acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Riformismo e impresa

Written by Giulio Sapelli Monday, 02 January 2006 02:00 Print

L’impresa è la possibile libertà dei moderni: associazione di persone, può costituire lo strumento fondamentale per la realizzazione umana e non soltanto il principale attore creatore della ricchezza sociale, quale che sia la formazione economicosociale dominante. Questo principio è uno dei valori fondativi del moderno riformismo.

L’impresa è la possibile libertà dei moderni: associazione di persone, può costituire lo strumento fondamentale per la realizzazione umana e non soltanto il principale attore creatore della ricchezza sociale, quale che sia la formazione economicosociale dominante.

Questo principio è uno dei valori fondativi del moderno riformismo.

 

Conoscere l’impresa

La prima questione da richiamare in una riflessione che abbia di mira l’evidenziazione dei problemi più rilevanti del rapporto tra impresa e moderno riformismo è quella della conoscenza dell’impresa.

Chiunque discuta con esponenti della classe politica riformista, in tutti i paesi, ma soprattutto in quelli dell’Europa del Sud, di cui l’Italia fa parte a pieno titolo, non può che rimanere stupito del fatto di quanto poco questi esponenti della moderna rappresentazione politica conoscano dell’impresa industriale, bancaria, di servizi, finanziaria che dir si voglia.

Certo vi è una ragione sociologica. Gaetano Mosca e Roberto Michels (ma anche Robert Dahl) non sono contraddetti dai recenti studi internazionali e nazionali: gli esponenti delle classi politiche sono in larga misura avvocati, professori di ogni ordine e grado, ma universitari in primo luogo, e non certo di materie legate alle imprese, studenti senza laurea a vita, lavoratori manuali e non manuali che conoscono dell’impresa solo i problemi dell’erogazione del lavoro vivo e non le questioni del governo economiche, tecnologiche e strategiche.

Tra le classi politiche sono assenti gli esponenti direttivi del mondo delle imprese, se non cooptati in vitalizi o eletti, ma in effetti sempre emarginati dal novero dei processi formativi delle opinioni correnti e fondativi dei processi di decision making politico.

La destra e il centro non riformista, invece, sono stati e sono in tutto il mondo diversi quanto a composizione sociologica delle classi politiche, promuovendo nelle loro fila, sia locali sia nazionali, proprietari e dirigenti delle imprese e affidando a tali esponenti anche incarichi, rispetto all’impresa, di non poco conto nei gironi della circolazione delle élite politiche.

Il caso eclatante è quello americano, che non può tuttavia essere preso a modello per l’eccezionalità dell’integrazione tra imprese e forme della rappresentanza e della rappresentazione politica, pur nella distintività dei ruoli sociali, che in quella formazione economico sociale esiste.

Il riformismo europeo e sud-europeo – soprattutto – conosce le imprese non in forma diretta, ma in forma mediata e indiretta, ossia interloquendo con coloro che nell’impresa operano in posizioni dirigenti e dominanti, proprietarie oppure manageriali. Ma la maggioranza di costoro agiscono nell’impresa non considerandola secondo una prospettiva riformista, non interpretandola come la più alta sfida per la libertà dei moderni. Essi la interpretano e in essa agiscono solo come un mezzo di produzione del plusvalore, secondo i dettami delle più banali ricette riduzionistico-economicistiche, senza sensibilità alcuna ai temi della liberazione e della realizzazione della persona nell’impresa.

Questi protagonisti del nostro tempo sono il più potente fattore di conservazione del e nel mondo delle imprese e sono coloro che diffondono un pensiero manageriale sempre arretrato rispetto alle possibilità di empowerment non solo delle persone, ma altresì delle performance delle imprese.

Costoro sono i principali nemici del riformismo, perché diffondono un senso comune di subalternità al pensiero dominante del capitalismo deificato managerialmente e, in primo luogo a partire dal delicatissimo complesso di questioni costituito dalla cosiddetta gestione o politica del personale, cartina di tornasole della concezione dell’impresa e del lavoro manageriale che ne consegue.

