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Aeroporto di Comiso: una bella storia

Written by Giuseppe Digiacomo Wednesday, 01 March 2006 02:00 Print

Un mio caro e importante amico che recentemente mi ha sentito raccontare le vicende che hanno portato nel giro di sei anni a progettare, finanziare e costruire l’aeroporto di Comiso – uno dei più grandi e tecnologicamente avanzati aeroporti del Mediterraneo, laddove erano allocati fino alla fine degli anni Ottanta oltre cento missili «Cruise» capaci di distruggere non so quante volte il pianeta – mi ha invitato a scrivere tutto questo perché, a parer suo, si tratta di una bella storia.

 

Un mio caro e importante amico che recentemente mi ha sentito raccontare le vicende che hanno portato nel giro di sei anni a progettare, finanziare e costruire l’aeroporto di Comiso – uno dei più grandi e tecnologicamente avanzati aeroporti del Mediterraneo, laddove erano allocati fino alla fine degli anni Ottanta oltre cento missili «Cruise» capaci di distruggere non so quante volte il pianeta – mi ha invitato a scrivere tutto questo perché, a parer suo, si tratta di una bella storia.

A volte i colpi di dado del destino e della storia sono veramente singolari: in quella memorabile mattina del maggio del 1999, quando, nel mio ufficio di sindaco, chiamò al telefono il presidente del consiglio Massimo D’Alema per invitarmi a collaborare ad una grande operazione umanitaria (consisteva nell’accogliere diecimila profughi kosovari vittime di una sistematica operazione di sterminio e di pulizia etnica che mai avremmo ritenuto possibile nel cuore del vecchio continente, in epoca moderna, dopo gli orrori dei lager nazisti della seconda guerra mondiale) pensai – nei pochi secondi che mi concessi per prendere una decisione che avrebbe potuto condizionare per sempre la comunità che rappresentavo – che dovessi scegliere la strada del coraggio e quindi della collaborazione anziché quella della codardia e quindi del disimpegno, che pure mi tentava molto. È proprio vero quello che ha scritto Joseph Crane ne «Il segno rosso del coraggio»: a volte l’eroismo dissimula una grande vigliaccheria! Mi passavano sotto gli occhi le immagini televisive di questo popolo in disperato cammino senza più casa, senza patria e senza un’identità, e facevano da sottofondo i ricordi dei mille discorsi sulla pace, l’accoglienza, la solidarietà che avevo fatto in tanti anni di militanza politica rivolgendomi a scolaresche, associazioni culturali, cenacoli diversi. Ora ero chiamato a dare concretamente prova del fatto che il brodo culturale da cui aveva preso linfa il progetto di costruire a Comiso la grande base della morte negli anni Settanta era completamente evaporato e che lì, nell’ormai abbandonata e sinistra agorà della guerra fredda, si sarebbe approntato il più grande centro d’accoglienza umanitaria del dopoguerra. Siccome quando metti così a rischio la comunità che rappresenti i conti devono tornare in termini di vantaggio presumibile per il territorio, insieme all’idea del grande cuore del meridione che apre le braccia a un popolo disperato, mi balenò quella che da qui fosse possibile partire per la costruzione dell’aeroporto di Comiso, antica cantafavola di generazioni di cittadini della provincia di Ragusa: una provincia bellissima, patrimonio dell’UNESCO, ma ultima in Europa quanto a infrastrutture per i trasporti. Pertanto risposi a D’Alema: «Sì, presidente. Ma tu m’aiuti a realizzare l’aeroporto di Comiso dopo che i profughi se ne saranno ritornati nella loro terra?» La risposta fu positiva.

Ci mettemmo tutti a correre.

