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Diario Americano 6

Written by Giulio Sapelli Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

Si parte. Si va verso il Nord America, e ci si ferma dapprima a Boston, per proseguire poi per Chicago. E qui si sente quanto gli Stati Uniti siano un insieme di gloriose tribù governate da una oligarchia a tratti illuminata, a tratti cieca dinanzi ai suoi compiti mondiali e nazionali. Boston è un tratto d’Europa che tenta disperatamente di divenir sempre più tale, costi quel che costi sul piano dei rapporti con la grande mela e con la capitale amministrativa della nazione. Le donne sono il primo segno di ciò. Sono vestite come delle europee, con tailleur un po’ fuori moda per noi, ma essenziali per il loro status bostoniano, con golf e golfini che non vedrete da nessuna altra parte d’America, compreso il giro di perle che risplende discreto, con qualche acconciatura un pò osé, ma che non va mai oltre a dei chignon che mi ricordano l’infanzia. Insomma, un gran piacere d’essere in un esilio dorato e benevolente, che si dipana, nel tempo delle colazioni che facciamo in albergo dinanzi a una piazza splendente di fiori e di alberi fioriti, in un tripudio di raffinatezza. Qui, in questo fine albergo, incontro un operatore finanziario che stimo moltissimo per l’intelligenza e la cortesia.

 

