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"Failed idealism"? La politica estera britannica alla fine dell'era Blair

Written by Ilaria Poggiolini Monday, 01 May 2006 02:00 Print

La politica estera non ha giocato un ruolo di primo piano nelle elezioni amministrative inglesi del 4 maggio di quest’anno. Eppure, la guerra in Iraq rimane la principale ragione del declino del consenso del Labour Party di Tony Blair. I commentatori continuano, attraverso le pagine dei principali giornali britannici, a ricercare analogie storiche che aiutino a predire l’uscita di scena di un primo ministro controverso, ma certamente di alto profilo. Blair è stato molto vicino alla consacrazione come icona generazionale, che ha ottenuto durante il suo primo mandato come indiscusso padre del «New Labour»; ha dato lezioni d’idealismo e riformismo a politici continentali e di oltre Atlantico, ma è scivolato su una serie di errori politici fatali, fra cui la scelta delle armi di distruzione di massa come motivo principale dell’intervento in Iraq. Come se questo non bastasse, dopo le elezioni politiche della scorsa primavera, Tony Blair ha scelto di trasformarsi in una lame duck, annunciando di voler uscire di scena prima della fine della legislatura in corso. Da quel momento la lotteria del «quando» e del «come» non si è più fermata.

La politica estera non ha giocato un ruolo di primo piano nelle elezioni amministrative inglesi del 4 maggio di quest’anno. Eppure, la guerra in Iraq rimane la principale ragione del declino del consenso del Labour Party di Tony Blair. I commentatori continuano, attraverso le pagine dei principali giornali britannici, a ricercare analogie storiche che aiutino a predire l’uscita di scena di un primo ministro controverso, ma certamente di alto profilo. Blair è stato molto vicino alla consacrazione come icona generazionale, che ha ottenuto durante il suo primo mandato come indiscusso padre del «New Labour»; ha dato lezioni d’idealismo e riformismo a politici continentali e di oltre Atlantico, ma è scivolato su una serie di errori politici fatali, fra cui la scelta delle armi di distruzione di massa come motivo principale dell’intervento in Iraq. Come se questo non bastasse, dopo le elezioni politiche della scorsa primavera, Tony Blair ha scelto di trasformarsi in una lame duck, annunciando di voler uscire di scena prima della fine della legislatura in corso. Da quel momento la lotteria del «quando» e del «come» non si è più fermata.

In seguito a una serie di piccoli scandali che hanno coinvolto il governo Blair, l’articolo di Bagehot apparso sul numero di «The Economist» la cui copertina titolava «Axis of Feeble. The closing of the Bush-Blair era»,1 gioca fino dalle prime parole con «la storia che ripete sempre se stessa». Ma è proprio così? Esistono veramente delle analogie con Churchill, che tornò a Downing Street e vi rimase troppo a lungo, con la sofferta fine dell’era Thatcher, o con l’uscita di scena di John Major, o anche – per i più avventurosi tra gli amanti del paragone storico-giornalistico come Timothy Garton Ash – con le dimissioni di Harold Wilson, il primo leader laburista ad andarsene prima della conclusione del suo mandato? Douglas Hurd, che fu ministro degli esteri dal 1989 al 1995, quindi nell’ultimo anno di leadership di Margaret Thatcher e nella successiva epoca di John Major, scrive sulle pagine di «The Guardian» del 18 maggio che sono proprio i grandi leader a non saper decidere di andarsene. L’immagine proposta dalla stampa britannica è quella di un Partito laburista in caduta libera sin dalle elezioni dello scorso anno, e cercare di arrestarne la caduta sembra veramente una missione impossibile.

Il paragone tra Margaret Thatcher e Tony Blair è ricorrente sulla stampa britannica, che l’ha proposto sin dall’inizio dell’era Blair, giocando sugli elementi di continuità nella diversità che legano i due leader; ma il primo ministro «di ferro» e prima donna a ricoprire questo incarico nella storia britannica, non aveva nessun desiderio di andarsene. Il suo motto rimase fino all’ultimo «to go on and on and on», mentre l’attuale primo ministro britannico – anch’egli protagonista di una rivoluzione non solo politica, ma anche di immagine e stile – ha già deciso di dimettersi «ben prima» delle prossime elezioni. Il problema è che Blair, dopo aver annunciato quale sarà il termine ultimo del suo mandato, vorrebbe poter riprendere il suo lavoro, mentre i media e parte dell’opinione pubblica lo hanno già congedato.

