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Vista da un altro punto di vista. La lezione delle primarie

Written by Sara Bentivegna Monday, 02 January 2006 02:00 Print

A distanza di qualche mese dall’inedita quanto positiva esperienza delle elezioni primarie può essere utile tornare a riflettere su quell’avvenimento, individuandone e analizzandone aspetti che, in prima battuta, hanno ceduto il passo a un approccio di natura più propriamente politica, in primis, quello che ha elaborato i passi necessari alla costruzione del Partito democratico. D’altro canto, il processo immediatamente avviato a chiusura delle urne non è che la più evidente conseguenza dell’azione di quel «meccanismo ad altissima politicità» costitutivo delle elezioni primarie. Proprio in virtù del loro essere un meccanismo ad elevata politicità, in grado cioè di svolgere una molteplicità di funzioni utili agli elettori, ai partiti e alla democrazia, le elezioni primarie hanno contribuito a fare emergere altri fenomeni, spogliandoli di quella opacità che li rendeva difficilmente individuabili e leggibili. Tra questi, può senz’altro essere annoverata la fine della stagione dell’antipolitica. Dopo aver soffiato costantemente e fortemente per più di un decennio, il vento dell’antipolitica sembra aver iniziato a placarsi.

A distanza di qualche mese dall’inedita quanto positiva esperienza delle elezioni primarie può essere utile tornare a riflettere su quell’avvenimento, individuandone e analizzandone aspetti che, in prima battuta, hanno ceduto il passo a un approccio di natura più propriamente politica, in primis, quello che ha elaborato i passi necessari alla costruzione del Partito democratico. D’altro canto, il processo immediatamente avviato a chiusura delle urne non è che la più evidente conseguenza dell’azione di quel «meccanismo ad altissima politicità»1 costitutivo delle elezioni primarie. Proprio in virtù del loro essere un meccanismo ad elevata politicità, in grado cioè di svolgere una molteplicità di funzioni utili agli elettori, ai partiti e alla democrazia, le elezioni primarie hanno contribuito a fare emergere altri fenomeni, spogliandoli di quella opacità che li rendeva difficilmente individuabili e leggibili. Tra questi, può senz’altro essere annoverata la fine della stagione dell’antipolitica. Dopo aver soffiato costantemente e fortemente per più di un decennio, il vento dell’antipolitica sembra aver iniziato a placarsi. I circa 4.300.000 cittadini che si sono diligentemente disposti in fila in una bella domenica di ottobre, affrontando un disagio che talvolta si è protratto anche per ore, che hanno versato un contributo economico, che hanno sottoscritto un programma e che, infine, hanno depositato una scheda in un’urna, rappresentano l’indicatore più diretto e facilmente interpretabile della fine di una stagione che attribuiva alla politica pressoché esclusivamente connotazioni di alterità e distanza. Riversandosi nelle strade e affollando i seggi appositamente allestiti, i cittadini che hanno scelto di assumere i panni dell’elettore il 16 ottobre hanno reso visibile e ineludibile una richiesta di politica, una voglia di politica che pochi sospettavano circolasse nel nostro paese. A questo riguardo, basta ricordare le stime estremamente prudenti sull’affluenza elaborate a ridosso della consultazione, che parlavano di 1.300.000 persone. L’errore di stima trova le sue ragioni d’essere nell’avere assunto a riferimento l’universo degli iscritti ai partiti del centrosinistra (poco più di un milione nel complesso) con il correttivo del riferimento all’esperienza pugliese, quando il 9% degli elettori del centrosinistra che aveva votato alle ultime elezioni europee votò alle elezioni primarie.2 Quale sia stato l’universo di riferimento assunto, non vi è dubbio che un ruolo di rilievo lo abbia giocato l’adozione di un frame interpretativo caratterizzato dalla permanenza del sentimento dell’antipolitica: in un paese dove circola ed è sedimentato da tempo tale sentimento, l’affluenza alle urne in un’occasione come quella delle primarie non poteva che essere contenuta e quasi sovrapponibile al numero dei militanti dei partiti coinvolti nella consultazione.

