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La cultura come motore di sviluppo

Written by Emanuele Fiano Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

La riflessione sul ruolo della cultura oggi nello sviluppo urbano è in realtà la metafora di una riflessione sulla politica locale, e più profondamente sul ruolo della politica nello sviluppo locale. Lo dico partendo da Milano. Osservando contemporanemanente il fenomeno della crisi del modello Albertini che ci viene consegnato, ma anche il momento del centrosinistra che da quella crisi non ha ancora tratto le fondamenta per un’inversione di tendenza. Salvatore Carruba si è dimesso da assessore alla cultura della giunta Albertini il 24 febbraio di quest’anno, poche ore dopo la revoca di Carlo Fontana da Sovrintendente della Scala; dopo aver condiviso per quasi otto anni un percorso politico nel quale aveva creduto e nel quale aveva visto la possibilità di realizzare un progetto culturale liberale. Le sue dimissioni sono state il segno di un fallimento. Come ogni processo politico quel fallimento ha avuto un simbolo, in questo caso la crisi della Scala, e ha denudato un mito: che la buona borghesia milanese di cui Carruba è parte, fosse coesa nell’appoggiare l’opera retorica del sindaco restauratore che si paragona a Maria Teresa d’Austria.

La riflessione sul ruolo della cultura oggi nello sviluppo urbano è in realtà la metafora di una riflessione sulla politica locale, e più profondamente sul ruolo della politica nello sviluppo locale.

Lo dico partendo da Milano. Osservando contemporanemanente il fenomeno della crisi del modello Albertini che ci viene consegnato, ma anche il momento del centrosinistra che da quella crisi non ha ancora tratto le fondamenta per un’inversione di tendenza.

Salvatore Carruba si è dimesso da assessore alla cultura della giunta Albertini il 24 febbraio di quest’anno, poche ore dopo la revoca di Carlo Fontana da Sovrintendente della Scala; dopo aver condiviso per quasi otto anni un percorso politico nel quale aveva creduto e nel quale aveva visto la possibilità di realizzare un progetto culturale liberale. Le sue dimissioni sono state il segno di un fallimento. Come ogni processo politico quel fallimento ha avuto un simbolo, in questo caso la crisi della Scala, e ha denudato un mito: che la buona borghesia milanese di cui Carruba è parte, fosse coesa nell’appoggiare l’opera retorica del sindaco restauratore che si paragona a Maria Teresa d’Austria.

La ristrutturazione del teatro storico di Milano, inaugurato con grande vanto e qualche indubbio merito dopo molti anni di attesa, ha rinnovato le mura e le macchine sceniche, ma non ha simboleggiato anche un ripensamento del ruolo della cultura per Milano.

Dopo l’inaugurazione sono venute le dimissioni di Riccardo Muti e la revoca di Fontana, poi le dimissioni di Fedele Confalonieri e quelle di Marco Tronchetti Provera dal consiglio di amministrazione della Fondazione Scala. Alla fine, l’immagine del gioiello di famiglia, l’emblema stesso della presunta capacità di Albertini di aver riplasmato il volto della città, è risultata così compromessa da spingere Carruba, non certo un tifoso del centrosinistra, a dimettersi in polemica sul non-ruolo della cultura nel progetto del centro destra meneghino. Come ha sufficientemente argomentato nel suo libro «Postmilano» recentemente pubblicato.

In molti a Milano in questi mesi hanno pensato che la crisi del modello di governo della città fosse rappresentata molto bene nella crisi della Scala, più ancora che nei problemi del traffico, degli asili nido o delle privatizzazioni.

Questa è la crisi di un progetto che non c’è, fatto di manutenzione degli edifici della cultura e non dell’idea di una funzione della cultura nella crescita della città. A questo dovrebbe invece essere orientato il progetto della sinistra riformista per questa città, ad un’idea di cultura non solo elemento di fruizione, ma funzione per lo sviluppo.

A tale divaricazione fra i due modelli fa pensare il bilancio che si può effettuare delle grandi opere di ristrutturazione o costruzione delle sedi museali o culturali milanesi in questi anni. Gli interventi più ragguardevoli, sia dal punto di vista economico che culturale, hanno riguardato nel periodo 1997-2004 ristrutturazioni e restauri di strutture monumentali, in particolare il Castello Sforzesco e il Palazzo Reale.

A parte questi ultimi, solo per la Rotonda di Via Besana, altra sede espositiva, per il Civico Acquario e per alcune biblioteche rionali si può parlare di un progetto avviato e concluso. Per tutto ciò che invece rappresenterebbe il segno di un passaggio dall’era del recupero architettonico dei siti storici all’era della trasformazione strategica dei luoghi di produzione, in luoghi dello sviluppo contemporaneo del sapere, il panorama parla di un percorso ancora molto iniziale.

