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Cattolica e secolarizzata? I paradossi del voto religioso in Spagna

Written by Josè Ramon Montero e E. Kerman Calvo Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

In quest’articolo vorremmo analizzare alcuni paradossi riguardanti l’impatto della religiosità sulle scelte elettorali, e rivedere criticamente alcune tesi ricorrenti nella sociologia e politologia contemporanee. In maggioranza, i sociologi tendono a partire dal presupposto che quest’impatto stia rapidamente scomparendo, o sia già del tutto inesistente. E spiegano questo fenomeno con la secolarizzazione dei cittadini dei paesi democratici, ritenuti ormai quasi totalmente autonomi dalle élite ecclesiastiche in materia di preferenze elettorali. Ciò comporterebbe la scomparsa del cleavage religioso, con l’adozione dei cosiddetti valori postmaterialisti in luogo dei criteri morali tradizionali, l’inutilità crescente delle ideologie e il declino del confronto politico basato sull’identità religiosa, grazie all’uso crescente di criteri razionali nelle decisioni elettorali.

 

In quest’articolo vorremmo analizzare alcuni paradossi riguardanti l’impatto della religiosità sulle scelte elettorali, e rivedere criticamente alcune tesi ricorrenti nella sociologia e politologia contemporanee. In maggioranza, i sociologi tendono a partire dal presupposto che quest’impatto stia rapidamente scomparendo, o sia già del tutto inesistente. E spiegano questo fenomeno con la secolarizzazione dei cittadini dei paesi democratici, ritenuti ormai quasi totalmente autonomi dalle élite ecclesiastiche in materia di preferenze elettorali. Ciò comporterebbe la scomparsa del cleavage religioso, con l’adozione dei cosiddetti valori postmaterialisti in luogo dei criteri morali tradizionali, l’inutilità crescente delle ideologie e il declino del confronto politico basato sull’identità religiosa, grazie all’uso crescente di criteri razionali nelle decisioni elettorali. In generale, descrizioni del genere portano a concludere che questo nuovo clima investa allo stesso modo tutti i paesi occidentali, indipendentemente dalla loro storia religiosa, dai rispettivi sistemi in materia di partiti politici e dal grado di religiosità dei cittadini. Ma a nostro avviso, analisi del genere peccano di eccessivo semplicismo. Va detto infatti che da un lato, l’interazione tra religiosità, cambiamento sociale e politica assume forme diverse, a seconda del contesto storico e geografico. Dall’altro, la secolarizzazione è un fenomeno complesso, dalle molte sfaccettature, che non investe allo stesso modo tutti i gruppi sociali; un fenomeno che oltre tutto può convivere benissimo con il sorgere di nuove e più intense identità religiose. Crediamo dunque che i cambiamenti associati alla secolarizzazione e alla trasformazione dei comportamenti delle élite politiche e sociali a fronte dei conflitti religiosi vadano esaminati non già partendo dal presupposto di un venir meno di tali conflitti, bensì nell’ottica di una ridefinizione del rapporto tra religiosità e politica.

In quest’articolo, al fine di corroborare le nostre tesi, discutiamo alcuni aspetti del rapporto tra atteggiamenti religiosi e politica in Spagna, e in qualche misura anche in Portogallo: due paesi cattolici per eccellenza, che dal punto di vista religioso hanno non poche caratteristiche in comune, a incominciare da un lungo e turbolento passato di conflitti politici associati alla religione. E hanno subito entrambi i regimi dittatoriali più duraturi d’Europa, basati su una forma di nazional- cattolicesimo (termine con cui si è definito il regime spagnolo) che ha consentito alla Chiesa cattolica di occupare un ruolo centrale nella legittimazione e istituzionalizzazione di quei regimi autoritari. E in entrambi i casi, un elemento determinante della transizione verso la democrazia è stata la decisione delle élite politiche di evitare conflitti religiosi, che avrebbero rischiato di impedirne il consolidamento dello stato democratico. Oggi, dopo il periodo di democrazia più lungo mai registrato nella storia della dei due paesi iberici, in quale misura il rapporto con la religione incide sulle fortune elettorali del principali partiti? E fino a che punto il processo di secolarizzazione sociale ha influito su questo rapporto?