E, invece, così non è stato. Segno che quel sentimento dell’antipolitica, ancora presentato come la cifra identificativa con la quale leggere e interpretare le vicende del nostro paese, si è trasformato nel corso del tempo e ha perso molti dei suoi tratti forti, dati largamente e lungamente per scontati. In realtà, l’imponente partecipazione elettorale del 16 ottobre può essere considerata come la punta di un iceberg, la cui massa si è formata lentamente e silenziosamente, tanto da produrre una spinta all’emersione. D’altro canto, se si indirizza lo sguardo agli eventi che hanno punteggiato il nostro più recente passato – milioni di persone scese in piazza per gridare il rifiuto della guerra, nascita di nuovi movimenti, associazioni, gruppi di iniziativa civica, single issue groups e così via – è possibile cogliere i segnali dell’esistenza di una diffusa domanda di politica. Se essa non è stata registrata, derubricandola talvolta come una estemporanea manifestazione di protesta, talaltra come un sintomo della cosiddetta sindrome NIMBY (Not in my backyard), ciò è dipeso dal ricorso a chiavi di lettura ormai superate, che continuano a cercare la politica nei luoghi sbagliati. Piuttosto che accettare l’appassionato e convincente invito rivolto da Ulrick Beck3 alcuni anni fa ad una revisione sistematica dell’idea stessa di politica – operazione indispensabile allorché le concezioni della politica e della non politica diventano sfocate – si è continuato ad avvalorare l’idea di una debolezza o stasi politica alla quale faceva da contraltare l’affermazione dell’antipolitica. Il ricorso a concetti e categorie analitiche costruite in riferimento a un assetto sociale e politico appartenente al passato ha impedito di individuare la nascita e la diffusione di una nuova cultura politica, fino al cambio di pagina verificatosi in ottobre. In quella occasione, infatti, l’elevata politicità dell’area del «non politico» si è manifestata con tutta la sua forza, rivitalizzando e innescando un circolo virtuoso all’interno della tradizionale area del «politico». Da questo punto di vista, non vi è dubbio alcuno che le elezioni primarie organizzate dal centrosinistra abbiano rappresentato una forte e chiara soluzione di continuità rispetto al passato, una forzata revisione della natura della cultura politica del nostro paese.

Nel contempo, esse possono essere viste come l’occasione per avviare un ripensamento sulla stabilità del monopolio del mezzo televisivo sulla dimensione politica. Se, infatti, si torna ai mesi che hanno preceduto la consultazione – non solo gli ultimi trenta giorni intercorsi tra la presentazione delle candidature e il voto – non si può non registrare un’attenzione intermittente e a dir poco svogliata da parte delle principali emittenti televisive, tanto da far presentare un esposto all’Autorità di garanzia delle telecomunicazioni da parte dell’Unione. Eppure, nonostante lo sguardo veloce e distratto gettato dal mezzo televisivo all’evento delle primarie, milioni di persone si sono recate alle urne. Una fitta rete di contatti, di relazioni, di messaggi via internet e attraverso siti dedicati all’evento ha riempito il silenzio televisivo e ha consentito la circolazione delle informazioni e la creazione di un clima di attenzione e partecipazione. La realizzazione e la conduzione di una campagna di successo, alternativa a quella realizzata tramite il tradizionale mezzo televisivo, impone una riflessione più ampia sul rapporto tra televisione e politica. Non ci si può non chiedere, infatti, come abbia potuto realizzarsi una partecipazione così imponente – in assenza del consueto coverage televisivo – in un paese dove la TV, sia pure un po’ semplicisticamente, è stata ritenuta responsabile, non molti anni fa, di aver «spostato» milioni di voti. Come spesso accade, non si è in presenza di una risposta univoca.

