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Dall'Ulivo al Partito democratico

Written by Piero Fassino Monday, 01 May 2006 02:00 Print

Con la vittoria nelle elezioni politichedel 10 e 11 aprile e con i risultati confortanti delle elezioni amministrative di maggio non soltanto si chiude un ciclo elettorale intenso e impegnativo, ma soprattutto si è aperta una nuova stagione politica caratterizzata dall’esaurirsi del berlusconismo e dal ritorno a responsabilità di governo di una coalizione riformista e progressista. Da questo mutamento radicale di scenario occorre adesso trarre tutte le conseguenze e rivolgere la nostra attenzione alle nuove sfide che ci attendono. Per ciò che hanno rappresentato per quasi un quindicennio Berlusconi e il progetto politico da lui rappresentato, il mutamento nella guida politica del paese, infatti, non è un semplice cambio di governo. È bene non dimenticare mai che Berlusconi si era presentato agli italiani con un messaggio ambizioso e suggestivo: modernizzare l’Italia, liberare le energie del paese, offrire a ciascuno più opportunità e più occasioni. E il tutto era stato alimentato dall’idea che per «far volare l’Italia bisognava renderla più leggera».

Con la vittoria nelle elezioni politichedel 10 e 11 aprile e con i risultati confortanti delle elezioni amministrative di maggio non soltanto si chiude un ciclo elettorale intenso e impegnativo, ma soprattutto si è aperta una nuova stagione politica caratterizzata dall’esaurirsi del berlusconismo e dal ritorno a responsabilità di governo di una coalizione riformista e progressista. Da questo mutamento radicale di scenario occorre adesso trarre tutte le conseguenze e rivolgere la nostra attenzione alle nuove sfide che ci attendono.

Per ciò che hanno rappresentato per quasi un quindicennio Berlusconi e il progetto politico da lui rappresentato, il mutamento nella guida politica del paese, infatti, non è un semplice cambio di governo. È bene non dimenticare mai che Berlusconi si era presentato agli italiani con un messaggio ambizioso e suggestivo: modernizzare l’Italia, liberare le energie del paese, offrire a ciascuno più opportunità e più occasioni. E il tutto era stato alimentato dall’idea che per «far volare l’Italia bisognava renderla più leggera». E dunque: meno Europa vissuta come un vincolo soffocante; meno concertazione subita come un ostacolo allo sviluppo; meno certezze e tutele sociali rappresentate come un retaggio del passato; meno regole, ogni giorno negate in nome della destrutturazione di qualsiasi spirito pubblico.

L’esito è stato fallimentare come dimostrano la crescita zero, il disastro dei conti pubblici, l’aggravarsi dei fattori di precarietà nel lavoro e nella vita di tanti, l’impoverimento degli strati sociali più umili, nonché la marginalità internazionale ed europea del paese.

È fallito un progetto che, tenendo insieme pulsioni populistiche e velleità neoliberiste, ha tentato di rimodellare la società italiana, i suoi assetti sociali, i rapporti di forza tra partiti e tra coalizioni, il ruolo delle istituzioni. Insomma, la destra non ce l’ha fatta.

E ora tocca al centrosinistra riprendere in mano le redini di un’Italia che – proprio per effetto della politica della destra – è un paese oggi più esposto al rischio di un declassamento della sua forza economica e di una regressione della sua coesione sociale e nazionale. Oggi governare non è davvero solo amministrare bene. Serve uno scatto, un salto, una «scossa» come l’ha chiamata Romano Prodi. Una scossa che rimetta in movimento l’Italia e restituisca fiducia e cert ez ze ai tanti – le imprese, le famiglie, i giovani, il mondo del lavoro, le donne – che hanno visto la loro vita insidiata da molte forme di incert ezza, precarietà, solitudine. Vincere la prova del governo è dunque la prima grande sfida che sta di fronte a Romano Prodi e al centrosinistra.

