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L'economia indiana: un mercato emergente anomalo

Written by Stefano Chiarlone Monday, 01 May 2006 02:00 Print

L’India è una delle più importanti economie emergenti ed è fra le prime dieci economie del mondo, con un PIL di circa 750 miliardi di dollari. Non è un paese ricco, ma sta divenendo un importante mercato di sbocco, sebbene abbia un reddito pro capite di appena 620 dollari (3.000 in parità di potere d’acquisto), inferiore rispetto alla Cina il cui reddito pro capite è di 1.400 dollari (6.200 in parità di potere d’acquisto). I consumi superano, infatti, i 500 miliardi di dollari, gli investimenti fissi lordi si avvicinano ai 200 miliardi di dollari annui e, nonostante la limitata apertura internazionale, le importazioni manifatturiere superano i 100 miliardi di dollari. Le esportazioni sono aumentate solo del 76% tra il 2000 e il 2004, a conferma del fatto che il paese non ha un ruolo paragonabile alla Cina nella manifattura. Risulta, invece, più rilevante la sua forza nel commercio di servizi, soprattutto professionali.

L’India è una delle più importanti economie emergenti ed è fra le prime dieci economie del mondo, con un PIL di circa 750 miliardi di dollari. Non è un paese ricco, ma sta divenendo un importante mercato di sbocco, sebbene abbia un reddito pro capite di appena 620 dollari (3.000 in parità di potere d’acquisto), inferiore rispetto alla Cina il cui reddito pro capite è di 1.400 dollari (6.200 in parità di potere d’acquisto). I consumi superano, infatti, i 500 miliardi di dollari, gli investimenti fissi lordi si avvicinano ai 200 miliardi di dollari annui e, nonostante la limitata apertura internazionale, le importazioni manifatturiere superano i 100 miliardi di dollari. Le esportazioni sono aumentate solo del 76% tra il 2000 e il 2004, a conferma del fatto che il paese non ha un ruolo paragonabile alla Cina nella manifattura. Risulta, invece, più rilevante la sua forza nel commercio di servizi, soprattutto professionali.

In Cina il peso dell’industria (46% del PIL) è infatti superiore a quello dei servizi (41% del PIL), mentre in India il settore industriale è piccolo (27% del PIL) e poco competitivo: l’India è soltanto il trentesimo esportatore mondiale di merci. L’economia indiana è anomala rispetto a quella di molti paesi in via di sviluppo proprio per il forte peso dei servizi (53% del PIL), nei quali primeggia un’economia della conoscenza di competitività globale, oltre al terziario avanzato. Il resto del PIL nasce da un’agricoltura arretrata e di sussistenza, estremamente suscettibile al clima. La scarsa competitività di agricoltura e industria dipende in parte dalle inefficienze infrastrutturali (materiali e immateriali) e da un per corso di riforme strutturali incompleto: essi hanno avuto impatti negativi sullo sviluppo indiano e hanno limitato gli investimenti diretti dall’estero (IDE).

Completare le riforme è cruciale per superare le debolezze dell’economia ed è una delle priorità del paese. Ad esempio, la difficile transizione dei lavoratori dall’occupazione informale a quella formale, dovuta in parte alle rigidità della legislazione sul lavoro, scoraggia gli IDE e contribuisce a mantenere elevata la povertà, riducendo le possibilità di molti di cogliere opportunità lavorative nel settore urbano; di conseguenza la quota di popolazione che vive in povertà è ancora superiore al 26%.

 

Alcuni cenni sull’evoluzione dell’economia indiana

Lo sviluppo economico indiano può essere suddiviso in due periodi. Nella fase Hindu (1947-1980) nel paese ha prevalso un modello pianificato e centralizzato e il PIL indiano è aumentato del 3,5% medio annuo, un andamento inadeguato a ridurre il gap nei confronti dei paesi più ricchi. Solo dal 1981, come per la Cina dal 1978, l’India ha intrapreso un percorso di riforme molto graduale che ha innescato una prolungata accelerazione economica: nel cosiddetto periodo Bharatiya, dal 1981, la crescita del PIL è stata pari a circa il 6% medio annuo.