Di norma le classi politiche riformiste attingono le loro conoscenze dai detentori del potere capitalistico manageriale antiriformista, siano esse al governo o all’opposizione. Non vi è nulla di paradossale in ciò. È un fenomeno proprio della circolazione delle élite in società caratterizzate da asimmetrie di potere informativo e sociale. Tali classi politiche fanno ciò in primo luogo per la sociologica morfologia di se stesse che non consente una conoscenza diretta delle imprese e, in secondo luogo, per la loro subalternità al potere economico dominante. Tale subalternità è propria di tali classi politiche che sino a oggi sono state incapaci di elaborare una concezione non riduzionisticamente economicistica dell’impresa (chi conosce, tra di esse, il pensiero innovatore e luminoso di Adriano Olivetti, o l’eterodosso riflettere e operare del testé scomparso Peter Drucker, oppure, più recentemente, le analisi innovatrici che scuotono il mondo delle imprese scandinave, da cui provengono tante innovative vittorie della net-economy?).

Le classi politiche rivoluzionarie hanno bisogno di abbeverarsi dei falsi concetti capitalistico-riduzionistici dell’impresa come solo luogo del plusvalore: esse agiscono per abbattere l’impresa tout court (come è emerso drammaticamente alla fine degli anni Sessanta in Europa): il problema di conoscere l’impresa per esse non esiste: la negano.

Per i riformisti la conoscenza reificata è invece drammatica: impedisce loro di elaborare una conseguente strategia di miglioramento delle condizioni di vita nell’impresa, di ampliamento delle prospettive cognitive e morali che giustificano tutte le problematiche innovative del lavoro direttivo, strategico, manageriale, in qualsivoglia forma e misura.

La conseguenza di ciò è che le classi politiche riformiste, al governo o all’opposizione, generalmente sono più sociologicamente e culturalmente vicine ai più rozzi esponenti di un capitalismo non evoluto e temperato, di quanto non lo siano, spesso, settori vicini alle classi politiche ed economiche non riformiste, che non temono, ma blandiscono e accettano in varia forma e misura l’innovazione. Disdegnano, invece, i politici riformisti, gli innovatori, temono gli eterodossi (li intravedono come dei pericoli per lo status che pensano di aver acquisito nei confronti delle classi dominanti economiche), non comprendono il loro lievito riformatore, disprezzano il loro afflato morale: sono l’espressione più drammatica della subalternità e dell’incapacità cognitiva delle classi politiche riformiste europee.

Occorre spezzare questo circolo vizioso e far divenire la prospettiva riformista la prospettiva politica e culturale degli innovatori manageriali e proprietari che agiscono in forma umanistica nelle imprese, oltre che dei lavoratori dipendenti.

 

Qualche proposta per una cultura riformista dell’impresa: superare la subalternità

Etica e impresa

La sempre più crescente diffusione, tra le grandi imprese, delle cosiddette Carte dei valori o dei Principi di business e, da più lungo tempo, dei Codici etici, sono il risultato di un lungo e diversificato processo che oggi giunge alla sua più evidente rivelazione. Di questo una cultura riformista dell’impresa deve avere piena consapevolezza.

Tale importante movimento culturale può compendiarsi nell’assunzione crescente di responsabilità direttamente autodeterminate dalle imprese medesime, nel contesto sì degli ordinamenti giuridici in cui esse operano e che si impegnano a rispettare, ma andando altresì «oltre la legge» (non «al di là»), ossia strategicamente operando secondo principi morali che esse incorporano nel loro comportamento. La novità rilevante rispetto al passato è determinata dal fatto che queste assunzioni di responsabilità non sono più eteronome, come era proprio, per esempio, di tutta l’esperienza mondiale dell’impresa pubblica governata dalle classi politiche e dalle tecnostrutture manageriali in un equilibrio sempre precario che decadeva di norma nella perdita dell’autonomia istituzionale dell’impresa – attore costitutivamente economico – e quindi nel prevalere delle logiche delle classi politiche che mirano alla riproduzione autoreferenziale. Tali responsabilità, invece, sono ora autonome e si configurano come prerequisiti essenziali per riprodurre la stessa impresa come attore economico, anziché negarla nei suoi costitutivi fondamenti.

La possibilità di far ciò deriva dal fatto che queste autonome responsabilità sono intese come contributo che l’impresa dà alla costruzione di società, e quindi di istituzioni, che operino in mercati sempre meno imperfetti, anziché, come ancora accade in gran parte del pianeta, in regimi politico-economici a forte prevalenza monopolistica e oligopolistica e a bassa pervasività competitiva. Tali responsabilità divengono, quindi, delle specifiche «morali di sostegno» del mercato, frutto dell’autoriflessività dell’impresa (e non dell’attribuzione esterna di finalità improprie), del suo riconoscersi come società intermedia e distinta nella sua autonomia funzionale nella relazione tra Stato e cittadino e che opera per ampliare le sfere della legittimità d’impresa, della cittadinanza d’impresa e della difesa dell’impresa come istituzione. Tali sfere di azione e di coerenza dell’impresa ne definiscono la responsabilità e a esse pensiamo quando enunciamo la sintetica proposizione di quest’ultima.

