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Perché il Nord Italia vota centrodestra? Alcune riflessioni da economista

Written by Marcello Messori Monday, 01 May 2006 02:00 Print

I politologi stanno esaminando nel dettaglio i flussi di voto delle elezioni politiche dell’aprile 2006 per fornirci un’analisi sofisticata degli spostamenti intervenuti nelle diverse aree territoriali e nei vari aggregati sociali. Ciò consentirà di elaborare interpretazioni più articolate, rispetto a quelle finora disponibili, delle scelte politiche espresse dagli italiani qualche settimana fa. In queste brevi note, più che provare ad affinare i dati disponibili o a fornire un quadro generale e coerente, si concentrerà invece l’attenzione su un problema più circoscritto, che è così ben definito da non richiedere ulteriore evidenza empirica: fatta eccezione per le due regioni centro-settentrionali (Emilia Romagna e Toscana) di consolidata tradizione comunista e socialista e per due regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) con forti partiti locali, la parte economicamente più avanzata del paese (Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia) ha assicurato una larga maggioranza alla coalizione di centrodestra, sancendone la prevalenza elettorale nell’intera area settentrionale. Il problema sarà qui affrontato con una chiave di lettura esplicitamente parziale: quella dell’economista.

I politologi stanno esaminando nel dettaglio i flussi di voto delle elezioni politiche dell’aprile 2006 per fornirci un’analisi sofisticata degli spostamenti intervenuti nelle diverse aree territoriali e nei vari aggregati sociali. Ciò consentirà di elaborare interpretazioni più articolate, rispetto a quelle finora disponibili, delle scelte politiche espresse dagli italiani qualche settimana fa. In queste brevi note, più che provare ad affinare i dati disponibili o a fornire un quadro generale e coerente, si concentrerà invece l’attenzione su un problema più circoscritto, che è così ben definito da non richiedere ulteriore evidenza empirica: fatta eccezione per le due regioni centro-settentrionali (Emilia Romagna e Toscana) di consolidata tradizione comunista e socialista e per due regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) con forti partiti locali, la parte economicamente più avanzata del paese (Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia) ha assicurato una larga maggioranza alla coalizione di centrodestra, sancendone la prevalenza elettorale nell’intera area settentrionale. Il problema sarà qui affrontato con una chiave di lettura esplicitamente parziale: quella dell’economista.

Un’impostazione del genere può essere di qualche interesse per almeno tre ragioni. Innanzitutto, come è noto, la vittoria di Berlusconi e dei suoi alleati nelle quattro regioni economicamente più avanzate del Nord Italia si è verificata nell’ambito di un significativo arretramento di Forza Italia nell’aggregato; arretramento che ha permesso il prevalere, seppure di stretta misura, della coalizione dell’Unione a livello nazionale. In secondo luogo, la vittoria della Casa delle Libertà nell’area economicamente più sviluppata del paese appare singolare, perché il governo Berlusconi ha accusato il bilancio più fallimentare proprio in tema di politica economica: in un periodo di rapida crescita dell’economia mondiale, che non è stato fermato neppure dai tragici atti del settembre 2001 e dagli altrettanto tragici avvenimenti internazionali successivi, il sistema economico italiano ha attraversato una fase di sostanziale stagnazione che lo ha allontanato dalla pur modesta performance della propria area di appartenenza (i paesi della vecchia UE). Di fronte a questo grave stato di cose, i ministri economici del governo Berlusconi non hanno fatto molto di più che compromettere l’equilibrio nei fondamentali macroeconomici, faticosamente perseguito tra il 1992 e il 1998. In terzo luogo, gran parte delle considerazioni offerte dai commentatori per spiegare le scelte di voto nel Nord Italia si sono riferite a fattori economici (tasse, concorrenza, infrastrutture).

Nel primo paragrafo si sosterrà che le spiegazioni economiche addotte per giustificare la vittoria della coalizione di centrodestra nel Nord Italia non sono convincenti, perché troppo parziali rispetto alla gravità dei problemi effettivi e rispetto alla realtà percepita dagli imprenditori, dai lavoratori autonomi e dai lavoratori dipendenti. Quindi, ciò necessita di una spiegazione economica più generale che rischia però, come evidenziato nella seconda parte di questo contributo, di essere così generica da tradursi in un impotente j’accuse nei confronti del ruolo svolto dalla politica. Pertanto, nelle brevissime conclusioni del testo si cercherà anche di delineare una proposta in positivo.

