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Idee per un New Deal della bellezza italiana

Written by Giovanna Melandri Wednesday, 01 March 2006 02:00 Print

L’Unione del centrosinistra che si propone di tornare a governare il paese deve risanare le ferite prodotte negli ultimi cinque anni eliminando gli effetti dei nefasti provvedimenti del governo Berlusconi in materia di beni e attività culturali e riportare poi questo settore al centro dell’attività di governo. Una volta sgomberato il campo dalle macerie prodotte, infatti, occorrerà ripartire dall’esperienza maturata negli anni di governo dell’Ulivo, estendendola e considerandola meno «marginale», meno una «fissazione » del ministro competente e sempre più un obiettivo condiviso dell’intero governo e del «Sistema Italia», ai fini di un più complessivo progetto di individuazione della nostra missione nell’economia globale.

 

L’Unione del centrosinistra che si propone di tornare a governare il paese deve risanare le ferite prodotte negli ultimi cinque anni eliminando gli effetti dei nefasti provvedimenti del governo Berlusconi in materia di beni e attività culturali e riportare poi questo settore al centro dell’attività di governo.

Una volta sgomberato il campo dalle macerie prodotte, infatti, occorrerà ripartire dall’esperienza maturata negli anni di governo dell’Ulivo, estendendola e considerandola meno «marginale», meno una «fissazione » del ministro competente e sempre più un obiettivo condiviso dell’intero governo e del «Sistema Italia», ai fini di un più complessivo progetto di individuazione della nostra missione nell’economia globale.

Un progetto che abbia l’ambizione di lanciare un vero e proprio New Deal della bellezza italiana per il patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale; un appassionante progetto che tenga assieme modernizzazione ecologica, investimenti nella ricerca e nel sapere, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, sostegno e promozione dell’industria dei contenuti e anche del sistema turistico italiano.

 

Un ministero forte

Per realizzare questo complesso sistema di programmi, progetti, iniziative occorre che a tutti questi compiti attenda un ministero per i beni e le attività culturali autorevole, snello, che valorizzi e rafforzi le proprie competenze tecniche, che dialoghi e operi con le regioni e gli enti locali, con le associazioni di tutela, con il mondo imprenditoriale, con le organizzazioni sindacali, con tutti i cittadini che hanno a cuore il nostro patrimonio artistico e culturale, l’ambiente, il paesaggio.

Nella sua organizzazione interna è necessario «alleggerire» la macchina amministrativa centrale, eliminando la figura dei capidipartimento, e rafforzare le strutture periferiche, le soprintendenze di settore, ma anche e soprattutto le soprintendenze regionali.

Queste, come previsto già nel 2001, devono finalmente assumere il ruolo di interfaccia del ministero con tutti gli attori istituzionali, economici e sociali dei singoli territori, per comporre la più complessiva rete di governo del sistema culturale italiano. Devono essere rafforzate sotto il profilo finanziario e devono diventare gli interlocutori privilegiati che, soprattutto in materia di pianificazione paesistica, di programmazione economica e degli interventi, e di promozione dei beni e delle attività culturali, decongestionano Roma e l’amministrazione centrale da molte delle decisioni operative importanti del ministero e le «trasportano» direttamente, come è più giusto che sia – grazie anche all’individuazione di nuove e più agili sedi di concertazione in ambito locale – nei territori, dove esse sono destinate a trasformarsi in scelte concrete, generatrici di sviluppo.

 

Più mano pubblica

Per collocare la cultura al centro del progetto di sviluppo del paese è necessario un incremento costante e progressivo dell’investimento pubblico. Dopo cinque anni di tagli continui al bilancio del ministero dei beni e delle attività culturali, va riportato verso quella soglia dell’1% del PIL, gradualmente e nell’ambito delle compatibilità generali, il livello dei fondi pubblici destinati alle politiche culturali. Un dato che riallinei l’Italia ad altri paesi come la Francia, che già oggi destina alle politiche culturali l’1% del suo PIL, o la Germania, che arriva all’1,35%.

Senza dimenticare, in questo contesto, la necessità di garantire a regioni ed enti locali, mediante il più complessivo sistema dei trasferimenti dallo Stato, condizioni finanziarie che consentano anche a loro di indirizzare verso le politiche culturali un sostenuto flusso di risorse in grado di far lievitare l’ammontare complessivo dell’investimento pubblico.

