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Roma: una capitale per la nuova Italia

Written by Umberto Marroni Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Roma si trova a un bivio cruciale della sua storia e del suo rapporto con il paese. Tredici anni di buongoverno delle amministrazioni di centrosinistra hanno promosso e avviato la rinascita di una città che era stata messa profondamente in crisi dal declino e poi dal crollo del vecchio assetto dello Stato centralistico, del relativo modello di sviluppo, del compromesso sociale e del sistema politico della cosiddetta «prima Repubblica». Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la sinistra romana ha saputo ridefinire il proprio ruolo ed elaborare un progetto originale per il futuro di Roma, fondato sulla scommessa che l’esaurimento della vecchia funzione di centro amministrativo dello Stato aveva reso gli elementi tradizionalmente portanti del modello economico-sociale della capitale una gabbia che ne frenava le potenzialità di sviluppo e di progresso. Una gabbia da cui Roma doveva essere «slegata», investendo sulle proprie risorse e ripensando se stessa. La partita di una inedita e duratura centralità politica della sinistra si è giocata e vinta sulla capacità culturale e politica del PDS-DS di essere il perno e il motore di un’ampia alleanza politica e sociale, che ha promosso e guidato la transizione dalla Roma della burocrazia e della rendita fondiaria, a una moderna metropoli dei servizi e della cultura nella nuova economia dell’informazione.

 

Una lunga stagione di riformismo urbano

Roma si trova a un bivio cruciale della sua storia e del suo rapporto con il paese. Tredici anni di buongoverno delle amministrazioni di centrosinistra hanno promosso e avviato la rinascita di una città che era stata messa profondamente in crisi dal declino e poi dal crollo del vecchio assetto dello Stato centralistico, del relativo modello di sviluppo, del compromesso sociale e del sistema politico della cosiddetta «prima Repubblica». Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la sinistra romana ha saputo ridefinire il proprio ruolo ed elaborare un progetto originale per il futuro di Roma, fondato sulla scommessa che l’esaurimento della vecchia funzione di centro amministrativo dello Stato aveva reso gli elementi tradizionalmente portanti del modello economico-sociale della capitale una gabbia che ne frenava le potenzialità di sviluppo e di progresso. Una gabbia da cui Roma doveva essere «slegata», investendo sulle proprie risorse e ripensando se stessa. La partita di una inedita e duratura centralità politica della sinistra si è giocata e vinta sulla capacità culturale e politica del PDS-DS di essere il perno e il motore di un’ampia alleanza politica e sociale, che ha promosso e guidato la transizione dalla Roma della burocrazia e della rendita fondiaria, a una moderna metropoli dei servizi e della cultura nella nuova economia dell’informazione. Questa prospettiva ha consentito di realizzare un vero e proprio «patto per lo sviluppo» tra l’amministrazione, le forze economiche e sociali della città e quelle intellettuali e professionali, che ha saputo liberare le energie produttive romane in un quadro di regole e di equità sociale, comprimendo il tradizionale blocco di centrodestra imperniato sulla rendita.

