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Europa in crisi. E adesso? Che fare?

Written by Günther Schmid Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

L’Europa è in crisi. E anche tutte le iniziative intraprese negli ultimi mesi non hanno fatto altro che inasprire ulteriormente una tale crisi. Prima, nel luglio scorso, il no dei Francesi e degli Olandesi alla Costituzione europea. Risultato che ha in pratica portato al congelamento del progetto, il quale, comunque, in questa forma, non sarà più ripresentato. Successivamente, il fallimento delle trattative riguardanti il budget dell’Unione, discusse al vertice di Bruxelles nell’agosto sempre di quest’anno. Ci troviamo al punto, ancora adesso, che non esiste alcun piano finanziario in grado di offrire un qualche margine di sicurezza alle varie aspettative programmatiche, né tantomeno un preventivo in grado di garantire un risarcimento adeguato a coloro che risultano essere i perdenti dell’allargamento del processo di integrazione europea. È vero che il presidente della Commissione europea Barroso sta lottando aspramente per la realizzazione di un fondo integrativo di 11 miliardi di euro a sostegno delle maestranze coinvolte nei licenziamenti di massa (vedi il recente caso della Rover) affinché, tramite l’allestimento di programmi di riqualificazione, abbiano la possibilità di trovarsi un nuovo lavoro. Va però detto che le prospettive per una tale forma di garanzia occupazionale europea non appaiono affatto rosee.

L’Europa è in crisi. E anche tutte le iniziative intraprese negli ultimi mesi non hanno fatto altro che inasprire ulteriormente una tale crisi. Prima, nel luglio scorso, il no dei Francesi e degli Olandesi alla Costituzione europea. Risultato che ha in pratica portato al congelamento del progetto, il quale, comunque, in questa forma, non sarà più ripresentato. Successivamente, il fallimento delle trattative riguardanti il budget dell’Unione, discusse al vertice di Bruxelles nell’agosto sempre di quest’anno. Ci troviamo al punto, ancora adesso, che non esiste alcun piano finanziario in grado di offrire un qualche margine di sicurezza alle varie aspettative programmatiche, né tantomeno un preventivo in grado di garantire un risarcimento adeguato a coloro che risultano essere i perdenti dell’allargamento del processo di integrazione europea. È vero che il presidente della Commissione europea Barroso sta lottando aspramente per la realizzazione di un fondo integrativo di 11 miliardi di euro a sostegno delle maestranze coinvolte nei licenziamenti di massa (vedi il recente caso della Rover) affinché, tramite l’allestimento di programmi di riqualificazione, abbiano la possibilità di trovarsi un nuovo lavoro. Va però detto che le prospettive per una tale forma di garanzia occupazionale europea non appaiono affatto rosee.

Abbiamo assistito alle elezioni anticipate tedesche dello scorso settembre. Anche in tale occasione, sia pure indirettamente, il tema Europa non giocava affatto un ruolo secondario, riguardando soprattutto l’ingresso della Turchia nell’Unione. I tedeschi hanno affidato la cancelleria ad Angela Merkel che alla Turchia vuole concedere solo lo status di un «rapporto privilegiato». Certamente la SPD, in maggioranza favorevole all’ingresso dei turchi a pieno titolo nell’Unione, farà sentire la sua voce all’interno della «Grosse Koalition». E tuttavia, dopo l’uscita di scena di Gerhard Schröder, non è affatto escluso che, alla fine, a prevalere nello stesso partito socialdemocratico siano coloro che in fondo hanno sempre espresso un certo scetticismo sull’argomento. Senza contare che, pur avendo il Consiglio d’Europa avviato le trattative con la Turchia in ottobre, letteralmente all’ultimo minuto, è ora la stessa Turchia ad evidenziare un accresciuto malumore nei confronti dell’Europa. Il recente romanzo fantascientifico «La terza guerra mondiale» di Burak Turna, che disegna una Turchia, alleata alla Russia, che distrugg l’attuale Europa è diventato, forse non a caso, un bestseller nel paese.

C’è anche di peggio: gli stessi europei sembrano ormai essersi congedati dalla visione di un’Europa politica. L’ex presidente del Consiglio d’Europa Jean-Claude Juncker, ha riassunto così la sua delusione: «L’Europa non ispira più la gente a sognare». Finora il processo di unificazione europea aveva trovato una sua costante accelerazione grazie al concetto basato sull’ideale di «mai più una nuova guerra». Nonostante le bizzarre fantasie romanzate, appena ricordate, di una possibile «terza guerra mondiale», tale pericolo sembra ormai scongiurato. Cosa potrebbe essere allora oggetto di una nuova, ragionevole, visione? In altri termini: cosa può far uscire l’Europa dalla crisi?

