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Roma, città molteplice e multiforme

Written by Rita Borioni Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Roma è una metropoli molteplice, composta da tante diverse città che si affiancano nello spazio e che si sono sovrapposte nel tempo. Nel medesimo perimetro si fiancheggiano e si affastellano la capitale della Repubblica e la Città del Vaticano, la sede di governo e parlamento, le rappresentanze diplomatiche, i ministeri, la regione, la provincia e il comune, oltre a una miriade di enti, aziende e organismi nazionali e internazionali, pubblici e privati. A questa mappa orizzontale si aggiunge quella verticale che corrisponde alla sedimentazione delle città che si sono susseguite – senza mai sostituirsi completamente alla precedente – nei millenni. Non si può parlare di Roma senza volgere lo sguardo al suo passato, e al suo essere diventata capitale malgrado la mancanza di un vero progetto per la sua crescita e per il suo sviluppo (non solo immobiliare). Queste deficienze hanno impedito per decenni che si realizzasse un sistema per la cultura capace di inverare un’idea partecipata e risolta di città e di capitale.

Roma è una metropoli molteplice, composta da tante diverse città che si affiancano nello spazio e che si sono sovrapposte nel tempo. Nel medesimo perimetro si fiancheggiano e si affastellano la capitale della Repubblica e la Città del Vaticano, la sede di governo e parlamento, le rappresentanze diplomatiche, i ministeri, la regione, la provincia e il comune, oltre a una miriade di enti, aziende e organismi nazionali e internazionali, pubblici e privati. A questa mappa orizzontale si aggiunge quella verticale che corrisponde alla sedimentazione delle città che si sono susseguite – senza mai sostituirsi completamente alla precedente – nei millenni. Non si può parlare di Roma senza volgere lo sguardo al suo passato, e al suo essere diventata capitale malgrado la mancanza di un vero progetto per la sua crescita e per il suo sviluppo (non solo immobiliare). Queste deficienze hanno impedito per decenni che si realizzasse un sistema per la cultura capace di inverare un’idea partecipata e risolta di città e di capitale.

Roma, al contrario delle maggiori capitali europee, la cui immagine si risolve tanto nella modernità quanto nella storia passata, è stata per decenni cristallizzata in una rappresentazione di maniera fatta di rovine archeologiche e di palazzi barocchi, stretta tra il potere assoluto del Papa Re e i palazzi indecifrabili della politica, oscillante tra le piazze straripanti di orgogliosa romanità e l’olografia delle «Vacanze romane».1 Da questa fotografia, rassicurante ma ipocrita, è stata esclusa la contemporaneità, a lungo considerata la causa certa del deterioramento di quello straordinario patrimonio di cose d’arte, antichità, monumenti, palazzi storici, chiese e piazze, che la città ha accolto, conservato e fuso in uno spazio urbano incomparabile.

Ma se il legame tra Roma e la cultura è indubbio e tangibile, per decenni non si è trovato, e forse neanche cercato, il modo di rendere il suo «capitale» fruibile ai cittadini e ai visitatori. In questo senso, oltre a una debole volontà da parte delle amministrazioni locali e nazionali, ha influito la mancanza di un ordinamento ad hoc, che ha impedito che Roma Capitale fosse governata e organizzata – anche dal punto di vista della produzione e dell’offerta culturale – tenendo conto delle sue peculiarità e dei problemi che deve affrontare quotidianamente. Quindi, trascinare la città fuori dalla palude del provincialismo, tanto più mesto e patetico in una metropoli capitale, ed elaborare, finalmente, un’idea di città, sia pure in divenire, ha richiesto determinazione e tempi lunghi.

Le politiche per la cultura sono un settore difficile da perimetrare (esse hanno fortissime tangenze con il sistema della formazione, con l’immigrazione, la comunicazione, i trasporti, l’edilizia pubblica e privata il turismo ecc.). Cercheremo qui di disegnare alcune delle principali linee di sviluppo della struttura culturale e creativa romana e, contestualmente, di segnalare alcuni ambiti di insufficienza che ancora permangono.

