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Roma e il sistema delle sue università

Written by Guido Fabiani Monday, 02 January 2006 02:00 Print

È mia convinzione che l’università abbia giocato un ruolo essenziale, certamente non unico, nel determinare la brillante performance economica della città di Roma di cui tanto e giustamente si parla. L’università, infatti, sostenuta dal governo della città, si sta sempre più proponendo come componente di un sistema di relazioni culturali, economiche e istituzionali che irrobustisce il complesso tessuto socio-economico cittadino e contribuisce in modo significativo a configurare il «modello Roma». In una recente indagine condotta dal Censis, tra i cittadini romani, Roma viene presentata come «una città che crede nel proprio futuro». Ed è significativo che, dall’elaborazione dei questionari relativi all’indagine stessa, risulti che l’università è posta in cima alla graduatoria dei soggetti che possono maggiormente incidere sullo sviluppo della città. Al di là del dato, che deve far riflettere di per sé, questo è un segno chiaro del fatto che i rapporti tra la città di Roma e le sue università sono fortemente cresciuti e migliorati negli ultimi anni.

È mia convinzione che l’università abbia giocato un ruolo essenziale, certamente non unico, nel determinare la brillante performance economica della città di Roma di cui tanto e giustamente si parla. L’università, infatti, sostenuta dal governo della città, si sta sempre più proponendo come componente di un sistema di relazioni culturali, economiche e istituzionali che irrobustisce il complesso tessuto socio-economico cittadino e contribuisce in modo significativo a configurare il «modello Roma».

In una recente indagine condotta dal Censis, tra i cittadini romani, Roma viene presentata come «una città che crede nel proprio futuro». Ed è significativo che, dall’elaborazione dei questionari relativi all’indagine stessa, risulti che l’università è posta in cima alla graduatoria dei soggetti che possono maggiormente incidere sullo sviluppo della città. Al di là del dato, che deve far riflettere di per sé, questo è un segno chiaro del fatto che i rapporti tra la città di Roma e le sue università sono fortemente cresciuti e migliorati negli ultimi anni. Ciò è dovuto a due fattori che hanno agito in profondità soprattutto negli ultimi anni: un mutamento sostanziale nelle politiche del governo locale e una radicale trasformazione interna all’università stessa. Questi due fattori hanno reso concreta la possibilità di avviare un percorso che sta permettendo di raggiungere gradualmente l’obiettivo della costruzione di un articolato e moderno sistema universitario metropolitano. Tutto ciò (non va dimenticato), partendo da una situazione che vedeva inizialmente un unico elefantiaco e longevo corpo accademico, «La Sapienza», che seppur statico e impacciato, rappresentava e rappresenta una delle concentrazioni di competenze scientifiche tra le più alte e qualificate del paese oltre che a livello internazionale.

Per approfondire la questione conviene prendere le mosse da una breve analisi delle dimensioni del sistema universitario romano e del contesto più generale in cui si inserisce.

In primo luogo, vanno considerati alcuni aspetti della dimensione quantitativa, prendendo come riferimento essenzialmente i tre atenei statali. Le università private, infatti, coprono una percentuale relativamente bassa (6%) della domanda formativa, anche se alcune di esse rappresentano una parte attiva e componenti qualitativamente significative del sistema universitario cittadino.1

Secondo gli ultimi dati ufficiali al 2005 sono iscritti alle tre università romane 204.417 studenti. Se si confronta l’incidenza di questi iscritti sul totale nazionale (11,2%), col peso della popolazione della provincia sulla popolazione totale italiana (7,5% circa) se ne deduce il forte potere di attrazione verso l’esterno di questo sistema.

La leva annuale dei giovani diciannovenni romani si è ridotta a 53.000 unità contro le 78.000 di dieci anni fa, ma bisogna presumere che le leve di giovani immigrati apriranno nuove prospettive, assieme al fenomeno crescente della formazione continua. Per ora, ogni anno il flusso di entrata di giovani nel sistema è pari all’incirca a 35.000 unità (su 332.000 in Italia), mentre oltre 28.000 laureati (su circa 270.000 in totale) rappresentano il contributo annuale del sistema universitario romano alla formazione della classe dirigente del paese.

Il sistema delle tre università mobilita 6.500 docenti organici (su circa 53.000) e oltre 4.000 dottorandi (su 33.000), senza contare i numerosi tecnici e le competenze di vario tipo impegnate con contratto a tempo determinato.

Ma il peso del sistema universitario romano assume un maggior significato se lo si inquadra nel contesto più vasto del settore della ricerca e sviluppo (R&S): a questo riguardo il territorio romano, per la concentrazione di risorse infrastrutturali, umane e finanziarie che accoglie, svolge una indubbia funzione di leadership sul piano nazionale.