 

Cleavage religioso e voto religioso

A queste due domande, le analisi degli esiti elettorali rispondono abitualmente in termini negativi nel primo caso, e nettamente positivi nel secondo. A fronte dell’assenza di partiti politici religiosi nel senso stretto del termine, come lo erano i partiti democristiani italiano e tedesco, e in un contesto di secolarizzazione generalizzata a livello europeo, la sociologia ha decretato l’inesistenza di un cleavage religioso come elemento di contrapposizione dei partiti e di mobilitazione dei diversi gruppi confessionali. In realtà, la questione è un po’ più complessa. Senza dubbio, in molti paesi occidentali l’impatto esercitato sul voto dal fattore religioso è oggi assai minore della sua (presunta) incidenza al momento della nascita dei partiti democristiani, o ai tempi dei conflitti tra le diverse confessioni religiose da un lato e i partiti laicisti o anticlericali dall’altro. I leader dei partiti hanno costruito le loro strategie puntando sulla secolarizzazione, sui mutamenti sociali e sull’incremento dell’istruzione e dell’informazione, rinunciando a politicizzare le divisioni religiose. Perciò, nei paesi in cui esiste una confessione dominante, gli elettori non vengono mobilitati su questi temi, che non figurano neppure nell’agenda politica. In quest’ottica, il risultato non poteva essere che l’attenuazione del cleavage religioso. Ma attenuazione non vuol dire estinzione. In molti paesi, i ricercatori rilevano l’esistenza di un tipo di voto religioso da parte di determinati gruppi, che associano sistematicamente il voto alla religiosità. Indubbiamente, in questa accezione il voto religioso non ha la stessa forza del cleavage religioso. Ma si tratta tuttavia di una caratteristica rilevante del comportamento elettorale, che non può essere ignorata come si tende a fare in molte analisi, omettendo semplicemente di includere la variabile religiosa nei modelli di comportamenti elettorali. In altri termini, la relativa assenza di un cleavage religioso non vuol dire che il fattore religioso sia del tutto irrilevante ai fini del voto. Molti analisti ne tengono conto solo quando si esplica attraverso i partiti democristiani, o laddove questi non esistano, quando è legato a profonde divisioni sociali, che si traducono in scontri elettorali tra partiti direttamente impegnati nella mobilitazione di un elettorato connotato in senso religioso. Ma in effetti, il fattore religioso può incidere sul comportamento elettorale anche in forme diverse. Il rapporto con la religione andrebbe quindi concepito come un elemento di identificazione, in base al quale i dirigenti dei partiti possano sviluppare strategie che li tengano in considerazione accanto ad altri (ad esempio all’elemento ideologico), per stabilire rapporti di prossimità con gli elettori. La combinazione tra la dimensione religiosa e quella ideologica faciliterebbe i processi che possono indurre i cittadini a identificarsi con un partito e a sentirsi vicini ad esso, fino a divenirne elettori abituali e ad appoggiare le sue proposte e scelte politiche pubbliche legate a questioni religiose (scuola, metodi contraccettivi, aborto, matrimonio tra omosessuali). Se dal canto loro i partiti si affrontano su un numero ristretto di spazi competitivi (o di cleavage, agli effetti di quanto sopra), per i cittadini sono ipotizzabili molte dimensioni di identificazione, che i leader politici possono attivare e plasmare. Una di queste è appunto la dimensione religiosa, che dà luogo, quando è legata alle preferenze elettorali, al voto religioso.