Emblematico, in questo senso, risulta il tema dell’urbanistica e del maggiore comparto produttivo cittadino, quello legato all’edilizia, che ha sempre costituito il cuore non solo dell’economia ma anche dei più generali equilibri politici e sociali di Roma. Su questo terreno, l’adozione del metodo del planning by doing ha garantito da un lato la trasparenza e il rigore amministrativo della pianificazione urbana e dall’altro la necessità di dare fiducia e rimettere in moto anche concretamente l’economia della città. Questo ha consentito di costruire una grande alleanza per lo sviluppo, l’ambiente e la qualità urbana. Tale alleanza è stata sancita da due importanti strumenti amministrativi: la «variante delle certezze» – che nel 1997 ha introdotto la novità dell’istituto della «compensazione edificatoria», restituendo così alla mano pubblica la scelta di allocazione delle previsioni edificatorie in modo da vincolare la redistribuzione della rendita urbana con contropartite ambientali, in opere pubbliche, sociali e funzionali – e il Nuovo piano regolatore generale di Roma, adottato in Consiglio comunale il 30 marzo del 2003, dopo più di quarant’anni. Parallelamente a questo grande lavoro di pianificazione, durato più di un decennio, si sono avviate in coerenza con esso importanti trasformazioni urbane pubbliche (dall’Auditorium al Palazzo dei congressi), e importanti programmi d’iniziativa privata (dalla nuova Fiera di Roma a diversi insediamenti residenziali e per servizi), non tralasciando il recupero delle vecchie borgate della capitale, iniziato fin dai tempi del sindaco Petroselli. Ma al di là del merito dei provvedimenti, la forza politica di questo lavoro è derivata dalla capacità di aver impostato il governo dell’urbanistica romana e della trasformazione della città come processo sociale. Il che ha significato da un lato definire l’azione amministrativa in un quadro di regole e obiettivi chiari, dall’altro tenere insieme sviluppo e coesione sociale, come due elementi di un’unica strategia. Questa è stata una costante degli ultimi anni, sia nella fase particolarmente espansiva, culminata nel grande Giubileo con il sostegno dei governi nazionali guidati da Prodi, D’Alema e Amato e quello regionale guidato da Badaloni, sia nella situazione di difficoltà data dalla contrazione dei trasferimenti verso la capitale messa in atto dai governi di centrodestra nazionale e regionale guidati da Berlusconi e Storace.

Il centrosinistra si è così via via radicato all’interno di un largo fronte di forze popolari, di ceto medio, imprenditoriali, del mondo della cultura, interessate al buon governo, e ha saputo rompere quell’alleanza tra rendita fondiaria, rendita immobiliare e gestione discrezionale dell’amministrazione, che nella complessa vicenda storica romana ha sempre caratterizzato le stagioni di crisi e ha costituito il presupposto delle fasi di egemonia politica delle forze conservatrici.

 

Ripensare Roma capitale

Questo patrimonio, fatto di risultati concreti sul terreno del buongoverno e dello sviluppo di Roma, è chiamato ora a misurarsi con una sfida che abbraccia l’intero arco della prossima consiliatura: rifondare il ruolo e le funzioni della capitale come centro e traino del sistema urbano italiano e dell’intera comunità nazionale, oltre che come snodo pregiato nella rete delle grandi metropoli euro-mediterranee. Si tratta di una sfida duplice, in quanto presuppone da un lato la capacità di porre in forme nuove la questione di Roma capitale, anche nella proposta politica dell’Unione; e dall’altro di governare «dal basso» una modernizzazione e una vera e propria trasformazione della città, capace di dare forza e fondamento ad una sua rinnovata centralità.

Il progetto dell’Unione si basa sull’idea che la modernizzazione competitiva dell’Italia debba rimettere in moto un paese sfiduciato e incamminato sulla strada di un pericoloso declino. Perché ciò avvenga è necessario liberare energie e risorse imbrigliate da un anacronistico assetto corporativo e da un sistema di incentivi e tutele che favorisce le rendite di posizione, scoraggia la competizione, frena la mobilità sociale e generazionale, mortifica la differenza di genere, favorisce la rendita a scapito dello sviluppo, della produzione e del lavoro. Inoltre, occorre ripristinare in forme nuove una forte funzione regolatrice dei poteri pubblici e una capacità dello Stato di investire sui beni primari, come ad esempio l’energia e le reti, e su un rinnovato workfare capace di sostenere mobilità e flessibilità, aumentando però la coesione sociale. Si tratta di un impianto che presuppone un più robusto ruolo del paese nell’Unione europea, e che allo stesso tempo individua per esso un’inedita funzione e una grande opportunità nella rinnovata centralità che il Mediterraneo è destinato ad assumere come «porta» europea per l’Oriente dei nuovi giganti economici indiano e cinese. In questo quadro, Roma si troverebbe nuovamente ad assumere un ruolo strategico. La riscoperta dell’importanza per il paese di dover «fare sistema» nella competizione globale restituirebbe alla capitale una nuova centralità «funzionale», e di conseguenza anche simbolica ed economica, che nello scorso decennio è stata contestata ed è tuttora messa in discussione da forze collocate prevalentemente nello schieramento di centrodestra.