 

I contenuti della campagna elettorale

Durante la campagna elettorale la coalizione di centrosinistra ha lanciato messaggi confusi in merito alle strategie fiscali, alle scelte per le infrastrutture, alle nuove politiche per l’industria e per i servizi. L’elenco potrebbe essere lungo: oscillazioni circa la consistenza minima dei patrimoni personali cui applicare nuovamente una tassa di successione; adeguamento delle aliquote fiscali sui proventi delle vecchie o delle nuove attività finanziarie a medio-lungo termine; conseguente, anche se implicito, segnale di un atteggiamento favorevole all’aumento della pressione fiscale; posizioni contrastanti rispetto ai problemi derivanti dalla costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità; atteggiamenti divergenti riguardo al potere locale di veto su opzioni infrastrutturali di dimensione europea; enfasi posta sugli incentivi alla ricerca e all’innovazione, ma elaborazione di una concreta misura di taglio indifferenziato del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti. Per di più tali messaggi hanno spesso travalicato i contenuti del programma dell’Unione, peraltro articolato in più di 280 pagine. A fronte di ciò, i messaggi offerti dalla coalizione di centrodestra e in particolare dal leader Berlusconi sono stati più lineari, anche se velleitari  o deleteri: taglio delle tasse, fino allo scoop finale della promessa abolizione dell’ICI sulla prima casa; difesa a oltranza della flessibilità nel mercato del lavoro, a cui sono stati attribuiti i pretesi successi sul terreno occupazionale; impegno alla rapida realizzazione di faraonici progetti infrastrutturali.

Molti commentatori hanno sostenuto che l’inatteso recupero elettorale della coalizione di centrodestra e, in particolare, la sua vittoria nel Nord Italia siano da attribuirsi a uno o più di tali fattori. Al contrario, ritengo che le indiscutibili incertezze del centrosinistra e l’indubbia abilità di Berlusconi durante la campagna elettorale non bastino a spiegare, sul piano «razionale», così importanti spostamenti di voto. A ben vedere, infatti, al di là del condimento ideologico, il messaggio di Berlusconi ha ricalcato molti dei contenuti già presenti nel vecchio «contratto» con gli italiani, che il suo governo non era stato in grado di realizzare. Se si misura la tassazione al lordo dei condoni e delle imposte locali, nel periodo 2001-2006 il governo di centrodestra non ha affatto ridotto la pressione fiscale in generale e l’ha sensibilmente aumentata per le fasce di popolazione a reddito medio e basso. La crescita occupazionale va largamente attribuita a mutamenti normativi e a difformità statistiche, tanto che, se si «puliscono» i dati rispetto all’emersione del lavoro degli immigrati e al computo dei contratti part-time, il saldo del periodo non risulta positivo. Infine, gran parte delle opere pubbliche, di cui si è promessa la rapida realizzazione, avrebbero dovuto essere completate nella passata legislatura e, oggi, sono in uno stato di avanzamento modesto.

Perché, a differenza degli elettori del Centro-Sud, la parte economicamente più avanzata del paese si sarebbe fatta convincere da una «minestra riscaldata» e non inserita in una proposta coerente e sostenibile di sviluppo? Perché essa avrebbe dovuto giudicare credibile una proposta di policy già fallita nella precedente legislatura? La risposta potrebbe essere che la maggioranza degli imprenditori e dei lavoratori del Nord Italia e dei loro familiari ha scelto la coalizione di centrodestra non perché creda al generico programma o alle singole promesse elettorali di Berlusconi, ma perché è alla ricerca di un messaggio rassicurante e di un capro espiatorio rispetto ai propri incubi economici: la concreta minaccia della perdita del proprio benessere materiale, conquistato con fatica da loro stessi o dai loro genitori nel corso degli anni Sessanta e Settanta e oggi minacciato dalla concorrenza di paesi quali Cina e India. Agli occhi dei piccoli imprenditori che perdevano le proprie quote sui mercati internazionali, dei lavoratori che erano vittime delle conseguenti delocalizzazioni produttive e dei professionisti che vedevano diminuire il loro giro d’affari, le attività economiche di Cina e India sono apparse come intrusi capaci di sostituirsi alle nostre imprese e di far retrocedere l’Italia alla fase precedente al «miracolo economico». E gli istituti propri a un’economia avanzata (compreso il sistema di tassazione e di welfare) sono risultati come un insieme di «lacci e lacciuoli» volti a impedire una risposta autonoma e vincente.