Il progetto del Museo del Presente, per esempio, una sede per l’arte contemporanea di cui Milano è da anni alla ricerca, ipotizzato nell’area dei gasometri della Bovisa, nella profonda periferia milanese, è bloccato da più di cinque anni per l’assenza di un progetto di bonifica dell’area, anche se già totalmente finanziato da parte del comune. La sua realizzazione avrebbe dovuto far parte di un’opera di riqualificazione ben più vasta, e concettualmente molto significativa: l’espansione della sede del Politecnico, prestigiosa università milanese, emblema della cultura tecnica, in quest’area industriale dimessa, con una volontà di sinergia significativa tra l’attività di ricerca universitaria, la collaborazione con il sistema produttivo, e il territorio circostante ancora innervato dai residui della precedente stagione industriale di Milano.

È possibile fare un altro esempio: il complesso dell’ex Industria Ansaldo, vicino alla stazione Ferroviaria di Porta Genova, area urbana ex industriale, ormai totalmente trasformata in sede di numerose attività laboratoriali legate al mondo della fotografia, del cinema, della pubblicità e della moda, scelto per la sede del Museo delle Culture extraeuropee, progettato da David Chipperfield, ma non ancora operativamente finanziato.

E infine un terzo istruttivo esempio è la Biblioteca europea di informazione e cultura, prevista nell’area della ex-stazione FFSS di Porta Vittoria, per la quale si è istituita una Fondazione, ma non si è stanziato neppure un euro, anche se in questo caso è il governo ad essersi tirato indietro.

Come si vede, dunque, nella città emblema del moderno e che anticipa le trasformazioni economiche e sociali sono prevalse le opere di ristrutturazione degli edifici storici e non la trasformazione strategica dei luoghi del fare in luoghi del sapere.

Milano non è una città turistica per eccellenza, non rappresenta che una fetta minore degli spostamenti dall’estero e dall’interno per scopi turistici, e d’altronde non potrebbe essere altrimenti. In Italia è bello ciò che è antico, tendenzialmente si apprezza molto ciò che arriva fino al barocco, tutto ciò che possiede quelle caratteristiche, viene conservato, restaurato, venduto come prodotto unico al mondo.

Tutto ciò esula dalle caratteristiche principali di Milano, città poco «antica» e che anzi ha sempre avuto la caratteristica di anticipare il domani, di rompere schemi consolidati nell’arte e nella cultura; forse inadatta a farsi guardare per la sua bellezza, ma preziosa nell’indicare percorsi nuovi; che trova nel moderno, dall’illuminismo al razionalismo, dal futurismo all’avanguardia il suo primato di città-laboratorio del futuro, nella cultura, nell’economia e nella politica. Potremmo azzardarci a dire che la sua caratteristica di città di mezzo, di passaggio, di scambio, confligga con la tendenza all’accumulo di vestigia artistico-architettoniche di epoche precedenti. Qui l’impronta urbanistica prevalente è ottocento-novecentesca. Impronta espansiva, che trasforma, che consuma territorio, che ha cancellato le tracce antiche più che accumularle. Milano, come diceva Guido Piovene, «è una città utilitaria, demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica».

La città non è dunque sostanzialmente, come nel caso di Roma, Firenze e Venezia, ma anche Parigi, Berlino o New York, una città-arte o una città-monumento. Piuttosto, è ed è sempre stata, una città-funzione. A Milano si viene per lavorare, per ricevere un servizio, per produrre.

In questo senso è opinione comune che i milanesi, con un atteggiamento che ha una sua fondatezza strutturale, pensino alla loro città come ad un «oggetto» non artistico o non bello, e di conseguenza che l’attrazione artistica non faccia parte del modello culturale milanese se si escludono alcune preziose eccezioni. Ma tuttavia il suo essere città meno artistica e più «tecnica», anzi politecnica, è rimasto fermo ad una dimensione novecentista. Il sistema museale scientifico, per esempio, pur ricco di alcune perle, non è all’altezza dello sviluppo della ricerca e della didattica scientifica internazionale.

Basti pensare all’inadeguatezza del Museo della scienza e della tecnica, luogo molto caro a generazioni di milanesi, ma frutto di una concezione fondamentalmente espositiva del progresso, l’idea della scienza in una teca, l’idea della meraviglia, e non interattiva, l’idea della scienza come cultura di massa avvalorata ancora di più dall’epoca dell’accesso generalizzato a internet.

