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Le prospettive di sviluppo in India

Written by Mountolive Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Nel 2050 – stando ad un recente rapporto della CIA – Stati Uniti, Cina e India saranno le prime tre economie mondiali e l’Asia terrà le chiavi degli equilibri globali. Per buona parte dell’establishment indiano è come se le cose stessero già così e, sopratutto, come se il paese fosse legittimato a scontare questa realtà futura nei suoi comportamenti, anziché riferirsi alla realtà attuale, ben più problematica. Gli indiani hanno una straordinaria capacità di proiettare il domani nell’oggi. Dimenticano che il paese, potenza nucleare dotata del secondo maggior esercito di terra del mondo, ha un PIL leggermente inferiore a quello dell’Italia e un reddito pro-capite che non raggiunge i 500 dollari annui. Le punte di eccellenza nell’Information Technology e i modernissimi campus tecnologici di Bangalore, convivono con una realtà rurale contrassegnata da un’economia di mera sussistenza.

Nel 2050 – stando ad un recente rapporto della CIA – Stati Uniti, Cina e India saranno le prime tre economie mondiali e l’Asia terrà le chiavi degli equilibri globali. Per buona parte dell’establishment indiano è come se le cose stessero già così e, sopratutto, come se il paese fosse legittimato a scontare questa realtà futura nei suoi comportamenti, anziché riferirsi alla realtà attuale, ben più problematica.

Gli indiani hanno una straordinaria capacità di proiettare il domani nell’oggi. Dimenticano che il paese, potenza nucleare dotata del secondo maggior esercito di terra del mondo, ha un PIL leggermente inferiore a quello dell’Italia e un reddito pro-capite che non raggiunge i 500 dollari annui. Le punte di eccellenza nell’Information Technology e i modernissimi campus tecnologici di Bangalore, convivono con una realtà rurale contrassegnata da un’economia di mera sussistenza. Servizi e infrastrutture sono quasi ovunque da terzo mondo: Bombay sogna Shanghai, ma l’alluvione di questa estate ha ricordato a tutti come la realtà sia ben diversa. Nel 2050 – e forse un po’ prima – sarà tutta un’altra cosa, ma, come diceva Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti e quindi meglio sarebbe occuparsi di più del presente.

Qui entra in gioco un elemento fondamentale della realtà indiana: il diverso senso della vita, l’importanza del karma nel definire percorsi che abbiano al centro non l’individuo bensì la circolarità dell’esistenza. L’accettazione della propria condizione è una componente inscindibile dell’etica dell’induismo e la vita è sempre e comunque un passaggio, eredità di comportamenti passati e promessa di un futuro che avvicini il momento del definitivo annullamento cosmico dell’individuo. Ad un occhio occidentale tutto ciò può apparire come una paradossale giustificazione di condizioni di miseria e disuguaglianza che sarebbero altrimenti intollerabili, o anche come un ammortizzatore sociale in grado di rendere remota la possibilità di rivolgimenti violenti, per i quali sembrerebbero sussistere tutte le condizioni oggettive. Ma in India la prospettiva è diversa e né l’apertura del mercato, né i ritmi accelerati di crescita hanno inciso in maniera significativa sulla situazione. Il che, per parafrasare Keynes, equivale a dire che in India nel lungo periodo siamo tutti vivi e le politiche vanno lette in questa prospettiva, fondamentalmente opposta alla nostra.

La sovrastruttura britannica, che detta le regole dell’amministrazione, può trarre in inganno e far pensare che le somiglianze vadano più in profondità di quanto in realtà non accada. La memoria del Raj sopravvive e prospera nella società indiana in quanto parte di una storia che è riuscita a interiorizzarlo, indianizzandolo allo stesso tempo. Le uniformi di foggia britannica, le abitudini anglicizzanti della nomenklatura, le preferenze degli intellettuali e le piccole manie della café society, riguardano una élite relativamente ristretta, che funge da specchio deformante rispetto a una società che rimane – per fortuna, verrebbe da aggiungere – profondamente diversa dall’Occidente. È un po’ come con l’inglese. Gli indiani si ripetono e sono convinti di essere un paese anglofono ma, quando si esprimono in inglese, parlano in realtà una lingua che è sempre più un’altra fra le tante lingue indiane. E che si avvia al tempo stesso a diventare – al pari dell’americano, dell’australiano o del sudafricano – una autonoma manifestazione di quell’idioma straordinariamente adattabile, che è l’inglese. Gli occidentali, davanti a un’India che in tutta la sua parte istituzionale si presenta al mondo in inglese, pensano di aver a che fare con un paese fondamentalmente simile a loro, ma la realtà non è questa.