Nella fase Hindu, l’India perseguiva l’obiettivo di massimizzare lo sviluppo nazionale tramite la chiusura agli scambi con l’estero e una strategia di pianificazione centralizzata e di intervento pubblico. Come spesso accade con approcci di questo tipo, le inefficienze emergono con il tempo: nel periodo fra il 1951 e il 1963 il tasso di crescita non è stato particolarmente basso (circa il 4,3% medio annuo) grazie soprattutto a situazioni non ripetibili, come il maggior utilizzo di fattori produttivi, la nascita di un sistema di imprese manifatturiere per sostituire le importazioni, e la spesa pubblica per infrastrutture e servizi di base. Nel periodo fra 1965 e 1980, invece, il tasso di crescita è diminuito al 2,9% medio annuo, soprattutto per l’esaurirsi della spinta alla crescita della pianificazione centralizzata: nel lungo periodo, la mancanza di stimoli concorrenziali ha ridotto la competitività delle imprese e l’aumento della produttività, penalizzando la crescita economica.

Il rallentamento e un maggiore favore internazionale per la crescita export led innescarono un ripensamento della strategia di sviluppo. Dal 1981 il governo indiano aprì all’economia internazionale e iniziò un graduale percorso di liberalizzazione e privatizzazione, orientato da un cambio di attitudine a favore dell’iniziativa privata, senza esporre le imprese a una maggiore concorrenza. L’impatto positivo sulla produttività fu notevole, accentuato dal fatto che la semplificazione delle procedure e la riduzione delle tariffe di importazione favorirono l’incremento degli investimenti per l’ammodernamento della manifattura e dei servizi. Dal 1991 si ebbe un significativo passo avanti: il governo iniziò una più profonda liberalizzazione e privatizzazione, con la riduzione dei monopoli pubblici, un programma di ristrutturazione e apertura del capitale delle imprese pubbliche, e una più forte apertura al commercio estero e agli investimenti dall’estero. In seguito a questo cambio di strategia l’economia indiana, attualmente caratterizzata da un elevatissimo peso delle imprese familiari, ha sperimentato tassi di crescita molto sostenuti, sebbene lontani da quelli della Cina: ad esempio il tasso di crescita del suo PIL si mantiene oltre il 7% dal 2003.

 

Il percorso di apertura internazionale dell’economia indiana: commercio e investimenti

L’India, come già detto, è stata lungamente chiusa agli scambi internazionali. Fino al 1991 le importazioni erano controllate prevalentemente per mezzo di licenze, con una vera e propria impossibilità a importare molti beni. Dal 1991 il sistema ha vissuto una serie di liberalizzazioni: le restrizioni quantitative sono state abolite nel 2001, in seguito all’adesione all’OMC. Attualmente, le importazioni sono più libere, ma gravate da dazi ancora elevati. Nel 1990 la tariffa media era del 79% e quella media pesata del 49%, mentre meno del 5% dei prodotti erano protetti con dazi inferiori al 60%. Successivamente, le tariffe medie sono state ridotte: dall’anno fiscale 2005-2006, le tariffe massime – salvo che sui beni alimentari e caseari – sono state ridotte al 15%, con esenzioni per molti prodotti dell’Information and Communication Technology (ICT). Tuttavia, permangono diritti doganali e speciali su molti prodotti, compresi quelli dell’ICT. Inoltre, l’impegno dell’India sulle bound tariff è stato limitato: esse coprono circa il 70% delle linee di prodotto, contro il 100% della Cina, e sono nettamente più elevate di quelle effettive: ciò lascia ampi spazi per sostanziali peggioramenti delle condizioni di accesso al mercato indiano, laddove l’India dovesse riportare le tariffe effettive ai valori massimi vincolati.

Le autorità hanno cercato anche di promuovere le esportazioni con vari strumenti, fra cui l’abolizione delle tasse sulle esportazioni e dei dazi sugli intermedi per le imprese esportatrici e la liberalizzazione del tasso di cambio, che ha portato a una svalutazione della rupia. Di primaria importanza, inoltre, è stato l’aver creato prima le export processing zone (EPZ) e poi averle trasformate in special economic zones (SEZ). In queste aree, l’attività delle imprese votate alle esportazioni era agevolata dal fatto che l’importazione di materie prime, intermedi e macchinari era libera da ogni dazio, che venivano praticati trattamenti preferenziali sui dazi pagati da parte delle imprese esportatrici, e che nelle SEZ – una sorta di duty free zone – erano venuti a cadere gli obblighi relativi alle dimensioni dell’esportazione o del contenuto domestico del commercio. L’elevata protezione delle importazioni, tuttavia, ha ancora conseguenze negative sugli esportatori, come segnalato dal Fondo monetario internazionale (FMI) nell’ultima consultazione con il governo indiano: esso stima che l’eliminazione delle tariffe sulle importazioni farebbe crescere le esportazioni del 45%.