Si pensi ai musei delle scienze di tante grandi città del mondo, ormai specializzati sempre più nella didattica dell’esperienza sensoriale, nel coinvolgere gli utenti in un percorso di attraversamento della storia, che permetta specie ai più giovani di «vivere» lo sviluppo scientifico e non solo di osservarlo. In Italia scontiamo una mancanza di cultura scientifica di massa. Da troppi anni in abbiamo smesso di avere un rapporto sperimentale con la scienza. Oggi, attraverso la rete, qualunque giovane utente partecipa del mondo delle idee, con una velocità che mette in discussione dappertutto il sistema divulgativo e museale classico. La tecnologia dell’informazione pone sfide, non consente ritardi, ne ha posti alla sinistra demolendo le certezze del sistema fordista di produzione, per più di un secolo terreno di identificazione sociale, e dove l’idea della competenza apparteneva alla capacità di ripetizione all’infinito di un gesto e non era la consapevolezza e la conoscenza culturale di un intero ciclo produttivo, e ne pone alla destra, dove ridisegna gerarchie sociali di classi dirigenti, considerate naturali e consolidate, perché oggi la società dell’informazione diventa acquisizione di saperi e non più solo di notizie che qualcun altro, dall’alto trasmette.

Eppure, parafrasando Benjamin, nell’epoca molto avanzata della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (si pensi solo all’industria editoriale, pubblicitaria, televisiva privata, giornalistica, digitale di cui è il centro italiano più importante) Milano, che avrebbe potuto mettersi alla testa di questo nuovo rapporto tra cultura e informazione, non è riuscita ad esprimere un progetto per il suo ruolo nella cultura contemporanea della produzione e riproduzione immateriale di idee.

Nonostante queste caratteristiche, nonostante la sua tradizione di città competitiva con le più importanti capitali europee e del mondo, nonostante gli esempi dimostrino come la cultura, intesa in senso esteso, si ponga ormai al centro dei processi di sviluppo urbano. Nonostante tutto ciò Milano assomiglia a volte ancora all’Angelus Novus dipinto da Klee, descritto da Water Benjamin: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Ha il viso rivolto al passato. (…) Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è quella tempesta».

Milano è sospinta comunque in avanti, è comunque un nodo obbligatorio della rete di sviluppo europeo, il suo motore viaggia, ma a velocità ridotta.

Facciamo un esempio. Mentre a Milano si apre nella ex periferia industriale della Bicocca-Pirelli il Teatro degli Arcimboldi, per permettere i due anni di fermo della ristrutturazione della Scala, ma non si pensa ad un progetto culturale di utilizzo degli Arcimboldi che rimane al momento una bella scatola vuota, a Torino fiorisce la Fiera del Libro, dove espongono, dialogano, comunicano, insomma riempiono di sé la città, i principali editori italiani e del mondo, che per quanto riguarda l’Italia per il 70% hanno sede a Milano. A Milano tutti sanno che c’è il grande teatro nuovo degli Arcimboldi, ma non si sa bene cosa ci si faccia; a Torino forse non si sa dove si tiene la mostra del libro, ma tutti sanno che c’è.

Problemi rilevanti limitano la competitività della città: i problemi ambientali e infrastrutturali; la limitata attrattività per i talenti (scarse borse di studio, carenza e costo degli alloggi, in generale un costo della vita troppo elevato); l’incoerenza – o totale assenza – di politiche di sostegno alla nuova imprenditoria, di attenzione all’investimento in settori strategici e ad alto valore aggiunto, di aumento della capacità innovativa e tecnologica.

A Milano occorrono, invece, capacità di fare sistema e di identificare indirizzi di sviluppo condivisi con il territorio. Nella competizione globale il ruolo dei territori è cruciale: per conseguire obiettivi di sviluppo non bastano più le performance delle singole imprese e dei singoli centri di ricerca, ma occorre che il territorio sia visto come un sistema integrato all’interno di un contesto macroregionale e internazionale; la dimensione metropolitana è dunque l’unica che può consentire alla città di recuperare un ruolo internazionale.

Fin qui il tentativo di descrivere per sommi capi, la condizione di questi anni.

Che cosa ci aspetta? Quale ruolo dovrebbe avere la cultura in un progetto di sviluppo per Milano?

Un progetto per la cultura a Milano va posto anzitutto sul piano della competizione con altre realtà urbane e va concepito come fattore decisivo di sviluppo.

Finora la politica economica locale non ha ancora considerato che il passaggio successivo dello sviluppo economico italiano – dopo il successo del terzo capitalismo delle piccole e medie imprese esportatrici – non può che dipendere sia dalla necessità di crescita delle imprese verso dimensioni più adeguate alla globalizzazione dei modelli di competizione, sia dall’evoluzione dei nostri fattori di competizione verso la conoscenza, il capitale umano e dal rilancio dei territori metropolitani visti quali fattori di attrazione di risorse e di opportunità di crescita e sviluppo. A Milano, come forse ovunque, si deve perciò pensare alla cultura come elemento di un sistema, e alla città stessa come nodo di una rete globale di conoscenza.