In secondo luogo, il disegno delineato da Prodi di un «nuovo meridionalismo» connesso alla riscoperta di un ruolo dell’Italia come «ponte» nel Mediterraneo e tra l’Europa e l’Asia, rilancerebbe una funzione nazionale del Mezzogiorno che rafforzerebbe anche sul terreno geografico una centralità di Roma.

Un approccio di questo tipo può consentire anche di affrontare in modo nuovo e fecondo la questione del duplice ruolo internazionale di Roma: capitale dello Stato italiano, ma al tempo stesso città che ospita il centro del cattolicesimo mondiale. Il carattere europeo e cosmopolita che il progetto di governo dell’Unione assegna ad una ricollocazione internazionale del paese, capace di favorirne lo sviluppo e la modernizzazione, può offrire un terreno avanzato di rapporto tra Roma capitale e il ruolo universale della Santa Sede, lontano sia dal tradizionale schema separatista della «libera Chiesa in libero Stato», sia da improprie suggestioni neotemporali o integralistiche. Nella chiara distinzione di ruoli e di funzioni, la coesistenza nella città del centro propulsore di due diversi e forti cosmopolitismi può costituire l’occasione per sviluppare ulteriormente quel dialogo sulle grandi questioni del mondo contemporaneo e sui nuovi fondamenti etico-politici di una società civile europea e mondiale, al quale l’iniziativa dell’amministrazione Veltroni, insieme a forze importanti dell’associazionismo cattolico e laico, ha già dato in questi anni significativi contributi.

 

Governare la grande trasformazione di Roma

Nelle nuove condizioni di competizione globale e di crisi fiscale degli Stati nazionali, non è concepibile un rilancio del ruolo di capitale di Roma che non poggi sulla capacità propulsiva delle sue energie e delle sue risorse. Nella grande «rete urbana» che costituisce la trama del sistema di interdipendenze del mondo globale, la gerarchia tra sistemi urbani è estremamente mobile e si fonda sempre più sulla capacità delle città di competere intrecciando un’identità forte e riconoscibile con un costante sforzo di modernizzazione sul terreno della qualità complessiva dell’ambiente cittadino.

Da questo punto di vista, il primo compito nel governo dei prossimi anni è quello di governare bene la «grande trasformazione» della città predisposta dall’amministrazione Veltroni con il Nuovo piano regolatore generale, con le due imponenti manovre urbanistiche attuative approvate, con i programmi di recupero urbano, le centralità e i progetti urbani, le valorizzazioni di aree pubbliche e il recupero dei tessuti ex abusivi. Si tratta del più grande intervento urbanistico operativo degli ultimi decenni, che coinvolge investimenti per migliaia di miliardi di euro. Credo che nessun’altra città europea nei prossimi anni si dovrà misurare con un programma di trasformazione così impegnativo.

La manovra punta infatti non solo a fornire una poderosa spinta al sistema economico cittadino, ma è stata concepita e impostata per realizzare una riqualificazione complessiva del tessuto urbano. L’insieme di questi provvedimenti, ora entrati nella fase attuativa, prevede infatti nell’attivazione di nuove centralità urbane la collocazione di funzioni pregiate nelle periferie, negli interventi di carattere ambientale l’acquisizione e la maggiore fruibilità del verde e dei parchi, nelle iniziative sociali l’applicazione della normativa che prevede una quota delle nuove abitazioni a canone concordato, nel potenziamento dei servizi la realizzazione di decine di nuove scuole, asili nido, centri di aggregazione per giovani e anziani, nonché l’attenzione alla qualità nell’utilizzo della procedura dei concorsi d’architettura per la realizzazione di queste strutture. Ciò impone all’amministrazione uno sforzo inedito di indirizzo e controllo, di coordinamento dei programmi, degli uffici, delle risorse pubbliche e private, e allo stesso tempo l’attivazione di meccanismi di governo dal basso degli interventi attraverso la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali.