L’«Agenda Europa» dovebbe concentrarsi su tre punti. Primo, sulle convergenze, già chiare fin da ora, verso un’Europa sociale e democratica; secondo, sull’insuccesso, riguardo alla soluzione del problema occupazionale in Europa, di una pura strategia dell’offerta; terzo, sulla vera sfida sociale del secolo: una moderna regolazione del mercato europeo del lavoro – non una sua deregolazione – alla luce di un nuovo patto generazionale e tra i sessi.

 

La falsa contrapposizione tra un’Europa neoliberale e un’Europa sociale

Va da sé che il «modello sociale europeo» unico è una chimera. Portoghesi, ungheresi, svedesi, inglesi, francesi, tedeschi, bavaresi ecc., tutti hanno in mente e praticano un’Europa sociale differente. Ma va pure detto che rispetto agli Stati Uniti d’America o al Giappone – per non parlare di India o Cina, Africa o America Latina – esistono in Europa convergenze che è quasi impossibile non vedere: differenze di reddito meno marcate, sistema sanitario e d’istruzione accessibile a tutti, evoluzione della famiglia basata sulla parità professionale dei coniugi, sicurezza interna relativamente elevata e (almeno per ora) pace sociale. D’altra parte, la supposta scelta di direzione propagata soprattutto in Francia (ma anche tra i socialromantici di «sinistra» tedeschi) fra un’Europa «neoliberale» e un’Europa «sociale» è abbastanza lontana dalla realtà. Se da una parte con il termine «liberale» si evoca in modo estremamente suscettibile l’associazione «neoliberale» del capitalismo manchesteriano e, dall’altra, si sospetta nella sezione politico-sociale della bozza di costituzione europea un socialismo ormai sorpassato, allora anche uno sforzo ragionevole per creare effettivamente un modello sociale europeo è senza speranze.

Margaret Blunden, professore emerito alla Westminster University di Londra, ha scritto lo scorso 8 giugno sull’«International Herald Tribune» che il modello anglosassone ormai veste sempre più «panni francesi». Durante il suo mandato Tony Blair ha ampliato il settore pubblico, alzato le tasse – mentre nella maggior parte degli altri paesi dell’UE sono state abbassate – e migliorato il sistema sanitario e la situazione dei minori nelle regioni più povere. Così come ha aumentato il salario minimo, da lui stesso introdotto nel 1998, portandolo – a partire dal prossimo ottobre – a 5,05 sterline (7,38 euro!) l’ora. All’opposto, ai britannici riesce sempre più difficile individuare il «modello sociale francese». Negli ultimi vent’anni in Francia infatti i mercati finanziari sono stati liberalizzati, il valore del mercato azionario è triplicato rispetto al PIL mentre il numero degli azionisti è quadruplicato, due terzi delle grandi imprese francesi sono state completamenete o in parte privatizzate e la partecipazione del capitale finanziario straniero è più elevata in Francia che non in Gran Bretagna.

La convergenza dei modelli sociali continua a fare passi in avanti. Il cosiddetto Metodo aperto di coordinamento in importanti settori politici quali l’istruzione, l’occupazione, la sanità e gli affari sociali contribuirà ad accelerarne ulteriormente l’evoluzione. Certo l’ingresso contemporaneo nell’UE di dieci nuovi paesi ha nuovamente accresciuto le differenze in materia di occupazione, redditi e tutela sociale. Come potrebbe essere altrimenti? Tuttavia, la crescita comune dell’Unione allargata è evidente! Iniziando dalle ampie, comuni regole fondamentali fino ai dispositivi comuni delle politiche europee per la sicurezza e la difesa. Uno degli storici sociali est-europei più esperti, l‘ungherese Bela Tomka, ha sottolineato di recente nell’Annuario 2004 del Wissenschaftszentrum di Berlino,1 come i nuovi Stati membri dell’Europa orientale – dopo iniziali sperimentazioni influenzate dalla Banca mondiale o dagli USA – si siano nuovamente e fortemente indirizzati verso i tradizionali modelli sociali europei. Sia pure accentuando nuovi aspetti o applicando combinazioni ibride e comunque con spinte innovative pure per i vicini occidentali.

