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Verso il partito democratico

Written by Dario Franceschini Tuesday, 01 November 2005 02:00 Print

L’idea di un Partito democratico italiano, ritornata in queste settimane al centro del dibattito, ha radici profonde in un percorso politico che viene da lontano. Per molti è stato un sogno da custodire in segreto, un’utopia, irrealizzabile. Per la generazione cui appartengo un obiettivo cui cominciare a lavorare. Adesso è arrivato il momento di mettere mano all’opera. Adesso, perché un terremoto si è abbattuto sul sistema politico italiano, rischiando di riportarci all’inizio di quella transizione, per molti aspetti ancora incompiuta, che abbiamo vissuto in questi dieci anni. Quel terremoto si chiama riforma elettorale proporzionale. La nuova legge è la causa che ha prodotto gli sconvolgimenti delle ultime settimane, e che ha innescato le reazioni da parte degli attori sulla scena. Come accade in un organismo che si ammala: entrano in azione gli anticorpi.

L’idea di un Partito democratico italiano, ritornata in queste settimane al centro del dibattito, ha radici profonde in un percorso politico che viene da lontano. Per molti è stato un sogno da custodire in segreto, un’utopia, irrealizzabile. Per la generazione cui appartengo un obiettivo cui cominciare a lavorare. Adesso è arrivato il momento di mettere mano all’opera.

Adesso, perché un terremoto si è abbattuto sul sistema politico italiano, rischiando di riportarci all’inizio di quella transizione, per molti aspetti ancora incompiuta, che abbiamo vissuto in questi dieci anni. Quel terremoto si chiama riforma elettorale proporzionale. La nuova legge è la causa che ha prodotto gli sconvolgimenti delle ultime settimane, e che ha innescato le reazioni da parte degli attori sulla scena. Come accade in un organismo che si ammala: entrano in azione gli anticorpi.

Gli anticorpi della democrazia bipolare hanno funzionato. Spiego anche in questo modo lo straordinario successo di partecipazione da parte dei cittadini nelle primarie del 16 ottobre. Certo in quel fenomeno convivono motivazioni diverse: dare un messaggio forte a Berlusconi per dimostrare anche visivamente che c’è un’Italia che vuole cambiare; rafforzare, con il voto a Romano Prodi, il cosiddetto timone riformista dell’alleanza; reagire eticamente a una prepotenza inaccettabile come è quella esercitata da chi con un colpo di mano cambia le regole del gioco. Per queste e per altre ragioni l’Italia dell’alternativa si è messa in fila quella domenica. Ma la questione centrale, a mio avviso, anche in quella mobilitazione popolare resta la riforma elettorale, per ciò che di potenzialmente esplosivo contiene. Come un detonatore.

Il centrodestra con la legge elettorale ha cercato di far saltare i ponti della democrazia bipolare, per coprire la sua sconfitta punta a stravolgere il sistema. Noi abbiamo costruito un ponte di barche per salvare il bipolarismo: la lista unitaria tra Margherita e DS. L’inizio di un progetto politico che bisogna consolidare nel tempo e che, appunto, chiamiamo Partito democratico.

Del resto, che la nuova legge elettorale richiedesse una risposta forte era ed è di tutta evidenza. Prima, con il Mattarellum, prevaleva il legame di coalizione: ci saremmo presentati con lo stesso simbolo – quello dell’Unione – nel 75% dei collegi della camera e in tutti quelli del senato. Mantenere il simbolo di partito nella lista proporzionale significava, a nostro avviso, giocare una carta in più in favore della coalizione per tentare di catturare gli elettori in fuga dal centrodestra. Questo era lo spirito della vecchia legge elettorale: riconoscere le identità e misurare i rapporti di forza nelle coalizioni dentro un quadro di sostanziale unità.