Tale colossale trasformazione dovrà necessariamente accompagnarsi a un’adeguata politica dei trasporti e delle infrastrutture, il primo problema della capitale e grande freno alla sua modernizzazione. La sfida nei prossimi anni sarà quella di coordinare gli interventi sia pubblici che privati per le infrastrutture e la mobilità, e intrecciare al potenziamento del l’attuale sistema di mobilità la definizione di alcuni grandi programmi strategici sui quali concentrare gli sforzi in relazione allo sviluppo della grande trasformazione urbanistica. Una politica che non potrà non basarsi sulla piena assunzione dello scenario di area metropolitana, realizzando una sinergia tra vari livelli istituzionali – il comune, la provincia, la regione, i municipi – e chiamando alle proprie responsabilità il governo nazionale a sostegno di questo straordinario sforzo di modernizzazione di Roma su progetti concreti, per i quali le sole forze del Campidoglio non possono bastare.

Parallelamente, si tratta di proseguire l’azione di difesa e riqualificazione, pur in un contesto di riduzione delle risorse, degli istituti di welfare cittadini, dall’assistenza ai soggetti svantaggiati, alla formazione, ai servizi, alle politiche per la casa ed al sostegno alla famiglia.

Infine, sul terreno delle politiche culturali, la notevole capacità dimostrata dal sindaco Veltroni di caratterizzare Roma non solo come il più grande museo a cielo aperto del mondo, ma anche come una grande capitale della cultura e dello spettacolo, può consentire ora un duplice salto di qualità, sul terreno dell’«allargamento» dello spettro degli interventi e su quello dell’«approfondimento» della capacità di questi di sedimentarsi in modo stabile, nel «fare sistema» e con le principali istituzioni culturali presenti sul territorio cittadino a cominciare dalle università, la RAI, l’Auditorium, le fondazioni, i grandi musei statali, le istituzioni di produzione cinematografica e teatrale.

 

Il governo della capitale al servizio del rinnovamento del paese

Nei prossimi anni si dovranno da un lato focalizzare meglio i fattori strategici e competitivi di Roma su cui puntare, dall’altro affrontare e rimuovere le debolezze e le contraddizioni che frenano ancora lo sviluppo della città, lavorando a quel necessario intreccio virtuoso tra politica locale e nazionale. Un chiaro esempio di elemento strategico della capitale è quello del sistema della formazione e della ricerca, con la presenza di tre grandi università statali e altre private, e importanti centri di ricerca di livello nazionale e internazionale. Queste grandi fabbriche della cultura, della formazione e della ricerca hanno bisogno di ulteriori interventi locali, ma anche di un sostegno del paese nel finanziamento alle attività, alle strutture, al diritto allo studio.

Un altro settore strategico, oltre alla valorizzazione della straordinaria storia della città eterna, con le relative ricadute sul settore turistico e sulla fruizione di musei e spettacoli, dovrà essere quello della produzione di cultura contemporanea. In questo Roma può essere altamente competitiva come centro di produzioni avanzate per la società dell’informazione (dal cinema, all’audiovisivo, alle arti, ai software e contenuti per le nuove tecnologie ecc.). Insieme al governo del paese e alle altre istituzioni, Roma dovrà continuare a dotarsi di strutture per la fruizione, ma anche per la produzione, di cultura di livello nazionale e internazionale paragonabili alle altre capitali europee.

