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Luigi Einaudi e La bellezza della lotta

Written by Giuseppe Abbracciavento Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

In uno scritto apparso sulla «Rivoluzione Liberale» del 1922, Piero Gobetti tracciava un sintetico profilo del pensiero di Luigi Einaudi e ricordava come «il riconoscimento delle libertà come condizione e premessa necessaria all’agire politico» fosse il luogo in cui il liberalismo del professore di Dogliani incontrava e si confondeva con il pensiero radicale e socialista. Ne veniva fuori un ritratto di Einaudi forse un po’ troppo «gobettiano» – come rilevò acutamente Paolo Spriano nella introduzione alla prima edizione de «Le lotte del lavoro» – ma l’insistenza posta da Gobetti sulla insofferenza di Einaudi verso gli schematismi teorici e il suo scetticismo verso ogni vuota formula verbale ci restituiscono in assoluta pienezza la cifra più autentica dell’Einaudi uomo ed economista.

 

In uno scritto apparso sulla «Rivoluzione Liberale» del 1922, Piero Gobetti tracciava un sintetico profilo del pensiero di Luigi Einaudi e ricordava come «il riconoscimento delle libertà come condizione e premessa necessaria all’agire politico» fosse il luogo in cui il liberalismo del professore di Dogliani incontrava e si confondeva con il pensiero radicale e socialista. Ne veniva fuori un ritratto di Einaudi forse un po’ troppo «gobettiano» – come rilevò acutamente Paolo Spriano nella introduzione alla prima edizione de «Le lotte del lavoro» – ma l’insistenza posta da Gobetti sulla insofferenza di Einaudi verso gli schematismi teorici e il suo scetticismo verso ogni vuota formula verbale ci restituiscono in assoluta pienezza la cifra più autentica dell’Einaudi uomo ed economista.

Gobetti fu l’entusiasta ideatore ed editore della raccolta degli scritti dedicati ai problemi del lavoro e del mondo operaio che Einaudi era andato pubblicando in poco più di vent’anni di attività pubblicistica sin dai tempi della collaborazione a «La Riforma Sociale». «La bellezza della lotta» – lo scritto che qui si presenta – fu pensato e scritto da Einaudi a mo’ di introduzione a tali scritti.

In esso l’economista piemontese non solo ritornava, a tratti con commozione, agli «anni eroici del movimento operaio italiano» e al ricordo di quei lavoratori che «nascevano alla vita collettiva, comprendevano la propria dignità di uomini», ma condensava il suo punto di vista in merito alla nuova forma assunta dai rapporti tra capitale e lavoro nella prima età giolittiana; d’altronde, la vita intellettuale e politica del tempo cominciava ad essere segnata dai dibattiti che accompagnavano l’evoluzione della legislazione sull’impresa e sul lavoro e riflettevano piuttosto chiaramente il mutamento della sensibilità del paese nei confronti di una serie di problemi destinati a rappresentare, per la loro urgenza e la loro necessità, un crescente centro di interesse per le classi dirigenti.

Einaudi se ne mostrava perfettamente consapevole e la sua descrizione degli eventi che avevano portato allo sciopero tessile del Biellese nel 1897, così come il resoconto del vittorioso sciopero dei facchini di Genova del 1900, avevano evidenziato una visuale d’osservazione per molti versi più avanzata rispetto alla media dell’élite dirigente del tempo, ancora attestata in larga parte su anacronistici paradigmi di stampo paternalistico o, peggio, autoritario.

Einaudi attingeva sapientemente all’abbondante letteratura inglese sui conflitti sociali e sullo sviluppo industriale in Gran Bretagna, nazione che prima di ogni altra ave va conosciuto le prime forme di organizzazioni operaie e socialiste. Egli rifiuta – e rifiuterà sempre – ogni benché minima concessione agli ideali socialisti o collettivistici, ma nel clima di rinnovamento indotto dall’apparire delle prime organizzazioni operaie italiane si sente in profonda sintonia con i contenuti radicali e democratici della battaglia politica di Turati. Gli anni di formazione trascorsi in quella grande palestra di riformismo che fu la «Riforma Sociale» di Nitti e la pericolosità del clima autoritario instauratosi in Italia nel primo scorcio di Novecento avevano convinto il giovane economista che occorresse appoggiare senza riserve l’orientamento gradualista e riformista del PSI, nel tentativo di creare le condizioni per un concreto rinnovamento civile ed economico del paese. E si doveva cominciare con il riconoscere le Unioni operaie, non strumento di sovversione come i più reputavano, ma luogo di incontro e di educazione delle masse alla partecipazione democratica, le uniche capaci di «far fare un passo più innanzi alle soluzioni dei conflitti di lavoro».