 

Il fattore religioso nella mappa dell’Europa del Sud

L’elemento essenziale per decifrare la reale portata del rapporto tra religiosità e voto è l’entità delle divisioni sociali sul tema della religione. In quale misura possiamo parlare della Spagna e del Portogallo come di paesi secolarizzati? Come è noto, le nazioni dell’Europa meridionale sono tradizionalmente considerate le più devote. In Spagna e in Portogallo, i regimi autoritari insediatisi negli anni 1930 hanno consegnato un enorme potere politico alla Chiesa cattolica, ponendola in condizioni di rafforzare ulteriormente la propria egemonia sociale e culturale. In entrambi questi paesi, come del resto anche in Italia fino agli anni 1970, si riconosceva alla Chiesa un magistero morale indiscusso, consentendole di controllare i fedeli che affollavano i luoghi di culto su un’ampia varietà di questioni legate alla religione. Naturalmente, le condizioni alla base dell’egemonia della Chiesa cattolica sono oggi profondamente mutate grazie al processo di secolarizzazione, anche se in misura variabile a seconda dei paesi. Nella Tabella 1 abbiamo raccolto alcuni indicatori che sintetizzano questi cambiamenti e rilevano le differenze tra gli Stati dell’Europa del Sud. Vi sono indicati, in base a criteri empirici, i tre aspetti essenziali che qualificano il fenomeno religioso: la confessione (altrimenti definita church denomination, o belonging), la pratica religiosa (o behaving) e le credenze religiose ( o believing). Il primo aspetto (il più suscettibile di dar luogo a conflitti religiosi) descrive l’appartenenza di un individuo a una determinata confessione; il secondo è riferito all’osservanza dei riti imposti dalle diverse confessioni, e il terzo riguarda le credenze, più o meno formalizzate, di ciascun individuo, e in senso più generale i suoi sentimenti religiosi.

Come si può constatare, la religione cattolica continua ad occupare, almeno a livello di appartenenza, un posto dominante nella composizione religiosa delle società dell’Europa meridionale. Tre individui su quattro in Spagna e in Italia, e una proporzione anche maggiore in Portogallo e soprattutto in Grecia, dichiarano di appartenere a una religione — cattolica nella stragrande maggioranza dei primi tre casi, e cristiana ortodossa nel quarto. Ma l’appartenenza è soprattutto un indice culturale, che non dice granché sul grado di religiosità, né sull’intensità dell’impegno religioso. Più rilevante è il behaving, ossia la misura in cui la religione è praticata. A confronto con la pura e semplice appartenenza a una religione, o anche con il believing, cioè con le credenze di un individuo, il legame con una Chiesa organizzata incide in misura maggiore sui suoi orientamenti e le sue affinità politiche. La partecipazione ai riti e alle pratiche specifiche di ogni confessione presuppone un costo (ad esempio in termini di tempo e opportunità) che rafforza l’adesione dell’individuo ai precetti e alle attività della Chiesa. E a sua volta, quest’adesione favorisce la disposizione ad accettare, o quanto meno a tenere in considerazione le prescrizioni politiche e morali della sua confessione.

 

 

Tabella 1 — Indicatori di base dell’atteggiamento religioso in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia nel 2002 (in percentuali)

Indicatore

 

Spagna

 

Italia

 

Portogallo

 

Grecia

Totale

Europa# Il totale è riferito ai venti paesi che hanno contribuito all’Inchiesta Sociale Europea.#

Appartenenza a

una religione

 

78

 

77

 

86

 

97

 

65

Religione di appartenenza

Questa domanda è stata rivolta soltanto a chi dichiarava la propria appartenenza a una religione al momento dell’intervista.

 

 

 

 

 

Cattolici

97

99

97

-

-

Cristiani ortodossi

-

-

-

96

-

Pratica religiosa

Si definiscono cattolici “nucleari” quelli che dichiarano di recarsi in Chiesa quotidianamente, più di una volta alla settimana o una volta alla settimana; i “nominali” assistono alle funzioni religiose una volta al mese, solo in occasione delle feste religiose speciali o ancora più raramente; e i “non religiosi” non frequentano mai i luoghi di culto.

 

 

 

 

 

Cattolici nucleari

20

32

30

26

18

Cattolici nominali

46

53

47

70

51

Non religiosi

34

15

23

4

31

Religiosità soggettiva

Agli intervistati veniva chiesto in quale misura si considerassero religiosi, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata confessione, in base a una graduatoria di 11 posizioni, ove il valore 0 equivaleva a “assolutamente non religioso” e il valore 10 a “molto religioso”.