L’esistenza di queste zone, inoltre, era collegata anche alla strategia di attrazione di capitale industriale estero. Esse sono infatti caratterizzate da una migliore dotazione infrastrutturale e sono ritenute strumentali ad attrarre gli investimenti diretti dall’estero. Un ulteriore passo per l’attrazione degli IDE è stata la semplificazione delle regole ad essi connesse: fino al 1991, gli IDE erano, infatti, consentiti solo in un limitato numero di settori con quote minoritarie e vari vincoli operativi. Ormai, in molti settori è stata concessa l’autorizzazione automatica degli investimenti, con partecipazioni straniere che possono superare la maggioranza del capitale e – a volte – arrivare al controllo totalitario, con eccezioni in settori ritenuti strategici, come quello finanziario.

In seguito a queste scelte, l’apertura dell’economia indiana è cresciuta significativamente: il peso dell’import sul PIL è passato dal 7,5% del 1990 al 15% del 2005, mentre quello dell’export è cresciuto dal 5,8% del 1990 all’11% del 2004. In aggregato, tuttavia, l’apertura internazionale indiana (27,1%) è ancora inferiore a quella cinese (circa il 60%). Per quanto riguarda gli IDE, gli investimenti si sono mantenuti fra i 3,5 e i 5 miliardi di dollari statunitensi annui, grazie soprattutto al settore dei servizi, all’industria dei trasporti e a elettronica, telecomunicazioni e chimica. Nonostante ciò, gli IDE in India sono contenuti, rispetto a quelli attratti dalla Cina: lo stock di IDE presenti in India, al 2004, è appena pari al 5% del suo PIL, contro un valore del 16,2% in Cina. Questo dato si presta a una duplice lettura: mostra che l’India non ha sfruttato pienamente le possibilità di apprendimento connesse all’integrazione internazionale e indica le opportunità di crescita degli IDE, laddove il completamento delle riforme rimuovesse gli ostacoli tuttora esistenti.

 

L’India nel commercio internazionale

Le riforme non sembrano avere innescato un profondo cambiamento della struttura settoriale del commercio estero indiano: la specializzazione attuale ha caratteristiche simili a quelle degli anni Ottanta e Novanta. Al netto del settore alimentare, nel 2004, oltre il 50% delle esportazioni indiane appartiene a produzioni intensive in lavoro non qualificato, con il tessile e l’abbigliamento che continuano a rappresentare quasi un terzo delle esportazioni. Un quinto delle esportazioni, inoltre, fa riferimento ai manufatti non metallici e in particolare alle esportazioni di prodotti basati su perle, metalli e pietre preziose. In Cina, nel medesimo periodo, il peso dei prodotti intensivi in lavoro non qualificato si è ridotto al 38% delle esportazioni, con il tessile e l’abbigliamento che rappresentano meno del 20% del totale. Fra i settori intensivi in tecnologia che hanno acquisito un maggiore peso nelle esportazioni indiane, spiccano la chimica (inclusa la farmaceutica, che ha beneficiato di una legge sui brevetti internazionali particolarmente controversa e favorevole alla produzione di generici da parte delle imprese indiane, ma esclusa la cosmetica) e in misura minore i settori dell’ICT e le macchine non elettriche, che invece prevalgono in Cina. Nei settori intensivi in capitale umano crescono i manufatti metallici e non metallici e la gioielleria. Emerge una relativa anomalia del modello di specializzazione indiano rispetto a quello dei principali paesi del Sud-Est asiatico: assenza dai settori ICT e forza nella chimica, che può essere collegata alla scarsità di IDE. I settori maggiormente collegati alla disintegrazione internazionale della produzione (elettrodomestici, macchine elettriche, da telecomunicazione e da ufficio, servizi radiotelevisivi) pesano, infatti, per il 37% delle esportazioni cinesi, ma solo per poco più del 4% di quelle indiane.