Per vincerla, tuttavia, occorre misurarsi anche con l’altra grande sfida che ci consegna il voto del 9 e 10 aprile: il tema cruciale della trasformazione dell’Ulivo da alleanza politico-elettorale a soggetto politico a tutto tondo.

In realtà l’Ulivo fin dalla sua nascita – nel 1995 – non fu concepito soltanto come un’alleanza elettorale. Già nella sua prima fase – il quinquennio 1996–2001 in cui guidò il governo del paese – l’Ulivo fu pensato come un soggetto politico in graduale divenire, il luogo di incontro dei diversi riformismi italiani, la casa comune dei riformisti. E quando nel 2001 riflettemmo sulla sconfitta elettorale, ne individuammo una delle ragioni proprio in una insufficiente dimensione politica dell’Ulivo.

Tant’è che abbiamo fatto del rilancio dell’Ulivo il perno per la ricostruzione dell’unità del centrosinistra e abbiamo presentato per tre volte consecutive l’Ulivo agli elettori – nelle elezioni europee del 2004, nelle regionali del 2005, nelle politiche del 2006 – raccogliendo ogni volta un consenso di circa un terzo del corpo elettorale. Non solo, ma nelle aree socialmente più dinamiche – le città, i territori urbani, i giovani – il consenso raccolto dall’Ulivo è stato più ampio di quello dei suoi partiti. Tant’è che, all’indomani delle elezioni, è apparsa naturale la formazione dei gruppi parlamentari dell’Ulivo; come naturale è apparso presentare il simbolo dell’Ulivo anche nelle principali città andate al voto il 28 e 29 maggio. A conferma che l’Ulivo è un soggetto nel quale si è venuta riconoscendo via via una quantità crescente di elettrici e di elettori, una parte dei quali non hanno appartenenza partitica.

E questa è la ragione per cui sono convinto che nel nome del nuovo partito, comunque lo si chiami, si dovrà fare esplicito riferimento all’Ulivo, perché in questo simbolo e in questo nome si riconoscono già oggi milioni di donne e di uomini.

Ho richiamato queste considerazioni per ricordare che quel progetto politico che comunemente viene chiamato «Pa rtito democratico» non nasce oggi. Ha alle spalle già undici anni di vita. E anche per questo è necessario portarlo a compimento con la definitiva trasformazione dell’Ulivo in un grande partito democratico e riformista.

Per realizzare questo obiettivo è tempo che la discussione sul Partito democratico viva concretamente nella società italiana. Un partito nuovo, infatti, soprattutto se corrisponde ad un progetto politico ambizioso e di ampio respiro, non può nascere in laboratorio.

Il dibattito sul nuovo soggetto politico tende spesso ad incagliarsi sui nomi, sulle date, sugli organigrammi, sulla leadership: non sono questioni secondarie, ma quando prevalgono su tutto il resto rischiano di soffocare una riflessione che deve invece essere culturalmente densa e alta, arricchita da una larga partecipazione adeguata all’importanza di un progetto politico che vuole avere portata storica e non contingente.

Non serve, quindi, chiudersi in un angusto dibattito organizzativo. Non è questo che ci chiedono i milioni di cittadini italiani che dal 1996 ad oggi hanno accompagnato la nascita e l’affermazione dell’Ulivo: persone in carne e ossa che con la loro passione, la loro generosità, la loro dedizione hanno confermato via via di avere fiducia nella nascita di una forza politica unitaria, riformatrice, progressista, capace di rappresentarne bisogni e idee, aspirazioni e valori. E di tradurli concretamente in progetto di governo.

La costruzione dell’Ulivo come partito democratico e riformista deve, dunque, essere il frutto di un processo politico vero, nel quale la consapevolezza dei mutamenti sociali, economici e culturali che hanno investito il mondo, l’Europa, l’Italia nell’ultimo quarto di secolo, si incontri con la capacità di interpretare il futuro, di rappresentare i nuovi bisogni e i nuovi diritti, di indicare il profilo e la qualità del modello di sviluppo che deve caratterizzare l’Italia, nonché la collocazione del nostro paese nei nuovi scenari dell’interdipendenza globale e dell’integrazione europea.