Molte volte nei giorni successivi, all’alba, guardandomi allo specchio dissi a me stesso che ero stato un folle: come poteva essere possibile risistemare in cinque giorni novecento villette abbandonate da dieci anni, cucinare diciotto tonnellate di cibo al giorno, assistere dal punto di vista igienico, sanitario e psicologico un popolo ridotto in uno stato pietoso? Quanto sarebbe durata la guerra e quando avrebbero potuto far ritorno nelle loro case (in quello che era rimasto delle loro case)? Che ne sarebbe stato dell’identità culturale della mia città nel caso di permanenza prolungata dei nostri ospiti (Comiso conta appena trentamila abitanti)? Come avrei potuto fare, contemporaneamente, il sindaco di due città? Cessato il febbrone della commozione e dell’immensa notorietà nazionale e internazionale che il «sì» di Comiso all’accoglienza aveva provocato nell’opinione pubblica, come si sarebbe potuta gestire un’operazione così grande nel terribile silenzio della quotidianità, quando il circo equestre dei mass media avrebbe portato via le tende per rimontarle in un altro dei mille luoghi della notizia? Non erano facili risvegli, lo giuro.

Ma è proprio vero che la fortuna aiuta i coraggiosi: approntammo il villaggio, riuscimmo a preparare la zuppa alla kosovara, non registrammo alcun caso di epidemia, nessuno morì. Anzi, ci furono parecchie nascite e celebrai anche due matrimoni. «Il villaggio della pace», come ribattezzammo la «base della morte», era ridiventato il crocevia del pacifismo internazionale.

In quei cento memorabili giorni avevamo, tra mille difficoltà, brillantemente portato avanti la grande operazione umanitaria. Poi la pace era scoppiata nel Kosovo, i profughi erano ritornati nella loro terra martoriata dove praticamente era tutto da ricostruire, compreso un progetto di unificazione nazionale difficile per un popolo storicamente diviso in decine e decine di fazioni. A noi rimasero altre due partite sospese da chiudere: una giudiziaria, determinata da un vergognoso esposto del centrodestra e finita in una bolla di sapone; l’altra, quella dell’aeroporto di Comiso.

Il governo D’Alema aveva ribadito più volte la volontà di ottemperare all’impegno preso, con piena e collaborativa disponibilità del governo Capodicasa alla guida della regione siciliana. Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza, Angelo Capodicasa, presidente della regione, Pierluigi Di Palma, presidente dell’ENAC, emanarono le direttive che sancivano l’inizio delle procedure per la riconversione dell’ex base missilistica in aeroporto civile di secondo livello. A questo punto, l’intuizione vincente credo sia stata quella di dotarsi nel più breve tempo possibile di un progetto esecutivo dell’opera che finanziammo attingendo al fondo rotativo per la progettualità della Cassa depositi e prestiti per un importo pari a un miliardo e settecento milioni di lire (mai pagato dal comune, perché l’opera poi rientrò nell’Accordo di programma quadro Statoregione-Comunità europea). La procedura di individuazione dello studio dei progettisti venne svolta con bando di gara europeo: questa prima fase della riconversione fu espletata nei tredici mesi successivi alla conclusione dell’operazione umanitaria. Il centrodestra fece partire una seconda denuncia alla procura della Corte dei Conti ritenendo un abuso del sottoscritto l’attingimento di risorse dal fondo rotativo per la progettualità: seconda bolla di sapone.

Nel giro di un anno venne approntato il progetto definitivo e lo stesso venne sottoposto all’ENAC per l’approvazione in conferenza dei servizi. I lavori della conferenza vennero conclusi in cinque mesi; dal 20 maggio del 2002, approvato il progetto dell’aeroporto di Comiso, mai più quel sito avrebbe potuto ospitare strumenti di morte, avendo stabilito tutte le amministrazioni dello Stato competenti che quel sedime non rivestiva ormai alcun interesse militare.

