattolicesimo democratico, la quale rifiuta un «approdo tardivo e subalterno in un partito sostanzialmente socialdemocratico». E capisco altrettanto bene i timori di quel vasto mondo che è la sinistra italiana, timori che non riguardano solo la difesa di un grande passato ma la ragione stessa per cui si è di sinistra, che è quella di credere che è possibile e giusto lottare per un mondo nuovo.

A queste preoccupazioni c’è una risposta. La sola che a me sembra realistica. La quale però deve essere molto forte. Diciamolo chiaro. Il Partito Democratico può essere un approdo decisivo per la politica italiana solo se sarà un partito davvero nuovo. Dice Scoppola: una realtà diversa. E perché diversa? Perché si pone problemi e affronta sfide così diverse da quelle su cui si modellarono e si combatterono tra loro le grandi forze politiche del passato, da motivare le ragioni di un nuovo riformismo e di un nuovo processo unitario. Di questo stiamo parlando. Di una svolta rispetto alla vecchia storia, non di rimettere insieme i cocci di ciò che resta del PCI e della DC. Stiamo parlando delle ragioni storiche di una nuova unità. Il punto quindi non è mescolare le culture ma, rielaborandole, rimetterle alla prova partendo dai nuovi compiti che ci sfidano. È la natura nuova delle cose che consente a me di non rinunciare all’idea che il futuro ripropone un bisogno di socializzazione e al tempo stesso a Scoppola di concepire un soggetto unitario del riformismo come esempio di un nuovo umanesimo. E quindi come il luogo dove le ragioni del laicismo convivono con quelle aspirazioni etiche e religiose che rappresentano la ragione fondamentale per spendere in politica il nome di credente.

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