I romani, secondo l’Istat, sono più «colti» della media italiana, hanno una maggiore propensione alla lettura e vanno a teatro e al cinema più spesso rispetto ai connazionali. Nelle biblioteche statali romane si consulta circa un terzo dell’intera messe dei libri letti in tutte le biblioteche statali d’Italia. Tuttavia, sempre secondo l’Istat, i romani sono sotto la media nazionale per la fruizione di musica leggera, mentre si appaiano agli altri italiani nel consumo di spettacoli di musica classica. Meno dei compatrioti apprezzano il mezzo televisivo (91% degli abitanti del Lazio guarda la televisione contro il 94,3% della media nazionale) All’attivismo dei cittadini romani fa riscontro un’offerta in molti casi più ricca della media. Nel 2003 nel Lazio sono stati offerti 550 spettacoli ogni 100.000 abitanti quando la media nazionale si ferma a 319. Gli spettacoli cinematografici a Roma, nel 2003, sono stati 97.500, che rappresentano il 9,1% dell’intera offerta italiana.2

Il parallelo incremento di domanda e offerta culturale3 a Roma è dunque l’effetto di un’opera di ricostruzione lenta e graduale del tessuto cittadino che ha riconosciuto, per la prima volta dopo decenni, il peso della cultura nello sviluppo della città. Ha contribuito a questo processo la convergenza – durata almeno un quinquennio – di politiche locali e nazionali che hanno trovato un banco di prova importante nell’anno giubilare, sul quale fu convogliato uno straordinario impegno finanziario, organizzativo e culturale.

Come punto di partenza della nostra analisi assumiamo il 1993 – anno della prima elezione diretta dei sindaci – e iniziamo con l’analisi dell’offerta museale.

Il sistema museale romano – che, sia detto per inciso, è un «non sistema», perché privo di qualunque organizzazione che prescinda dalla proprietà dei beni – si compone di sei grandi gruppi di istituti: i civici, gli statali, i Musei Vaticani,4 i musei privati, quelli universitari e i musei e i siti di proprietà ecclesiastica. Poiché gli ultimi tre gruppi non sono monitorabili da punto di vista della fruizione,5 compiremo la nostra analisi basandoci sui dati delle prime tre compagini.

Nel decennio compreso tra il 1994 e il 2003 il numero dei musei6 statali romani aperti (più o meno) stabilmente al pubblico, è passato da 47 a 77 mentre, mentre i civici sono passati da 16 a 54: nel volgere di un decennio, quindi, l’offerta pubblica di musei a Roma è più che raddoppiata.7 Parallelamente è anche migliorata la qualità dei servizi offerti al pubblico che sono stati adeguati, in diversi casi, ai livelli europei.

Contestualmente, nello stesso periodo di tempo, anche il numero dei visitatori cresce sensibilmente, anche se con andamento diverso a seconda del gruppo preso in esame.

Tabella 1

Tenendo conto che l’anno giubilare ha impresso una forte accelerazione al pacato andamento incrementale degli anni precedenti, nell’arco di sei anni, i musei statali fanno registrare un’impennata degli ingressi pari a circa il 27%, i Musei Vaticani si attestano intorno al 20%, mentre più alto è il risultato dei musei civici che raggiungono un aumento di visitatori superiore al 76%.8

Se il 2000 e il 2001 furono, come era prevedibile, anni di estrema positività per il «sistema» museale romano, l’anno successivo – siamo in piena crisi internazionale – fa segnare una flessione di visitatori che, tuttavia, in nessun caso trascina i numeri sotto i livelli pregiubilari. Il 2003 mostra i primi sintomi di un’inversione di tendenza, confermata l’anno successivo.

L’andamento differenziato dei tre gruppi di musei ci offre lo spunto per una riflessione. I Musei Vaticani, quelli statali e quelli civici rappresentano, per molti versi, un diverso tipo di offerta per il pubblico. Non v’è dubbio che i Vaticani, meta privilegiata del turismo religioso, vivano di una notorietà planetaria che prescinde addirittura dal reale interesse del pubblico per l’offerta culturale, per sconfinare quasi nel mito. Se poi i musei statali sembrano essere la meta di un’attenzione più classicamente turistico culturale (con alcune eccezioni rappresentate, ad esempio, dal Colosseo e dai Fori, luoghi topici quasi di ogni viaggio a Roma), nei musei civici romani, e specialmente in quelli più decentrati o specialistici, i visitatori del centro Italia e i romani (quindi provenienti da un bacino di utenza più prossimo) sono in netta maggioranza.9

Si incardina a questo punto la questione legata ai flussi turistici di Roma e provincia che vanno a incidere vigorosamente anche sugli andamenti della fruizione culturale romana.

