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Che cosa manca a Milano?

Written by Pietro Modiano Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

Che cosa manca, a Milano? Che cosa manca, di Milano, al nostro paese? E che cosa manca al paese? Sono le domande che le classi dirigenti della società e della politica di questa città dovrebbero farsi molto di più, al punto di farsene un proprio continuo cruccio; domande che in realtà si fanno, una volta ogni tanto. Salvo poi, come spesso è avvenuto, stupirsi, rimpiangere, ritrarsi e inventare ansiosamente un cambiamento purchessia. Perché questo è il problema – e il fascino – di Milano, che Milano «non è Milano»: «non ne vuole sapere di essere se stessa. Sta diventando sempre qualcos’altro. Ci arrivi, decidi di passeggiare, passeggi in un perenne cantiere e pensi quando sarà finito. Il cantiere, la città. Ma non finiscono mai, il cantiere, la città, e continuano a cambiare». È il rifiuto di Milano a guardarsi allo specchio, compiaciuta del suo pragmatismo e della sua capacità di cambiare, superare le avversità, lasciarsi le macerie alle spalle. Il rifiuto di darsi una funzione nazionale, e viverla con coerenza.  

Che cosa manca, a Milano? Che cosa manca, di Milano, al nostro paese? E che cosa manca al paese? Sono le domande che le classi dirigenti della società e della politica di questa città dovrebbero farsi molto di più, al punto di farsene un proprio continuo cruccio; domande che in realtà si fanno, una volta ogni tanto. Salvo poi, come spesso è avvenuto, stupirsi, rimpiangere, ritrarsi e inventare ansiosamente un cambiamento purchessia.

Perché questo è il problema – e il fascino – di Milano, che Milano «non è Milano»: «non ne vuole sapere di essere se stessa. Sta diventando sempre qualcos’altro. Ci arrivi, decidi di passeggiare, passeggi in un perenne cantiere e pensi quando sarà finito. Il cantiere, la città. Ma non finiscono mai, il cantiere, la città, e continuano a cambiare».1 È il rifiuto di Milano a guardarsi allo specchio, compiaciuta del suo pragmatismo e della sua capacità di cambiare, superare le avversità, lasciarsi le macerie alle spalle. Il rifiuto di darsi una funzione nazionale, e viverla con coerenza.

È quel che è successo di nuovo, in tempi recenti, dopo Tangentopoli. Una città intera ha visto sfaldarsi a uno a uno molti dei suoi punti di riferimento, o ha dovuto scoprire, un giorno dopo l’altro, che forse di punti di riferimento non ne aveva, o non ne doveva avere. E ha cominciato, a modo suo, a cercare la sua soluzione. Che fa fatica a trovare.

C’erano allora, all’inizio degli anni Novanta, le premesse per un risveglio collettivo, ed erano in un sentimento che – dopo la stagione violenta delle tricoteuses (passata in fretta anche quella: e poi le monetine si tiravano a Roma) – è stato di ripiegamento e riflessione, di rimessa in discussione profonda, premessa appunto per una ripresa più responsabile.

È qui, in questa crisi, in quegli anni decisivi, che si produce uno scarto non ricomposto, e che pesa ancora sul paese. Milano reagisce, ma si rimette in fuga, non elabora.

Eppure.

Eppure negli stessi anni di Tangentopoli e Mani Pulite il nostro paese e la città si impegnano, con il concorso di una grande partecipazione collettiva, nel processo di modernizzazione e risanamento più intenso e promettente dal dopoguerra: il risanamento della finanza pubblica, che ci porterà nell’ e u ro, le privatizzazioni, delle banche anzitutto, l’avvio di una fase di regolamentazione dei mercati che ci allinea alle esperienze europee più avanzate, e in altri campi, l’allargamento di spazi nell’università, nella ricerca, nel volontariato.

Milano è al centro, in realtà: sono le due banche milanesi ad aprire la strada alle privatizzazioni, avvenute, almeno la prima, quella del Credito Italiano, in modo moderno, rispettoso delle regole del mercato globale. La Borsa di Milano si privatizza a sua volta, promuove la modernizzazione del mercato, che buone norme poi sanciranno. E intanto, cambia la legge elettorale, si può aprire una fase nella quale la competizione virtuosa può estendere le sue virtù non solo all’economia, ma anche a un sistema politico bloccato e monopolizzato dal centrismo.