Dopo l’approvazione del progetto, nel giro di sei mesi vennero attuate le procedure di esproprio, giacché la pista aeroportuale si estende molto al di là del perimetro dell’ex base. Dopodiché si bandì la gara europea per l’appalto dei lavori individuando, tra gli altri, come membro della commissione di valutazione delle offerte, il presidente Severino Santiapichi. Ciò per dare un segnale ben preciso alla criminalità organizzata: il cantiere dell’aeroporto di Comiso voleva essere immune da qualsiasi tentativo d’infiltrazione mafiosa. I lavori della commissione si chiusero in quattro mesi, dal maggio al settembre del 2004, e nel mese successivo venne sottoscritto il contratto d’appalto tra il comune di Comiso e la ditta vincitrice: è l’inizio dei lavori di costruzione dell’aeroporto, da realizzarsi entro novecento giorni lavorativi.

Un aeroporto è preda appetibile per la criminalità organizzata che oggi costruisce e domani gestisce traffici illeciti. Relativamente ai lavori di costruzione dell’aeroporto, nel dicembre successivo all’inizio dei lavori, venne sottoscritto dal sindaco di Comiso, dal prefetto di Ragusa e dal titolare della ditta appaltatrice, un protocollo di legalità di seconda generazione che impedisce concretamente ogni possibilità d’infiltrazione mafiosa in questo grande cantiere: tutte le imprese fornitrici di beni e servizi vengono monitorate e controllate attraverso indagini della Direzione investigativa antimafia e, se macchiate, estromesse dal cantiere su semplice indicazione all’impresa da parte degli organi preposti.

Fra un anno l’aeroporto sarà pronto. I lavori procedono regolarmente e non sembrano esserci impedimenti tali da far scivolare significativamente la data di consegna prevista per il maggio del 2007. Ora, il rischio di una infrastruttura come questa è, se non si pensa per tempo alla gestione della stessa, che rimanga lì dov’è, bella, moderna e inutile. Per questo abbiamo affidato la redazione di un’ipotesi di società di gestione con relativo business plan ad un team di consulenti di caratura europea, coordinati dal professor Marco Vitale, le cui doti professionali e morali (a quanto pare competenza e moralità non sempre si sposano nel mondo dell’economia) avevo sperimentato durante l’emergenza Kosovo, quando era stato nominato commissario straordinario per la gestione dei fondi privati di Missione arcobaleno. Proveremo adesso a sintetizzare i risultati di questo eccellente lavoro.

La missione dell’aeroporto di Comiso discende, inevitabilmente, dalle caratteristiche del territorio in cui lo scalo si trova. Tre sono i principali elementi che inquadrano tale territorio dal punto di vista del gestore dell’aeroporto: il sistema produttivo locale presenta una vivacità notevole, soprattutto se confrontata con la media siciliana. All’interno di tale sistema, un peso determinante, in termini di valore aggiunto e di livello di occupazione, è assunto dal settore agroalimentare, che nell’area della cosiddetta fascia trasformata vede uno dei più importanti distretti agroalimentari d’Europa. Rilevanti, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, sono le produzioni ortofrutticole e floricole. Soprattutto si pensi all’uva da tavola (nel 2004 il 25% di quella regionale e il 6% di quella nazionale) e il pomodoro in serra (la cui produzione rappresenta oltre il 53% in ambito regionale e il 12% su scala nazionale). Le produzioni locali oggi raggiungono i principali mercati nazionali ed europei utilizzando il mezzo gommato. Inoltre, l’area si trova nel cuore di un sito culturale fra i più interessanti del nostro paese, il Val di Noto, con straordinarie espressioni d’arte e della cultura barocca.