Tuttavia, assumendo a riferimento una pluralità di dimensioni è possibile individuare elementi utili a comprendere quanto è accaduto e sta accadendo in Italia. Intanto, si può cominciare con il dire che, anche nel nostro paese, ha iniziato ad affermarsi un nuovo tipo di campagna, vale a dire una campagna postmoderna. Nella tipologia delle campagne elettorali costruita da Norris,4 la campagna postmoderna segue quella premoderna e moderna, ereditandone dei tratti e introducendone di nuovi. Oltre a riflettere le trasformazioni proprie della politica, il nuovo tipo di campagna riflette i mutamenti avvenuti nel sistema sociale e in quello mediale. Gli effetti dei processi di frammentazione sociale e di costituzione di niche audiences si combinano con quelli derivanti dai processi di moltiplicazione dei canali comunicativi. La proliferazione delle emittenti televisive e radiofoniche, delle testate giornalistiche locali e delle nuove opportunità di presa di parola garantite da internet produce un ambiente mediale polverizzato al punto tale da produrre la necessità di una distinzione tra mass media, middle media e micro media.5 In un contesto così caratterizzato, la campagna elettorale continua ad esibire tratti di centralizzazione accanto ai quali, tuttavia, se ne collocano altri di decentralizzazione. Una decentralizzazione che si esprime non solo con una presenza nella comunicazione prodotta dai middle e micro media ma, anche, tramite il recupero di forme di comunicazione interattive proprie delle campagne premoderne. In breve, tornano ad acquisire rilevanza le interazioni che si stabiliscono tra gli individui all’interno delle reti sociali delle quali fanno parte. La campagna postmoderna, quindi, continua a ricorrere alla comunicazione televisiva ma, contemporaneamente, ricorre ad altri mezzi comunicativi e riconosce il ruolo di attori della campagna a tutti quei soggetti che producono interazioni comunicative all’interno di una rete di rapporti. Gli elementi caratterizzanti la campagna postmoderna brevemente illustrati fin qui permettono di considerare l’esperienza delle primarie come un passo significativo verso la realizzazione di forme comunicative e di mobilitazione che si sottraggono al monopolio televisivo e mostrano di sapersi avvalere di canali alternativi. Un passo, ancora, che ha introdotto con forza nuovi attori sulla scena, capaci di dar vita a una rappresentazione della politica alla quale non si assisteva da tempo.

Se, poi, si riconosce che il mainstream dell’antipolitica si sta ridimensionando nel nostro paese, si deve riconoscere, nel contempo, il ridimensionamento del mezzo televisivo inteso come «unico» canale in grado di veicolare l’offerta politica e di consentire un contatto con i cittadini. Il fenomeno dell’antipolitica e quello che attribuiva alla televisione il ruolo esclusivo di «narratore» della politica, infatti, si sono sostenuti e alimentati a vicenda, tanto da dar vita a un rapporto simbiotico di legittimazione reciproca. Il mutamento dell’uno, quindi, non può che portare a un inevitabile riposizionamento dell’altro. Il risultato di tali trasformazioni non può certo essere rintracciato nella scomparsa della mediatizzazione della politica, peraltro impossibile all’interno di un quadro di più ampia mediatizzazione della società. Piuttosto, esso può essere cercato nella progressiva rilevanza assunta da altri attori. La costruzione della dimensione politica diviene, in breve, il frutto dell’operato di numerosi soggetti che non trovano spazi di visibilità esclusivamente all’interno di uno schermo televisivo. Il loro «agire» politico si colloca nelle strade, nelle piazze, negli incontri con i colleghi e amici, nell’invio di e-mail, nelle discussioni on line o nelle stesse iniziative che nascono spontaneamente in internet. Se si ricorda il periodo che ha preceduto il voto di ottobre, numerose esemplificazioni possono essere rinvenute a supporto di una diffusa visibilità raggiunta al di fuori del video. Lo spazio ottenuto nel mezzo televisivo, e più in generale nei media tradizionali, è stato spesso il risultato di una sollecitazione prodotta dall’azione dei cittadini che ha raggiunto il suo acme nelle file formatesi al di fuori dei seggi elettorali.