 

L’errata accentuazione delle politiche occupazionali dell’offerta

Che l’attuale, elevata disoccupazione rappresenti in primo luogo un problema strutturale è certo incontrovertibile. Controverso è invece il significato da attribuire alle politiche del lavoro per chiarire un tale dato di fatto. Nella moderna scienza economica del lavoro sta crescendo la convinzione che un’assicurazione generosa contro la disoccupazione, per lo meno nei primi nove mesi, non rappresenti affatto un puro e semplice dispendio di risorse ma, al contrario, un investimento sensato. Dal momento che è essa a sostenere la trasformazione strutturale e il processo di aggiustamento sul mercato del lavoro, compreso il riequilibrio della capacità d’acquisto interregionale. È dimostrato che i disoccupati forniti di una buona tutela presentano risultati migliori, in termini di reinserimento, rispetto ai senza lavoro che godono di una tutela ridotta o che ne sono del tutto privi.

Sono le prestazioni assicurative che si allungano nel tempo a rappresentare eventualmente un problema. Ma solo se non sono accompagnate da efficaci misure di attivazione. La Danimarca in questo senso può fornire un buon esempio. Il periodo di riscossione dell’indennità di disoccupazione può arrivare tuttora fino a quattro anni. Di fatto, però, la durata media della disoccupazione è al massimo la metà di quanto non sia in Germania perché, al più tardi dopo un anno – per i giovani dopo sei mesi – a tutti i disoccupati deve essere offerto o un posto di lavoro o uno con contratto di formazione.

Per questo motivo la commissione Hartz, per la verità dopo un dibattito interno piuttosto controverso, aveva sì raccomandato il congiungimento di indennità di disoccupazione e sostegno sociale – diventato quello che oggi viene definito indennità di disoccupazione II – ma non la decurtazione del periodo di riferimento dello stesso sussidio. Prioritariamente si dovevano creare, attraverso l’ammodernamento dei servizi e la domanda di provvedimenti promozionali – particolarmente nella Germania orientale – le capacità e gli spazi di manovra dell’Agenzia federale del Lavoro per le offerte di attivazione. Il governo federale in questo caso, come del resto anche su altri aspetti importanti, non ha seguito al 100% le indicazioni della commissione Hartz. Al contrario. I problemi della riforma IV della commissione Hartz vanno ricondotti, in parte, al fatto che in alcuni punti la sequenza delle riforme e il concetto di prima «promuovere» e poi «pretendere» sono stati rovesciati.

La riduzione degli strumenti a sostegno delle politiche del lavoro non può costituire un obiettivo prioritario. L’obiettivo piuttosto dev’essere quello di dirottarli verso provvedimenti efficaci di promozione del lavoro. Contrariamente all’opinione piuttosto diffusa, Olanda, Svezia e Danimarca, che sono i paesi che hanno più successo nella lotta alla disoccupazione, per le politiche del lavoro spendono complessivamente somme più elevate della stessa Germania. In effetti la struttura di tali spese punta in maniera più marcata su politiche d’investimento occupazionale: sulla promozione della mobilità, sull’aggiornamento professionale, sull’occupazione privata e quella pubblica regolare sovvenzionandone in parte i salari invece di impiegare quella sorta di stampella rappresentata da un lavoro pagato un euro l’ora. Pensare di poter avere un’Europa sociale e democratica a buon mercato è un errore. Gli sgravi fiscali non possono essere fini a se stessi. Azione più corretta è invece quella di rimodulare in modo più incisivo e netto il carico fiscale spostandolo dal reddito da lavoro al consumo, al reddito di capitale non investito e al patrimonio – una pratica del resto pure tendenzialmente seguita dai paesi che hanno più successo.