Tabella 2

Dopo il primo periodo di decrescita di arrivi e presenze, immediatamente posteriore al Giubileo,10 il 2004 segna una forte ripresa, assai più marcata rispetto ai dati nazionali. Questa tendenza, che assimila Roma alle più importanti città d’arte italiane, conferma la nascita di un trend di lungo periodo che coinvolge in particolar modo gli arrivi.

Tuttavia i flussi museali e quelli turistici seguono tendenze discordanti e mostrano come gli ingressi nel complesso dei musei romani non abbiano sofferto, se non in maniera molto limitata, della crisi post 11 settembre 2001: in effetti, il picco di presenze nei musei non si ha nel corso dell’anno giubilare, ma l’anno successivo, quando il numero degli arrivi e delle presenze turistiche tendeva già a ridursi. Tale divaricazione – particolarmente marcata per i musei civici romani – indica, tra l’altro, la fidelizzazione di un pubblico di fruitori locali o provenienti da un bacino prossimo alla città.

Tuttavia, si deve rilevare la mediocre performance dei musei comunali – specie in valori assoluti – che continuano a soffrire di una limitata notorietà e di un modesto appeal tra il pubblico. A fronte dell’elevato numero di musei, siti ed emergenze archeologiche fortemente frammentati sul territorio, l’amministrazione non si è ancora risolta a dar vita ad un sistema di rete che restituisca alla miriade di piccole o medie emergenze archeologiche e ai siti «minori» una logica nel contesto territoriale e storico, che sia percepibile e godibile anche dal pubblico e dai cittadini, strappando istituti e siti da una pericolosa condizione di isolamento.

Ma la questione delle politiche culturali non può limitarsi ai musei e alla fruizione del patrimonio preesistente. Al contrario, in una «città che sale» si impone il tema dello spazio urbano e delle risorse che esso può offrire, sia in termini di metamorfosi del preesistente che di nuove produzioni. Roma, all’interno di un tessuto urbano fitto e compatto, conserva ampie aree che nei decenni sono sfuggite alla speculazione dell’edilizia residenziale: aree industriali dismesse, edifici che hanno perduto la loro utilità funzionale, porzioni di suolo dimenticati. Riprogettare l’area di Ostiense, da sempre stretta tra una destinazione industriale mai del tutto realizzata e una realtà di edilizia residenziale popolare intensiva, ha significato risemantizzarla, farne un luogo di produzione e fruizione di beni immateriali, di cultura declinata nei modi più diversi e vari. Le nuove localizzazioni dell’Università di Roma Tre ci parlano di formazione, mentre la rifunzionalizzazione dell’ex Mattatoio e degli ex Mercati generali è rivolta alla produzione giovanile. Alla fruizione sono destinati il Teatro India, negli spazi dell’ex Mira Lanza, il Museo della Centrale Montemartini, il Museo della scienza che troverà spazio all’ombra del Gazometro, il cui fragile profilo cilindrico – simbolo della periferia industriale romana – da decenni fa da contrappunto alla mole immobile e sempiterna del Colosseo.

A questa positiva dinamica di riqualificazione urbana fa riscontro la nascita di nuovi spazi: le cosiddette Case delle arti,11 ad esempio, rappresentano l’occasione di moltiplicare le opportunità di incontro attorno a temi e a discipline artistiche specifiche e nel contempo il modo per dare una destinazione a edifici che stentavano a trovare una vocazione e che rischiavano un destino di abbandono e deterioramento insieme al territorio circostante, e trasformare, così, una spesa passiva per la loro sopravvivenza in un investimento per lo sviluppo.