Il contributo dei cittadini, o di quello che è stato chiamato il «popolo delle primarie», non può essere considerato come una forma di one shot activism, vale a dire finalizzato al conseguimento di un obiettivo preciso (la designazione del candidato premier del centrosinistra) per poi essere destinato a dissolversi in un sol colpo. Certo corre il rischio di diventarlo, se la classe politica del centrosinistra non sarà in grado di dare risposte convincenti a quell’istanza di partecipazione civilmente espressa. Tuttavia, per le dimensioni che ha assunto, esso deve essere considerato come un vero e proprio indicatore del mutamento del processo di costruzione della dimensione politica e, in particolare, di una campagna elettorale. D’altra parte, la fase delle campagne elettorali centrate esclusivamente sul mezzo televisivo hanno iniziato a mostrare segni di logoramento non solo in virtù della frammentazione dell’offerta e della concorrenza dei nuovi media ma, anche, dell’affermazione della cosiddetta postmodernità caratterizzata dalla diversificazione e dal pluralismo culturale. Pur continuando a rimanere il mezzo di comunicazione che raggiunge il numero maggiore di individui, la televisione è stata affiancata, nei processi di lettura e interpretazione della realtà, da altri soggetti che nascono a seguito di un’affinità che si manifesta in relazione a interessi comuni, religione, cultura e così via. L’appartenenza degli individui a reti sociali, sia pure profondamente diverse da quelle del passato, produce occasioni e forme di comunicazione prive di ufficialità e talvolta di visibilità, ma non per questo meno efficaci. Sul fronte della produzione di comunicazione politica e delle campagne elettorali, ciò vuol dire che la scena non è più occupata da un solo attore, ma da numerosi attori che si muovono in riferimento ad aree e segmenti diversificati. Accanto al racconto che ci narra la televisione, se ne collocano altri che vengono elaborati dai cittadini nei gruppi di discussione on line, nei siti delle associazioni e dei partiti, all’interno dei gruppi di riferimento, nelle occasioni di contatto che quotidianamente l’esistenza ci offre.

Alla luce di quanto detto fin qui, si può sostenere che la trasformazione e il ridimensionamento dell’antipolitica insieme a una forma di declinazione della cosiddetta campagna postmoderna possono essere considerati gli elementi «forti» che hanno segnato l’esperienza delle primarie. Resta da chiedersi se l’incredibile mobilitazione e partecipazione prodottesi in quell’occasione siano replicabili o, per dirla con le parole di Giuliano Amato, se sia possibile mantenere quella temperatura. Va da sé che la risposta ha una natura in primo luogo politica, che rimanda alla capacità delle forze del centrosinistra di realizzare una proposta politica mobilitante e di diffonderla in un clima di civile confronto. In seconda battuta, la risposta è estremamente semplice e rischia di scivolare sul crinale della tautologia, allorché sostiene la necessità di confermare al centro della scena dell’azione politica gli stessi cittadini. In realtà, alla semplicità dell’enunciazione non fa da contraltare un’analoga semplicità operativa. Non è facile, infatti, riuscire a mantenere intatta quella spinta che ha portato milioni di cittadini non solo a votare, ma anche a parlare e discutere con amici, familiari e colleghi di quanto stava avvenendo, nonché a fornire un’interpretazione del significato di quella nuova forma di partecipazione politica. Nonostante le difficoltà, tuttavia, la valorizzazione dei cittadini nell’ambito della prossima campagna potrebbe rivelarsi decisiva.