Stando così le cose, ci si potrebbe domandare dove stiano la sfida e il motivo di tanto interesse. La risposta è nei numeri e nelle tendenze. Un miliardo e più di persone, che nel 2050 saranno un miliardo e mezzo; una classe media di cento milioni, che cresce del 10% l’anno e che, già oggi, è pari alla popolazione di Italia e Francia messe insieme (ma senza poveri!); cinquecentomila abbonamenti in più al mese ai cellulari, che da tempo hanno superato quelli di rete fissa; un settore IT che in pochi anni ha visto l’emergere di multinazionali come Infosys, TCS eWipro, di valore mondiale; una produzione automobilistica ferma per ora al milione di unità l’anno (più o meno come in Italia) e che si dispone alla sfida della motorizzazione di un paese che è lì lì per effettuare il balzo dalle due alle quattro ruote; un sistema finanziario ancora fragile e aperto a possibili scorribande, ma che conta già oggi una delle borse mondiali di riferimento. Un mercato in fortissima espansione insomma, che punta per ora sopratutto sulla sempre evocata classe media, sui cui numeri si discute, ma sul cui modello di consumo e capacità di spesa di tipo occidentale non vi sono dubbi. Un mercato che potrebbe nel medio termine assumere proporzioni ben più rilevanti, con l’ingresso di una quota crescente di quei seicento milioni che, al momento, non superano il dollaro al giorno di reddito.

Una delle tentazioni ricorrenti, quando si parla di India, è quella di riferirsi alla Cina, come se le due economie fossero paragonabili e consentissero valutazioni omogenee. Si tratta invece di paesi profondamente diversi, il cui unico tratto comune è la tendenza dei livelli di crescita. Per il resto, l’economia cinese è cinque volte quella indiana e il suo commercio internazionale è il decuplo. Lo sviluppo infrastrutturale non è paragonabile – la Cina è per molti versi nel XXI secolo, mentre l’India deve ancora entrare, quanto a infrastrutture, pienamente nel XX – e le scelte di politica economica sono profondamente diverse: all’accelerazione cinese sul manifatturiero ha corrisposto un costante sottoinvestimento indiano e una priorità riservata ai servizi, all’outsourcing e al software. Sono profondamente diversi i sistemi politico-sociali: al comunismo confuciano degli uni corrisponde negli altri una orgogliosa affermazione del sistema democratico.

In Cina i giochi sono in atto da tempo e le imprese occidentali si contendono posizioni sempre più affollate; il rischio è quello di un surriscaldamemnto dell’economia e di un parallelo innalzamento delle tensioni sociali. In India, al contrario, la partita è agli inizi e la liberalizzazione sta solo adesso cominciando a mordere. Al momento dell’indipendenza in pochi avrebbero scommesso che essa sarebbe rimasta a lungo democratica e sopratutto unita; le sono riuscite l’una e l’altra cosa e, oggi, rappresenta un modello per tutta l’Asia. Gli indiani insistono molto su questo aspetto, rispetto al rischio di sfaldamento incontrollato del monolite autoritario cinese: nel ragionamento c’è qualche iperbole di troppo, ma la sostanziale stabilità della democrazia indiana, e la sua capacità di gestire realtà profondamente diversificate fra loro, non può essere messa seriamente in dubbio. Inefficienza burocratica, corruzione, inaffidabilità della polizia e paralisi della magistratura sono tare che incidono pesantemente sulla vita quotidiana, ma non arrivano a modificare il giudizio di fondo.

Finita l’epoca sovietica e impallidita l’influenza britannica, nessuno fra gli europei occupa in questo momento posizioni dominanti. Non per molto, però: tutti si stanno muovendo e, dopo il recente riavvicinamento con Washington, è facile prevedere che anche gli Stati Uniti entreranno alla grande sulla scena indiana. Nei prossimi cinque anni essi potrebbero diventare il vero referente esterno del paese: l’opinione pubblica è filo-americana e tutta la nuova borghesia non pensa altro che a copiare modelli USA. C’è poi la nuova dimensione del rapporto Sud-Sud, non più alleanza dei reietti del mondo ma intesa dei nuovi ricchi: il BRIC è da noi poco conosciuto e ancor meno studiato, ma questo nuovo gruppo regionale, che comprende Cina, Russia, Brasile e India, si appresta a diventare una realtà importante da qui a dieci/quindici anni. La Cina, che qualche anno fa aveva con l’India un intescambio di meno di due miliardi di dollari, ha raggiunto i quindici, e dovrebbe passare a venticinque miliardi entro il 2010 (contro i tre miliardi e mezzo/quattro miliardi dell’Italia); le sinergie fra i due paesi contribuiscono a ridisegnare la geografia dei rapporti economici internazionali.