Ma certamente l’opera architettonica più importante che Roma abbia accolto negli ultimi decenni è l’Auditorium: un’impresa durata quasi dieci anni, che ha comportato una spesa di circa 150 milioni di euro e che ha munito Roma di un grande spazio per la musica e lo spettacolo dal vivo (ma la gestione dello spazio è aperta alle più varie contaminazioni). Un milione e duecentomila persone circa hanno assistito agli spettacoli, partecipato a convegni o congressi, visitato le mostre o semplicemente sono andati a scrutare quelle forme nuove e inimmaginabili solo pochi anni fa. Perché qui la forma è diventata un simbolo non meno significativo della sua funzione: è con l’Auditorium che l’architettura contemporanea irrompe fragorosamente nella città e inizia a ritagliarsi spazi sempre più significativi. Il MAXXI12 di Zaha Hadid sta prendendo forma in via Guido Reni, dove prima sorgeva la vecchia caserma Montello ormai dismessa, e sarà terminato entro il 2007; il MACRO di via Reggio Emilia si sta allargando secondo il progetto della architetto Odile Decq e dovrà essere consegnato entro l’aprile del 2006. Anche il nuovo involucro dell’Ara Pacis disegnato del Richerd Meier, sopravvissuto alle asperrime polemiche che opposero l’amministrazione comunale a un sottosegretario del ministero per i beni e le attività culturali, è ormai prossimo ad essere terminato. L’architettura, intesa nella sua accezione più colta, non si limita in questi casi ad essere lo scrigno contenitore di beni o di attività dedicate alla cultura o alla città. Quegli edifici, che facendosi spazio urbano partecipano alla riqualificazione e alla crescita del territorio, diventano, per il fatto stesso di imporsi nel contesto, i veicoli di valori qualitativamente positivi.

Accanto a queste nuove realtà si collocano istituzioni antiche, tradizionali, radicate nel territorio cittadino le quali, tuttavia, non sempre riescono ad adeguarsi al trend fortemente dinamico in atto a Roma. Tra tutte, la vicenda del Teatro dell’Opera è quella che mostra i limiti di un modello di gestione, quello della fondazione così come disegnata dal decreto legislativo 134 del 1998, che ha mostrato vasti ambiti di inefficacia e fragilità. Per le istituzioni lirico sinfoniche, come per altre istituzioni culturali, la trasformazione in fondazione – e quindi una sostanziale privatizzazione – ha determinato, fino ad oggi, mutamenti tutti di facciata che non sono stati in grado di trasformare e migliorare la struttura burocratico-organizzativa, le modalità di finanziamento e che, di fatto, non hanno stimolato l’intervento dei privati lasciando l’intero settore nella quasi esclusiva competenza (finanziaria, oltre che logistica) del settore pubblico. Non è corretto e neanche utile limitare la questione del Teatro dell’Opera al catartico raggiungimento del pareggio di bilancio. Al contrario, si deve intersecare questo tema con quello – davvero irrinunciabile – della soddisfazione delle finalità culturali. Attualmente, a fronte di circa 167.000 spettatori (dato del 2003) il valore della produzione della Fondazione Teatro dell’Opera ammonta a quasi 53 milioni di euro, dei quali il 58% derivano da contributi statali e il 22% da contributi comunali.13 Se un costo di produzione di 53 milioni di euro può essere considerato accettabile per il Teatro dell’Opera di una capitale occidentale, non altrettanto accettabili sono i risultati in termini di pubblico. A fronte di ciò, ci si deve domandare non tanto come diminuire le spese totali, ma come fare a ottimizzare gli oltre 35 milioni di euro che la fondazione spende per costi di personale.

Accanto alle istituzioni stabili ci sono le iniziative «effimere», prima fra tutte l’Estate romana che oggi contende la sua fama con la Notte bianca e con le attività di spettacolo distribuite nel corso dell’intero anno, prime fra tutte i grandi concerti gratuiti organizzati dal comune.

È incontrovertibile la grandissima efficacia e il gradimento che il cartellone di eventi del comune esercita sul pubblico. Il palinsesto estivo romano ha offerto, negli ultimi anni, un centinaio di diverse manifestazioni che si traducono in migliaia di giornate di spettacolo e milioni di spettatori. A questi si aggiungono i circa 150 tra spettacoli e iniziative organizzate o patrocinate durante il resto dell’anno. Tutto questo comporta una mole di impegni economici pari, nel solo 2003, a circa 13 milioni e mezzo di euro spesi dal Dipartimento IV per acquisto di beni e servizi relativamente alle manifestazioni culturali di spettacolo. Questa cifra corrisponde a circa il 30% dell’intera spesa sostenuta dalle associazioni organizzatrici delle manifestazioni estive, che quasi raddoppia nel caso delle manifestazioni «non estive». Le associazioni reperiscono le restanti quote attraverso sponsorizzazioni, bigliettazione e vendita di servizi.14 Alla somma erogata direttamente dal comune si deve sommare il budget di spesa per la comunicazione che, nel 2003, ha comportato un esborso complessivo di circa 300.000 euro.