Partenza transatlantica e arrivo bostoniano

Si parte. Si va verso il Nord America, e ci si ferma dapprima a Boston, per proseguire poi per Chicago. E qui si sente quanto gli Stati Uniti siano un insieme di gloriose tribù governate da una oligarchia a tratti illuminata, a tratti cieca dinanzi ai suoi compiti mondiali e nazionali. Boston è un tratto d’Europa che tenta disperatamente di divenir sempre più tale, costi quel che costi sul piano dei rapporti con la grande mela e con la capitale amministrativa della nazione. Le donne sono il primo segno di ciò. Sono vestite come delle europee, con tailleur un po’ fuori moda per noi, ma essenziali per il loro status bostoniano, con golf e golfini che non vedrete da nessuna altra parte d’America, compreso il giro di perle che risplende discreto, con qualche acconciatura un pò osé, ma che non va mai oltre a dei chignon che mi ricordano l’infanzia. Insomma, un gran piacere d’essere in un esilio dorato e benevolente, che si dipana, nel tempo delle colazioni che facciamo in albergo dinanzi a una piazza splendente di fiori e di alberi fioriti, in un tripudio di raffinatezza. Qui, in questo fine albergo, incontro un operatore finanziario che stimo moltissimo per l’intelligenza e la cortesia. È un italiano che vive qui ormai da moltissimi anni e che qui ha avuto, da una simpaticissima moglie, anch’essa italiana, ben quattro figlioli. Magnificano la qualità della vita della città e gli agi che possono permettersi con un buon reddito, certamente ai livelli migliori delle classi agiate bostoniane. Eccole, le classi agiate di vebleniana memoria, su cui spero di terminare i miei studi. Le vedo dinanzi a me negli incontri che abbiamo con ritmo serrato per presentare nuovamente agli investitori la società che presiedo con sempre più cupa consapevolezza dei limiti di queste società miste, eredi del governo economico municipale e non ancora pienamente società per azioni se non per le denominazioni che portano iscritte negli atti. Ma il mercato, ossia le classi agiate che lo governano, è cieco dinanzi alle imperfezioni della contendibilità dei diritti di proprietà quando questi ultimi non minacciano la redditività finanziaria, si dica quel che si dica. E chi difende la trasparenza e il controllo e il bilanciamento dei poteri può rimaner solo e disperato dinanzi al silenzio dei guardiani di cartapesta del mercato: le classi agiate, appunto. Per quel che concerne le classi agiate bostoniane – dicevo – sono ben diverse da quelle di New York. Qui tutto è più ovattato e discreto e i riferimenti a calcoli matematici e a iniziative di valorizzazione speculativa sono insinuati e suggeriti, piuttosto che esaltati. I dati sono esaminati con cura ma senza aggressività. L’abbigliamento è più formale, anche se anche qui, come è tipico dei «capitalisti bohémien» che oggi si affermano sempre più, si eccede in maniche di camicia e in golfetti, quando non in felpe veramente indisponenti. Ci sono quelle già affermate, tranquille, di classi agiate, e qui a Boston sono tutte così. Non hanno nulla dello spirito di rapina vebleniano, almeno nel loro porsi e disporsi con eleganza nelle lucide sale che ci accolgono. La boiserie è d’obbligo. Anche questo è un segno della vecchia Europa ed è altrettanto d’obbligo scambiarsi qualche opinione sul mondo prima di iniziare a lavorare sui prospetti, sui power point, sulle slide o semplicemente sui fascicoli ben rilegati che sottoponiamo ai nostri ospiti. Qui le domande sono sussurrate, non si tirano colpi bassi, si inseguono disegni ben precisi esposti con chiarezza all’interlocutore. E si ha tempo per un pò di cultura. Se c’è una mostra in città che val la pena vedere vi viene indicata e se fate scivolare un libro dalle pieghe della documentazione, quel libro riceve un’attenzione non affettata, ma certo inaspettata. In fondo, un professore prestato all’economia in posizioni dirigenziali che non sia un giurista, come è il mio caso, è un’eccezione anche per un mondo così variegato come quello nordamericano e io ne sono ben consapevole. Ma qui, più che la curiosità, c’è una deferenza che in Italia non ritrovo mai e che invece mi colpisce e mi stupisce sempre favorevolmente, a Boston. In fondo Harvard e il MIT sono di là dal fiume, si dirà. Ma bisogna esser certi che non è la massa critica che conta. È il valore che questa classe agiata ancora dà alla cultura e al pensiero umanistico e scientifico, speculativo o non, ma pur sempre pensiero. Qui sta la vera differenza storica – rispetto alle altre città nordamericane – dell’accumulazione capitalistica di una città dalle grandi tradizioni mercantili e dai grandi legami mitici con l’Europa. L’Europa che le classi agiate hanno in mente, qui nella città che scende verso il mare con dolcezza o che si svolge verso il fiume e il grande parco, qui l’Europa è un mito di riferimento in primo luogo per i comportamenti e per il controllo corporeo che da quel mito scaturisce e può scaturire. Ecco l’arcano. Qui si passa per l’educazione per entrare nel sentiero della ricchezza e del potere, ma sempre rafforzati nel superamento delle barriere all’entrata dall’appartenenza alle grandi famiglie che via via controllano gli accessi alle professioni del mercato capitalistico e della circolazione del capitale. I meccanismi di status appena visibili: rafforzano l’achievement, ma non lo soffocano, beninteso, perché una differenza, e sostanziale, c’è tra questa America che sogna l’Europa e la palude europea, al di là d’ogni mito, sia chiaro.

Il buon signore italiano si sente accettato, infatti, ma mai sino in fondo. È pur sempre un italiano, sì, ricco e colto, ma di prima generazione e ancora deve dar molte prove d’esser bostoniano, come era scritto nelle pagine immortali di Henri James. Val la pena di leggerle e rileggerle se si rifarà un giro da queste parti.

 