Un terreno decisivo per lo sviluppo di un progetto culturale esiste già: è quello della formazione e delle università, forte di dieci accademie, di duecentomila studenti, ricca di centri, fondazioni, accademie artistiche e culturali di rilevanza mondiale, di importanti istituti di formazione superiore e di numerosi centri di ricerca pubblici e privati. A questo panorama si affianca una variegata struttura produttiva, connessa a questi centri, fatta di settori tradizionali, ma anche di un vasto e diffuso terziario avanzato, di una rete immateriale di saperi che innerva l’intera città, del tessuto di imprese del mondo dell’informazione.

Nell’epoca della migrazione della manifattura verso i bassi costi dell’Asia, Milano ha di più: il fattore della capacità creativa nel campo della produzione di idee rappresenta un fattore specifico e unico. In questo senso e su questo terreno, Milano non può che sviluppare sempre di più la sua vocazione per la produzione immateriale di idee. Un campo che regge molto bene alla competizione con l’Asia.

Mettere al centro del ragionamento sul futuro di Milano formazione, creatività, produzione immateriale di idee, non può che voler dire ragionamento politico sul ruolo nazionale ed europeo di Milano, sulla ricostruzione di una sua funzione e di una sua vocazione. Sulla sua capacità di inserirsi in una rete di sviluppo.

Ricerca, creatività, università, formazione, editoria, web, produzione di servizi, arte contemporanea, cultura contemporanea. Su questi temi il comune deve svolgere un ruolo di connettore, facilitatore, incentivatore. Gli eventi connessi a questi temi – formazione, mostre, convegni, esposizioni, fiere – sono il terreno di coltura per la competitività di un sistema metropolitano. Su di essi il reperimento di risorse esterne e il partenariato tra pubblico e privato possono produrre valore aggiunto per la città. Sviluppare questa vocazione, significa sapere qual è il progetto Milano che intendiamo noi.

Queste caratteristiche possono rappresentare i principali fattori di rilancio di un processo di sviluppo economico e sociale di tutto il paese che sia in grado di contemperarsi con il «bene comune». Occorre però una ristrutturazione del territorio e delle sue infrastrutture, nonché l’incentivazione delle attività innovative e culturali, oltre a una nuova e più adeguata interpretazione del concetto di welfare municipale, che veda la cultura non come elemento di decoro superfluo, ma elemento decisivo di crescita individuale e collettiva.

In una visione del futuro che divenga per tutti i milanesi l’obiettivo comune cui tendere.

Presupposto di tale percorso è una continua creazione di competenze e conoscenze, una maggiore agevolazione delle attività imprenditoriali più innovative, ma soprattutto capacità di apprendimento interattivo e cumulativo tra istituzioni pubbliche e soggetti privati, tra imprese e comunità scientifiche.

Ripensare Milano e orientarla verso i servizi a elevato valore aggiunto – con particolare attenzione a ricerca, innovazione, cultura, conoscenza e finanza – sarà un elemento trainante per il rinnovamento dei fattori di competizione di tutto il paese: e fino ad oggi tutto ciò non è stato preso in sufficiente considerazione.

Già avviene così altrove, in Italia e in Europa. Ad esempio a Brescia, Genova e Torino già si pianifica di fare di cultura e conoscenza i motori dello sviluppo: progetti strategici, grandi mostre e grandi eventi fanno di questi settori una parte rilevante dell’economia del territorio, attraggono turismo culturale e congressuale e generano nuova, buona e ampia occupazione, anche per professioni spesso dilaniate dalla precarietà.

A Milano non mancano iniziative spontanee volte ad affrontare le sfide del rilancio e del ruolo economico della metropoli. Molte riescono ad autosostenersi e creare sviluppo, ma da sole non sono sufficienti.

Infine l’Europa, in questo disegno l’ambito della discussione in corso a livello europeo su come ridefinire l’attribuzione dei fondi strutturali alla luce del processo di allargamento dimostra come sia fondamentale orientarsi ad un sostegno delle politiche per lo sviluppo delle grandi aree urbane.

Dimensione europea, ruolo nazionale, area metropolitana; produzione immateriale di idee, tecnologia dell’informazione e della comunicazione; formazione, indirizzo pubblico, partenariato pubblico-privato. Su questi binari, scegliendo questa vocazione, Milano può rimettere la cultura al centro del proprio progetto di sviluppo.

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