Il proporzionale stravolge quella logica, annullando di fatto ogni vincolo di coalizione. Si torna a giocare la partita tutti contro tutti, in una situazione in cui c’è pochissima differenza tra avversari e alleati. Scompare il luogo dell’unità e resta in campo solo la spietata legge della concorrenza. Per capire cosa potrà succedere basta gettare un’occhiata su ciò che già sta accadendo nel centrodestra, dove si è accesa la caccia al voto per stabilire a chi toccherà l’eredità berlusconiana. Sanno che perderanno e non si preoccupano di dilaniarsi in questo gioco al massacro.

Noi, invece, pensiamo di vincere, e sappiamo che poi dovremo governare.

La nuova legge elettorale, tuttavia, determinerà una maggioranza ristretta alla camera (al massimo 24 deputati in più) e probabilmente ancora più ridotta al senato. E questo in un quadro in cui è prevedibile che cambino anche i comportamenti parlamentari da parte di chi avrà ricevuto il proprio mandato esclusivamente dagli elettori del proprio partito e non più da quelli di tutta la coalizione. Il risultato sarà un aumento della instabilità in un sistema esposto molto di più di quanto non sia accaduto sinora ai diktat delle forze più piccole. Per questo abbiamo reagito. Per questo abbiamo costruito quel ponte di barche.

Cosa significa, ora, costruire concretamente il Partito democratico?

Intanto significa sgomberare il campo da un sospetto: che la lista unitaria che abbiamo deciso di fare alla camera rappresenti soltanto una mossa difensiva, una scelta tattica contingente dettata dalla necessità elettorale. Non è così. La riforma elettorale del centrodestra ha imposto un’accelerazione formidabile ad un processo che sta dentro la storia politica italiana. Proprio la necessità di non interrompere questo processo, di non azzerare ciò che si è faticosamente conquistato con l’avvio della democrazia dell’alternanza, impone di dare spessore strategico al disegno del Partito democratico.

Allora la prima cosa da fare è cominciare a ragionare in termini di prospettiva.

Non sappiamo quanto tempo ci vorrà per raggiungere il traguardo finale. Conosciamo però la direzione di marcia. E sappiamo da dove veniamo: non è poco.

E credo che sia opportuno riflettere anche sulle parole che descrivono il nostro obiettivo.

La prima è di quelle nobili, che sembravano tramontate, travolte da una modernità che sembra talvolta insofferente per le cose troppo impegnative. Partito. Dire partito significa puntare a un soggetto politico non effimero, non provvisorio, radicato, con una sua identità. La parola partito – perché negarlo – richiama immagini che appaiono confinate nella dimensione dei ricordi: la gratuità dell’impegno politico, la militanza, l’orgoglio di appartenere. Cose antiche? Ma non sono forse proprio queste le definizioni che ci sono venute in mente di fronte a quei quattro milioni e mezzo di italiani che hanno dimostrato la loro voglia di esserci il 16 ottobre?

Il termine partito indica allora la voglia di fare una cosa seria, una cosa solida. E tuttavia proprio le suggestioni che inevitabilmente evoca, rischiano di essere uno degli ostacoli più difficili da superare. Perché è su questo piano che tradizione e novità si scontrano. Perché se facciamo – come dobbiamo – una cosa nuova, che fine faranno le cose vecchie? Se costruiamo una nuova militanza, una nuova appartenenza, una nuova identità cosa ne faremo delle nostre? Di quelle che ognuno di noi riconosce come propria? E la domanda ci provoca tanto più riconosciamo che la sfida riguarda un soggetto capace di essere finalmente un approdo definitivo.

La seconda parola, quella che definisce l’oggetto, non è meno importante e carica di significato. Democratico.

Noi siamo abituati a vedere questo aggettivo abbinato ad altri per definire le nostre storie. Chi è stato o si sente democratico cristiano, o cattolico democratico; chi democratico di sinistra; chi liberal-democratico. Ora quella parola indica il punto di convergenza naturale. Diventa la sintesi possibile tra di noi. E nello stesso tempo segna lo spartiacque del nostro bipolarismo.