La polemica di Einaudi si appuntava, così, contro tutte quelle forze che in nome di un malinteso principio di concordia sociale si frapponevano alla libera dialettica dei conflitti di lavoro. E sia che queste forze prendessero il nome di corporativismo o superiore interesse della nazione, sia che si travestissero da monopolio, Einaudi non rinunciava alla sua battaglia. Era il tentativo di rivendicare con forza la coerenza di un punto di vista liberale che stentava tuttavia ad affermarsi come canone razionale all’interno delle vicende politiche ed economiche italiane. L’avvento del fascismo, poi, segnò il definitivo tramonto di ogni speranza di rinnovamento.

Einaudi scrive «La bellezza della lotta» nel 1924. Iniziava a prendere forma già da allora il progetto totalitario fascista: di esso il Patto di Palazzo Vidoni fu un irrinunciabile tassello. L’inerzia e la voglia di tranquillità della «gran massa borghese» – come rilevò lo stesso Einaudi in una lettera ad Alberto Albertini – fece il resto.

Ecco perché l’esortazione finale contenuta al termine dello scritto einaudiano («alla quiete che è morte è preferibile il travaglio che è vita»), scritto in quel drammatico momento storico, si carica emblematicamente di significati profondi e rendono la testimonianza più elevata della parabola di un uomo e di uno spirito coraggiosamente libero.

 

LUIGI EINAUDI, La bellezza della lotta

Rileggendo gli scritti sui problemi del lavoro che l’editore Pietro Gobetti ha desiderato che io riesumassi dalle riviste e dai giornali su cui li ero andati pubblicando dal 1897 in qua, mi sono accorto che essi obbedivano ad alcune idee madri, alle quali, pur nel tanto scrivere per motivi occasionali e sotto l’impressione di circostanze variabili di giorno in giorno, mi avvedo, con un certo perdonabile compiacimento intimo, di essere rimasto fedele: lo scetticismo invincibile anzi quasi la ripugnanza fisica per le provvidenze che vengono dal di fuori, per il benessere voluto procurare agli operai con leggi, con regolamenti, col collettivismo, col paternalismo, con l’intermediazione degli affaccendati politici pronti a risolvere i conflitti con l’arbitrato, con la competenza, con la divisione del tanto a metà; e la simpatia viva per gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé e in questo sforzo, lottano, cadono, si rialzano, imparando a proprie spese a vincere ed a perfezionarsi. Il socialismo scientifico e il collettivismo russo, in quanto schemi di organizzazione della società o tentativi di applicare praticamente quegli schemi non mi interessano. Sono al disotto del niente. Invece il socialismo sentimento, quello che ha fatto alzare la testa agli operai del Biellese o del porto di Genova, e li ha persuasi a stringere la mano ai fratelli di lavoro, a pensare, a discutere, a leggere, fu una cosa grande, la quale non è passata senza frutto nella storia d’Italia. Il collettivismo è un ideale buono per le maniche col lustrino e serve solo a far morire di fame e di noia la gente. Sono puri socialisti, del tipo noioso, coloro i quali vogliono far risolvere le questioni del lavoro da arbitri imparziali incaricati di tenere equamente le bilancie della giustizia, e vogliono far compilare le leggi del lavoro da consigli superiori, in cui, accanto e al disopra alle due parti contendenti, i competenti, gli esperti, i dotti, i neutri insegnino ai contendenti le regole del perfetto galateo.

Oggi, gli ideali burocratici sono ridivenuti di moda. Sott’altro nome, l’aspirazione dei dirigenti le corporazioni fasciste di trovare un metodo, un principio per far marciare d’accordo imprenditori e operai, è ancora l’antico ideale collettivistico. La lotta combattuta per insegnare agli operai che l’internazionalismo leninista era un’idea distruttiva e che la nazione era condizione di vita civile fu una cosa santa; ma il credere che si possa instaurare in terra l’idillio perfetto tra industriali e operai sotto la guida di qualche interprete autorizzato dell’interesse supremo nazionale è un’idea puramente burocratico-comunistica. Tanti sono socialisti senza saperlo; come tanti che si dissero socialisti o furono a capo di movimenti operai contro gli industriali erano invece di fatto puri liberali. Un industriale è liberale in quanto crede nel suo spirito di iniziativa e si associa con i suoi colleghi per trattare con gli operai o per comprare o vendere in comune; è puro socialista quanto chiede allo Stato dazi protettivi. L’operaio crede nella libertà ed è liberale quanto si associa ai compagni per creare uno strumento comune di cooperazione o di difesa; è socialista quando invoca dallo Stato un privilegio esclusivo a favore della propria organizzazione o vuole che una legge o la sentenza del magistrato vieti ai crumiri di lavorare. Liberale è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato collo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d’accordo con gli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento con la forza, che lo esclude se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferiti, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi. I nomi non contano; l’idea rimane quello che esso è intrinsecamente, qualunque sia la denominazione sua esteriore. (...)

