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I "Tre grandi" e la scommessa europea

Written by Franco Venturini Monday, 01 May 2006 02:00 Print

La politica europea del governo Berlusconi fu viziata sin dall’inizio da un grave errore di prospettiva: il convincimento che migliorando ulteriormente i già ottimi rapporti con gli Stati Uniti l’Italia avrebbe avuto una carta in più da giocare sul tavolo degli equilibri europei. La tesi di fondo dell’ex presidente del consiglio, resa ancor più esplicita da una concezione fortemente personalistica dei rapporti internazionali, aveva già mostrato la sua scarsa validità prima che la vicenda irachena ponesse proprio i rapporti con Washington al centro delle scelte europee, decretando la spaccatura dell’Unione. Ma certo l’Iraq contribuì, soprattutto dopo la sconfitta elettorale di Aznar in Spagna, a isolare l’Italia dalla Francia e dalla Germania, mentre con Londra rimaneva un dialogo proficuo che tuttavia non doveva (né poteva) in alcun modo minacciare il tradizionale rapporto privilegiato tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. È stato in questa cornice colpevolmente sfavorevole che l’Italia, nell’arco del quinquennio di governo berlusconiano, ha progressivamente perso posizioni (malgrado un turno di presidenza europea senza infamia e senza lode), fino al sostanziale abbandono di ogni capacità di iniziativa in sede europea.

 

La politica europea del governo Berlusconi fu viziata sin dall’inizio da un grave errore di prospettiva: il convincimento che migliorando ulteriormente i già ottimi rapporti con gli Stati Uniti l’Italia avrebbe avuto una carta in più da giocare sul tavolo degli equilibri europei. La tesi di fondo dell’ex presidente del consiglio, resa ancor più esplicita da una concezione fortemente personalistica dei rapporti internazionali, aveva già mostrato la sua scarsa validità prima che la vicenda irachena ponesse proprio i rapporti con Washington al centro delle scelte europee, decretando la spaccatura dell’Unione. Ma certo l’Iraq contribuì, soprattutto dopo la sconfitta elettorale di Aznar in Spagna, a isolare l’Italia dalla Francia e dalla Germania, mentre con Londra rimaneva un dialogo proficuo che tuttavia non doveva (né poteva) in alcun modo minacciare il tradizionale rapporto privilegiato tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. È stato in questa cornice colpevolmente sfavorevole che l’Italia, nell’arco del quinquennio di governo berlusconiano, ha progressivamente perso posizioni (malgrado un turno di presidenza europea senza infamia e senza lode), fino al sostanziale abbandono di ogni capacità di iniziativa in sede europea.

Si capisce dunque che il nuovo governo guidato da Romano Prodi abbia annunciato sin dai suoi primi passi di voler «riequilibrare» la politica estera italiana. Non certo nel senso di trascurare i rapporti con gli Stati Uniti o di sottovalutare la loro importanza, ma piuttosto nella ricerca di un ruolo europeo più attivo per il nostro paese. Beninteso, un simile approccio richiede la preventiva valutazione dei cambiamenti nel frattempo intervenuti, e, in una prospettiva di più lungo termine, anche la capacità di immaginare se e come l’Europa potrà riprendere la via dell’integrazione superando l’attuale impasse.

