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Beni culturali e occupazione in Italia: binomio (im)possibile?

Written by Emilio Cabasino Wednesday, 01 March 2006 02:00 Print

Il tema dell’occupazione nei beni culturali in Italia esprime uno dei paradossi tipici del nostro paese, in quanto, pur essendo detentore di una messe di beni fondamentali per la definizione della civiltà occidentale, diffusi su tutto il territorio nazionale, evocati con sempre maggiore insistenza come uno dei possibili volani di sviluppo (eco-sostenibile) e di occupazione, non si è riusciti, ad oggi, a realizzare un rapporto dialogico virtuoso per quanto attiene alla piena e soddisfacente occupazione delle professioni intellettuali e delle attività operative per i servizi della gestione e della valorizzazione dei beni stessi.

Il tema dell’occupazione nei beni culturali in Italia esprime uno dei paradossi tipici del nostro paese, in quanto, pur essendo detentore di una messe di beni fondamentali per la definizione della civiltà occidentale, diffusi su tutto il territorio nazionale, evocati con sempre maggiore insistenza come uno dei possibili volani di sviluppo (eco-sostenibile) e di occupazione, non si è riusciti, ad oggi, a realizzare un rapporto dialogico virtuoso per quanto attiene alla piena e soddisfacente occupazione delle professioni intellettuali e delle attività operative per i servizi della gestione e della valorizzazione dei beni stessi.

Questo articolo segue la pubblicazione di una monografia espressamente dedicata a questo argomento e alcuni interventi successivi sul tema,1 e intende proporre una sintesi del problema, individuandone la cornice di riferimento generale, le peculiarità di questo ambito rispetto ad altri, ma anche indicare alcune linee di azione politico-amministrative, giudicate indifferibili e indispensabili se si intende risolvere effettivamente il paradosso e realizzare un «sistema» che potrà realmente contribuire allo sviluppo e al benessere di ampie aree territoriali del paese.

 

Il lavoro e le professioni nei beni culturali

Il lavoro nei beni culturali, in Italia, è legato a molteplici variabili, riassumibili nello schema proposto nella Figura 1.

Figura 1

Seguendo l’ordine delle colonne, i tre elementi principali sono: la domanda, il riconoscimento e l’offerta; le variabili evocate rendono il problema sicuramente complesso, ma non irrisolvibile. Il primo elemento, la domanda, è caratterizzato da: 1) settori diversi;2 2) differenti attività, il cui espletamento può essere ricondotto a molti e diversi committenti/datori di lavoro;3 3) profili professionali, omogenei quanto ad area generale di intervento, ma profondamente diversi quanto a specializzazioni, strumenti e tradizione di lavoro; 4) funzioni che per la tipologia delle organizzazioni culturali, soprattutto quelle di tipo privato, sono ricoperte da un numero di persone molto ridotto: è frequente il caso di poche unità di personale costrette a coprire funzioni che in una situazione ottimale andrebbero distribuite in modo ben più ampio e secondo competenze certificate. Il dato sicuramente più rilevante va riferito alla pluralità di soggetti/committenti che oggi operano nel settore, ampliando di fatto le potenzialità e le possibilità di lavoro, che, però, risultano per lo più contraddistinte da atipicità, da precarietà e da effettiva mancanza di adeguato riconoscimento (contrattuale, salariale, previdenziale). Per questa ragione la seconda colonna dello schema è espressamente dedicata al problema del riconoscimento, perché in mancanza di una definizione riconosciuta su scala nazionale di profili e funzioni pertinenti il settore non è materialmente possibile affermare la dignità di attività che per il grande pubblico sono ancora considerate più hobby che vere e proprie professioni. Il problema è rilevante e investe, ormai, un numero consistente di lavoratori,4 soprattutto i più giovani, ovvero i tanti che sono rimasti esclusi dall’accesso nelle carriere pubbliche e hanno ingrossato negli ultimi vent’anni le fila di coloro che si sono «inventati» forme di attività libero professionali o associate (cooperative, srl, spa) pertinenti all’ambito dei beni culturali. Il riferimento alla dignità e alle tutele evoca la mancanza di forme contrattuali idonee a rappresentare le peculiarità del settore, sicché i lavoratori che si vedono applicare un contratto, quando questo accade, vengono inquadrati in quello dei metalmeccanici, dei servizi o degli edili.5 Il riferimento al gran numero, invece, introduce il tema della terza variabile, quella della formazione, ambito in cui non esistono vincoli di alcun genere al proliferare delle proposte, alle possibilità di iscrizione ai corsi e, soprattutto, non esiste alcuna forma di raccordo con il mondo del lavoro. E questo avviene a tutti i livelli, dalla formazione scolastica, a quella universitaria a quella professionale.