 

 

 

 

 

Media

4,4

6,1

5,7

7,7

5,0

Valore medio

5

6

6

8

5

Deviazione standard

2,7

2,5

2,5

2,2

2,9

(N)

(1.729)

(1.207)

(1.495)

(2.561)

(38.442)

Fonte: Inchiesta sociale europea 2002 (http://www.ess.nsd.uib.no/ ).

 

 

In questo senso, i dati della Tabella 1 fanno emergere differenze significative tra i paesi cattolici dell’Europa del Sud. La Spagna evidenzia i livelli più bassi di cattolici «nucleari», e i più elevati di «non religiosi»: quasi metà della popolazione non assiste mai, o solo sporadicamente, a cerimonie religiose, e solo un po’ più del 20% dichiara di osservare il precetto cattolico di assistere alla messa almeno una volta la settimana. Uno sguardo più attento al caso spagnolo, per quanto attiene all’evoluzione di questo indicatore negli ultimi vent’anni, rivela l’intensità del processo (grafico 1). D’altra parte, i dati relativi all’appartenenza riflettono l’immagine di un paese eminentemente cattolico, simile per quest’aspetto all’Italia e al Portogallo. Va però precisata una notevole differenza rispetto a questi due paesi: i cattolici spagnoli sono meno praticanti. È vero che in Spagna, al confronto con altri paesi europei, in termini relativi il tasso di assiduità ai luoghi di culto rimane elevato; ma qui, come in Belgio e in Olanda, questo dato ha fatto registrare il calo più pronunciato, nel più breve periodo di tempo. Gli anni successivi alla transizione sono stati decisivi in quest’evoluzione. Dopo quel momento di rottura, dalla metà degli anni 1980 i livelli si sono mantenuti stabili, per subire poi alcune consistenti variazioni dalla metà degli anni 1990.

Grafico 1 — Evoluzione dei livelli di partecipazione alla messa in Spagna, 1973-2002.

Grafico 1

 

Fonti: per il 1973, Fondazione foessa, Estudios sobre la situación social en España, 1975, Euramerica, Mdrid 1976; per gli anni 1981, 1990 e 1991 i dati sulla Spagna dell’European Values Surveys; per gli altri anni, Banco de Datos del Centro de Univestigaciones.

 

Possiamo completare l’esame di questi profili nei paesi dell’Europa del Sud confrontandoli ad dato relativo alla percezione soggettiva dei cittadini del proprio rapporto con la religione. A tal fine è stata utilizzata una graduatoria ove il valore 0 è riferito a chi si definisce «per nulla religioso», e il 10 a chi si considera «molto religioso». La media spagnola è a livello 4,4 — chiaramente al disotto di quella europea, che si colloca al 4,9. Di fatto, i livelli di religiosità in Spagna sembrano sintonizzarsi piuttosto con quelli dei paesi a maggioranza protestante, ove in generale la religiosità è minore. Quasi tutti i paesi a maggioranza cattolica presentano punteggi più elevati, come l’Italia (6,1) e il Portogallo (5,7), superati solo dalla Polonia (6,6). È però interessante segnalare che la deviazione tipica del caso spagnolo è maggiore che in quelli portoghese e italiano. Ciò suggerisce l’esistenza di una più netta polarizzazione: in altri termini, gli spagnoli tendono ad essere più intensamente religiosi dei loro vicini dei paesi limitrofi (e viceversa).

In sintesi, gli spagnoli sono assai più cattolici (definiti in termini culturali) che religiosi (nel senso della pratica religiosa del senso ampio del termine). La religione occupa, tra le preoccupazione degli spagnoli, un posto secondario, e la media della loro religiosità soggettiva si avvicina piuttosto a quella dei paesi protestanti secolarizzati (quali la Danimarca o il Regno Unito) che a quelli più vicini dal punto di vista della confessione (come il Portogallo e l’Italia). L’assiduità alle funzioni religiose, e in particolare a quella obbligatoria — la messa domenicale — è diminuita tanto da riguardare soltanto un quinto degli spagnoli, mentre coloro che dichiarano di non andare praticamente mai in chiesa sono più della metà. D’altra parte, le persone che dichiarano di pregare con una certa frequenza sono più numerose di quelle che assistono settimanalmente alla messa: questo dato sottolinea la tendenza dei cattolici di un certo tipo ad allontanarsi dalla dimensione istituzionale della Chiesa. Resta comunque il fatto che più del 50% dichiara di non pregare mai o quasi mai. Altri indicatori rivelano che per quanto attiene al magistero morale della Chiesa, i modelli di adesione sono variabili, ma in genere scarsamente indicativi.