Berlusconi, Tremonti e i loro alleati sono stati abili nel cogliere un tale sentimento e nel confezionare una «favola» capace di far rivivere il rimpianto passato e di risolvere con la bacchetta magica i problemi del presente. Il loro messaggio è stato che l’Italia non è un paese in declino, ma un paese soffocato da una concorrenza internazionale sleale e da uno Stato troppo intrusivo. Per risolvere i problemi dell’economia settentrionale era quindi sufficiente che il governo costruisse barriere rispetto alla concorrenza (per di più, sleale) di Cina e India e che liberasse gli «spiriti animali» degli imprenditori, minimizzando la dannosa regolamentazione dei mercati e l’eccessiva presenza dello Stato nell’economia.

 

Perdita strutturale di competitività e «vuoto» politico

L’interpretazione delineata alla fine del precedente paragrafo implica che la domanda decisiva da porsi non riguarda né le cause della vittoria elettorale del centrodestra nel Nord Italia, né le radici delle incertezze palesate dal centrosinistra durante la campagna elettorale. Si tratta invece di chiedersi perché l’Unione, che pure aveva elaborato un programma fin troppo impegnativo e che poteva contare su precedenti e approfondite analisi dei problemi aperti nell’economia italiana, non sia stata in grado di porre a nudo l’inconsistenza della «favola» confezionata dal centrodestra e di sostituire a essa un progetto credibile di sviluppo capace di mobilitare i diversi attori economici e sociali del Nord Italia. La risposta a questa nuova domanda è che si sia verificato un tipico «fallimento» della politica.

Le analisi prodotte nell’ambito del centrosinistra non hanno fornito una ricetta facile per affrontare i problemi derivanti dalla perdita strutturale di competitività dell’economia italiana e per elaborare un messaggio di sviluppo per il sistema economico del Nord Italia. Esse hanno, però, offerto un solido retroterra per l’elaborazione di tale messaggio.1

Il punto di partenza è stato dettato dalle novità degli anni Novanta: la «rivoluzione» indotta dal pervasivo utilizzo della «tecnologia dell’informazione e della comunicazione» negli Stati Uniti e – poi – in altri paesi economicamente avanzati o a rapida crescita, la progressiva unificazione di segmenti consistenti dei mercati internazionali e il connesso ingresso dei paesi a recente industrializzazione e a forte potenziale competitivo, la costituzione dell’Unione monetaria europea hanno irreversibilmente modificato il regime di funzionamento dell’economia italiana. Ciò ha implicato che gli strumenti di policy e le «esternalità» positive, che – in forme talvolta distorte – avevano assicurato nel passato la competitività dei nostri sistemi di piccola-media impresa, siano stati cancellati o siano divenuti inefficaci. Pertanto, le caratteristiche delle nostre imprese, troppo contraddistinte dalla piccola e piccolissima dimensione, e della loro specializzazione produttiva, troppo schiacciata su attività tradizionali particolarmente vulnerabili alla concorrenza di paesi come Cina e India, si sono risolte in un fattore di grave freno allo sviluppo economico italiano. Le imprese italiane sono risultate incapaci di utilizzare in misura adeguata e, a maggior ragione, di produrre le nuove tecnologie, cosicché vi è stata una riduzione nell’intensità di capitale. Di conseguenza, la dinamica della produttività del lavoro si è appiattita e la produttività totale dei fattori è diventata negativa. La perdita di quote nei mercati internazionali, verificatasi dal 1998, e i più bassi tassi di crescita in Europa sono stati un’evidente manifestazione di tali fenomeni.

Il nuovo regime di funzionamento dell’economia italiana e la connessa stagnazione economica hanno fatto emergere l’insostenibilità di un insieme di inefficienze di sistema presenti da tempo: l’arretratezza e le rendite monopolistiche di gran parte dei servizi alle imprese e alle famiglie, le rigidità negli assetti proprietari delle imprese, la carenza di un modello di «ricerca e sviluppo», il progressivo decadimento delle istituzioni educative e formative, il degrado delle dotazioni infrastrutturali, le deficienze e le inefficienze nell’offerta di servizi sociali e nella distribuzione dei pesi fiscali, la scarsa utilizzazione delle potenzialità offerte dai sistemi locali, l’inadeguata organizzazione della burocrazia e delle connesse procedure, e così via. Le analisi prodotte nell’ambito del centrosinistra hanno definito un ampio spettro di strumenti di policy per affrontare almeno una parte di tali inefficienze. Esse si sono spinte fino a suddividere un sottoinsieme di queste possibili policy in tre diversi gruppi: gli strumenti (quali la liberalizzazione dei servizi «a rete» e delle professioni), la cui utilizzazione comporterebbe costi finanziari «quasi nulli», ma alti costi politici; gli strumenti (quali una nuova politica industriale e dei servizi, volta a rafforzare la competitività dei punti «forti» della nostra economia), la cui utilizzazione comporterebbe consistenti costi finanziari; gli strumenti (tipicamente quelli destinati alla riforma dello «Stato sociale»), la cui utilizzazione comporterebbe elevati costi finanziari e non trascurabili costi sociali per aree protette.