Negli ultimi decenni, infatti, anche la società italiana è stata investita dai mutamenti che segnano il nostro tempo: l’interdipendenza dei mercati aperti e della competitività globale; la crisi dello Stato-nazione come dimensione sufficiente a governare mercato e dinamiche sociali; il passaggio dalla rigidità sociale e produttiva della società industriale del Novecento alla complessità e alla mobilità della società flessibile, con un mutamento profondo dell’identità di classi e ceti e della distribuzione quantitativa e qualitativa del lavoro; la criticità di questioni – l’ambiente, l’alimentazione, l’energia – da cui dipende sempre di più la sorte del pianeta come degli individui; la crescente difficoltà delle istituzioni pubbliche a rispondere alle domande e ai bisogni di una società complessa.

Ed è chiaro che in una società molto più mobile, flessibile e dinamica, anche le forme di organizzazione politica – i partiti, i sindacati, le forme associative in cui per lungo periodo la società italiana si è riconosciuta – sono messe a dura prova. Un problema, tuttavia, non risolto. Il sistema politico italiano, infatti, troppo spesso appare immerso in una lunga transizione che, iniziata con il grande terremoto del 1992, non ha trovato ancora un assetto definitivo, in primo luogo proprio sotto il profilo delle relazioni tra la società, le sue articolazioni e le sue dinamiche, e le forme della rappresentanza politica.

Un nuovo partito, dunque, non serve per risolvere un problema contingente di leadership, né può essere l’ espediente temporaneo per tamponare un eccesso di conflittualità politica tra partiti alleati. Un nuovo partito è necessario per dare risposte strategiche alle domande di rappresentanza e di governo che emergono dalla società.

La funzione primaria di un partito politico è guidare una nazione, pensarla e collocarla negli orizzonti più larghi del mondo, concorrere alla costruzione di identità collettive e radicarle in un sistema di valori condivisi, promuovere coesione sociale e senso di appartenenza, coniugare partecipazione e decisione, selezionare una classe dirigente e plasmarla intorno a valori forti. Per chi crede nella democrazia, questa funzione non è affatto scomparsa nel tempo liquido della modernità, ma acquisisce un’attualità, un’urgenza ancora più stringenti. Insomma il nostro problema, la questione di fondo che dobbiamo affrontare, è come si declina la funzione nazionale e dirigente in una società che tende ad essere sempre più organizzata intorno alle persone e non solo alle identità sociali collettive; una società nella quale il primato dell’interesse generale è insidiato dall’ emergere di vecchi e nuovi corporativismi; una società nella quale le maggiori opportunità di libertà, autonomia, realizzazione non mettono al riparo da nuovi rischi di precarietà, emarginazione, incomunicabilità. E il ruolo della politica, dei partiti, si ritrova essenzialmente nell’esigenza, solo apparentemente banale, di ampliare il più possibile quelle opportunità e ridurre il più possibile quei rischi.

Se riportiamo questi temi di riflessione sul terreno della società italiana di oggi, ci rendiamo conto che non si tratta di astrazioni. L’Italia è avviluppata in un paradosso: da un lato la staticità demografica, lo storico squilibrio tra Nord e Sud, il minore investimento in sapere, la scarsa mobilità sociale, il deficit di produttività e innovazione e la resistenza tenace dei g rumi corporativi all’affermazione di una vera meritocrazia ci parlano di un paese ingessato e lento, che spesso non riesce a sintonizzarsi con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dall’integrazione europea e dalla società della comunicazione.