Queste indicazioni sono confermate dai vantaggi comparati: l’India ha vantaggi comparati in pochi settori tradizionali (tessile e abbigliamento, pelli, calzature, manufatti non metallici), nella manifattura di materiali metallici e non metallici, nella gioielleria e nella filiera chimica (inclusa farmaceutica e cosmetica). Al contrario, per la Cina una quota rilevante del modello di specializzazione si sta spostando verso i settori dell’ICT, nei quali, tuttavia, compie soprattutto le fasi più intensive in lavoro. La differenza fra il percorso di integrazione internazionale della Cina e dell’India emerge anche dalle importazioni. Infatti, in India il principale canale di trasferimento tecnologico attraverso le importazioni è costituito dal settore chimico che, sommando le sue varie filiere, rappresenta il 20% delle importazioni indiane. Solo al secondo posto, in misura nettamente inferiore a quanto avviene in Cina, ci sono le importazioni ICT-related. Per la Cina, queste importazioni sono collegate principalmente alle parti e ai beni intermedi necessari per la successiva lavorazione e ri-esportazione. Questo tipo di schema, per l’India, si ripete invece nel settore farmaceutico, mentre le importazioni di macchine elettriche, elettroniche, da telecomunicazione e da ufficio rappresentano gli input necessari per la gestione dei servizi professionali e informatici.

I servizi sono, infatti, una quota crescente delle esportazioni indiane, grazie alla competitività dei servizi professionali (soprattutto software e settore dei computer) che ne rappresentano circa il 70%. Essi controbilanciano la limitata specializzazione indiana nei settori manifatturieri avanzati. La forza di questo settore nasce anche dal fatto che esso ha beneficiato (come quello manifatturiero cinese) delle attività di delocalizzazione di imprese straniere, soprattutto dagli USA. I servizi sono, infatti, il terzo settore ricettore degli IDE, con un afflusso cumulato di 3 miliardi di dollari fra il 1991 e il 2005, in un settore dove contano meno le infrastrutture materiali e più la competenza della forza lavoro. Questi IDE hanno consentito alle imprese indiane di migliorare il loro posizionamento lungo la catena internazionale del valore, e hanno favorito la nascita di una articolata catena di subfornitura di servizi professionali che vanno da quelli informatici a quelli medico-diagnostici, proprio come è avvenuto in Cina nel settore manifatturiero.

Alla luce di queste osservazioni, sembrerebbe che l’India abbia raggiunto un livello di sviluppo tecnologico inferiore a quello cinese. Tuttavia, valgono alcune precisazioni. In primo luogo, il modello indiano ha caratteristiche prevalentemente orizzontali, copre cioè – nei suoi settori di forza – tutto il ciclo produttivo da monte a valle della filiera, indicando una limitata integrazione nelle catene internazionali del valore. Questo potrebbe significare – in positivo – che l’India ha un livello di sviluppo tecnologico più elevato di quello degli altri paesi emergenti asiatici, poiché le sue produzioni dipendono prevalentemente da competenze e risorse locali e non dalla presenza delle multinazionali che utilizzano manodopera locale per l’assemblaggio. Inoltre, alla debolezza indiana nella manifattura ad alta tecnologia corrisponde la sua forza nel settore dei servizi – nei quali ha raddoppiato la sua quota delle cessioni mondiali dallo 0,6% del 1990 all’1,8% del 2004 – il che non rappresenta una caratteristica tipica dei paesi emergenti.

 

Conclusioni

L’economia mondiale sta spostando il suo baricentro sempre più a Oriente e l’India – con un modello di specializzazione differente da quello cinese – sta acquisendo un peso crescente. Questo fatto sembra solo lambire l’orientamento internazionale dell’economia italiana: non siamo fra i primi dieci investitori diretti in India e la quota delle imprese italiane nel commercio manifatturiero indiano è in calo dal 2,5% del 2000 al 2,3% del 2004, a differenza di quanto avviene per gli altri principali paesi dell’Unione europea. Allo stesso tempo, mentre è stata dedicata un’elevata attenzione, sebbene con un peso eccessivo sui rischi e inadeguato sulle opportunità, al dibattito sull’integrazione cinese, in Italia si è parlato poco dell’India e delle opportunità che si aprono in questo paese. Man mano che l’India riacquista il peso nell’economia internazionale che compete a un paese delle sue dimensioni, inoltre, essa diviene – come raro esempio di grande democrazia asiatica – un attore rilevante degli scenari diplomatici asiatici e globali. Alla luce di queste considerazioni, sembra che una maggiore conoscenza e cooperazione con l’India possa solo giovare all’economia: sarebbe auspicabile che l’Italia se ne accorgesse per tempo.

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