La prima risposta da dare è che l’Europa è cambiata molto negli ultimi anni, ma ancor di più è destinata a cambiare negli anni a venire. Se consideriamo i «Tre grandi» (la vicenda iraniana ha più che mai consacrato questa etichetta, a nostro svantaggio), la prima e forse più importante novità è venuta dalla Germania di Angela Merkel. Con l’avvertenza di qualche necessaria limitazione, però, all’entusiasmo collettivo che sembra indicare in un più stretto dialogo con Berlino la soluzione di tutte le carenze europee dell’Italia. La cancelliera, attenta alla salvaguardia degli equilibri nella Grosse Koalition affidata alla sua guida, non potrà verosimilmente disegnare quel nuovo modello sociale europeo (attento ai nostri tradizionali valori sociali, ma nel contempo aperto alla globalizzazione e in grado di competere) che molti aspettavano proprio da un forte governo tedesco. Si aggiunga che alcuni specifici orientamenti di Berlino (meno attenzione ai rapporti con la Francia e più attenzione alle relazioni con i nuovi membri dell’Est; mancanza provvisoria di iniziativa sul problema costituzionale con la scelta difensiva dell’«andiamo avanti con le ratifiche»; contrarietà, peraltro debolmente affermata, ai «gruppi d’avanguardia ») non appaiono particolarmente coraggiosi né adeguati a quello che verosimilmente sarà il dibattito europeo di domani. Detto ciò, l’azione della signora Merkel, e il beneficio che l’Italia può trarre da un solido rapporto di collaborazione con Berlino, restano comunque elementi di primo piano. Nella «pausa di riflessione» cui si è abbandonata l’Unione europea dopo la bocciatura costituzionale in Francia e in Olanda, la Germania è probabilmente quella che riflette di più e che meglio si prepara ad interrompere la pausa. Il motivo va ricercato almeno in parte nel calendario: Berlino gestirà la presidenza di turno nel primo semestre del 2007. Ma gli osservatori più addentro alle questioni tedesche assicurano (per fortuna) che le ambizioni della cancelliera vanno oltre una buona presidenza, e puntano piuttosto a mettere Berlino in una posizione di iniziativa permanente (e decisiva) negli anni a venire. Grande coalizione permettendo. Un esempio già oggi percepibile viene dalla linea di politica internazionale che la signora Merkel va applicando. Attesa a braccia aperte dagli americani, che volevano liberarsi di Schroeder, la cancelliera ha confermato la sua volontà di ricucire ogni strappo con gli Stati Uniti. Ma contemporaneamente si è guardata bene dal mandare forze tedesche in Iraq (il che avrebbe tra l’altro incontrato la forte opposizione della sua opinione pubblica) ed è stata la prima, nel bel mezzo di una visita alla Casa Bianca, a reclamare con una certa energia la chiusura della prigione extra-territoriale di Guantanamo. Sul cruciale capitolo dei rapporti con gli USA, fonte di tanti recenti dispiaceri a livello europeo, l’approccio della signora Merkel sembra garantire tanto il dialogo costruttivo quanto la «pari dignità», con diritto al dissenso quando ritenuto opportuno. E potrebbero essere proprio queste le grandi linee di fondo di una politica europea sui rapporti transatlantici.

Se in Germania il ricambio di leadership ha già avuto luogo, come in Spagna prima e ora in Italia, la Francia e probabilmente la Gran Bretagna sono ancora in lista d’attesa. La Francia per via elettorale, nel giugno del 2007. Ed è indubbiamente questo il più grande punto interrogativo che pesa sul futuro prossimo dell’Europa, perché i candidati oggi più forti nei sondaggi (Sarkozy e la socialista Royal) sembrano voler accentuare ulteriormente un fenomeno di questi tempi visibile ovunque nell’Unione: la prevalente importanza degli interessi nazionali rispetto ai comportamenti comunitari. Non pochi vedono all’orizzonte una Francia paradossalmente «britannica» in termini europei, sempre meno attratta dal rapporto privilegiato con la Germania e sempre più gelosa delle prerogative nazionali, protezionismo incluso. Sarkozy ha invece un buon rapporto con l’America, e una sua vittoria presidenziale potrebbe confermare quanto già si vede oggi con Chirac all’Eliseo e il «nemico» de Villepin capo del governo: Parigi, dopo tanti animati e animosi confronti transatlantici sull’Iraq, è diventato il miglior alleato europeo degli USA di Bush sul Libano, sulla Siria e sull’Iran. Diverso, perché non elettorale, è quanto potrebbe accadere a Londra, forse prima della fine del 2007: la «staffetta», più o meno soft, tra Tony Blair e Gordon Brown. Quest’ultimo non ha certo fama di europeista, nemmeno nel senso molto relativo in cui la formula si applica a Blair. I suoi rapporti con Angela Merkel, ed eventualmente con Sarkozy, sono una incognita. Ma è comunque ragionevole prevedere che con Brown, o comunque con un possibile ritorno dei conservatori a Downing Street, la Gran Bretagna allargherà la Manica piuttosto che restringerla, e si guarderà bene dall’entrare nell’eurozona.