Calabroni che volano e ope rai di Chicago

L’indomani partiremo per Chicago e sono ansioso di vedere il lago che si staglia dinanzi a me. Andremo in quell’- hotel che amo e che considero uno dei più fascinosi d’America perché non è il più caro, ma è il più comodo, elegante e simpatico ch’io abbia mai visto, con quella sala per le prime colazioni, alternativa a quella più classica e che fa solo fusion e solo offre menù giapponesi e asiatici. E prosegue nel farlo per tutto il giorno con un incanto di attenzioni e di profumi, con vigili fanciulle studentesse che vi servono prima di andare a lezione e che non perdono occasione per parlare con voi dell’Italia, perché subito capiscono che siete italiano. Da che cosa, direte? Ma dall’abbigliamento, naturalmente. Anche un vecchio corvaccio come me, sempre vestito di blu, di grigio fumo e strafumo, non sfugge ai loro sguardi. E anche se porto cravatte Hermes non cadono nell’inganno e subito mi rimproverano per aver dimenticato che noi italiani – e non i francesi – facciamo le cravatte più belle del mondo. Hanno ragione. Non sanno che cosa siano gli snob, tuttavia: questo è il problema. E più ci penso, più credo che questo sia il vero problema nordamericano. La mancanza di un quoziente rilevante di snobismo nella corporeità e nella autoriflessività individualizzante, rende più cinicamente utilitaristico tutto l’insieme delle relazioni vitali. Gli snob esistono solo a New York e non altrove. In effetti solo a New York può essere edita una rivista come il «New Yorker», che amo da sempre – non c’è dubbio alcuno – e che non a caso è la rivista degli inconcludenti, di coloro che alla fine della vita, secondo lo spirito del tempo della reificazione managerialista, si ritrovano con un pugno di mosche. Qui, a Chicago, tutto è straordinariamente serio e la flanerie – che è l’essenza dello snobismo – è ripudiata, è ricacciata indietro più che mai. Del resto, Chicago, dove ora atterriamo in un plesso di nuvole oscure – ma ecco che il sole vince sull’oscurità e tutto si illumina – Chicago, è l’archetipo dell’impossibilità dello snobismo in una società interdipendente nella stratificazione sociale e quindi variamente divisa, ma, di fatto, operaia e opprimentemente operaia. Perchè? Perchè lo snob fa della flanerie anche quando beve, quando legge, quando mangia, quando fa l’amore, quando trapassa ad altra vita. Qui lo snobismo non è accettato socialmente. Da un lato la cultura del lavoro di fabbrica, dall’altro l’adorazione per la ricchezza scaturente da un mercato competitivo dove tutti corrono e mai si fermano, rendono impossibile la cristallizzazione delle figure sociali dello snobismo. Qui dello snob resiste solo la flanerie immaginata e solo attraverso l’archetipo di Bejamin e dei suoi scritti su Parigi, che pochi intellettuali leggono e conoscono, a differenza degli intellettuali più à la page di New York.

Grande città operaia, Chicago, dove si sono stratificate generazioni e generazioni di immigrati che sono il cuore pulsante dell’America. Ricordate il fantastico libro di Williams Thomas e Florian Znaniecki «The Polish Peasant in Europe and America»,1 che ebbe da noi una coraggiosa edizione per i tipi di Comunità nel 1968, purtroppo con una infausta introduzione? Uno straordinario lavoro, scritto raccogliendo le lettere dei contadini polacchi alle loro famiglie di origine mentre divenivano operai industriali in quel di Chicago. Un monumento all’analisi e dell’analisi sociale, non vi è dubbio, ma certo anche una prosopografia d’impressionante evidenza su ciò che sarebbe successo – di lì a più di cinquant’anni dalla stesura di quell’opera non solo a Chicago, ma nell’intero Nord America. Un susseguirsi di strati operai senza identità che non fosse quella delle loro origini che tutte riportano integralmente e decisamente qui, negli USA. Potenza della trasformazione! Vedo la chiesa ortodossa dei russi. Vedo la chiesa cattolica dei polacchi che girano con sporte di patate che non sono diverse da quelle di Varsavia e di Cracovia e dei lontani paesaggi della sterminata campagna polacca. La campagna dove i contadini morivano di fame e partivano ansiosi di raggiungere il benessere e la libertà. E chi pensa a quanto fu terribile il destino dei rimasti, cade impietrito. Sarebbero stati massacrati dai nazisti, uccisi dagli stalinisti, oppressi come polacchi, come cattolici e come ebrei e uno sull’altro si sarebbero adoprati a infierire su se stessi e i propri destini. Qui giungono nella terra della libertà ed erigono i monumenti alla loro immortalità come popoli e come nazione. Dinanzi alla chiesa – alla cattedrale dov rei dire – cattolica di Chicago, non so pensare che a Renan e alla sua definizione spiritualistica, tutta creazionistica e militante, di nazione. Così è per gli  altri popoli che hanno raggiunto gli USA e Chicago. La specificità di quest’ultima è il suo essere rimasta, nonostante tutte le trasformazioni del meccanismo di accumulazione capitalistica oggi in corso, una città operaia, con le sue immense periferie che digradano discendendo verso il fiume e il lago sulle cui sponde vivono i ricchi e i potenti, che sentono sempre sul loro collo il fiato della working class.