Si abbozza allora la possibilità di un nuovo percorso di formazione e selezione delle classi dirigenti, si può forse allargare il cerchio a nuovi meriti. La demolizione delle vecchie regole di collateralismo e cooptazione politica, la crisi della vecchia politica, fanno emergere una parte della società delle professioni, delle imprese, del sapere e del volontariato che si impegna con iniziativa e coraggio individuali a rendere meno provinciale il paese, più aperta alla cultura delle regole e della competizione virtuosa.

Le premesse si stabiliscono, ma lo scarto, il balzo per recuperare ruolo e ambizioni da capitale europea, Milano non lo produce.

Assunta per un momento la responsabilità collettiva del malfunzionamento della politica e delle regole del gioco, pagato collettivamente il conto, avviata, per la parte che ad essa compete (finanza, imprese, mercati, ricerca), la fase della modernizzazione, Milano si è fermata. E ha cominciato a rivalutare l’altra parte di sé, fatta di quelli che negli anni bui di Tangentopoli se la sono cavata con Mani Pulite bene o male, senza gravi danni e rimorsi; senza ripensamenti. Ha vinto in Italia, più che a Milano, un’altra «milanesità»: quella semplificata, quella del pragmatismo, «del fare» che è giustificazione di se stesso.

E si è fermato anche il paese, in questi ultimi anni in cui la Milano migliore non c’è stata; il paese dopo i primi anni del risanamento e dell’Europa, ha ripiegato: le energie del dopo-euro si sono dimostrate poco dure voli; della modernizzazione tentata dei primi anni novanta è rimasto poco. Colpi al civismo e all’etica pubblica; un minor senso collettivo di legalità; meno importanza di allora data alle regole condivise come base della civile convivenza; meno culto della buona concorrenza, come strumento per fare emergere i migliori; più subalternità delle classi dirigenti ai media e alla società dello spettacolo; scarsa attenzione alla cultura; pulsioni verso una politica senza competizione; posizioni terziste spesso comode e al di sotto delle parti.

Si è prodotta un’alterazione del meccanismo di selezione ai vertici del sistema economico e finanziario. Chi compete, chi ha meriti, ha fatto un passo indietro: in questi anni –  nell’università, nella ricerca, forse in qualche impresa – non ha trovato sponda sufficiente e sufficiente rappresentanza.

C’è un problema di struttura dell’economia, che ha complicato e aggravato le cose. Oggi ai vertici del sistema economico e finanziario, milanese e nazionale, non c’è più o è gravemente sotto-rappresentato chi lotta sul mercato globale, chi è sulle frontiere avanzate della concorrenza e regge il confronto con la Cina e le tecnologie. Per la prima volta, dai vertici del sistema della finanza e dell’economia è uscita la manifattura, anche se l’impresa manifatturiera italiana – ma non è più quella grande – regge e compete nel mondo.

Nel potere – quello di cui parlano i media – sono quasi solo servizi, banche, utilities, media appunto. Giovani e avventurosi immobiliaristi possono candidarsi a farne parte.

Ed è la prima volta: nella Milano dal dopoguerra ai vertici dell’economia erano i grandi siderurgici, metallurgici, i tessili, i chimici, i farmaceutici. Gente che, capace o meno, aveva come proprio compito quotidiano il confronto aperto con mercati concorrenziali. E da questo traeva legittimità per la sua egemonia, nei giornali, nelle banche, e poteva ergersi a rappresentante di quella Milano della piccola industria che vinceva (la Milano dei cumenda), che ha sostenuto per almeno quattro decenni l’economia della metropoli (e anche ora, l’occupazione nel comune di Milano nell’industria manifatturiera è il 20% del totale).

La centralità dell’impresa, al di là del suono da slogan un po’ apologetico, aveva un senso vero, e positivo.

La finanza, anche il mercato immobiliare, ruotava attorno all’industria: era al sostegno dell’industria, sia pure secondo meccanismi a volte lontani da quelli di mercato. Mediobanca era tutrice dell’impresa, quella privata e familiare di allora, con i suoi limiti oggi ancor più evidenti, ma pur sempre di un’impresa per sua natura costretta a competere e innovare e crescere. Era chiaro il suo peso e potere, ma anche la sua ragion d’essere, il suo ruolo per il paese.