Non si può prescindere da queste rapide considerazioni sui «Tre grandi» europei se si vuole mettere in prospettiva la paralisi dell’Unione che oggi tutti conosciamo. L’Europa – e non ci dilungheremo su questi aspetti, che vengono analizzati di continuo – vive una stagione di logoramento generale che investe i governi e il loro consenso, le opinioni pubbliche, la congiuntura economica generale, i rapporti tra le singole economie nazionali, le politiche settoriali che sarebbero più urgenti (energia, immigrazione) e che invece latitano, la politica estera comune che continua a mancare, gli ulteriori allargamenti che in realtà pochissimi vogliono ma che in almeno tre casi (Romania, Bulgaria, Croazia) vanno ormai considerati irreversibili. In definitiva ha ragione chi dice che l’Europa ha smarrito la sua «anima» fatta di progettualità e di consenso. E se accostiamo queste constatazioni a quanto sopra ricordato sui principali membri dell’Unione, sembra difficile individuare le premesse di un «rilancio» e dunque anche di un diverso ruolo dell’Italia.

Ma esiste una diversa concezione del futuro, che è anche la nostra. Tutto quanto precede, salvo sorprese naturalmente auspicabili, porta a credere che la costruzione europea non sarà in grado di produrre «dal di dentro» quelle novità che servirebbero a farla ripartire mantenendo un progetto integrazionista. Ma «dal di fuori», non potrebbe venire da lì come è già accaduto altre volte la spinta che serve all’Unione? Crediamo di sì, a dispetto di tutti i pessimismi imperanti.

Occorre ricordare che quando l’Europa fu tenuta a battesimo dai suoi padri fondatori esistevano almeno due forti motivazioni che la legittimavano: la necessità di superare il ricordo di due guerre mondiali e di garantire che tra Francia e Germania non ci sarebbero più stati conflitti, e la partecipazione alla politica di containment nei confronti dell’Est sovietizzato. Fu quella la prima Europa. La disgregazione del blocco guidato da Mosca ne ha vista poi nascere un’altra all’insegna della transizione mondiale e contemporaneamente impegnata in un consolidamento interno tradottosi principalmente nella nascita della moneta unica. Oggi la domanda è: può esistere una «terza Europa»? E con quali motivazioni? Alcuni hanno pensato, per esempio nel periodo dei grandi contrasti sulla guerra in Iraq, che l’Europa vera potesse nascere soltanto da una sorta di «dichiarazione d’indipendenza» nei confronti degli Stati Uniti. Se si allude al diritto di dissenso politico o alla rivalità commerciale ciò è vero, ma l’Europa non ha i mezzi, né la volontà, e nemmeno la convenienza a nascere sulle ipotetiche ceneri del rapporto transatlantico. Poi è stata indicata la globalizzazione, come processo irreversibile in grado di «costringere» l’Europa a diventare più competitiva e più coesa. Anche qui evidentemente c’è del vero, ma una globalizzazione molto più discussa nei suoi risultati di quanto lo fosse alcuni anni or sono (anche se la marea anti-global è scesa) ha finito per spaventare più che motivare le società europee (almeno quelle della «vecchia Europa» continentale). E il risultato, lungi dal favorire spinte aggregatrici, si è tradotto in un forte ritorno di fiamma nazionalista. La pressione esterna, se di questa si parla, deve essere più forte e più ineludibile. Come è forte e ineludibile il palese ritorno del mondo al multipolarismo: economico, commerciale, energetico, politico, e in futuro anche militare. La Cina, l’India, la Russia, sono soltanto le avanguardie degli equilibri mondiali che cambiano, annunciando la fine – beninteso in tempi medio-lunghi – di quel sistema post-muro che prevede gli USA «unica superpotenza». Prendendo a riferimento gli attuali tassi di crescita (beninteso ciò non accadrà nella realtà, ma l’approssimazione rende l’idea) nel 2020 l’economia mondiale vedrà in testa la Cina seguita dagli Stati Uniti, dall’India, dal Giappone, dalla Russia e dal Brasile. Nessuna nazione europea figurerebbe ai primi posti di una simile classifica. Ma l’Europa unita potrebbe invece occupare il terzo posto. Le conclusioni, salvo fenomeni di cecità incurabile, sono ovvie: se non basta, come non basta, la globalizzazione in atto, sarà il mondo multipolare a sua volta globalizzato a spingere gli Stati europei verso una alternativa secca tra forme integrative (magari diverse da quelle perseguite sin qui) e suicidio economico-politico.