Ricordo uno degli episodi che più colpirono la mia giovinezza. Quando ancora credevo che la politica potesse liberare l’umanità anziché opprimerla come in effetti fa da sempre, quando credevo che l’azione moralmente orientata potesse liberare più che la preghiera e la meditazione, mi recai in delegazione in una tristissima località di mare in Cornovaglia dove da anni e per anni ogni anno il Labour Party convocava e convoca il suo congresso. Una sala piena di fumo, ma densa di passioni, con un fremito diffuso di empatie, di scontri, di simpatie e di antipatie rinnovatrici e feconde, che già allora, quarant’anni or sono, non intravedevo in Italia con quella forza. Ebbene, la discussione era accesa, era furiosa. Il laburismo cercava, senza trovarla, una nuova via. Non ricordo più chi fosse il segretario generale del partito. Non credo fosse Foot, credo fosse ancora Callaghan, con i suoi discorsi involuti e preziosi, ma che giungevano al dunque in un lampo. Eppure già allora ben si vedeva che i veri capitani del partito erano i sindacati. Erano le Trade Unions, oggetto di contesa e di discussione da parte di chi voleva liberarsi del loro controllo cosi stretto e possente, che si manifestava nei voti congressuali, dove i delegati votavano non per capita ma per numero di tessere controllate. Solo la riforma del regolamento congressuale, infatti, consentì, anni dopo, di trasformare il Labour Party in un vero partito politico trascendendo dalla coalizione di interessi eminentemente operaia che lo dominava. Era impossibile vincere se non si controllavano imponenti, grandi numeri di tessere. E i controllori delle tessere erano i sindacati. Ogni qualvolta un critico di questa situazione si affacciava alla tribuna e svolgeva il suo discorso, un vecchietto canuto, con una giacca di tweed e dei pantaloni di fustagno che avrebbero fatto la gioia dei giovani e dei meno giovani italiani snob di quei tempi lontani, saliva sul palco e iniziava a gridare: «Remenber working class! Remember working class!» Poi si ritirava in buon ordine a bere pinte di birra rossa con gli applausi dovuti e sempre meno convinti dei delegati. Ebbene, qui a Chicago certo le classi agiate sentono il fiato sul collo delle loro classi operaie, ma tutto è diverso da come questa situazione di pressione sociale trova modo di esercitarsi in Europa. Basta ricordare Sombart e comprendere con lui perché il socialismo come movimento di cittadinanza è stato impossibile negli USA, sia per le durissime repressioni, sia per le successive ondate migratorie che sostituivano la coscienza nazionale a quella di classe e amalgamavano quella coscienza nazionale con il mito fortissimo della nuova frontiera (che fu una realtà, non dimentichiamolo mai, come ci dimostrò quel grande storico ch’era Turner). Qui certo il sindacato operaio ha un grandissimo ruolo sociale in un mondo associativo e sussidiaristico, ancora oggi, non dimentichiamolo. Anche nel partito democratico, pur avendo perduto – dopo la presidenza Reagan e il crollo della società politica operaia che ne seguì – quel legame organico che a esso lo legava un tempo. Ma qui il fiato sul collo è in primo luogo un fenomeno di habitus mentale e sociale che quell’enorme massa operaia impone a tutti i protagonisti della partita della vita associata. Anche le classi agiate ne risentono, mi pare. Ossia, ne debbono tener conto, nei costumi che non possono essere ostentati come si vorrebbe, quasi vi fossero leggi suntuarie invisibili ma compulsive quanto mai, nello stile di vita che ha un che di desueto rispetto al ritmo della grande mela, rispetto alle volontà degli attori che naturalmente, forse, vorrebbero essere più liberi di esprimere le loro pulsioni. Non mi stupisce che Chicago e la sua università abbiano dato vita a quella scuola liberista estrema che ha avuto gran fortuna del mondo e che si fonda sull’assunto della libera contendibilità di tutti i fattori per assicurare la crescita, anche della forza di lavoro – ed è qui il limite, l’aporia della teoria, ché tutto non è riducibile a mercato. Ma, in fondo, in quelle teorie c’è di più di un contenzioso nell’empireo dei paradigmi. Esse, in verità, sono l’epifenomeno più travolgente dell’ideologia di una classe agiata che deve costruire l’egemonia intellettuale per conquistare il mondo e per piegare a sé le imperfezioni di mercato sino a renderle invisibili, così da giustificare il suo dominio. Solo il pericolo del non-dominio integrale crea la teoria della liberazione dai lacci e dai lacciuoli non solo statualistici, ma financo sociali. E tutto ora è uno straordinario pragmatismo senza principi. Dove c’è, tuttavia, una rigidità ideologica di fondo. È il mercato, sempre, a dover dire l’ultima parola. Lo vedo anche nei comportamenti dei miei interlocutori. Non interessa loro alcunché dei nostri ottimi valori fondamentali, della bottom line e dei progetti industriali. Ciò che interessa è il profitto a breve, a brevissimo termine dell’impresa e, naturalmente, ci guardano come pazzi quando spieghiamo loro gli innumerevoli controlli a cui siamo sottoposti nei mercati altamente imperfetti, oligopolistici quanto mai, amministrati, dell’energia e dell’ambiente, in cui operiamo. Ci guardano stupiti, interdetti, annichiliti. Come è possibile che un calabrone come il nostro, metà-metà ente pubblico dell’economia e società per azioni, voli? E naturalmente hanno ragione loro. Non vola: il prezzo dell’energia è il più alto d’Europa, il dominio politico degli incompetenti è incombente, rari sprazzi di autonomia di mercato sono conquistati solo quando il calabrone sta precipitando e appena lo fai risalire, eccoli di nuovo, a rodere i margini di guadagno – che potresti utilizzare per incrementare l’abbassamento dei costi dei servizi resi – per far circolare, invece, il loro potere oligopolistico pubblico e privato. Sono le classe agiate italiche ed europeo-continentali, tutte protese alla rendita e all’abbandono del profitto. Hanno ragione loro, hanno ragione loro (quanto meno nell’analisi, certo non nella terapia), le spietate classi agiate dei Chicago boys. Ma non possiamo dirlo.