 

Più programmazione economica…

Bisogna tornare a dare valore all’inserimento, avvenuto nel 1998 con il governo Prodi, del dicastero dei beni culturali all’interno del CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica). E bisogna continuare a promuovere lo strumento, avviato nel 1999 e oggi messo in crisi dall’assoluta incapacità di impulso del governo Berlusconi, degli Accordi di programma con le regioni, finalizzati a far convergere fondi dello Stato, delle regioni, degli enti locali, dell’Unione europea e fondi privati in veri e propri Piani di sviluppo per la cultura e il patrimonio culturale.

 

…e più investimenti privati

Ma ciò non basta. Bisogna tornare a coinvolgere anche il settore privato. Perché privato e pubblico in questo campo – lo dimostrano tanto i buoni risultati degli anni passati, quanto la stagnazione di questi ultimi – espandono la loro azione insieme e insieme la ritraggono. Insieme crescono, insieme arretrano.

Sbaglia chi ritiene che lo Stato si debba ritirare, lasciando aperto un vuoto che dovrebbe poi essere colmato dal settore privato, ad esempio, nella gestione del patrimonio culturale e dei musei. Sbaglia due volte. Innanzitutto perché allo Stato l’articolo 9 della nostra Costituzione assegna l’obbligo di non arretrare mai nella tutela. E sbaglia una seconda volta perché è una forte e intelligente presenza pubblica – come dimostrano tutti i dati – che spinge e motiva il privato a partecipare e ad associarsi nell’opera di valorizzazione del patrimonio e delle attività culturali.

Le nuove strade in cui far incontrare pubblico e privato hanno due nomi: da un lato l’introduzione – accanto al sistema dei sussidi pubblici all’offerta culturale – di sistemi di sostegno indiretto, tramite agevolazioni fiscali all’investimento privato; dall’altro lato la crescita di una diversa capacità organizzativa dell’offerta culturale, sviluppo di un vero e proprio sistema di imprese culturali e rinnovamento profondo delle istituzioni culturali. Un rinnovamento che, per essere perseguito, ha bisogno di un’abbondante iniezione di cultura di organizzazione e di cultura d’impresa.

Ecco perché bisogna proporre la ricostituzione di quel «Tavolo per la cultura» che ha già operato in passato con ottimi risultati e al quale vanno chiamati nuovamente rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni degli imprenditori, delle associazioni di tutela, del Terzo settore e del privato sociale, anche con lo scopo di delineare e concertare regole condivise in grado di coniugare rigore della tutela e possibilità di sviluppo.

Ma, soprattutto, occorre ridare vigore alla norma introdotta nel 2000 sulla piena deducibilità dal reddito d’impresa di tutte le erogazioni liberali delle imprese nei confronti della cultura, promuovendone l’applicazione soprattutto in favore delle istituzioni culturali collocate nel Mezzogiorno. Occorre, altresì, estendere concretamente la deducibilità fiscale, al di là della previsione meramente formale introdotta dal provvedimento sulla competitività nel luglio del 2005, anche alle erogazioni da parte di singole persone fisiche e promuovere con più forza il cosiddetto «micromecenatismo».

 

Detassiamo la creatività. Liberiamo il genio

Sempre nell’ambito delle politiche fiscali occorre intervenire, nel campo dell’imposizione diretta, sia a favore degli autori sia delle imprese che operano in campo culturale.

Per gli autori un ampliamento della percentuale di non imponibilità (oggi al 25%) dei redditi derivanti dal diritto d’autore e dai brevetti sarebbe una conseguenza del riconoscimento non solo dei costi impliciti della produzione artistica, ma anche della funzione di arricchimento culturale generale che da essa consegue. Inoltre, un regime agevolativo che avesse una certa «consistenza» potrebbe concorrere a indurre molte personalità del mondo culturale internazionale ad assumere la residenza fiscale italiana, in modo da fruire su questi redditi (secondo lo schema OCSE delle convenzioni per evitare le doppie imposizioni) del sistema di tassazione del nostro paese. In questo modo si creerebbe in Italia il clima di hub culturale, un paradiso fiscale per gli autori, e si favorirebbero preziosi contatti tra l’industria nazionale e le maggiori personalità culturali mondiali. Per i giovani autori, inoltre, occorre prevedere la piena esenzione per i primi cinque anni di attività dall’imposizione sui proventi dei diritti d’autore.