Affinché ciò possa realizzarsi, è necessario, in primo luogo, dismettere un approccio telecentrico a vantaggio di un approccio che considera la televisione come «sponda» con la quale fare interagire tutti i soggetti che danno vita alla campagna, sia pure in forme e modi diversi. In tal modo, i cittadini abbandonerebbero i panni dei telespettatori per tornare ad assumere quelli di attori. D’altro canto, se è vero che siamo entrati nella fase delle campagne postmoderne, come l’esperienza delle primarie sembrerebbe farci ritenere, l’apparizione sulla scena di una pluralità di soggetti è una conseguenza inevitabile. Piuttosto che continuare a considerare la televisione come l’unica arena alla quale accedere – accettandone tempi, codici e stili di comunicazione – sarebbe preferibile dar vita a una sorta di triangolazione frutto dell’interazione tra piazza, reti e televisione con tutti i soggetti dotati di una forte valenza comunicativa. Ciò non comporterebbe la marginalizzazione del mezzo televisivo nei processi di comunicazione. Comporterebbe, piuttosto, uno spostamento dell’origine del processo comunicativo, di volta in volta attivabile da soggetti diversi. All’interno di questo processo, la piazza non deve essere intesa riduttivamente come il luogo nel quale dare visibilità a forme di protesta e o di scontento. Essa, piuttosto, deve essere considerata come il luogo nel quale i cittadini fanno esperienza in prima persona della realtà, senza l’intervento di agenti di mediazione. Ed è nelle strade e nelle piazze che si devono realizzare le occasioni di ascolto dei cittadini e si deve rendere visibile e condivisibile il comune impegno di mobilitazione. Senza dimenticare, peraltro, che è dalle piazze, reali o virtuali che siano, che nascono e si diffondono le reti di relazione, nelle quali tutti noi siamo inseriti. Che si tratti di reti nate appositamente per la campagna – i Comitati per l’Italia che vogliamo del 1996 e i gruppi Incontriamoci che stanno nascendo ora ad opera di Prodi – o di reti nate in internet per dare la parola ai cittadini privi di parola e di potere – come nel caso dei blog e dei forum – o, ancora, di reti frutto della condivisione dell’esigenza di raccontare la durezza della vita del pendolare, è di relativa importanza. Ciò che è importante, invece, è la propensione degli individui ad aderire alla rete e di utilizzarla per rendere nota e visibile una proposta o una protesta. Ed è proprio a queste reti, agli individui che vi appartengono, che è necessario dare spazio nella costruzione della prossima campagna elettorale. Piuttosto che partire dal canale televisivo per arrivare ai cittadini, è preferibile partire da questi ultimi per arrivare ad avere spazio nella sfera mediale. Attivare un processo di triangolazione significa esattamente questo: privilegiare la piazza e le reti di cittadini che lì fanno esperienza della realtà per poi accedere alla mediazione televisiva. Il ripristino della modalità comunicativa del «porta a porta», con un contemporaneo abbandono del suo scimmiottamento che a tarda ora la TV ci propone, il potenziamento delle reti di cittadini che si mobilitano nel corso della campagna rendendo visibile e percepibile il valore simbolico della testimonianza personale, il ricorso alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione per creare circuiti di  comunicazione e interazione verticali e orizzontali sono alcune esemplificazioni delle modalità attraverso le quali si potrebbe costruire un clima mobilitante tale da costituire una risposta appropriata alla domanda di partecipazione espressa da oltre quattro milioni di cittadini. L’adozione di un approccio simile sarebbe, inoltre, il segnale più evidente di una reale comprensione e valorizzazione della cultura politica presente tra i cittadini che, pur se lontani dall’ideale di «buon cittadino» tratteggiato da Robert Dahl,6 hanno certo dimostrato di essere «cittadini adeguati».

 

 

Bibliografia

1 Questa definizione si deve a G. Pasquino, Democrazia, partiti, primarie, relazione presentata all’Incontro di Studio «Le primarie in Italia: selezione dei candidati o legittimazione della leadership», promosso dalla Società italiana di studi elettorali-Regione Toscana, Firenze, 2 dicembre 2005.

2 La ricostruzione puntuale della stima ottenuta di 1.300.000 elettori si trova in S. Vassallo, Sui risultati delle elezioni primarie dell’Unione di centrosinistra, in «Italianieuropei», 5/2005.

3 U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000.

4 P. Norris, A Virtuous Circle. Political Communications in Postindustrial Societies, Cambridge University Press, New York 2000.

5 W. L. Bennett, Communicating global activism: strengths and vulnerabilities of networked politics, in W. van de Donk, B. D. Loader, P. G. Nixon, D. Rucht, Cyberprotest. New Media, citizens and social movements, Routledge, Londra e New York 2004.

6 R. A. Dahl, Politica e virtù. La teoria democratica nel nuovo secolo, Laterza, Roma-Bari 2001.

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