 

Religiosità, ideologia e voto

In base a quanto abbiamo visto finora, la Spagna è un paese dove da un lato esiste una solida tradizione di fusione tra religione e politica, e dall’altro un accentuato processo di secolarizzazione sociale. Cosa dobbiamo dunque attenderci, per quanto riguarda il peso del fattore religioso sul voto? Per rispondere a questo interrogativo, nella tabella 2 abbiamo posto in relazione la religiosità, intesa come partecipazione ai servizi religiosi, con una scelta elettorale pregressa, e precisamente il voto espresso in occasione delle elezioni generali del 2000. Al fine di semplificare l’esposizione, abbiamo espresso sinteticamente il grado di religiosità con il metodo già adottato nella tabella 1, costruendo un indice di misurazione semplificato, ridotto a tre categorie. La prima è quella dei «cattolici nucleari», che osservano i precetti della loro religione per quanto attiene alla partecipazione almeno settimanale alle funzioni religiose. La seconda comprende i «cattolici nominali», che pur non osservando fedelmente le prescrizioni della Chiesa vanno a messa in determinate circostanze (normalmente in occasione di feste o celebrazioni simboliche). Infine, i non religiosi», che hanno definitivamente smesso di recarsi nei luoghi di culto. Per quanto riguarda il voto, ci siamo limitati a raccogliere i dati relativi ai tre grandi partiti politici di estensione nazionale, e precisamente il Partido Socialista Obrero Español (psoe), il Partido Popular (pp) e la Izquierda Unida (iu – Sinistra Unita).

In base a questi dati, in Spagna ogni gruppo religioso sembra avere preferenze elettorali ben differenziate. Questo risultato appare in linea con le recenti ricerche sull’atteggiamento religioso e il voto in Spagna. Potremmo dire che gli elettori religiosi votano a destra (pp), mentre quelli non religiosi scelgono la sinistra (psoe e iu). Come possiamo vedere nella Tabella 2, alle elezioni generali del 2000 il pp è stato chiaramente il partito preferito dai “cattolici nucleari”, che hanno largamente privilegiato questo partito (60% contro il 24% del psoe); e com’era facile immaginare, solo l’1% di questo gruppo ha votato per iu. Sul versante opposto, il voto progressista è risultato maggioritario tra i non religiosi (ma non con lo stesso divario tra pp e psoe nel caso degli elettori religiosi). Le elezioni del marzo 2000, che hanno dato al pp il miglior risultato ottenuto dalla data della sua fondazione, hanno confermato il successo di questo partito e la sconfitta dello psoe tra quasi tutti i gruppi e categorie sociali. Ma tra le poche eccezioni figura il gruppo dei non religiosi, che ha optato in maggioranza per i partiti progressisti. Possiamo constatare ad esempio che il 10% circa degli elettori non religiosi ha votato per iu — un risultato chiaramente superiore alla media delle preferenze elettorali per questo partito politico. Infine, com’è facile immaginare, i “cattolici nominali” non presentano un profilo elettorale ben definito. Nell’inchiesta alla base del presente articolo, lo psoe risulta essere l’opzione preferita da questo gruppo (il 45%, a poca distanza dal pp che è al 35%). Ma in realtà potrebbe darsi che anche tra i «cattolici nominali» il pp fosse prevalente, poiché in Spagna, per motivi ancora da studiare, una proporzione significativa degli elettori dei partiti conservatori hanno tendenza a nascondere agli intervistatori la loro effettiva scelta elettorale.

 

 

Tabella 2 — Atteggiamento religioso in Spagna in relazione alla scelta di voto pregressa, (dati percentuali)

 

 

pp

psoe

iu

(N)

Cattolici “nucleari”

63

24

1

194

Cattolici “nominali”

35

45

4

409

Non Religiosi

30

44

8

293

Totale

39

40

4

896

 

Fonte: Inchiesta sociale europea 2002 (http://www.ess.nsd.uib.no/ ).