L’esperienza di governo di questi anni può dare inoltre un contributo concreto al programma di governo del paese, come ad esempio quello di superare l’attuale legge urbanistica varata nel ventennio e che mostra ormai tutta la sua inadeguatezza. La nuova legge dovrà prevedere la definizione generale di Piani strutturali più vincolanti e di Piani attuativi più flessibili, un’impostazione che, oltre a superare la ben nota scelta politica di privilegiare la mobilità su gomma, potrà finalmente aiutare la programmazione e la realizzazione delle necessarie infrastrutture su ferro sia a Roma che nelle altre grandi città italiane. L’integrazione tra Piano strutturale e coordinamento dei finanziamenti privati e pubblici, sia locali che nazionali, per le infrastrutture, dovrebbe essere di conseguenza un caposaldo della nuova legge urbanistica. Si dovranno con urgenza aggiornare leggi anacronistiche come la «legge Bucalossi» sugli oneri di urbanizzazione, nella quale non è previsto l’obbligo di realizzare nei nuovi quartieri le scuole materne e gli asili nido (a proposito del sostegno alle famiglie e alla natalità!). Ma anche passando alla drammatica situazione delle politiche per la casa, settore ormai da anni abbandonato dalla mano pubblica. In questo il Comune di Roma, a partire dall’elaborazione della Commissioni patrimonio e casa, poi tradotta in una delibera d’indirizzo approvata a maggio del 2005 dal consiglio, ha definito un programma utile a ripensare una politica per la casa (dai canoni, a nuovi programmi edilizi, ai finanziamenti, agli strumenti di controllo e di intermediazione con il mercato). Anche in questo caso sarà necessario definire un nuovo apparato legislativo, adeguati finanziamenti, nuove competenze e la revisione della legge 167 sull’edilizia residenziale pubblica. Nel settore del commercio, altro comparto strategico della capitale, è sempre più necessario definire norme e strumenti per abbassare il peso della rendita immobiliare o delle rendite burocratiche a favore delle attività, della produzione e del lavoro, così come si era cominciato a fare con la «legge Bersani».

Sono stati presentati solo alcuni esempi di quel rapporto positivo che deve legare il governo di Roma al governo del paese. Un rapporto e un dialogo che dovrà essere esso stesso un fattore strategico per la capitale e per l’Italia.

 

Una classe dirigente per il nuovo Partito democratico e riformista

Le sfide sopra richiamate non riguardano solo il terreno dell’elaborazione programmatica e culturale, ma investono necessariamente in modo diretto la questione del ruolo e delle funzioni di una rinnovata classe dirigente, non solo politica, della città e del paese. Un disegno riformistico della portata di quello appena delineato, infatti, presuppone in primo luogo la capacità di definire un progetto condiviso, dei programmi solidi, di formare e selezionare dirigenti e amministratori competenti e motivati. Ma, al tempo stesso, esso dovrà poggiare saldamente sulle gambe di una forza politica radicata e in grado sia di interloquire con le diverse componenti della società romana, che di farsi «intellettuale collettivo», ponendosi nei confronti del sistema dei saperi non come un corpo separato, ma come un’interfaccia capace di selezionare e tematizzare in modo critico e culturalmente autonomo competenze, idee e progetti.

In altre parole, serve un partito che intorno a un’idea alta del ruolo di Roma promuova un nuovo patto per lo sviluppo, la modernizzazione e la qualità urbana tra le forze economiche, sociali, intellettuali, e i cittadini. Una grande alleanza che saldi intorno ad un progetto comune e alla pratica democratica della partecipazione i livelli istituzionali e le realtà territoriali, gli imprenditori, i sindacati e le associazioni. Tale patto deve saper ereditare e rilanciare questa lunga esperienza di governo e, per quanto riguarda il campo delle forze riformiste, costituire il fondamento sociale di un vero soggetto politico popolare e democratico, capace di unire le diverse tradizioni del riformismo italiano e romano, dando ad esse solide gambe e una rinnovata missione comune. Ripensare il ruolo nazionale di Roma, governare con successo la «grande trasformazione», contribuire al programma e al rinnovamento dell’Italia e costruire il nuovo Partito democratico e riformista, sono quindi aspetti diversi della stessa sfida: la sfida di Roma capitale per la nuova Italia.

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