Inoltre, non si ha notizia, ad oggi, di corsi attivati in funzione di esplicite richieste del mercato.

 

Il problema delle professioni non regolamentate

La mancanza di riconoscimento e di tutele per i lavoratori dei beni culturali è problema condiviso con un elevato numero di professioni intellettuali, non solo nel nostro paese ed è uno dei temi di maggior rilievo che ha impegnato anche l’Unione europea negli ultimi anni, in quanto si sta cercando di realizzare nei fatti il diritto fondamentale di ciascun cittadino alla libera scelta della residenza e all’attività lavorativa nei venticinque Stati sovrani, salvaguardando il diritto dei consumatori/utenti di ricevere servizi/prestazioni professionali da persone le cui capacità e competenze siano certificate da organizzazioni nazionali esplicitamente deputate a tale compito. A tale proposito si è recentemente raggiunto un primo risultato di rilievo, con l’approvazione della direttiva 36/2005 del Parlamento e del Consiglio dell’UE, già ratificata dall’Italia, che dovrebbe indicare le linee guida secondo le quali emanare le normative nazionali in proposito. Ci si augura che la prossima legislatura affronti velocemente ed efficacemente la questione, che dovrebbe essere risolta secondo un sistema cosiddetto «duale», ovvero il mantenimento degli ordini e albi esistenti da un lato e, dall’altro, il riconoscimento di associazioni professionali che garantiscano le qualità e le competenze dei propri iscritti.

 

Le azioni indifferibili

Se si intendesse risolvere i problemi evidenziati in modo efficace e con effetti duraturi nel tempo si dovrebbe, dunque, operare secondo le seguenti cinque direttrici, pertinenti l’azione politica e amministrativa nazionale, territoriale e locale, ovviamente con gradi differenti di incisività e competenza: a) osservare il fenomeno, ossia dotarsi di strumenti di rilevazione e analisi del fenomeno idonei per l’identificazione delle dinamiche occupazionali per aree di attività omogenee e livelli territoriali adeguati, incrociando elementi particolari e di contesto con quelli più generali (nazionali e internazionali); b) identificare fabbisogni precisi, e quindi essere in grado di avere dati precisi sulla committenza, sui singoli profili richiesti, sulle forme contrattuali proposte, sulle prospettive di medio e lungo termine per i lavoratori e le imprese; c) orientare la formazione, accettando e accreditando (ove possibile) solo programmi formativi in grado di rispondere efficacemente alla domanda di lavoro della committenza; concordare con le università corsi effettivamente pertinenti ai profili del settore dei beni e delle attività culturali; d) riconoscere profili e legarli a forme contrattuali adeguate, ossia, ove di competenza (in particolare per le regioni e le province), definire e riconoscere i profili del settore, collegandosi a quanto disposto dall’auspicabile futura legge di riforma delle professioni, rifacendosi a repertori e a fonti di alto profilo e alle associazioni professionali già consolidate e rappresentative; favorire la nascita e l’affermazione di queste associazioni, che, invece degli albi o ordini, dovrebbero rappresentare una risposta agile, ma autorevole sul fronte della certificazione delle competenze degli associati e sul valore, anche venale del loro lavoro; le forme contrattuali dovrebbero coniugare rispetto e riconoscimento dei lavoratori con le esigenze di discontinuità e stagionalità della committenza, permettendo, però, una continuità accettabile per i lavoratori stessi; e) favorire l’incontro di domanda e offerta attraverso la creazione di strutture che, preferibilmente su base provinciale e/o regionale (in prima battuta, poi a livello nazionale), utilizzando dati, strumenti e metodologie derivanti da puntuali analisi del mercato, facciano circolare le informazioni che permettano un reale incontro tra domanda e offerta di lavoro nel settore.