 

In sintesi, l’atteggiamento religioso incide sulle fortune elettorali dei partiti politici spagnoli. È stato dimostrato in effetti che nel caso spagnolo, il rapporto con la religione ha effetti significativi sul voto, anche quando la sua influenza è condizionata da altre variabili importanti. Possiamo quindi affermare l’incidenza della religione sul voto anche in condizioni di attenuazione o assenza di un vero e proprio cleavage religioso, e ciò per due ragioni. In primo luogo, nonostante il processo di secolarizzazione, esistono tuttora gruppi sociali alquanto differenziati sotto il profilo religioso; e benché la società spagnola non sia più divisa simmetricamente tra religiosi e non, si è consolidato uno zoccolo del 20% di persone tuttora religiose. La seconda ragione - forse la più importante — è l’esistenza di condizioni sociali, politiche e istituzionali che facilitano la mobilitazione e l’articolazione politica su questioni legate alla religione, sia per i partiti, che per le chiese e/o i gruppi di pressione. Nel caso concreto della Spagna, si tratta essenzialmente di tre condizioni: innanzitutto, un sistema politico imperniato su tre grandi partiti dai profili ideologici (e religiosi) nitidamente differenziati; in secondo luogo, l’evoluzione della competizione elettorale, con l’apertura di «finestre di opportunità» per il dibattito su determinate questioni di impatto religioso (matrimonio tra omosessuali, finanziamento della Chiesa, educazione religiosa); infine, le politiche dei governi, in particolare a guida pp (1996- 2004), che a partire dalla metà degli anni 1990 hanno affrontato determinate questioni legate alla religione. Tutto ciò ha condotto a una situazione non prevista da molti teorici dei comportamenti elettorali: sebbene il numero delle persone religiose sia diminuito a causa del processo di secolarizzazione, il collegamento tra atteggiamento religioso e scelte politiche — soprattutto nel caso degli elettori religiosi — si è notevolmente rafforzato.

Possiamo quindi concludere che per una corretta comprensione del rapporto tra il voto e l’atteggiamento in materia di religione, è necessario basarsi da un lato su un’analisi dettagliata delle forme, dei ritmi e delle implicazioni del processo di secolarizzazione, e dall’altro sullo studio delle condizioni politiche e istituzionali che favoriscono e promuovono la mobilitazione sui temi religiosi da parte dei politici. Un confronto tra il caso spagnolo e quello portoghese ci darà la conferma definitiva della validità di quest’argomento. Nella tabella 3 riproduciamo la semplice analisi già presentata in quella precedente con i dati relativi al Portogallo (pure forniti dall’inchiesta Sociale europea, basati sulle elezioni legislative del 1999). Il sistema portoghese è organizzato intorno a un numero maggiore di partiti, ma la stragrande maggioranza dei voti – l’80% circa – confluisce su due grandi formazioni politiche: il Partito Socialista (ps) e il Partito Socialdemocratico (psd), quest’ultimo di ideologia conservatrice. Come si vede dalla tabella, nella quale abbiamo incluso anche i risultati del Bloco de Izquierdas (bi) e quelli del Centro Democratico e Social (cds), diversamente dalla Spagna non esistono in Portogallo differenze di grande rilievo nel profilo elettorale dei diversi gruppi in relazione all’atteggiamento religioso (almeno limitatamente al confronto tra ps e psd).

Benché evidentemente gli elettori religiosi votino in prevalenza per i partiti conservatori (il 49% per il psd e il 10% per il cds), il Partito Socialista ha pur sempre ottenuto i suffragi del 33% degli elettori religiosi. Si può dire che nelle grandi linee, il ps e il psdi si spartiscano in parti uguali i voti di tutte le categorie definite in base al rapporto con la religione. Questo risultato colpisce in particolare alla luce del fatto che come già abbiamo visto, rispetto alla società spagnola, quella portoghese è stata meno esposta al processo di secolarizzazione. In altri termini, sebbene i portoghesi siano più religiosi degli spagnoli, al momento del voto l’influenza del loro atteggiamento su questo tema è minore che nei loro vicini iberici. Evidentemente qui, a differenza dalla Spagna, la scarsa incidenza del fattore religioso come elemento di ancoraggio elettorale non dipende tanto dalle divisioni sociali su questo tema, che pure esistono effettivamente, quanto da un contesto politico e istituzionale sfavorevole alla sua politicizzazione da parte dei partiti politici.