Se si parte dall’assunto che l’Italia non può permettersi il lusso di essere assente dall’Asia, la necessaria conclusione è che non è possibile essere presenti su uno scacchiere solo. In altre parole, puntare sulla Cina non basta: non solo per un’evidente controassicurazione, ma anche per utilizzare meglio le interdipendenze. Le priorità sono congiuntamente la Cina, l’India e il Giappone: il Giappone per non perdere terreno, la Cina per consolidare l’acquisito e l’India per cominciare a fare sul serio. Illusioni di grandezza? Al contrario, esigenze minime di sopravvivenza.

L’Italia è presente in India sin dall’indipendenza e ne ha accompagnato i primi passi verso l’industrializzazione. FIAT, Piaggio, Innocenti, hanno fatto scoprire agli indiani la motorizzazione; Snam ha realizzato negli anni Sessanta e Settanta i grandi impianti di fertilizzanti che hanno segnato – in un paese caratterizzato storicamente da grandi carestie – il passaggio prima all’autosufficienza alimentare e, poi, all’attuale posizione di esportatore netto di prodotti agricoli; i ventilatori in India si chiamano ancora oggi Marelli; Ansaldo è nome noto nel settore dell’energia; così come lo sono CEAT o Bisleri, arrivati qui come marchi italiani e diventati indiani. Poi le cose sono cambiate e la presenza si è affievolita. Gli anni di crisi hanno fatto precipitare la FIAT dalla sua posizione dominante, con una perdita vertiginosa di quote di mercato, e molte piccole e medie imprese hanno cominciato a sentire il fiato grosso in un mercato difficile. Non tutto è negativo, naturalmente: la FIAT si sta preparando al rilancio, questa volta con un partner affidabile come il colosso Tata; l’ENI sta rientrando in forze nel mercato; nei settori tradizionali della nostra presenza – macchine utensili, legno, oreficeria, pellami, componentistica auto – le imprese italiane restano competitive; cominciano ad affacciarsi i produttori del settore del lusso e la moda cerca spazi, contando anche sul fatto che ormai è rilevante la quota delle subforniture assegnate a imprese indiane. Quelli che hanno avuto il coraggio – o la lungimiranza – di investire in passato in India raccontano concordemente di primi tempi assai difficili e di ritorni molto interessanti in capo a cinque-sei anni. Le success stories – come quella della Perfetti, che dall’India si sta avviando ad una posizione dominante nell’intero mercato asiatico per le caramelle e i dolciumi – dimostrano che può essere in effetti così.

Il settore finanziario è, ancora una volta, il grande buco nero della nostra proiezione economica internazionale. In India – come in tanti casi altrove – le banche italiane sono sostanzialmente assenti: si intravede qualche debole movimento da parte di qualche istituto – o anche di Borsa Milano – ma sempre al di sotto della soglia minima necessaria. E tuttavia, per montare un’azione sostenuta nel tempo tanto nei settori tradizionali della nostra presenza, quanto e soprattutto in quelli nuovi e promettenti – infrastrutture, agroindustria e un domani di nuovo automobile – sarebbe necessario uno sforzo coordinato con strumenti adeguati, come anche un ben diverso approccio al ricco mercato dei capitali indiano e qualche timore di meno dinanzi alle prospettive di investimenti in Italia da parte di un paese che ha posizioni di forza sul mercato britannico ed è padrone – tanto per fare un esempio – di due terzi della siderurgia romena.

La visita di Ciampi nel febbraio di quest’anno ha ridato fiato al rapporto politico e impresso a quello economico una accelerazione che è servita a rovesciare il cono dell’indifferenza indiana verso l’Italia, e della disattenzione tremebonda del nostro paese verso l’India. È in corso uno sforzo serio per ritagliare una quota di mercato significativa nelle aree di nuova priorità indicate dal governo indiano – le infrastrutture civili e l’agroindustria – nelle quali la flessibilità operativa e la tecnologia delle nostre imprese, dovrebbe dare un margine competitivo interessante. Rimane tuttavia nel rapporto italo-indiano una fragilità di fondo, frutto in primo luogo dell’insufficiente conoscenza delle rispettive realtà e prospettive. Nessun personaggio politico italiano di rilievo è stato a Bangalore negli ultimi anni e si sono visti anche ben pochi imprenditori o banchieri. Eppure, da Bangalore sono passati Clinton, Putin, Blair, Schroder e molti altri. Il presidente cinese addirittura, ha voluto cominciare da Bangalore la sua visita di Stato e a Delhi ci è andato dopo: segno di dove Pechino ritiene debbano indirizzarsi le sue priorità.