Il robusto intervento pubblico nel settore dello spettacolo e dell’intrattenimento, se da un lato ha l’indubbio merito di aver riaperto spazi importanti alla fruizione ed alla produzione, con il conseguente aumento dei tassi di occupazione nel comparto, ha creato tuttavia una condizione di dumping: L’intervento pubblico, infatti, rischia di soffocare lo sviluppo di filiere produttive in grado di affrontare il mercato e le variabili disponibilità del pubblico alla spesa. Il sostegno finanziario comunale ad un ristretto numero di associazioni – in alcuni casi anche meritevoli per la qualità degli eventi organizzati – e la massiccia opera di produzione di eventi spettacolari di grande richiamo da parte del comune stesso (i grandi concerto gratuiti primi fra tutti) pone in una condizione di pesante svantaggio tutte quelle realtà che non riescono a procacciarsi una quota dei contributi pubblici. La questione diventa tanto più essenziale in relazione a eventi e manifestazioni nelle quali le componenti dell’intrattenimento e quelle commerciali sono assolutamente preponderanti, mentre le finalità culturali sono ridotte a semplice sfondo. Senza confondere i diversi generi – entrambi portatori di dignità e di vantaggi per la città – sarebbe forse preferibile limitare l’intervento dell’amministrazione comunale nel campo dell’intrattenimento più disimpegnato ad una serie di agevolazioni alle associazioni e imprese attraverso la concessione di spazi, l’organizzazione di campagne di comunicazione ecc. L’amministrazione comunale dovrebbe porre in essere opportune iniziative per aumentare progressivamente la quota di autofinanziamento delle associazioni beneficiarie dei contributi finanziari ed evitare così il crearsi di situazioni di «commensalismo» a vantaggio di quelle associazioni che, dal punto di vista economico, rischiano di falsare e tarpare le ali ad un sano sviluppo del mercato della cultura.

La progressiva diminuzione dei trasferimenti statali ai comuni – che, per quanto riguarda Roma, si accompagnano alla progressiva limitazione degli stanziamenti ex lege 396 del 1990 per Roma Capitale – impone che le amministrazioni comunali adottino, per le attività culturali, forme di collaborazione sempre più integrali con i soggetti privati disposti a investire nel settore, una gestione delle strutture e dei servizi sempre più votata all’efficienza e, più in generale,15 l’ottimizzazione delle risorse finanziarie che dovranno essere indirizzate proprio verso i settori più fragili del comparto. Onde evitare che si verifichino pericolose confusioni, anche di carattere semantico, è bene chiarire cosa si deve intendere per impegno pubblico per la cultura. Riteniamo che la mano pubblica debba orientarsi al sostegno economico-finanziario nei confronti di quegli ambiti meritevoli che ancora non sono in grado di competere nel libero mercato. L’industria culturale, quella muscolarmente già solida, deve piuttosto essere sostenuta attraverso interventi destinati alla facilitazione della loro attività (accesso al credito, miglioramento dei servizi resi dalla PA ecc.). Tutto questo partecipa al fondamentale obiettivo pubblico di ampliare il novero e il livello qualitativo dell’offerta ai cittadini, i quali devono rimanere sempre l’oggetto prioritario nelle politiche per la cultura.

È percepibile, nel tessuto urbano e nell’umore di cittadini e turisti, il netto miglioramento delle politiche per la cultura perseguito dalle ultime amministrazioni comunali. Ma è avvertibile anche la necessità di correggere e perfezionare alcune modalità di governo del settore. Razionalizzare l’offerta, ridefinire i criteri e le fonti di finanziamento con l’obiettivo di stimolare la nascita di imprenditoria culturale privata autonoma (per quanto possibile) dai finanziamenti pubblici, costruire un rapporto complessivo e continuo tra i beni e tra beni e ambiente urbano, innalzare progressivamente i livelli di qualità per non rischiare l’obsolescenza rispetto ad un pubblico in continua evoluzione. Comporre e riconoscere una trama capace di tenere insieme i desideri progressivi di residenti e visitatori con l’esigenza di ridefinire costantemente il sistema dell’offerta culturale romana.