L’aeroporto di Comiso nasce, dunque, per contribuire alla valorizzazione delle risorse di un territorio che ha in sé grandi potenzialità e che deve iniziare un percorso di sviluppo ambizioso. Un grande passo avanti dell’economia locale potrà essere determinato dalla realizzazione delle grandi potenzialità del settore agroalimentare, oggi frustrate da un sistema legislativo inadeguato, dall’eccessiva polverizzazione degli operatori, dalla loro incapacità di cooperare e da un sistema dei trasporti basato interamente sul gommato, che non consente di raggiungere mercati più lontani del Nord Italia con tempi e costi ragionevoli. L’aeroporto potrà fungere da volano, contribuendo a risolvere il problema dei trasporti, nella misura in cui gli operatori si organizzeranno per generare massa critica in grado di rendere vantaggioso il trasporto aereo. L’attività del gestore nel settore cargo dovrà, però, essere assimilabile a quella di un operatore logistico a trecentosessanta gradi, non potendo essere limitata alla fornitura dei soli servizi di scalo. Il gestore dovrà adoperarsi per coordinare gli operatori ai fini dell’organizzazione dei carichi e dei voli. Nel settore passeggeri, lo sviluppo dei volumi di traffico è legato principalmente alla domanda di mobilità dell’ampia zona a cui l’aeroporto è dedicato: si calcola che il bacino d’utenza aeroportuale (tutti i dodici comuni della provincia, Licata, Gela, Niscemi, Caltagirone, Grammichele, Mazzarone, Avola, Noto, Pachino, Palazzolo Acreide e Portopalo di Capo Passero) racchiuda una popolazione di 577.167 unità, oltre alle capacità attrattive del territorio che sono decisamente rilevanti e ai flussi turistici che esse saranno in grado di determinare. Sotto questo ultimo punto di vista il territorio non ha ancora realizzato appieno le potenzialità del proprio patrimonio culturale, pro babilmente a causa di un certo isolamento dell’area. La presenza dell’aeroporto, unitamente ad adeguati interventi infrastrutturali e di promozione del territorio, potrà contribuire allo sviluppo del settore.

Il costruendo aeroporto di Comiso ha suscitato l’interesse di investitori immobiliari stranieri per tutta l’area: questo movimento ha fatto coniare l’espressione «Ragusashire».

Tra le cause che finora hanno impedito che si sviluppasse un mercato turistico consolidato vi è la mancanza di un’adeguata strategia di comunicazione, che si aggiunge alla nota inadeguatezza dell’offerta ricettiva: ciò ha determinato una scarsa percezione da parte del turista della reale portata e varietà delle risorse turistiche. L’aeroporto di Comiso rappresenta, allora, una straordinaria occasione per il territorio per imprimere una svolta al proprio percorso di sviluppo, impostando una strategia di marketing territoriale più aggressiva, che coinvolga una vasta platea di enti e operatori. Il piano di marketing territoriale potrà prendere spunto dall’apertura dello scalo, e sfruttando come elemento di identificazione il barocco del Val di Noto, puntare ad un riposizionamento dell’offerta turistica verso il mercato turistico culturale di qualità che appare oggi più che mai quello con maggiori possibilità di crescita, potendo contare su un vastissimo patrimonio. L’aeroporto avrà un ruolo fondamentale anche nell’incrementare il movimento di persone sul territorio, dal momento che rappresenterà un’ulteriore porta di accesso anche per chi vi atterrerà per poi raggiungere altre località della Sicilia. Ma l’aeroporto è, appunto, un luogo di transito e in se stesso non è in grado di spingere il turista a trattenersi nell’area. È compito invece del territorio mettere in moto le sue migliori risorse per promuovere la propria immagine e proporre un’offerta turistica di qualità: splendori barocchi, enogastronomia d’eccellenza, ottanta chilometri di spiagge dorate.

Ecco perché aveva probabilmente ragione il mio amico quando definiva la storia dell’aeroporto di Comiso come una «bella storia». In esso sono confluite le qualità più belle del Mezzogiorno d’Italia: la solidarietà, il cuore, l’accoglienza, la caparbietà, l’onestà, la fede nella parola data. Ma anche la capacità di progettare e attuare, di anticipare i tempi, di governare i processi. Una dimensione della buona politica e del primato della stessa di cui possono essere orgogliosi in tanti, tutti quelli che ci hanno creduto. E che dovrebbe far vergognare gli altri, quelli che hanno messo e mettono i bastoni fra le ruote, quelli, per intenderci, delle bolle di sapone.

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