Analogo discorso vale per i contatti a livello politico e – su un piano più generale – della comunicazione. L’India sa ben poco dell’Europa e nulla o quasi dell’Italia, a parte lo stereotipo d’uso. L’ascesa di Sonia Gandhi ha creato qualche curiosità in più ma ha, semmai, reso più difficile il contatto: la leader del Congresso deve fare di tutto per far dimenticare la sua origine «straniera». La Gran Bretagna non è più la potenza coloniale, ma sul piano culturale – e più in generale dello sguardo sul mondo – la sua influenza resta decisiva: tutto o quasi è visto in India attraverso il filtro e i luoghi comuni inglesi (non ci si deve far trarre in inganno da personaggi come Amartya Sen o Appadurai: ammirati e riveriti come esempio dell’eccellenza intellettuale indiana, la loro visione cosmopolita trova nella realtà quotidiana ben poca eco). A differenza dei tedeschi, l’Italia non può contare sull’utilissimo strumento delle stiftung e i gruppi di amicizia parlamentare, diversamente da quanto accade per quasi tutti gli altri, non funzionano che a tratti. La democrazia indiana è ricca di partiti, a volte ben radicati nella società e a volte clientelari, ma comunque riconducibili a filoni di pensiero riconoscibili: il contatto con i partiti e gli esponenti politici italiani è stato sin qui, al massimo, sporadico. E invece tutto ciò – così come una assai maggior attenzione ai media, da ambo le parti – è essenziale per fare uscire dal generico la visione dell’Italia e dare sostanza alle sue prospettive.

L’India ha una visione gerarchica delle relazioni internazionali: i cinque del Consiglio di sicurezza in primo luogo, quindi il G8, poi l’Unione europea e via via tutti gli altri. La battaglia per il seggio permanente all’ONU ha offuscato il quadro dei rapporti bilaterali: Delhi ha visto la posizione italiana come quella di un alleato del «nemico» pachistano, anziché come il frutto di una ragionata difesa di un interesse generale; né ha contribuito a rasserenare i toni la percezione di una certa pavidità nel dibattere i nostri argomenti in giro per il mondo: da buoni eredi della scuola anglosassone, gli indiani hanno sempre rispetto per chi non disdegna a good fight. Essi si chiedono poi come mai noi, paese del G8, siamo così poco presenti rispetto alle tematiche e alle priorità indiane e ne deducono la nostra sostanziale irrilevanza. Nelle percezioni dell’India, paese dall’identità al tempo stesso antichissima e troppo recente, gioca un mix esplosivo di arroganza nazionalistica e di complesso di inferiorità post-coloniale, che porta a conclusioni tagliate con l’accetta e tutte centrate su ragionamenti di puro potere. Sono cose come l’arsenale nucleare e il numero degli abitanti a stabilire chi possa definirsi grande potenza: lo sviluppo della società, la qualità della vita, sono dati che contano meno e che potranno, semmai, venire dopo. Può essere irritante – e spesso lo è – ma è così: l’Italia conta ancor oggi su risorse maggiori dell’India, non solo in cifra assoluta ma in termini di organizzazione sociale, capacità produttiva, innovazione, e fa fatica ad essere presa veramente sul serio. Il design e la moda senza dubbio; un domani prossimo, forse, il turismo e magari la cucina. Il resto, assai meno. La sufficienza con cui, a volte, si guarda dall’Italia a questo paese trova riscontro in India in una arroganza indifferente: sta a noi fare lo sforzo maggiore, visto che siamo noi a poterci guadagnare, o perdere, di più.

Qualche volta, davanti all’indifferenza con cui il «sistema Italia» sembra reagire alla perdita di opportunità variamente interessanti, si ha la sensazione di coglierne come un inespresso sospiro di sollievo: non irritazione per l’occasione perduta, ma soddisfazione per non essersi dovuti sobbarcare una «grana» complicata in più. Ma probabilmente questa è una deformazione, dovuta all’influenza del monsone: sarebbe impensabile infatti che l’Italia non si rendesse conto di doversi rimboccare le maniche per giocare a fondo le proprie carte in India, così da continuare ad essere non solo una nazione industrialmente avanzata, ma soprattutto un paese prospero ed equilibrato.

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