 

 

Note

1 Roma rispetto alle maggiori capitali occidentali di antica fondazione, è quella il cui centro storico ha conservato più inalterati i caratteri urbanistici impressi nei secoli passati. Più che adattare la struttura urbanistica della città alle esigenze dei tempi, si è ribadito nei secoli il criterio del riuso dell’esistente e, casomai, della rifunzionalizzazione di edifici e brani della città.

2 A questi dati indubbiamente positivi fa riscontro dal 2002 una generalizzata tendenza al decremento dei consumi culturali che ha investito Roma come tutta la nazione e i diversi settori della cultura. Non sono certamente estranei al fenomeno le difficoltà economiche conseguenti all’introduzione dell’euro e la generalizzata crisi dei consumi.

3 Se il dato è certamente positivo, rimane da stabilire se l’incremento sia il risultato di un allargamento del numero dei fruitori o piuttosto della crescita dei consumi da parte di un pubblico consolidato.

4 I Musei Vaticani, se formalmente sono musei appartenenti ad uno Stato estero, vanno tuttavia nella sostanza a comporre l’offerta museale cittadina (e nazionale).

5 I musei universitari sono istituzioni gratuite con finalità didattiche che non registrano il numero dei visitatori e i cui sistemi organizzativi sono legati alle istituzioni universitarie; i musei privati e quelli ecclesiastici non forniscono volentieri i dati relativi all’affluenza.

6 Nella generica dizione di musei comprendiamo, per semplificare il problema, anche siti archeologici, monumenti musealizzati, gallerie e, addirittura, alcuni spazi vocati alle esposizioni temporanee.

7 In entrambi i casi si è trattato sia di riaperture di siti dopo lunghi periodi di chiusura, come ad esempio il Museo di Roma, o di aperture ex novo: il Museo di Palazzo Altemps, la Villa dei Quintilii, la Cripta Balbi, il Museo della Casina delle Civette.

8 È bene sottolineare che il 1999 fu l’anno di minimo storico per i musei civici a causa delle chiusure per ristrutturazioni e riallestimenti di un gran numero di siti, compresi i Musei Capitolini.

9 I dati sono tratti da un’indagine di costumer satisfaction dei Musei Comunali Romani, voluta nel 2003 dal Servizio marketing e servizi in concessione e dell’Ufficio studi della Sovraintendenza ai beni culturali del Comune di Roma.

10 Non dimentichiamo che la diminuzione dei flussi turistici è anche conseguenza della crisi post 11 settembre 2001 e della difficile congiuntura economica internazionale.

11 Si tratta della Casa delle letterature, della Casa dell’architettura, della Casa del cinema, della Casa dei teatri e della Casa del jazz.

12 MAXXI è l’acronimo di Museo delle arti del XXI secolo. Esso viene messo in cantiere per iniziativa del ministero per i beni e le attività culturali nel 1997, quando era ministro Walter Veltroni. Il progetto dipende dalla direzione generale per l’arte e l’architettura contemporanea. Al momento esso è attivo grazie ad un padiglione, che sorge accanto al cantiere, dove sono allestite mostre di architettura e di arte contemporanea.

13 La tendenza degli ultimi anni è di forte crescita sia in valori assoluti che percentuali per quanto riguarda il contributo dello Stato e di lieve decremento per quanto concerne le erogazioni da parte del Comune di Roma.

14 Evidentemente si tratta del calcolo di percentuali «medie» tra tutte le manifestazioni finanziate. In effetti, una parte notevole delle manifestazioni dell’Estate romana è a ingresso gratuito e quindi non può contare sulle entrate da bigliettazione.

15 In relazione alle forme di gestione e alla collaborazione con i privati, il Comune di Roma è stato sicuramente un precursore e un attento sperimentatore delle possibili forme di gestione proposte dal Testo unico degli enti locali del 1990, in seguito rinnovellato nella legge 267 del 2000. Con l’eccezione dei musei (per i quali sono stati dati in gestione i servizi o è stato adottata la formula del global service, come nel caso dei Musei Capitolini), quasi tutte le altre realtà culturali romane sono gestite non in economia. Importante anche il caso Zetema, una SpA di proprietà del comune che è, come recita la presentazione nel sito www.zetema.it, «interlocutore unico e principale attuatore dei progetti culturali nella capitale»!

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