 

Gli attori coinvolti

Quanto evidenziato non è realizzabile, ovviamente, da un unico soggetto, ma deve investire la responsabilità e le competenze di numerosi attori. Un tavolo nazionale dovrebbe affrontare il tema generale delle professioni di questo ambito e dovrebbe vedere insieme il ministero per i beni e le attività culturali,6 le regioni che hanno già consapevolmente proposto soluzioni per alcuni settori dei beni culturali (prime fra tutte la regione Lombardia), le associazioni sindacali nazionali e le associazioni di categoria, quelle dei datori di lavoro privati e le sigle sindacali che hanno seguito alcune delle vertenze del settore (per esempio area atipici, edilizia, servizi e turismo). Insieme alle istituzioni competenti per il settore devono, ovviamente, lavorare il ministero del lavoro, il MIUR e l’ISTAT per quanto attiene alla fondamentale raccolta di dati, perché solo un’azione politica e amministrativa di alto profilo potrà dotare i nostro paese di risposte adeguate ad un problema così complesso.

Sul fronte regionale e locale, invece, si possono individuare i livelli di indagine e di intervento legati alle competenze e ai doveri dei servizi e dei centri per l’impiego, che potrebbero costituire sezioni specifiche per favorire l’incontro di domanda e offerta di lavoro in un ambito che, come si è detto, viene considerato strategico per il benessere (sociale ed economico) dell’Italia.

Un ultimo accenno va all’opportunità della creazione di una struttura privata, sempre sul modello di un’agenzia per il lavoro, che, ad integrazione e implementazione di quanto offerto da quelle pubbliche, possa offrire i propri servizi a livello nazionale e internazionale, sia sul fronte della domanda che dell’offerta, in modo dinamico e flessibile.

Il programma politico di governo dell’Unione pone grande enfasi nell’evidenziare la necessità di una rinascita culturale, che guidi e accompagni una nuova fase di sviluppo e crescita del paese: ci si augura che tale stagione possa effettivamente realizzarsi e che per far ciò si ponga mano in primis alla valorizzazione del capitale umano, elemento ineludibile di tale processo.

 

 

Note 

1 E. Cabasino, I mestieri del patrimonio. Professioni e mercato del lavoro nei beni culturali in Italia, Franco Angeli, Milano 2005.

2 Le arti sono scomponibili al proprio interno in archeologia, storia dell’arte, architettura/monumenti, beni demoetnoantropologici.

3 La competenza esclusiva della tutela, rimasta allo Stato nelle recenti riforme della carta costituzionale, e l’attribuzione di competenze concorrenti alle regioni e agli enti locali in materia di gestione e valorizzazione, ha, però, portato ad una innaturale separazione di attività che dovrebbero essere ricondotte ad un unico soggetto.

4 Va notato che non si dispone dei numeri esatti degli occupati diretti del settore, tranne che per il personale impiegato dal ministero per i beni e le attività culturali (21.642 unità nel gennaio 2004), in quanto non esistono rilevamenti statistici o altre forme di registrazione (come ad esempio la cassa previdenziale ENPALS, per i lavoratori dello spettacolo) che permettano di identificare i lavoratori del settore (cfr. C. Bodo, Verso un’armonizzazione delle statistiche culturali europee, in «Economia della Cultura», 1/2000, pp. 117-121). Stime in proposito sono presentate da G. Marchesi, L’occupazione nei beni culturali, in C. Bodo, C. Spada (a cura di), Rapporto sull’economia della cultura in Italia, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 249-258.

5 Una proposta particolare è rappresentata dal Contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti dei servizi pubblici della cultura, del turismo, dello sport e del tempo libero (2003-2007) di Federculture. Il contratto affronta e risolve in modo esaustivo i problemi particolari posti dall’atipicità del lavoro in questi settori (riassumibili essenzialmente nel fatto che una parte consistente dell’attività lavorativa viene svolta in periodi, orari e modalità legati al tempo libero dei fruitori — per esempio sera, fine settimana e vacanze), ma, oltre ad essere riservato espressamente ad una specifica tipologia di enti, comporta costi non sostenibili per le istituzioni culturali, solitamente non dotate di cospicue risorse per le spese di funzionamento.

6 Il quale potrebbe già proporre una integrazione al Codice dei beni culturali (Dlgs. 42/2004) che, sulla falsariga di quanto già prescritto per i restauratori (art. 29), indichi la necessità di ricorrere a professionisti «certificati».

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