Il paragone tra la conclusione dell’era Blair e la fine dei conservatori, che si tratti di Thatcher o di Major – come sostiene «The Economist» – ha scarso fondamento nella sostanza. L’elemento in comune è da cercare altrove, nella stanchezza dell’opinione pubblica – in gran parte orchestrata dai media – per forze politiche rimaste al potere così a lungo da divenire, quasi quotidianamente, oggetto di polemiche e rivelazioni scandalose. Timothy Garton Ash si chiede su «The Guardian» dell’11 maggio cosa significherebbe sapere quello che sapranno gli storici tra decenni. Potremmo avere la certezza che le dimissioni annunciate da Blair miravano ad arrivare al traguardo del maggio 2007, senza mettere in discussione la successione di Gordon Brown ma consentendo al primo ministro di festeggiare dieci anni a Dowing Street e tredici come leader del Partito laburista. Se così fosse, Blair ha davanti a sé un anno per mettere in ordine i suoi conti con la storia. Se invece non dovesse essere così e non vi fossero elezioni politiche in Gran Bretagna fino al 2010, l’attuale primo ministro sarebbe comunque condizionato nelle sue scelte dalla necessità politica di lasciare a Gordon Brown il tempo necessario per consolidare la sua nuova posizione prima di andare alle urne. Dunque, il tempo massimo rimasto a Blair oscilla da uno a tre anni.

Nell’incertezza non sul se, ma sul quando finirà l’era in corso, la «cabala» continua perché dietro la questione della data ci sono questioni ben più sostanziali. Ci si interroga su quali saranno le priorità di un governo a scadenza, ma ancora guidato da un leader molto determinato. Blair è stato il protagonista indiscusso delle relazioni internazionali della Gran Bretagna per dieci anni, avendo recuperato molto velocemente il gap di esperienza in politica estera che aveva caratterizzato i suoi esordi. Con un tocco di humor, Garton Ash definisce «The Blair Bridge Project», l’approccio di Blair nella realizzazione del classico progetto britannico di garantire la solidità del «ponte» tra Europa e Stati Uniti. Il ponte è un classico dell’architettura delle relazioni transatlantiche disegnata a Londra, sebbene la sua struttura venga costantemente ridisegnata.2 Tony Blair ha perseguito la strategia del ponte con straordinaria determinazione tra il 1997 e il 2003, e ha cercato di rilanciarla nel clima di divisione europea causato dalla guerra in Iraq.

Nel 2003 il legame transatlantico e le altre linee portanti della strategia britannica in politica estera sono state riassunte nel White Paper che l’allora ministro degli esteri britannico Jack Straw, a nome del governo si è impegnato ad aggiornare ogni due anni. Nella sua ultima versione del marzo 2006, dal titolo «Active Diplomacy for a Changing World. The UK’s International Priorities» vengono indicate con chiarezza le priorità strategiche della Gran Bretagna, distinguendo i principi e le aree di intervento della politica estera britannica in un prevedibile futuro. Si tratta di una prospettiva che non sarà profondamente alterata dall’avvicendamento Blair/Brown, ma che potrebbe cambiare molto per quanto riguarda l’ordine delle priorità se i conservatori dovessero vincere le prossime elezioni.

 

Le priorità strategiche

Il White Paper 2006 contiene un’analisi delle direttrici di cambiamento nei prossimi dieci anni e colloca il Regno Unito in questo scenario. L’UE allargata potrà fungere da contrappeso al ruolo degli Stati Uniti e a quello crescente dell’Asia – in cui, per il prossimo decennio, si prevede il sorpasso del Giappone da parte della Cina – ma a condizione che si realizzi una maggiore integrazione delle economie europee e il completamento del mercato unico. L’obiettivo della Gran Bretagna è quello di rilanciare la produttività europea grazie alle riforme del mercato, all’innovazione e agli investimenti nel settore della formazione e della ricerca. Quanto all’immigrazione, il flusso verso l’Europa renderà necessario trovare un equilibrio fra lo sviluppo economico, la coesione sociale e le disparità esistenti fra le diverse aree del mondo. In questo ambito le politiche della Gran Bretagna richiedono di essere armonizzate con quelle dei partner europei. Un’altra fonte di pressione sarà la competizione per le risorse naturali e la conseguente necessità di diversificare le fonti di energia e di mantenere i mercati globali aperti e competitivi. I mutamenti climatici potranno porsi sia come una barriera allo sviluppo, sia come fattore di instabilità se non vi saranno risposte forti e condivise a livello internazionale.