Su questo tema, la Fondazione Roma Europea nello scorso ottobre ha pubblicato un rapporto di grande interesse dal quale è utile riprendere alcuni dati.2 A Roma, secondo questo rapporto, «si collocano quasi 1.300 enti pubblici e privati iscritti nell’Anagrafe nazionale delle ricerche (il 10% del totale nazionale, il 7% con sede a Milano) (…) quasi il 25% degli Istituti CNR (a Milano solo il 9%) (…) e inoltre, molti dei principali Istituti della ricerca pubblica italiana,3 (…) più di 10.000 aziende operanti in settori ad alta tecnologia (il 6,9% del totale contro il 6,6% di Milano) di cui 2/3 nel comparto del terziario, (…) oltre a poco meno di 300 unità di grandi imprese con un contributo elevatissimo all’occupazione complessiva dell’industria e dei servizi (oltre il 55%)». E, ancora, riferendosi al Lazio e considerando che per oltre il 90% i dati riguardano Roma, sono «oltre 30.000 gli addetti alla R&S censiti dall’ISTAT, e rappresentano quasi il 20% del personale di ricerca impiegato nel paese», mentre la spesa regionale per R&S pesa per il 20% sul totale nazionale. Se, però, da questi dati risulta molto alto l’impegno pubblico, bisogna rilevare che «il contributo dei soggetti privati all’attività di ricerca (…) appare nel Lazio molto modesto. (…) La spesa in R&S delle imprese laziali contribuisce solo per il 25% al complesso delle risorse regionali destinate alla ricerca, contro il 47% della media nazionale, il 66% della Lombardia, e il 77% del Piemonte».

È indubbio, come si vede, che a Roma esiste un settore di R&S con grandi potenzialità di cui l’università rappresenta il nucleo centrale sia per l’attività specifica che svolge nel settore stesso, sia per il fatto di essere in termini di mission il soggetto che istituzionalmente è preposto contemporaneamente alla produzione e alla diffusione di conoscenza, e che pertanto costituisce la fonte primaria della produzione di capitale umano, fattore determinante dello sviluppo nella società contemporanea della conoscenza.

È altrettanto vero, d’altra parte, che la potenzialità di questo settore, nel suo insieme, non si esprime in una produttività altrettanto elevata, come fa rilevare lo stesso rapporto confrontando i relativi risultati con quanto avviene altrove.4 La verità è che il settore di R&S a Roma e, tanto più nel Lazio, è costituito di più componenti significative e importanti di per sé, ma che, nell’insieme, ancora non fanno compiutamente «sistema ». Questo elemento ormai viene consapevolmente colto come fattore di criticità sia dalle università che dai vari soggetti istituzionali pubblici e privati che operano a Roma e non è un caso che in sempre più occasioni la necessità di mettere a sistema il settore di R&S venga considerata come leva centrale di una strategia di sviluppo che si sta gradualmente configurando anche con importanti e visibili risultati iniziali.

In questa direzione l’università sta facendo la sua parte.

La riforma universitaria, infatti, con l’introduzione dell’autonomia didattica e finanziaria – nonostante i ripetuti interventi per frenarne la portata – sta cambiando nel profondo tutti gli atenei. La prima risposta dell’università è stata espressa da un’articolazione molto spinta dell’offerta formativa, che va analizzata con la necessaria attenzione critica, ma anche per i numerosi aspetti positivi che contiene e che debbono essere portati a regime. Certamente, infatti, c’è bisogno di apportare molte correzioni e aggiustamenti sulla base di una oggettiva analisi della sperimentazione realizzata, ma non c’è dubbio che i tanti lavoratori del settore hanno compiuto uno sforzo considerevole per adattare l’attività di formazione alle esigenze della società contemporanea della conoscenza, in stretto collegamento con quanto sta avvenendo a livello europeo e nelle linee del «percorso di Bologna». L’autonomia sta spingendo l’università a tener conto – come componente della propria missione generale – anche della domanda di formazione che proviene dal territorio e che porta necessariamente a cercare interlocutori nelle istituzioni locali e nell’insieme del tessuto produttivo e sociale circostante. Non perché questi funzionino come limiti o condizionamenti, ma perché divengano fattori di valorizzazione dei caratteri specifici e distintivi degli atenei stessi. È in questo senso che vanno letti i dati relativi alla articolazione dell’offerta formativa dei tre maggiori atenei romani (Tabelle 1 e 2). Si tratta di 178 corsi di laurea (CdL) e 228 corsi di laurea magistrale (CdLM), cui si aggiungono alcune centinaia di master.5 Questi ultimi, in particolare, nascono in gran parte sulla base di partnership con istituzioni pubbliche locali e nazionali, con imprese, banche, cooperative e danno luogo a corsi particolarmente mirati nel contenuto e, quindi, nelle tipologie di formazione che vengono rese rispondenti a esigenze più o meno professionalizzanti. Questa è una novità importante che collega organicamente università, imprese e istituzioni e che a Roma sta avendo un impatto di grande rilevanza.