Questo non significa ovviamente che chi sta dall’altra parte non è democratico, ma non v’è dubbio che il nucleo vero della differenza tra il centrosinistra e il centrodestra, sta nel fatto che il primo trova il suo collante fondamentale nelle culture politiche della tradizione democratica, antifascista, repubblicana e costituzionale; il secondo si definisce proprio per il tentativo di rompere l’equilibrio di quelle culture per cercare di proporne una diversa e nuova.

Il bipolarismo italiano si è andato organizzando in questi dieci anni lungo questi due filoni. Il centrodestra ha demolito rapidamente ciò che restava del mito antifascista, legittimando la nascita di una nuova destra. E questa operazione è rimasta incompiuta, poiché non è riuscita a dare una identità positiva al polo conservatore. Il fallimento del tentativo moderato di Follini dice molto più di tante analisi. Così come dicono molto da una parte la determinazione con cui si è voluto stravolgere la Carta costituzionale e dall’altra l’offensiva dei teo-con all’italiana che non a caso individuano nell’asse tra cattolicesimo democratico e sinistra l’architrave culturale da abbattere ad ogni costo. Dal loro punto di vista hanno ragione, perché lì sta l’originalità della politica italiana.

Se questo è lo spartiacque, quali sono le basi su cui costruire il futuro? Si tratta di replicare questo schema, per alcuni aspetti paradossale, dove il massimo dell’iniziativa democratica finisce per coincidere con la necessità di conservare, perché ciò di cui ci si vorrebbe disfare non è nient’altro che la nostra Costituzione?

Difendere la Costituzione, certo. Ma non basta. Non può essere solo nella conservazione la missione dei democratici, anche se questa è una delle ragioni che oggi rendono indispensabile la vittoria elettorale (e poi nel referendum sulla devolution). Ma poi c’è l’altro corno del problema, che sta esattamente nel farsi carico del fallimento berlusconiano. Perché è inutile negare che il centrodestra aveva intercettato una domanda diffusa di cambiamento. Di innovazione.

Qui sta la scommessa più alta, e insieme più difficile, che giustifica il progetto che vogliamo realizzare: innestare le cose nuove sulle radici più profonde della nostra democrazia, che non rinuncia a coniugare modernità e valori, in un equilibrio delicato che è fatto di gradualità, realismo, prudenza e coraggio. Gli stessi ingredienti che servono per consolidare in una struttura nuova quel ponte che abbiamo allestito per uscire dall’emergenza.

Ci sono problemi seri sulla nostra strada: nasconderli o sminuirli sarebbe l’errore più grave.

Tra questi c’è anche il tema dell’orizzonte internazionale in cui collocare questo disegno. Nessuno vuol mettere ultimatum. Sono state poste, invece, questioni politiche vere: capire che cosa succederà in Europa dopo avere fatto insieme in Italia una scelta politica così forte. Perché è davvero difficile pensare di poter realizzare un disegno politicamente tanto impegnativo in Italia facendo poi finta di niente in Europa. È evidente che è necessario indicare una rotta che, io credo, dovrebbe indirizzarsi verso il superamento delle tradizionali esperienze socialdemocratiche. Un tema del resto che è da tempo dentro il dibattito della sinistra italiana: ricordo non solo la lettera di Amato e di D’Alema,1 ma più recentemente l’intervista in cui Veltroni ha indicato la prospettiva di un luogo internazionale comune per democratici e socialisti guidato da una personalità come Bill Clinton. Interventi che dicono chiaramente come già dentro il socialismo europeo si avverta l’esigenza di un passo avanti, di una esplorazione che porti oltre l’esperienza del Novecento. Ci vorrà tutto il tempo che ci vorrà, si potrebbe dire citando Aldo Moro, perché è illusorio e fuorviante considerare facili le cose difficili. E ciò che vogliamo fare è una cosa difficile. Difficile ma utile all’Italia.

 

Bibliografia

1 G. Amato e M. D’Alema, Una casa per tutti i riformisti europei. Lettera aperta al PSE, in «Italianieuropei», 4/2002.

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