 

Mai più un condono. Mai più una svendita.

Più tutela Un altro punto fermo va fissato in materia di tutela del paesaggio e di programmazione dello sviluppo del territorio. Non ci può essere sostegno a questo settore se, contemporaneamente, si afferma la logica del condono edilizio e paesaggistico e della svendita del patrimonio pubblico.

Per quanto possibile, dunque, sarà necessario cancellare, fermare e tentare di invertire gli effetti nefasti prodotti dai condoni, dalla svendita del patrimonio, dal generale indebolimento della normativa di tutela.

Sarà necessario continuare a demolire gli ecomostri e consolidare una linea di finanziamenti, attraverso i fondi del Lotto come si cominciò a fare nel 2000, per la realizzazione di piani di recupero e restauro paesaggistico delle zone interessate dalle demolizioni delle costruzioni abusive.

E sarà necessario, complessivamente, riparare i colpi inferti in questi anni alla legislazione di tutela. Naturalmente bisognerà innanzitutto sottoporre a profondo ripensamento il Nuovo codice dei beni culturali e, in particolare, cancellare in maniera chiara e definitiva il silenzio-assenso per la vendita del demanio storico-artistico e abolire la depenalizzazione per i reati commessi nelle zone paesaggisticamente protette.

 

Più restauri. Più luoghi d’arte. Più servizi

Va rimesso in moto il cantiere dei restauri del patrimonio storico-artistico. Dal punto di vista della programmazione va rilanciata la scelta di pensare ai restauri non in modo parcellizzato, ma attraverso grandi programmi, basati sul quadro delle priorità di intervento indicate dalle Soprintendenze territoriali e concertati con gli enti locali e con i privati.

Anche a questo scopo vanno indirizzati un forte investimento e una forte attenzione alla salvaguardia, valorizzazione e crescita della professionalità del personale tecnico del ministero.

È necessario, cioè, che i ranghi di questo ministero vedano arrivare presto, dopo gli ultimi concorsi espletatati tra il 1997 e il 2000, nuovi e giovani funzionari, storici dell’arte, restauratori, architetti, archivisti, bibliotecari, ma anche dirigenti e manager della cultura.

I restauri vanno conclusi in tempi rapidi e certi, riprendendo e rendendo obbligatorio il metodo del cronoprogramma (avvio dei lavori certo, termine dei lavori altrettanto certo) con possibile definanziamento dei progetti in ritardo e storno delle risorse verso altri restauri.

Va ripreso e rilanciato un grande Piano per l’archeologia e uno per il restauro dei principali e più rilevanti edifici di architettura contemporanea che, per i materiali utilizzati, sono spesso a rischio di degrado anche dopo solo pochi anni dalla loro realizzazione.

Bisogna concludere i cantieri finanziati a cavallo tra il 2000 e il 2001 e anche negli anni successivi principalmente con i fondi del Lotto, molti dei quali oggi sono bloccati o viaggiano con gravi ritardi; cantieri che erano destinati a recuperare vasta parte del nostro patrimonio storicoartistico.

Grande attenzione andrà dedicata ai cantieri destinati a raddoppiare gli spazi espositivi delle grandi gallerie italiane che, nelle nostre principali città d’arte, rappresentano il fiore all’occhiello dell’offerta culturale e i luoghi d’arte maggiormente visitati. E malgrado i ritardi accumulati fino ad oggi, ragionevolmente entro il 2007 (Pinacoteca di Brera a Milano), il 2008 (Gallerie dell’Accademia di Venezia) o il 2009 (Grandi Uffizi a Firenze) questi progetti dovranno essere terminati.

Sotto il profilo della gestione dei luoghi d’arte, ritengo utile continuare le esperienze sia delle Fondazioni miste, come quella del Museo Egizio di Torino, sia dei poli museali, rafforzandone l’autonomia gestionale e finanziaria ovunque si possa.

 

Più industria dei contenuti. Più audiovisivo. Più cinema

La produzione di audiovisivo può rappresentare una risposta vincente per l’Italia. Il nostro paese ha la tradizione, il talento e le capacità per accreditarsi come un perno del mercato della produzione e distribuzione di contenuti audiovisivi con cui alimentare un mercato che ogni giorno si fa più grande e globale.