 

Tabella 3 — Atteggiamento religioso e scelta di voto pregressa, Portogallo (dati percentuali)

 

 

ps

psd

cds

bi

(N)

Cattolici “nucleari”

33

49

10

2

253

Cattolici “nominali”

43

40

4

3

343

Non Religiosi

37

34

3

10

156

Totale

39

41

6

4

752

 

Fonte: Inchiesta sociale europea 2002 (http://www.ess.nsd.uib.no/ ).

 

 

 

Conclusione

Abbiamo iniziato quest’articolo con il desiderio di sottoporre al vaglio talune affermazioni, a nostro parere un po’ troppo frettolose, avanzate da studiosi e analisti nel discutere la questione, sempre complessa, del rapporto tra atteggiamenti religiosi e politica. Troppe volte si sente affermare che in un mondo dominato dalla globalizzazione, dal consolidamento della società dell’informazione e dalla ridefinizione dei rapporti tra cittadini e politici, la religione non influenza ormai più le scelte elettorali. Ma a nostro giudizio, ciò non corrisponde sempre a verità. Data la sua importanza nella definizione dei sistemi di valori sociali, l’atteggiamento nei confronti della religione continua a rappresentare un elemento in grado di avvicinare elettori e (determinati) politici. La secolarizzazione non ha molto a che vedere con l’intensità dell’identità religiosa di chi continua a coltivare forti credenze; e ancor meno con l’importantissimo ruolo svolto dalle élite politiche nell’attivare – o nel sopire – determinati conflitti religiosi, i cui risultati si ripercuotono sempre sul modello di società e di comunità politica che i cittadini decidono di attribuirsi.

 

 

Bibliografia

1 Si veda, ad esempio, R. J. Dalton, Political Cleavages, Issues, and Electoral Change, in L. LeDuc, R. G. Niemi, e P. Norris (a cura di), Comparing Democracies. Elections and Voting in Global Perspective, Sage, Londra 1996.

2 
Cfr., ad esempio, G. Evans, The Continued Significance of Class Voting, in Annual Review of Political Science, 2000, pp. 401.

3 Cfr. M. Feldkircher, Religious Orientations and Church Attendance, in J. van Deth (a cura di), Comparative Politics. The Problem of Equivalence, Routledge, Londra 1998.

4 
W. Jagodzinski e K. Dobbeleare, Secularization and Church Religiosity, in J. W. van Deth e E. Scarbrough (a cura di), The Impact of Values, Oxford University Press, Oxford 1995, p. 95.

5 Cfr. K. Calvo e J. R. Montero, Valores y Religiosidad, in M. Torcal, L. Morales e S. Pérez-Nievas (a cura di), España: sociedad y política en perspectiva comparada. Un análisis de la primera ola de la Encuesta Social Europea, Tirant lo Blanch, Valencia 2005, pp. 168-169. 

6 Cfr, ad esempio, J. M. Vallés e A. Díaz, The march 2000 General Election, in South European Society and Politics, 5, pp. 133-142.

7 Data l’omissione dei dati relativi ai piccoli partiti e alle mancate risposte, la somma delle percentuali non rappresenta il 100%.

8 Cfr. Calvo e Montero, Cuando ser conservador ya no es un problema: religiosidad, ideología y voto en las elecciones generales de 2000, in Revista Española de Ciencia Política, 6/2002, pp. 17-56. 

9 Calvo, Martínez e Montero, Eadem sed Aliter: Religious Voting in Portugal and Spain, Manoscritto.

10 Data l’omissione dei dati relativi ai piccoli partiti e alle mancate risposte, la somma delle percentuali non rappresenta il 100%.

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