I paesi europei virtuosi sono in primo luogo virtuosi non perché hanno riformato l’amministrazione del lavoro e deregolato il mercato del lavoro. Certo lo hanno fatto, ma con attenzione e pazienza, preoccupandosi comunque sempre di bilanciare flessibilità e garanzie. Le strategie dell’offerta erano tutt’al più necessarie, ma certo non costituivano una premessa sufficiente atta a rianimare economia e società. Lo Stato olandese ha equilibrato le ripetute proposte delle parti sociali in materia di moderazione salariale con proposte di esenzioni fiscali allo scopo di rilanciare la domanda interna e gli investimenti privati. La Danimarca ha accompagnato l’ampia riforma del modello del 1994 con elevati investimenti pubblici. La Gran Bretagna, agli inizi degli anni Novanta, ha svalutato la sterlina in maniera consistente rianimando l’economia con deficit di bilancio che erano arrivati all’8%. La Svezia, tra il 1997 al 2002, ha investito massicciamente nell’aggiornamento professionale – il programma portava la significativa denominazione di «crescita del sapere» – aggiornando la popolazione adulta svedese in materia di conoscenza. Il recente appello del governo tedesco rivolto ai sindacati di accettare aumenti salariali differenziati sarebbe più convincente se il governo stesso rilanciasse la domanda interna, ad esempio con riduzioni fiscali più ampie in caso di investimenti privati nell’istruzione o rimborsando fatture per prestazioni artigianali e assistenziali a domicilio. Anche una quota esente per trattenute sociali o un’IVA diversificata a favore dei servizi forniti alle famiglie sarebbero degni di riflessione.

Solo ora viene allentato il rigido corsetto posto dal Patto di stabilità e crescita di Maastricht. Costa caro che il capitolo relativo a una politica europea di investimenti, infrastrutture e innovazioni a partire dalla domanda, formulata da Jacques Delors nel Libro bianco del 1993, sia stata allora respinta dal mainstream degli economisti etichettandola come keynesismo superato e non abbia trovato alcun seguito presso i vari governi nazionali. In tale capitolo si raccomandava l’applicazione di massicci programmi comuni europei in materia di infrastrutture e investimenti. Purtroppo di tali grandi sforzi comuni se ne continua a parlare troppo poco. Come se non bastasse, adesso anche il Consiglio scientifico della ricerca europea (EURAB) deve suonare i suoi campanelli d’allarme. Nelle attuali discussioni relative al budget dei vari governi nazionali verrà presumibilmente seppellito l’obiettivo di raddoppiare il bilancio del settimo programma quadro di ricerca. Se un tale timore dovesse realizzarsi, l’ambizioso obiettivo del vertice di Lisbona del 2000 di fare della UE «l’economia più concorrenziale e dinamica al mondo basata sulla conoscenza», rimarrebbe una pura espressione retorica.

 

L’irrisolto problema di un nuovo patto tra le generazioni e i sessi

I mutamenti demografici, la crescita dell’occupazione femminile in presenza del calo delle nascite, la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro pongono tutte le nazioni europee di fronte allo stesso problema: come rinnovare il patto tra le generazioni e i sessi? A prescindere dalla differente evoluzione storica, si sta sviluppando in Europa un modello familiare centrato sulla professione in cui uomo e donna, equiparati nei diritti, si dividono gli obblighi professionali, formativi e familiari. A prescindere ancora da paesi, popolazioni, usi e costumi, cresce l’aspettativa di vita con il significato che, accanto alla lieta prospettiva di un allungamento della vita, cresce anche il rischio meno lieto della demenza senile. Due megatendenze indipendenti una dall’altra, che rappresentano però due sfide concomitanti: come garantire per il futuro la tutela del welfare in un mondo di rapporti di lavoro sempre più flessibili? Chi supporterà in futuro finanziariamente le cure e l’assistenza per figli e genitori non autonomi?

Certo, secondo il principio di sussidarietà queste sono sfide che si debbono porre in primo luogo gli Stati membri dell’Unione europea. Tuttavia, l’Unione economica e monetaria comune e le quattro libertà – libertà di movimento di capitali, beni, servizi e persone – accelerano o inaspriscono gli effetti di queste sfide. Diventano allora necessarie soluzioni coordinate e in parte collaborative a livello europeo. Se le direttive europee sull’occupazione puntano all’obiettivo della piena occupazione ponendo come traguardo per il 2010 una quota occupazionale generale del 70%, per le donne del 60% e per i lavoratori anziani del 50%, va detto che tali grandezze non sono state fissate a caso. Infatti senza l’estensione e il prolungamento dell’attività lavorativa non si possono garantire né gli standard di vita né il finanziamento dei grandi sistemi del welfare. Entrambi gli aspetti, partecipazione al lavoro più ampia e più lunga di uomini e donne, sono possibili tuttavia solo in presenza di rapporti di lavoro più flessibili in cui il lavoro retribuito venga reso compatibile sia con l’apprendimento continuo che con l’assistenza ai figli e ai genitori bisognosi.