Dall’altro lato l’Italia gode di potenzialità enormi: la forza di un sistema produttivo fondato su uno spirito di intrapre ndenza diffuso e dinamico; uno straordinario «capitale umano» di sapere e saper fare; la ricchezza ineguagliabile del nostro patrimonio storico, culturale, ambientale; la collocazione strategica tra Oriente e Occidente, che offre l’opportunità di proporsi come protagonisti di un rinnovato dialogo interculturale. Tutto questo ci parla di un paese che ha tutte le potenzialità per un nuovo periodo di crescita, di modernizzazione, fino alla possibilità di tornare ad assolvere una funzione importante e positiva per la crescita dell’Europa unita e per il suo ruolo sulla scena mondiale. Non sarà il mercato a sciogliere questo paradosso, né saranno in grado di farlo la politica e lo Stato se rimangono così come sono. Occorre un salto di qualità, perché i prossimi saranno anni decisivi per il futuro del nostro paese e dell’Europa, come del mondo intero. È per questo che spetta alle forze riformiste la responsabilità di realizzare questo obiettivo. Ed è questa la ragione forte per cui serve che l’Ulivo sia un partito grande, credibile e radicato.

Un nuovo soggetto politico riformista è peraltro richiesto anche da una transizione istituzionale che – avviata con il passaggio dal sistema proporzionale al sistema maggioritario e bipolare – non è stata accompagnata da una corrispondente ridefinizione degli attori politici in campo. Una delle contraddizioni principali che abbiamo vissuto nell’ultimo decennio – resa ancora più stridente dalla pessima legge elettorale che ci è stata imposta a fine legislatura – consiste proprio nel fatto che la geografia politica male corrisponde all’assetto istituzionale. I partiti politici italiani, cresciuti alimentandosi della cultura pro p o rzionalista, tendono a riproporre continuamente comportamenti che contrastano con l’evoluzione del sistema politico italiano verso un assetto compiutamente bipolare.

Ovunque in Europa i sistemi politici sono caratterizzati da tre regole: in primo luogo tendono ad articolarsi attorno a due opzioni, una progressista e una conservatrice. Ed è così anche in Italia. In secondo luogo quasi ovunque queste due opzioni non si riconoscono in due partiti, ma in due coalizioni pluripartitiche. Ed è così anche in Italia. E, infine, ovunque – caratteristica assai più labile in Italia – la solidità delle due coalizioni è dovuta al fatto che ciascuna è guidata e diretta da una forza principale di vasto radicamento sociale, di largo consenso elettorale, di forte cultura di governo. È esattamente per colmare questa lacuna nel sistema politico italiano che serve il partito dell’Ulivo. Tanto più oggi, dopo il voto del 9 e 10 aprile, vinto da una coalizione di centrosinistra composta da tredici partiti, obiettivamente esposta a rischi di fragilità e distinzioni. Esistono dunque precise ragioni sociali e politico-istituzionali che portano ad affermare che serve un «Pa rtito democratico».

Una volta spiegata la sua necessità, occorre definirne l’identità. Un soggetto politico si definisce a part i re da tre elementi: il sistema di valori, il profilo programmatico e la collocazione internazionale. Guardando a questi tre fattori, emerge l’originalità del Pa rtito democratico italiano che per nascere ha bisogno di far incontrare le diverse culture politiche che hanno segnato la storia politica dell’Italia: il riformismo della sinistra, il riformismo cattolico-sociale e cattolico-democratico e il riformismo di matrice azionista, laica e liberaldemocratica. Peraltro, proprio il fatto che l’Ulivo abbia alle spalle undici anni di vita ha già consentito di costruire via via un’intelaiatura valoriale e progettuale, fondata sull’incontro tra questi riformismi, la loro reciproca contaminazione culturale, la maturazione di esperienze e azioni politiche e programmatiche comuni.