Dal punto di vista britannico, in un’epoca di declino delle ideologie politiche, l’estremismo religioso è visto come l’elemento principale di instabilità che può radicalizzarsi come effetto dei rapidi processi di trasformazione sociale ed economica nei paesi emergenti. La povertà, le malattie (particolarmente l’AIDS), gli effetti del degrado ambientale sono e saranno particolarmente visibili in Africa, dove rappresentano già un’emergenza. Di fronte a queste sfide, sono necessari interventi concordati della Gran Bratagna con le organizzazioni internazionali e con alcuni attori regionali, fra cui in particolare il Sud Africa, la Nigeria e l’Unione africana. Anche le sfide che nel prossimo decennio riguarderanno più direttamente la Gran Bretagna e i suoi partner europei e non – il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e il crimine organizzato internazionale – esigono un’attività di prevenzione che ha come priorità la credibilità delle misure di non-proliferazione nucleare, gli accordi transnazionali e la riforma e la modernizzazione del potenziale militare degli alleati EU e NATO. Inoltre, scienza e innovazione, con le loro ricadute sulla politica internazionale, possono essere promosse soltanto in partnership bilaterali e all’interno di progetti internazionali.

L’interdipendenza delle sfide e delle risposte alle sfide è dunque la dimensione dominante dello scenario delineato dal White Paper. Anche l’obiettivo di sostenere l’economia e l’attività imprenditoriale britannica non può prescindere dal quadro di riferimento, che è quello di un’economia mondiale in espansione ma minacciata dalla competizione per l’accesso alle materie prime. L’azione del Regno Unito, nell’ambito del G8, è dunque volta al rafforzamento di diversi livelli di partnership: quello con le economie emergenti (Cina e India) e quello con selezionati attori regionali (Brasile, Sud Africa e Messico). Anche il network delle relazioni con gruppi creati per il raggiungimento di obiettivi specifici (il gruppo di contatto nei Balcani, o il cosidetto EU3 con la Francia e la Germania sulla questione iraniana), rimane una struttura fondamentale per la politica estera britannica. Infine, ma certo non per ultima, l’Unione europea, che viene definita come «l’impegno multilaterale più rilevante per la Gran Bretagna».

 

L’esperienza recente

Alcuni commentatori sostengono che la tradizione di realpolitik del Foreign Office ha fatto da contrappeso all’idealismo interventista di Tony Blair. La prima obiezione a questa tesi è nella storia: non sono remoti gli esempi della tendenza opposta, con il Foreign Office attestato su posizioni ben più idealiste rispetto a quelle del primo ministro (si pensi all’europeismo del Foreign and Commonwealth Office ai tempi di Margaret Thatcher). Quanto ai due ministri degli esteri dell’era Blair, che hanno preceduto la nomina di Margaret Beckett del maggio di quest’anno, e cioè Robin Cook e Jack Straw, la curva di un grafico indicante il loro idealismo avrebbe un andamento decrescente. Dopo la sostituzione di Robin Cook – divenuto prima della sua scomparsa un deciso oppositore della guerra in Iraq – il ruolo dominante di Tony Blair in politica estera ha ridimensionato quello del titolare del Foreign Office e una tendenza simile ha colpito anche i ministri per l’Europa dei governi Blair.

Douglas Hurd, ancora ministro degli esteri all’inizio degli anni Novanta, era convinto che «la diversa prospettiva britannica» dalla quale discendono le scelte di politica estera, sia contraria ai «grandi disegni». William Wallace, studioso della politica estera britannica, osservava nel 1992 che l’approccio britannico alle relazioni internazionali dopo la fine della guerra fredda imponeva una rottura netta con il passato e la ridefinizione delle priorità nazionali.3

Una risposta a entrambi è venuta da Tony Blair, che con la continuità ha rotto, ma proprio in nome di «grandi disegni»: dall’interventismo umanitario, alla lotta alla povertà in Africa, alla difesa dell’ambiente, e in favore della crescita dell’UE e del suo ruolo nel mondo. Nella seconda parte del 2005, la Gran Bretagna di Blair ha avuto l’occasione di mettersi alla prova con le contemporanee presidenze del G8 e dell’UE. L’avventura nell’Unione è iniziata con il discorso di Blair al Parlamento europeo, il 23 giugno 2005, sul quale il giudizio è quasi unanime: un successo di comunicazione e leadership sulla nota del rilancio del progetto europeo che ha alimentato aspettative impossibili da realizzare.4 Una simile valutazione è emersa anche dalla riflessione condotta a Londra, presso Chatham House, e riassunta nei due paper del dicembre 2005 e del maggio 2006 apparsi con il titolo immutato di «Two Cheers for the UK’s EU Presidency».5