Questa grande sfida della doppia compatibilità (assistenza a vita e formazione continua), con la premessa di una ripartizione paritaria dei carichi tra uomini e donne, tra adulti più maturi e adulti più giovani, esige la trasformazione dei nostri grandi sistemi di welfare in due direzioni: lo sviluppo ulteriore dell’assicurazione contro la disoccupazione in direzione di un’assicurazione sulla vita lavorativa e l’integrazione dell’assicurazione di vecchiaia e di assistenza finanziata con i contributi del sistema generazionale tramite due stadi ulteriori: pensioni aziendali a capitalizzazione e assicurazioni complementari private. In entrambe le forme private dell’assicurazione di vecchiaia e assistenza allargata lo Stato può sviluppare effetti ridistributivi solidali sotto forma di facilitazioni fiscali e fidejussioni.

L’ampliamento dell’assicurazione contro la disoccupazione in un’assicurazione sulla vita lavorativa può assumere forme differenti. In genere non si tratta solo di tutelare in modo solidale il rischio estremo della scomparsa del reddito da lavoro in caso di disoccupazione involontaria, bensì di coprirsi dai rischi della perdita del salario in concomitanza con gli obblighi assunti con l’assistenza ai genitori, o in caso di aggiornamento professionale, di invalidità professionale parziale, di passaggio divenuto necessario da posti lavoro ben retribuiti a posti che lo sono meno. Dato che tali rischi sono anche in parte il risultato di scelte personali, l’assicurazione sulla vita lavorativa, come pure la nuova assicurazione di vecchiaia, dovranno essere collegate a forme private di assicurazione. Come nel caso dell’assicurazione allargata di vecchiaia, anche in questo caso le parti sociali possono assumersi nuovi compiti. Ad esempio costituendo fondi di settore per l’aggiornamento professionale oppure (come avviene in Austria e in Olanda) tramite fondi di liquidazione in caso di licenziamenti. Anche lo Stato, con una politica fiscale intelligente, può predisporre degli incentivi allo scopo di favorire la creazione di assicurazioni private sulla vita lavorativa. Da quest’anno lo Stato olandese offre incentivi fiscali per l’attuazione di conti privati, collegati ai curricula lavorativi, che possono essere utilizzati in caso di aggiornamento professionale, riduzione dell’orario di lavoro o pensionamento anticipato.

 

Il rilancio dell’idea di Europa

Il rilancio dell’idea di Europa non si realizzerà grazie a un fantomatico nemico esterno, né tantomeno sulla base di un’imitazione pedissequa di un preciso modello sociale nazionale. L’idea di Europa non riuscirà nemmeno in forza di una qualche forma di isolamento nei confronti del mondo extraeuropeo. Per questo va auspicato che al prossimo vertice del WTO, in programma a dicembre, l’Europa si predisponga in modo tale da non puntare su una sua chiusura – come vorrebbe Jacques Chirac – ma, al contrario, ad una apertura del proprio mercato agricolo. L’idea di Europa potrebbe rivivere affrontando nuove, comuni, sfide. Rivolte, in primo luogo, verso il suo stesso interno, creando cioè il necessario equilibrio tra lavoro, istruzione e vita e realizzando infrastrutture che favoriscano l’ambiente, la circolazione e l’innovazione; in secondo luogo verso l’esterno, e cioè facilitando l’ulteriore apertura del mercato mondiale a favore soprattutto dei paesi poveri dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, ma anche della crescente concorrenza dei paesi NIC, India e Cina, rispetto ai quali l’Europa può guadagnarci non mettendosi certo a battagliare sui prezzi, ma solo con una comune concorrenza basata sulla qualità. È unicamente con tali premesse che va allora inteso il famoso detto di Hölderlin: «Dove è il pericolo, anche ciò che salva cresce».

 

Bibliografia

1 Cfr. H. Kaelble e G. Schmid (a cura di), Das europäische Sozialmodell. Auf dem Weg zum transnationalen Sozialstaat, WZB-Jahrbuch, Berlino 2004; G. Schmid e B. Gazier (a cura di), The Dynamics of Full Employment. Social Integration Through Transitional Labour Markets, Edward Elgar, Cheltenham, UK e Northampton, MA, USA 2002.

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