Se si prende per buona una simile prospettiva, l’opzione migliore per l’Europa sarebbe di arrivare alla costruzione di una entità anche politica, sovra o multinazionale, e comunque in grado di scongiurare, nel nuovo scenario mondiale, l’irrilevanza o la subalternità a rotazione. Ma il raggiungimento dell’obiettivo finale, di cui è essenziale essere almeno consapevoli, richiede realisticamente una lunga serie di passaggi, a cominciare dal superamento dell’attuale fase di stallo. Ed è sul terreno di brevemedio periodo che il nuovo governo italiano dovrà muoversi. Con quali priorità, e con quanta disponibilità a esplorare vie innovative? Abbiamo già osservato che nell’Unione di oggi, in attesa soprattutto delle novità che verranno da Parigi, l’interesse italiano è di stabilire con la Germania un fattivo rapporto di collaborazione e di scambi progettuali. Ma poi servono i contenuti, e su questi l’Italia scivolata all’indietro trarrebbe ogni beneficio da iniziative (anche singole) che possano qualificare la sua nuova volontà di «esserci». I settori possibili sono diversi, e comportano non pochi problemi. L’Europa ha vitale bisogno di una politica e di un concetto strategico condiviso in materia energetica. Se ne parla (infruttuosamente) in Europa e se ne parlerà al G8 di San Pietroburgo. Proposte specifiche non trovrebbero gli altri membri disattenti, ma sarà difficile dimenticare per esempio che tra i partecipanti al G8 l’Italia sarà l’unico a non disporre di energia nucleare e a non possedere nemmeno – su scala industriale – tecnologie avanzate in questo settore o in quello delle energie alternative. Essenziale per l’Italia è anche la partecipazione ai grandi progetti infrastrutturali e di trasporto, con la premessa del superamento dei contenziosi in Val di Susa. E c’è poi l’immigrazione, c’è il recupero da compiere in materia di ricerca e di sviluppo tecnico-scientifico, ci sono gli scambi culturali (in particolare il programma Erasmus per i giovani) sui quali l’Italia farà bene a seguire gli orientamenti del Parlamento europeo più di quelli dei ragionieri del bilancio comunitario. E poi, last but not least, c’è l’economia: il rientro nei parametri europei del deficit, la ripresa della riduzione del debito, la stabilizzazione dei conti pubblici. In definitiva, il contributo più importante al suo «ritorno in Europa» l’Italia deve darlo lavorando in casa propria. Contemporaneamente è auspicabile una iniziativa ad alta visibilità propria o adeguatamente concordata con altri, e a questo scopo sarebbe utile modificare l’approccio iper-conservativo espresso sin qui sulla sorte del Trattato costituzionale. Così come sarebbe utile, crediamo, una più netta apertura, almeno di principio, sulle «diverse velocità» cui l’Europa dovrà verosimilmente ricorrere per ovviare alle sue dimensioni sempre più assembleari. I problemi politici e giuridici legati a questo capitolo sono talmente numerosi da lasciare spazio abbondante alla nostra collaudata capacità di immaginazione e di mediazione.

Qualità queste che forse non basteranno a garantirci una presenza adeguata in quelle poche occasioni in cui l’Europa esprime iniziative internazionali. Il consolidamento non soltanto dei «Tre» negoziatori con l’Iran, ma anche dei «Sei», quando ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si unisce la Germania, risulta tanto più urtante alla luce dei nostri intensi rapporti commerciali e politici con Teheran. Come accadde ai tempi del «Gruppo di contatto» per i Balcani, l’Italia ha fatto appello agli Stati Uniti, ricevendo in cambio qualche piccolo premio di consolazione in chiave G8. Ma serve un approccio nuovo, o almeno complementare. Ammesso che lo sforzo risulti effettivamente utile – cosa della quale dubitiamo – il governo italiano dovrebbe ora sviluppare il suo discorso direttamente con Berlino, Parigi e Londra. Senza trascurare per questo una verifica della disponibilità americana. Come indica il termine «riequilibrio», appunto.

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