Da quel mondo traevano alimento culture variegate, spesso con una forte impronta conservatrice, ma anche una cultura cattolica con mai disconosciute radici progressiste e antifasciste, e una laica più cosmpolita, in grado di interloquire in modo rispettoso con quelle solidaristiche e socialiste del movimento operaio.

La crisi della grande impresa manifatturiera privata, pilastro dell’identità di Milano nel paese, ha prodotto un trauma – economico e culturale – che, sommato allo shock del dopo Tangentopoli, ha intrappolato la città, l’ha privata negli ultimi anni della sua bussola.

A Torino, la partita ha il connotato della lotta per sopravvivere. A Milano, dell’impegno a guardarsi allo specchio per ciò che si è e si potrebbe essere, per riaprire una prospettiva a partire dalle potenzialità che esistono.

C’è oggi qualche segno di nuova consapevolezza dei problemi. Il senso, anzitutto, della precarietà propria di poteri da altri definiti forti e che sono in realtà alle prese con sfide complicate e non risolte, di competizione internazionale, di disponibilità di mezzi finanziari, di stabilità degli assetti proprietari. La minaccia estiva alla stabilità del controllo del «Corriere della Sera» ha prodotto un sussulto.

Si riapre una partita che riguarda l’élite economica e finanziaria, ancora.

Rimettere, o mettere, al centro la buona concorrenza, il mercato con le sue regole, la selezione virtuosa dei migliori. Creare le condizioni per un rapporto corretto di economia e finanza con le istituzioni e la politica, e di istituzioni e politica con l’economia. È ciò che Milano stava per fare all’inizio degli anni Novanta, e non ha fatto. Ma è da qui che Milano in particolare può ripartire.

Partire da quello che c’è, che non è pochissimo.

Dopo anni di stasi e di cose fatte in modo approssimativo, qualcosa si muove nel paesaggio urbano. La nuova Fiera è la prima realizzazione da grande città europea, fatta secondo canoni esemplari di efficienza e correttezza. Ci sono progetti urbanistici importanti, che possono riaprire l’interesse di imprese e investimenti stranieri, che nell’ultimo decennio hanno scelto altre destinazioni in Europa, e trascurando Milano hanno trascurato l’Italia.

Le banche sono in movimento, si rinnovano e puntano a farsi multinazionali. La sfida è di nuovo per competere in mare aperto, senza protezioni possibili. Quanto alla grande impresa, è vero che oggi è in gran parte fatta di utility, e che ai tempi delle grandi scalate, le telecomunicazioni erano una rete in condizioni di monopolio naturale. Ma la sfida tecnologica nelle telecomunicazioni si è aperta, ed è di difficoltà e portata impensabile solo qualche anno fa. Il rentier è tornato capitano d’impresa. C’è oggi una nuova base di alleanza e comprensione fra banche, grandi imprese tecnologiche di servizi – molta parte delle telecomunicazioni italiane è qui – e medio piccola manifattura che regge, ma che ha poca voce, e poco fa sapere di sé, non esprime leader e leadership.

Insomma, qualche cosa da cui ripartire c’è, per riprendere il filo rotto dieci anni fa, nonostante tutto, almeno nell’economia e nella finanza.

Resta il problema di come mettere insieme le forze, problema così ostico per Milano, quando non c’è un’emergenza chi ci obbliga a farlo, e che allora fa emergere le generosità individuali delle quali a volte ci vantiamo. Ecco che cosa ci manca, a Milano.

E qui si torna alla politica milanese e ai suoi nodi irrisolti e accantonati. Mai come in questi anni il governo nazionale è stato segnato da milanesi; e forse mai come in questi anni la complessità della società milanese è stata così poco rappresentata a livello nazionale, è contata così poco.

Oggi, alla vigilia di un probabile cambio di maggioranza di governo e di un cambio certo di leadership a Milano, c’è la possibilità di giocare la partita di rivincita, c’è da riprovarci, certo con qualche sconfitta alle spalle e forse con meno forza di allora. L’auspicio è che le nuove leadership milanesi siano all’altezza del compito, non solo per capacità di amministrazione e mediazione, ma per capacità di mobilitare e unificare energie, visione, senso del dovere e responsabilità nazionale.

 

Bibliografia

1 Cfr. il pamphlet di Aldo Nove: A. Nove, Milano non è Milano, Laterza, Bari 2004, ripreso dall’introduzione di Eugenio Zucchetti in E. Zucchetti (a cura di), Milano 2005. Rapporto sulla città, Franco Angeli, Milano 2005.

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