Non è difficile quindi individuare i tratti del riformismo su cui fondare il Partito democratico: la pace e la consapevo l ezza delle responsabilità, anche difficili, che si debbono assumere per affermarla; l’Europa e la sua integrazione come lo spazio, il luogo, la dimensione del futuro dell’Italia; il ruolo insostituibile del mercato e il valore dell’impresa per realizzare quell’accumulazione e quella crescita senza le quali non sarebbe possibile alcuna politica redistributiva; il sapere come leva fondamentale sia per innalzare la qualità dello sviluppo e la specializzazione del sistema produttivo, sia per restituire valore al lavoro e al talento individuale; le politiche redistributive e lo Stato sociale come strumenti insostituibili per realizzare uguaglianza, equità e coesione sociale; la tutela della natura e della specie come condizione per una più alta qualità individuale e collettiva; la parità di genere per realizzare una società in cui uomini e donne abbiano effettivamente gli stessi diritti e le stesse opportunità; la laicità come capacità di riconoscere le scelte di vita di ciascuno e garantire uguaglianza di diritti e di opportunità, consentendo a ogni persona di vivere la propria libertà nella responsabilità. Su ciascuno di questi temi oggi l’Ulivo è già espressione di un nuovo riformismo sorto dall’incontro tra riformismi diversi e dalla sintesi delle loro esperienze e del loro pensiero.

Quanto alla collocazione internazionale di un futuro Pa rtito democratico, non sfugge a nessuno che la sfida sta nell’individuare un punto di coesione e di compatibilità tra la geografia politica italiana e la geografia politica europea.

Stabilito che in Italia il Partito democratico è l’incontro tra culture e riformismi diversi, è altrettanto vero che nel panorama europeo la stragrande maggioranza delle forze politiche che si richiamano al campo progressista, democratico e riformista sono socialiste e socialdemocratiche. Tant’è che Anthony Giddens – uno dei teorici della Te rza via di Tony Blair – non esita a scrivere: «Trovo interessante il progetto di aggregazione che porterebbe alla creazione in Italia di un Partito democratico, anche se spere rei che fosse più socialdemocratico nel suo orientamento dei Democratici americani». E aggiunge: «Potrebbe cominciare andando a vedere nel concreto l’esperienza dei paesi scandinavi (...) gli italiani non possono diventare degli scandinavi, ma possono imparare molto (come altri paesi in Europa) dalle politiche di cui quei paesi sono stati pionieri. I paesi scandinavi hanno i livelli più alti di giustizia sociale non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. Ma hanno anche alti tassi di crescita, una crescita che marcia di pari passo con un livello di occupazione alto e stabile. Hanno dimostrato che crescita economica e giustizia sociale non sono solo compatibili, ma interdipendenti».

Peraltro, una riflessione sulla collocazione internazionale del Partito democratico non può prescindere dai mutamenti intervenuti nello scenario politico europeo. Troppo poco, ad esempio, si è riflettuto in Italia sul fatto che la crisi della DC italiana, all’inizio degli anni Novanta, determinò il venir meno di quell’asse preferenziale tra le due principali Democrazie Cristiane del continente – la DC italiana e quella tedesca – su cui si reggeva il PPE. Venuta meno una delle due, Helmut Kohl per evitare il rischio di una pericolosa solitudine guidò la trasformazione del PPE da partito europeo dei partiti democratici cristiani a partito dei partiti moderati e conservatori, aprendo le porte del PPE ad Aznar, ai conservatori inglesi, a Berlusconi e ad altri.

Un processo che, a sua volta, ha portato alla nascita di nuove aggregazioni, quali ad esempio il Pa rtito Democratico Europeo (PDE) promosso dalla Margherita per aggregare forze di ispirazione liberaldemocratica e cristiano-progressista non disponibili ad accettare la deriva conservatrice del PPE. Si tratta di verificare se sia immaginabile un processo politico analogo che veda il PSE – in cui oggi siedono partiti socialisti e socialdemocratici di ogni paese europeo e tra essi DS e SDI – aprirsi a un incontro con altre esperienze riformiste e progressiste, quali quelle di ispirazione cristiana, liberaldemocratica e ambientalista.