Blair non è riuscito a influenzare come avrebbe voluto il dibattito sul futuro dell’Unione, ma ha ottenuto risultati parziali proprio nell’affrontare alcune sfide provenienti dallo scenario globale. La presidenza britannica ha contribuito a mantenere unito il fronte diplomatico europeo nei confronti dell’Iran, dopo l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad e le sue minacce a Israele. Il gruppo UE3 (Gran Bretagna, Francia, Germania) è stato protagonista di un continuo sforzo di mediazione con il governo iraniano. Un primo punto d’arrivo si è concretizzato in questi giorni con l’ipotesi di rinvio, in presenza di segnali positivi dall’Iran, di decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che prevedano l’imposizione di sanzioni. Il lavoro dell’EU3 che potrebbe essere definito di constructive engagement, o di offensive detente, è approdato a una collaborazione efficace con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, e ha contribuito significativamente all’accordo del primo giugno 2006. Per la prima volta, è stato possibile confezionare un pacchetto di incentivi diretti a convincere il governo iraniano a interrompere il programma nucleare. Il commento del successore di Jack Straw al Foreign Office, Margaret Beckett, è stato stringato perchè l’accordo segue di poche settimane il suo insediamento e le voci – che sembrano contraddette proprio dall’accordo del primo giugno – di una maggiore flessibilità della Beckett rispetto a Straw, nell’ipotesi del tutto ipotetica di misure militari contro l’Iran.

Per quanto riguarda il destinatario, la proposta diplomatica avanzata da Stati Uniti, UE3, Russia e Cina potrebbe cadere nel vuoto, ma per i proponenti si tratta di una decisione importante. La scelta diplomatica è una svolta per gli Stati Uniti, che potrebbe portare alla riapertura del dialogo con l’Iran. Per Russia e Cina, che si oppongono all’imposizione di sanzioni all’Iran da parte delle Nazioni Unite, l’ipotesi appena avanzata apre una desiderabile via intermedia tra l’inazione e l’azione. Questo risultato può essere collegato all’attività diplomatica dell’UE3 sviluppata nel corso della presidenza britannica. Nell’anno in cui Londra dovrà decidere se rimpiazzare o meno il suo sistema nucleare Trident, non sono mancate le critiche al governo accusato di usare due pesi e due misure nei confronti dell’Iran.6

 

Le grandi idee

Se l’iniziativa per l’Iran può essere considerata un successo, almeno sul terreno del metodo, il governo britannico, con il White Paper del 30 giugno 2005 per la presidenza dell’UE, si era impegnato a fare molto di più in altri settori. Obiettivi come la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici sono stati inseriti nell’agenda 2005 delle presidenze britanniche dell’UE e del G8. Alcuni risultati ottenuti, come gli accordi sull’aumento degli aiuti e degli investimenti per lo sviluppo non sono insignificanti, sebbene inferiori alle aspettative. Sul fronte del climate change, qualcosa ha cominciato a muoversi, come dimostrato dalla conferenza di Montreal alla fine di novembre del 2005, dove l’iniziativa britannica per convincere gli Stati Uniti a riprendere il dialogo sulle questioni dell’ambiente è stata premiata. Il governo britannico ha avuto la capacità di mantenere costante la pressione sui partner europei e su quelli del G8 e di proporre iniziative come il piano presentato al summit di Gleneagles che prevede investimenti in tecnologia «pulita» per i paesi in via di sviluppo. Al contrario, l’assenza di un accordo europeo in linea con l’agenda per lo sviluppo di Doha in occasione della conferenza ministeriale del WTO di Hong Kong del dicembre 2005, ha fatto perdere all’Unione europea un’occasione molto importante.