Il problema non è di negare l’equilibrio fra le forze contrastanti; cosa che sarebbe assurda. È di trovare il metodo col quale quell’equilibrio possa essere raggiunto col minimo costo, colla minore superficie di attrito. Non è neppure necessario all’uopo scegliere l’una formula più che l’altra: purché l’equilibrio si raggiunga, possono riuscire utili le contrattazioni dirette, le leghe, le corporazioni, l’arbitrato, perfino il colpo di sterzo dell’uomo posto in situazione di autorità per togliere le parti dal punto morto in cui si erano cacciate. L’ideale della nazione o quello dell’interesse collettivo, l’aspirazione cooperativa o quella partecipativa sono tutte formule atte a condurre all’equilibrio. Ma tutte sono pure armi strumentali le quali sono vive e feconde soltanto quando siano adoperate in condizioni favorevoli.

Quali siano queste condizioni non si può dire in modo tassativo. Ne enumero alcune tra le più caratteristiche.

È preferibile l’equilibrio ottenuto attraverso a discussioni ed a lotte a quello imposto da una forza esteriore.

La soluzione imposta dal padrone, dal governo, dal giudice, dall’arbitro nominato d’autorità può essere la ottima; ma è tenuta in sospetto, appunto perché viene da altri. L’uomo vuole sapere perché si decide e vuole avere la illusione di decidersi volontariamente. Bisogna lasciare rompersi un po’ le corna alla gente, perché questa si persuada che lì di contro c’è il muro e che è vano darvi di cozzo. Nella lotta e nella discussione si impara la forza dell’avversario, a conoscerne le ragioni, a penetrare nel funzionamento del congegno che fa vivere ambi i contendenti.

L’equilibrio stabile è più facilmente raggiunto dal tecnico che dal politico. Affidare cioè la risoluzione delle questioni del lavo ro al ministro, al prefetto, al fiduciario fascista o al deputato conservatore illuminato è indizio di scarsa educazione industriale. La soluzione, a cui il politico tende, è in funzione dell’equilibrio politico, non di quello economico. Entrano in gioco fattori di tranquillità esteriore, di accaparramento elettorale, di propiziazione di gruppi politici. (...)

L’educazione dei tecnici capaci della soluzione dei problemi del lavoro si fa attraverso la lotta, tanto meglio quanto più questa è aperta e leale. Orator fit. Il buon arbitro non si fa sui libri, nei comizi elettorali, nella pratica prefettizia, non nei partiti, nei fasci, nei parlamenti. Solo l’operaio della miniera o della officina sente la gloria ed ha l’orgoglio della impresa. Troppi avvocati, troppi politicanti, troppi uomini abili, accomodanti, soluzionisti hanno rovinato il movimento operaio italiano. Ci sono stati troppo pochi uomini rudi, pronti a sbranarsi, ma pronti anche a sentire quel che in fondo al loro animo c’era di comune, l’amore al lavoro compiuto, l’orgoglio del capolavoro, il desiderio di metterlo al mondo perfetto. Solo discutendo faccia a faccia, queste due razze di uomini possono giungere a riconoscere le proprie sovranità rispettive: l’uno sulla direzione, sulla organizzazione e sulla invenzione dell’impresa, l’altro sulla propria forza di lavoro. La sovranità sui mattoni, sulle macchine, sulle merci non conta. È cosa morta, la quale vive soltanto perché l’organizzatore e il lavoratore apprezzano e fanno valere quel che ognuno di essi apporta di proprio nell’opera comune. È bene che ognuno custodisca gelosamente l’esclusivo dominio sul proprio compito che è, per l’imprenditore, di organizzare l’impresa e per l’operaio di prestare la propria opera manuale o intellettuale. È bene che ognuno risenta vivamente l’ingerenza altrui nel proprio campo. Gli imprenditori sfiaccolati che si rassegnano a lasciarsi controllare dai propri dipendenti, gli operai privi di orgoglio i quali affidano la tutela del proprio lavoro a fiduciari non usciti dalle proprie file sono mezzi uomini. Con questi omuncoli non si costruisce per l’avvenire. Si guadagnano forse denari, ma non si innalza l’edificio dell’industria, non si cresce valore alla personalità umana.