D’altra parte non va dimenticato che l’Internazionale Socialista già oggi annovera tra i suoi centottantacinque membri non solo partiti socialdemocratici, ma forze progressiste, democratiche, riformiste di diverse identità, quali l’ANC sudafricana di Nelson Mandela, il PT brasiliano di Lula, il Partito del Popolo pakistano di Benazir Bhutto. E da alcuni anni opera una forma di «dialogo strutturato» tra Internazionale Socialista e Partito democratico americano, suscettibile di sviluppi importanti.

So bene che la collocazione internazionale ed europea del nuovo Ulivo è forse uno dei passaggi più delicati. E anche per questo si tratta di costruire con pazienza e innovazione una soluzione coerente sia con il profilo riformista del nuovo soggetto, sia con il suo pluralismo costitutivo. Queste osservazioni rendono evidente come non si possa circoscrivere un progetto politico così ambizioso agli angusti confini di una sola «fusione fredda» tra DS e Margherita. Questi due partiti sono stati, insieme a Romano Prodi, i promotori dell’Ulivo. E continueranno ad esserne i protagonisti. Ma se l’intesa tra DS e Margherita è condizione necessaria, può da sola non essere sufficiente per far vivere pienamente l’esperienza dell’Ulivo e la sua evoluzione in un nuovo Partito democratico.

In questi dieci anni, altre forze politiche – tra cui i socialisti dello SDI e i repubblicani del MRE – e altre soggettività culturali e sociali hanno partecipato in varie forme e in varia misura al progetto dell’Ulivo, così come un ricco tessuto associativo e molteplici esperienze civiche maturate a livello locale: tutte forze che oggi possono collocarsi con naturalezza nella prospettiva di un grande partito democratico e riformista.

Anzi, il potere di attrazione dell’Ulivo dipende proprio dalla sua capacità di aprirsi all’adesione e alla partecipazione di una pluralità di soggetti costituenti: partiti, società civile, sindaci e amministratori.

È dunque decisivo che fin dall’inizio si avvii un percorso che raccolga e valorizzi queste diverse energie, non proponendo loro un progetto a scatola chiusa, ma manifestando concretamente la volontà di costruire «insieme» un progetto aperto, innovativo, partecipativo. Penso ad un processo costituente che parta con un Comitato promotore nazionale e dei Comitati promotori locali di cui siano attori non soltanto esponenti dei DS e della Margherita, ma personalità della cultura, delle professioni, del lavoro, nonché rappresentanti di quel ricco tessuto civico e sociale che in questi anni si è riconosciuto nell’Ulivo, in Romano Prodi, nelle primarie.

La stessa tensione partecipativa dovrà ispirare l’individuazione delle forme di organizzazione del nuovo partito, andando oltre le forme rigide e centralizzate che hanno caratterizzato le strutture dei partiti del Novecento. Dovrà essere un partito di larga adesione, di forte radicamento sociale, di vasto consenso elettorale. Dovrà essere un partito democratico, nel quale ogni aderente abbia diritti certi e dove sia i dirigenti, sia i candidati elettivi a incarichi pubblici e istituzionali siano scelti con forme democratiche. Dovrà essere un partito federale che tenga conto della nuova configurazione istituzionale regionalista. E tutto questo dovremo farlo vivere con una forma organizzativa in cui si riconoscano tutti i diversi soggetti costituenti, talché mi pare si debba riflettere se, in una prima fase, possa essere utile una «forma federativa» che consenta a ciascuno dei soggetti costituenti di essere partecipe, con pari dignità, del nuovo partito. Purché, anche con una forma federativa, da subito il nuovo soggetto politico abbia un gruppo dirigente, una piattaforma comune, un’azione politica e una visibilità unitaria.

E naturalmente, i passaggi politici e organizzativi vanno sostenuti con un intenso lavoro di ricerca politico-culturale, con strumenti – quali una rivista, una scuola di formazione, think tank programmatici – che accompagnino e arricchiscano il processo politico favorendo così contaminazioni culturali reciproche e la costruzione di quella koinè, quel linguaggio comune indispensabile perché un nuovo partito viva di vita propria, parli alla società e sappia attrarre tante energie nuove.

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