I problemi della diplomazia britannica in Europa sono stati quelli dei tempi compressi e degli scarsi margini di manovra di ogni presidenza a rotazione, ma non solo. Lo «sconto» sul contributo al bilancio dell’Unione che la Gran Bretagna ha ottenuto in seguito alla battaglia di Margaret Thatcher, rappresenta una presenza ingombrante per ogni tentativo di raggiungere un accordo sul bilancio UE che veda protagonista un leader britannico. Tony Blair è riuscito a ottenere un accordo sul bilancio dell’Unione per il 2007-2013, ma soltanto nelle ultime settimane di presidenza e a costo di forti critiche in Europa per il suo comportamento da «sceriffo di Nottingham» (dopo la controversa decisione di ridurre il totale degli aiuti per i paesi di nuova accessione dell’Est) e dagli euroscettici, in patria, per aver concesso una riduzione (sebbene non radicale e proiettata su sette anni) dello «sconto» a disposizione della Gran Bretagna.

I risultati positivi raggiunti dalla Gran Bretagna in Europa – dalla politica estera alle riforme economiche, alle misure antiterrorismo e naturalmente all’allargamento, con l’apertura dei negoziati con la Turchia e la Croazia – non riescono a convincere pienamente proprio perché lo stesso Blair nel suo discorso al Parlamento europeo, in apertura della presidenza, aveva alzato troppo la posta. Aveva promesso di stabilire un legame forte tra esigenze di ripresa e competitività continentale e responsabilità globali dell’Europa, e di ridare fiducia al progetto europeo, segnato dal rigetto del trattato costituzionale e dalla difficoltà di trovare un accordo sul budget che la presidenza precedente lasciava in eredità a quella britannica. All’interno di uno scenario così complesso, però, vi erano priorità fra le priorità. Come ha affermato Blair recentemente, «la Gran Bretagna aveva obiettivi ben più ambiziosi degli altri partner nel promuovere l’apertura del mercato europeo e nell’estendere questa apertura a settori sempre più ampi dell’economia. Dobbiamo però riconoscere che l’accordo – la direttiva sul settore dei servizi – rappresenta un progresso importante e, una volta aperto il settore dei servizi, la direzione intrapresa può essere una sola».7

La realizzazione del mercato unico rappresenta un obiettivo costante della politica britannica in Europa, sin dal dibattito sulla sua creazione nei primi anni Ottanta. Tony Blair ha cercato di spingere in questa direzione, combinando l’obiettivo della competitività con una riflessione sul modello sociale europeo e con l’impegno di assumersi responsabilità globali verso le aree meno sviluppate del pianeta. È del 5 giugno 2006 l’invito «a non mettete la testa nella sabbia del protezionismo», lanciato agli europei dall’erede annunciato di Blair. Gordon Brown sembra intenzionato a contrastare il protezionismo europeo con un pragmatismo maggiore di quello del suo predecessore, ma resterà fortemente impegnato sul fronte della lotta alla povertà e in favore di accordi globali sul climate change. Il futuro primo ministro è convinto che «nel 1945 la più grande sfida era quella di garantire la pace in Europa, ma nel 2005 le grandi sfide sono la globalizzazione e l’affermazione della giustizia sociale su scala globale».8

Nel dopo Blair, che è già cominciato sia nelle speculazioni giornalistiche sia nella crescente visibilità di Gordon Brown, si intravedono linee di forte continuità in politica internazionale. All’Europa, che esita ancora ad aprire i suoi mercati, Brown metterà più fretta del suo predecessore e sarà meno disposto di Blair a dichiarare la propria familiarità con il continente. Anche lo stile è destinato a cambiare perché, sul terreno della comunicazione, quello di Gordon Brown è asciutto, ma anche meno efficace di quello dell’attuale primo ministro.

 

 

Bibliografia

1 «The Economist», 13 maggio 2006.

2 T. Garton Ash, Free World, Penguin Books, Londra 2004, p. 41 e sgg.

3 W. Wallace, British Foreign Policy after the Cold War, in «International Affairs», 3/1992, p. 442.

4 J. Gillinham, I. Poggiolini, La non presidenza britannica, in «Aspenia», 32/2006, pp. 270-278.

5 Si veda www.chathamhouse.org.uk .

6 Per una critica sotto il profilo legale della politica nucleare britannica si veda http://www.acronym.org.uk/docs/0512/doc06.htm.

7 T. Blair, Facing the future with confidence, discorso alla cena di gala della CBI, 17 maggio 2006.

8 G. Brown, Hugo Young Memorial Lecture 2005, 13 dicembre 2005, disponibile su www.chathamhouse.org.uk. Si veda anche Prospect for the EU in 2006, FCO, gennaio 2006, disponibile su www.fco.gov.uk.

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