Perché l’equilibrio duri, è necessario che esso sia minacciato ad ogni istante di non durare. Chi vorrà leggere le pagine di questo libro, vedrà quanto sia antica la mia ripugnanza verso i monopoli industriali e operai. Ad un certo momento, le leghe rosse, accortesi di essere diventate potenti in un mondo di vili borghesi, frammezzo a magistrati prontissimi a rendere servigi invece che a dare sentenze, vollero essere sole padrone del lavoro: negarono ai bianchi e ai gialli il diritto di esistere, si arrogarono il diritto esclusivo di eleggere rappresentanti nel consiglio superiore del lavoro e si apprestarono a negare il diritto del Parlamento a correggere le decisioni del Consiglio del lavoro caduto in loro mani. Fu il segnale della loro rovina. Oggi le corporazioni fasciste paiono avviarsi a commettere il medesimo errore. Anch’esse negano il diritto all’esistenza dei rivali sconfitti e ad uno a uno li espellono dalle cooperative, dalle camere del lavoro, dai consigli del lavoro, dal Parlamento. Solitudinem faciunt et pacem appellant. Anche ora, e sovratutto ora, bisogna negare che l’equilibrio esista nel monopolio, nella soppressione di diritto o di fatto degli avversari. Ho descritto, nei primi saggi di questo volume, gli sforzi che nel 1897 e nel 1900 compievano alcuni gruppi di operai italiani. A tanta distanza di tempo, riandando coi ricordi a quegli anni giovanili, quando assistevo alle adunanze operaie sui terrazzi di via Milano in Genova o discorrevo alla sera in umili osterie dei villaggi biellesi con operai tessitori, mi esalto e mi commuovo. Quelli furono gli anni eroici del movimento operaio italiano. Chi vide, raccapricciando, nel 1919 e nel 1920, le folle briache di saccheggio e di sangue per le vie delle grandi città italiane, non riconobbe i figli di quegli uomini, che dal 1890 al 1900 nascevano alla vita collettiva, comprendevano la propria dignità di uomini ed erano convinti di dover rendersi degni dell’alta meta umana a cui aspiravano. Lo spirito satanico della dominazione inoculato da politicanti tratti dalla feccia borghese li travolse e li trasse a rovina. Quel che erano allora gli operai che, attraverso a persecuzioni e a carceri, capitanavano il movimento della loro classe, furono dal 1919 al 1921 i giovani ardenti che chiamarono gli italiani alla riscossa contro il bolscevismo. Oggi, che essi hanno conquistato il potere assoluto, l’ebbrezza del comando minaccia di distruggere l’opera. Perché l’equilibrio duri, bisogna che esso sia continuamente in forse. Bisogna che nessuna forza legale intervenga a cristallizzare le forze, ad impedire alle forze nuove di farsi innanzi contro alle forze antiche, contro ai beati possidentes. Perché gli industriali rendano servigi effettivi alla collettività, fa d’uopo che lo Stato non dia ad essi il privilegio di servire la collettività, non li tuteli coi dazi protettori contro la concorrenza straniera; non li costituisca in consorzi a cui la gente nuova non possa aspirare. Perché gli operai si innalzino moralmente e materialmente, importa che ad ogni istante gli organizzatori rossi possano sfidare i bianchi e questi i rossi ed i fascisti ambedue e con essi i gialli e tutti siano sotto l’incubo del sorgere di altri miti organizzativi. È diventato di moda oggi irridere alla pretesa di suscitare la concorrenza nel mondo delle organizzazioni padronali ed operaie; e si addita l’esempio delle corporazioni fasciste, le quali mimicissime del monopolio sinché questo era tenuto dai rossi, ora che ne hanno la forza, lo pretendono per sé. E si vuol dimostrare che ciò non è solo frutto di prepotenza politica, ma di esatto calcolo economico, poiché solo coll’unicità e col monopolio della organizzazione possono gli operai ottenere il massimo di guadagno. Su di che non occorre disputare; poiché di ciò non si tratta.