Per fare tutto questo ci vogliono grandi investimenti: investimenti pubblici (sia in forma diretta che attraverso incentivazioni indirette) e investimenti privati, per far crescere l’intero comparto e aumentarne e qualificarne i livelli produttivi, qualitativi e occupazionali.

Per quanto riguarda in maniera specifica il cinema, secondo calcoli parametrati sul 2004 e al netto delle possibili conseguenze negative derivanti dal taglio al Fondo unico per lo spettacolo (FUS) operato dalla più recente legge finanziaria, le risorse movimentate dalla politica per l’intera filiera cinematografica (produzione, distribuzione, esercizio, promozione) ammontano annualmente a quasi 160 milioni di euro: 100 milioni circa vengono dal FUS, il resto dalle quote di produzione obbligatorie imposte dal 1998 per legge ai concessionari radiotelevisivi nazionali.

Per sviluppare la «massa critica» dell’industria cinematografica nazionale a un livello adeguato si dovrà introdurre anche da noi un modello generale di afflusso di risorse verso il cinema, che consenta almeno di raddoppiare le cifre attuali, senza dover importare sic et simpliciter il modello francese.

Per far questo esistono, a mio modo di vedere, tre strade principali. Innanzitutto vanno mantenute e consolidate le risorse pubbliche del FUS. Poi va ripreso e rilanciato con forza lo strumento delle quote obbligatorie di produzione di cinema e fiction a carico degli operatori televisivi previsto dalla legge 122 del 1998.

Infine, sempre per sostenere l’industria cinematografica italiana, si può ipotizzare, in via definitiva o almeno fino a quando non si sarà riportato il FUS a livelli adeguati, un’imposta sulla pubblicità televisiva a carico delle emittenti nazionali, sia generaliste che pay, con un’aliquota tra l’1% e l’1,5%, il cui gettito va destinato alla produzione di cinema. Una stima effettuata sugli introiti pubblicitari del sistema radiotelevisivo del 2004 fa ritenere che una previsione del genere libererebbe tra i 45 e i 50 milioni di euro all’anno.

Quanto alla legislazione in materia di cinema, bisogna dare realmente corpo allo strumento del tax shelter, già adottato sotto varie forme in altri paesi europei, prevedendo meccanismi di defiscalizzazione tanto delle risorse destinate alla produzione quanto di quelle destinate dai produttori agli investimenti in tecnologia.

Per quanto attiene al sostegno diretto, invece, soprattutto quando in discussione è la valutazione della componente più squisitamente artistica dei progetti, va modificato il reference system, il meccanismo di attribuzione dei finanziamenti pubblici fondato sul ricorso a schemi «automatici» di valutazione dei progetti e destinati a premiare gli operatori che hanno già raggiunto un positivo riscontro da parte del mercato.

 

Più sostegno all’attività di spettacolo

Per quanto riguarda complessivamente l’attività di spettacolo (lirica, teatro, musica, danza, spettacolo dal vivo) bisogna tornare a imprimere una dinamica positiva di crescita al FUS per garantire al teatro, alla musica, alla lirica e alla danza certezze e serenità nella predisposizione e nella programmazione delle loro attività.

Il finanziamento pubblico mediante l’attività delle Commissioni spettacolo dovrebbe, inoltre, premiare maggiormente oltre alla qualità artistica anche la buona gestione imprenditoriale, incentivando in modo particolare le produzioni liriche, musicali e teatrali e, più in generale di spettacolo dal vivo, che mediante il ricorso alle coproduzioni permettano un rientro economico più ampio e più equilibrato con il livello dei costi di produzione.

Esattamente come accade per la produzione di cinema e fiction, va promosso lo strumento di quote di reinvestimento da parte dei concessionari televisivi nello spettacolo dal vivo, non solo mediante produzione propria o coproduzione, ma principalmente mediante acquisto e trasmissione di spettacoli prodotti da altri soggetti.

Sul piano della regolazione vanno finalmente presentate e approvate leggi di settore organiche da troppo tempo attese per la musica e il teatro, più in generale per lo spettacolo dal vivo, che fissino i principi e gli indirizzi generali, ma siano scritte con sufficiente accortezza per non impantanarsi, come è accaduto troppo spesso fino ad oggi, nel nuovo e certo non semplice assetto di ripartizione delle competenze tra Stato e regioni. Così come, sempre sul piano normativo va verificato e ripensato insieme agli Enti lirici il funzionamento della normativa applicata in questi anni.

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