 

Intermezzo

Lasciamo dietro di noi il grande lago, anzi, i grandi laghi e le immense foreste e attraversiamo dall’alto lo spazio sempiterno, con quella grande emozione che sempre mi prende quando volo su questi supersonici annullatori dei rapporti tempo-spazio e mi getto nell’immensità del creato che vedo dall’alto, bambino spaurito e tremante. Husserl non poteva vedere ciò che noi oggi vediamo dalle fusoliere di questi enormi uccelli d’acciaio, alluminio e carbonio, ma certo a una stupefatta assenza di gravità, a una stupefatta e intatta meraviglia pensava quando ci riconsegnava il messaggio dello stupore dinanzi al sorgere delle cose, alla loro intatta presenza e alla loro infinita immensità dilagante nella nostra coscienza purché fossimo liberi di abbandonarci a quel fluire. Stiamo dirigendoci verso Montreal, dove riallacceremo i legami con nostri consolidati estimatori, gestori di fondi pensioni militari dalla romantica divisa – le giubbe rosse – e che sempre guardano con interesse alla nostra piccola realtà. Qui c’è qualcosa che mi colpisce. Qui posso rendermene conto con più calma, con una interiore dolcezza cognitiva che tutto rende più facilmente comprensibile. Come si possa, a questo penso, da mille e più miglia seguire la performance di una grande per l’Italia, ma piccola per il mondo, impresa come la nostra; come si possa puntar su di essa, certo in una attenta diversificazione del rischio, per valorizzare risparmi di generazioni e generazioni e come si possa aver conoscenza di fatti, opinioni, analisi sul nostro conto da un paese così lontano. Ecco la differenza. Che far ciò sia possibile negli USA non stupisce. È quasi obbligatorio, è quasi normale, ma che lo si possa fare dal Canada, certo pare innaturale. Gli USA danno il senso dell’onnipotenza. Immediatamente si percepisce che dominano il mondo o possono o potrebbero dominarlo. Non si sfugge a questo destino di dominatori. Ricordo che anni or sono vidi un film sulla storia del generale Patton, sfortunato interprete delle grandi tradizioni guerriere della modernità e sicuramente grande stratega. In quel film si illustravano eventi topici per la perdita di potere nelle gerarchie di comando a cui il generale era sottoposto per il suo franco parlare, che offendeva paludati diplomatici e generali politici quanto mai nella tessitura di una guerra – la seconda, la guerra mondiale che segna ancora gran parte di nostri destini – ch’era guerra di cooperazione tra nordamericani, francesi, inglesi e russi, senza contare le nazionalità che a essa partecipavano senza poteri statuali forti e determinati oppure lontani dai teatri di guerra europei, come i neozelandesi e gli australiani, per esempio, e come era nel caso dei francesi gollisti e dei polacchi eroici in esilio nell’altro. Ebbene, a Patton sfuggì quella che per me è una gran verità e la pagò perché disse quella frase offendendo a morte i russi: «Due popoli – disse – hanno avuto dalla storia il compito di dominare il mondo: i sudditi dell’impero britannico e i cittadini degli Stati Uniti d’America». Ricordi di giovinezza? Ma certo; ma in quella frase che mi viene alla mente dal repertorio di nostalgie infantili che ciascuno di noi porta dentro di sé lottando con l’immaturità che frena la nostra personalizzazione, in quella frase continuo a riconoscere una grandissima verità sempiterna e a cui sempre sarò fedele, dominio mondiale unilaterale o no. La storia del mondo dimostra che la differenziazione sociale meritocratica è alla base del dominio di un sistema sociale sugli altri. È ciò che decide, perché non soltanto assicura una più alta produttività del lavoro, ma altresì perché consente il dispiegarsi di tutte le potenzialità cognitive che lo sviluppo sociale rende possibile. Anche il Canada non scherza, comunque. È una società straordinariamente efficiente e ordinata, con un plus di sussidiarietà pubblica e non solo privata che lo distingue come nazione dagli States per la sicurezza che dà ai cittadini e che, con la crescita economica, consente l’integrazione sociale di culture, orientamenti, tradizioni così diverse. I separatismi non hanno sino a ora trionfato ed è assai difficile che possano farlo in futuro. Si respira un’immensa pace sociale, un benessere diffuso e distribuito molto in profondità, senza grandi esplosioni di ricchezza apparente, con una tradizione fortissima che lotta con dolcezza con la modernità della globalizzazione senza farsi travolgere. È ciò che mi dice in forma piana e felice il cameriere italiano che ci serve al tavolo di uno dei ristoranti più buoni del mondo per quel che concerne la carne di manzo e di vitello, bestie allevate nelle praterie e che vi vengono servite alla griglia dopo una interessantissima lavorazione che le arricchisce di sapori e di aromi. Il cameriere parla con orgoglio di come si sia ben inserito qui, di come i suoi figli vengano considerati compagni «veri» dai loro colleghi di classe e di come lui sia ben considerato e stimato. Non si sente esiliato, proprio no. È riconciliato con l’essere e non si dispera se questa riconciliazione avviene qui e non nella sua nazione natia. Mi pare assai più saggio di molti cantori italiani dell’identità e assai più maturo e compiuto nella personalità di quanto io non sia.

 

 

Bibliografia

1 W. Thomas e F. Znaniecki, The Polish Peasant in Europe and America, The University of Chicago Press, Chicago 1918-1920.

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