Instaurino pure, se ci riescono, operai ed imprenditori, il monopolio del lavoro o dell’impresa. Ciò che unicamente si nega è che lo Stato sanzioni legalmente il monopolio medesimo, vietando ad altri di combatterlo e di distruggerlo, ove ad essi basti il coraggio. Il punto fermo è questo, non quello della convenienza del monopolio. Finché il monopolio, padronale od operaio, è libero, finché è lecito a chiunque di criticarlo e di tentare di abbatterlo, può esso recare qualche danno; ma è danno forse non rilevante e transitorio. La condizione necessaria di un equilibrio duraturo, vantaggioso per la collettività, vantaggioso non solo agli industriali ed agli operai organizzati ma anche a quelli non organizzati, non solo a quelli viventi oggi, ma anche a quelli che vivranno in avvenire, non è l’esistenza effettiva della concorrenza. È la possibilità giuridica della concorrenza. Altro non si deve chiedere allo Stato, se non che ponga per tutti le condizioni di farsi valere, che consenta a tutti la possibilità di negare il monopolio altrui. La possibilità giuridica della negazione dà forza al monopolio, se utile davvero al gruppo e forse alla collettività, poiché la sua persistenza, contro alla libertà di ognuno di combatterlo, è la sola dimostrazione persuasiva della sua ragione di vivere. Qual merito o qual virtù si può riconoscere invero a chi, per vivere, fa appello alla spada dal braccio secolare?

In verità poi, le organizzazioni, quando non siano rese obbligatorie dallo Stato, non conservano a lungo il monopolio. La storia dei consorzi industriali e delle leghe operaie è una storia caleidoscopica di ascese, di decadenze, di trasformazioni incessanti. Ad ogni momento debbono dimostrare di meritare l’appoggio dei loro associati. Ed è impossibile, non aiutando il braccio secolare, che questa dimostrazione sia data a lungo. Gli uomini sono troppo egoisti o cattivi o ignari perché trovandosi a capo di una organizzazione potente, non soccombano alla tentazione di trarre profitto per sé, a danno dei propri rappresentati o non si addormentino nella conseguita vittoria o non tiranneggino i reietti dal gruppo dominante. A rendere di nuovo l’organizzazione viva, operante e vantaggiosa agli associati ed agli estranei, uopo è che essa sia di continuo assillata e premuta da rivali di fatto o dal timore del loro nascere. L’equilibrio, di cui parlano i libri di economia, la supremazia della nazione a cui si fa oggi appello non sono ideali immobili. Essi sono ideali appunto perché sono irraggiungibili; appunto perché l’uomo vive nello sforzo continuo di toccare una meta, la quale diventa, quando pare di averla raggiunta, più alta e più lontana. L’equilibrio consiste in una successione di continui mai interrotti perfezionamenti, attraverso ad oscillazioni, le quali attribuiscono la vittoria ora a questa, ora a quella delle forze contrastanti. La gioia del lavoro per l’operaio e della vittoria per l’imprenditore, sta anche nel pericolo di perdere le posizioni conquistate e nel piacere dello sforzo che si deve compiere per difenderle prima e per conquistare poi nuovo terreno. Tolgasi il pericolo, cessi il combattimento e la gioia del vivere, del possedere, del lavorare diventa diversa da quella che è sembrata gioia vera agli uomini dalla rivoluzione francese in poi. Non che la «quiete» di chi non desidera nulla fuorché godere quel che si possiede non possa essere anche un ideale e che la sua attuazione non sia bella. Ho descritto in un capitolo di questo libro la vita felice del lazzarone napoletano nel meraviglioso secolo XVIII che fu davvero l’età dell’oro della contentezza di vivere, del buon gusto, della tolleranza e dell’amabilità. Purtroppo la natura umana e cosiffatta da repugnare alla lunga al vivere quieto e tranquillo. Se questo dura a lungo, è la quiete della schiavitù, è la mortificazione dello spirito. Alla quiete che è morte è preferibile il travaglio che è vita.

da L. Einaudi, Le lotte del lavoro, Torino 1972, pp. 5-13.

 

Chi è Luigi Einaudi?

(Carrù, 1874-Roma, 1961) Luigi Einaudi fu professore di Scienza delle finanze nell’Università di Torino. Oppositore del fascismo, alla caduta del regime fu nominato governatore della Banca d’Italia per poi essere eletto alla Costituente nelle file liberali. Nel 1947 ricoprì l’incarico di ministro del bilancio nel IV gabinetto De Gasperi per poi essere eletto, l’anno successivo, Presidente della Repubblica. Tra le sue numerose pubblicazioni «La terra e l’imposta», «Lezioni di politica sociale» e la raccolta «Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)».

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