Tabella 1 

 

 

Tabella 2

A questo quadro di spinta e nuova articolazione della formazione «tradizionale», bisogna aggiungere il salto qualitativo che nelle stesse università si sta facendo nella direzione del trasferimento di dosi crescenti di conoscenza scientifica e tecnologica nel processo economico, nel tentativo di avvicinare il mondo accademico con quello imprenditoriale. Da questo punto di vista si può osservare una significativa attivazione di iniziative pilota di spin off e di trasferimento tecnologico che puntano alla valorizzazione economica della ricerca universitaria condotta nei diversi dipartimenti. Si sta sperimentando l’istituzione di Industrial liason offices (ILO), che si propongono di accompagnare direttamente i ricercatori nell’eventuale processo di gemmazione di realtà imprenditoriali che trovano motivazione in particolare nei risultati della ricerca. Sono sempre più numerosi i collegamenti tra università, consorzi d’imprese e poli tecnologici. Questo è un terreno nuovo e ambizioso su cui si sta misurando l’università, che richiede atteggiamenti del mondo accademico e di quello imprenditoriale completamente diversi rispetto al passato, che prevede l’impegno di risorse e competenze particolari, esige l’attivazione di meccanismi finanziari specifici e comporta un alto livello di innovatività e, insieme, di rischio. Ma, soprattutto un maggiore spinto livello di maturità socio-economica e culturale del contesto in cui si è inseriti: terreno su cui gioca un ruolo determinante, oltre che un forte impegno di collaborazione e interazione tra le università, una capacità istituzionale di governo complessiva e aperta al futuro.

Il governo della città sta dimostrando di saper cogliere con intelligenza queste nuove opportunità e ha compreso di poter svolgere una importante, seppur difficile, funzione catalizzatrice, per mettere a frutto le potenzialità di produzione di conoscenza, innovazione e progresso tecnologico insite nell’area romana.

Il primo e più importante livello su cui si sta realizzando, non episodicamente ma con notevole continuità, l’intervento del governo cittadino riguarda l’inserimento della programmazione edilizia delle università in un contesto complessivo e di lungo periodo di assetto del territorio.

Urbanisticamente si possono anche discutere e criticare alcune scelte (molte delle quali non imputabili al governo cittadino), ma l’università è divenuta, come mai era stata prima, una componente dell’assetto del territorio considerata con attenzione primaria. Il campus in continua crescita di Tor Vergata, la difficile ma progressiva articolazione della Sapienza, l’uso intelligente di Roma Tre per la qualificazione di un’area di pesante degrado industriale, sono componenti di un disegno rilevante di sviluppo urbano che si dovrebbe sviluppare ulteriormente con la creazione di tre moderni campus residenziali. E cominciano anche a evidenziarsi segnali di un maggiore interesse a facilitare l’accoglienza degli studenti stranieri, su cui c’è ancora molto da fare.

In vari modi, d’altro lato, si sta sostenendo da parte del comune l’attivazione presso le università di un’offerta formativa finalizzata alla produzione di quadri professionali nei settori dello sviluppo sostenibile, dei servizi pubblici, dell’ingegneria del terziario e dei trasporti. Si stanno finanziando con fondi del comune, della regione e della Camera di commercio, progetti di innovazione e sviluppo che permettono a giovani ricercatori di sviluppare progetti appositamente selezionati (in particolare nei settori dell’audiovisivo e dell’ICT) presso varie imprese e sotto la tutorship delle università.

Ancora, il «tavolo di concertazione per lo sviluppo» costituito presso il comune ha chiamato le università come componenti permanenti del tavolo stesso e delle sue commissioni.

Si sta pensando alla costituzione di un Segretariato per l’innovazione che proceda ad una attenta ricognizione della domanda e dell’offerta innovativa. A questo riguardo, in particolare si conta sull’integrazione con strumenti di politica industriale regionale e sull’impegno della regione stessa a concentrare le proprie risorse sull’obiettivo dello sviluppo della ricerca e dell’innovazione.

A Roma si sta lavorando, quindi, per rendere proficua l’azione della formazione e della ricerca rispetto al tessuto produttivo, anche se si ha l’impressione che la componente impresa si dimostri ancora incerta e scarsamente incline ad un pieno coinvolgimento. Un coinvolgimento che si rende necessario perché la continuità dello sviluppo dell’economia romana e il consolidamento del suo ruolo in Europa non può che fondarsi sull’attivazione di radicati processi di interazione tra le diverse componenti del settore di R&S: un settore che nella città è ampio, ma disperso e non messo a sistema, lasciando pertanto ancora incompiuto il rapporto fondamentale tra produzione di conoscenze e produzione di beni e servizi. Il futuro della città si gioca sul consolidamento di questo obiettivo.

 

 

Note

 

1 Tra le università private le sole LUISS e LUMSA contano a circa 12.500 iscritti e offrono 70 corsi di laurea e laurea magistrale.

2 Fondazione Roma Europea, La ricerca scientifica e tecnologica a Roma, ISFORT, ottobre 2005.

3 ENEA, ESA (European Space Agency), ASI, ANPA, INDAM (Istituto nazionale alta matematica), INAF (Istituto nazionale astrofisica), INFN (Istituto nazionale fisica nucleare), INGV (Istituto nazionale geofisica e vulcanologia) ecc.

4 Questo aspetto è ben documentato nello stesso rapporto di Roma Europea.

5 Anche per l’attività formativa bisognerebbe tener conto del contributo aggiuntivo e significativo delle università private.

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