Non è questa la sede per approfondire i problemi connessi a una tale classificazione.2 Basti notare che sarebbe stato compito della coalizione di centrosinistra prendere le mosse da questi (o altri) risultati di analisi per definire stringenti priorità ed elaborare, su quella base, un progetto e un messaggio di sviluppo in grado di mobilitare i vari attori economici e sociali del Nord Italia, distribuendo fra essi – in modo equo ed efficiente – sacrifici e prospettive di rafforzamento o di affermazione. Forse a causa delle emergenze imposte dalla competizione elettorale o forse a causa della eterogeneità della coalizione, il centrosinistra non ha dedicato sufficiente attenzione alla predisposizione di un tale messaggio. Pertanto gli imprenditori e i lavoratori settentrionali hanno dovuto fare i conti con un dilemma comunque sgradevole per chi sapeva di avere una probabilità non nulla di trovarsi a bordo del Titanic. Essi avevano l’alternativa di prestare fede al centrodestra che li rassicurava, invitandoli a ballare una danza ben conosciuta e promettendo anzi di rendere ancora più facile e gradevole tale danza nel prossimo futuro; oppure quella di confidare nel centrosinistra che, dopo aver sostenuto che si trovavano nella sala da ballo di una nave con problemi appena un po’ meno gravi di quelli del Titanic, non varava alcun piano concreto per l’immediata riparazione della nave e continuava a discutere di progetti generali per una futura crociera.

La maggior parte degli attori economici e sociali del Nord Italia ha preferito credere nella favola, illudendosi di essere sulla terraferma e di poter riprendere la vecchia festa. Una scelta più matura sarebbe stata quella di prestare ascolto alla diagnosi negativa del centrosinistra e di stimolare i politici a formulare proposte concrete di intervento. In ogni caso, il dato grave più che il comportamento degli elettori è stato il «vuoto» della politica. La speranza è che, avviato il nuovo governo, il presidente del consiglio Romano Prodi faccia tesoro del segnale elettorale e affronti concretamente la «questione settentrionale».

 

Una conclusione provvisoria

Prescindendo da qualsiasi giudizio sulle modalità di costituzione del nuovo governo, va notato che i dicasteri economici sono stati affidati a ministri competenti e di elevata reputazione internazionale. Con il coordinamento della presidenza del consiglio, la squadra economica di governo ha quindi la possibilità di definire un programma di interventi idonei a dare concreta soluzione alla «questione settentrionale», che è un aspetto cruciale dei più generali problemi economici del paese. Come è stato già sottolineato dal presidente del consiglio, tale programma dovrà saper combinare – in una miscela non esplosiva – riequilibrio dei fondamentali macroeconomici e strumenti microeconomici per lo sviluppo. Inoltre, esso dovrà assolvere un compito, se possibile, ancora più difficile: definire una chiara gerarchia temporale fra i vari interventi. L’auspicio è che il «vuoto» politico, manifestatosi durante la campagna elettorale, non rappresenti un ostacolo invalicabile per la realizzazione di un programma così disegnato e, in particolare, per il rispetto delle priorità.

 

Note

1 È inevitabile che questa sintesi risenta del lavoro di coordinamento compiuto nell’ambito della sezione di scienze sociali della Fondazione Di Vittorio, dove più di un centinaio di studiosi (economisti, giuristi e sociologi) hanno dato vita a cinque gruppi di lavoro e hanno prodotto quattro volumi, editi da Il Mulino, con titolo comune: «Per lo sviluppo». Tali volumi hanno spaziato dall’esame delle inefficienze e della rendita nei servizi finanziari e non finanziari alle carenze nelle attività di «ricerca e sviluppo» e di innovazione, dalla necessità di processi di liberalizzazione e regolamentazione alla costruzione di sistemi locali, dalle riforme richieste per un fisco e un welfare equi ed efficienti al federalismo fiscale.

2 Cfr. M. Messori, Possibili politiche economiche per lo sviluppo, in «GovernarePer», 3/2006.

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