La prima di tali sfere mira a garantire la diffusione di culture antropologicamente coerenti con i principi dell’autoresponsabilità, della libertà di iniziativa, dell’imprenditorialità, così da ampliare l’area della legittimità dell’operare dell’impresa come istituzione. La seconda mira a rafforzare, tramite l’impresa stessa e non più soltanto tramite lo Stato o i partiti politici, le aere o le sfere dell’attribuzione di dignità della persona e alla persona in campo giuridico e morale, senza intaccare in tal modo il principio della legittimità prima esposto. La terza è la cerniera euristica e pragmatica del tutto, perché pone al centro, nel perseguimento delle responsabilità suddette, l’impresa come istituzione produttrice di ricchezza, di innovazione tecnologica, organizzativa e di benessere: istituzione, si badi bene, ossia associazione di persone e cose in grado di darsi ordinamenti giuridici di fatto non confliggenti con quelli delle statualità in cui si agisce, e quindi di riperpetuarsi; associazione costitutiva della differenziazione sociale che deve essere difesa da impropri poteri più o meno compulsivi e pervasivi e che deve trovare solo nella sua ragione sociale, e nelle finalità che da questa autonomamente promanano, le logiche della sua gestione di breve e di lungo periodo.

La rilevanza che assume, in questo contesto analitico e fattuale, la riflessione morale nell’impresa, non deriva dal fatto, come comunemente si afferma, che sempre più sono essenziali omogenee culture di governo dell’impresa e nell’impresa. Si tratta di una affermazione, questa, epistemologicamente errata: nelle imprese, infatti, convivono sempre diverse e legittime culture, funzionali e personali, che è compito dell’alta direzione comporre a coerenza e unità tramite la distintiva missione strategica che diviene la cultura di riferimento dell’impresa e delle stesse multiformi culture prima richiamate. Ed è a questo che pensiamo quando ci riferiamo, in termini culturali e manageriali, alla coesione e alla coerenza dell’impresa garantita dall’intima assunzione della missione che essa si dà da parte di tutti coloro che in essa operano.

La ragione profonda della rilevanza crescente della riflessione morale risiede, sostanzialmente, nel fatto che le imprese sono sfidate dalla competizione globale crescente e quindi dalla necessità di riprodurre di continuo meccanismi di autorità idonei alle riduzioni dei costi, sempre più necessarie. Ma l’autorità è legittimazione del comando e quindi creazione della leadership, che a sua volta consente l’eliminazione in misura crescente di strumenti di controllo personale e impersonale grazie alla diffusione di pratiche e di relazioni sociali fondate, anziché sulla fedeltà e sulla deferenza, sulla lealtà e sulla reciproca affidabilità.

Nelle società e quindi nei sistemi politici dello Stato di diritto, i principi di uguaglianza dinanzi alla legge proteggono i valori più intimi degli individui e garantiscono la essenziale separatezza tra vita pubblica e vita privata. Nell’impresa le obbligazioni dell’operatività impongono che i principi morali che le persone identificano come essenziali per realizzare la cosiddetta «vita buona» debbano comporsi nella convivenza secondo alcune generali regole comuni che divengono principiguida ispiratori dell’operare, pena la perdita di coerenza e di coesione e quindi di legittimazione dell’autorità nel comando e nella pratica lavorativa e direttiva.

Quanto più ampia e meno incoerente è la sfera di condivisione tra i valori della «vita buona» nella dimensione della vita privata e i valori della «vita buona» in quella della vita pubblica, tanto più si possono affermare nell’impresa quelle energie operative che fondano l’affidabilità e la coerenza, sempre nel rispetto della sacralità dell’intimità personale e dei suoi valori che costituiscono «l’essere nel mondo» del soggetto.

Le Carte dei valori, i Principi di business, i Codici etici, in definitiva, aspirano a realizzare questa convergenza crescente tra i principi etici personali e le obbligazioni operative dell’impresa: facendo salve – ripetiamolo per non dar adito all’equivoco di auspicare pratiche di manipolazione delle coscienze – le singole pulsioni morali delle persone, dalle fedi religiose alle pratiche familiari, alle credenze politiche.

 

Economia e persona

La questione forse più determinante e distintiva dell’attuale dibattito in corso sui lineamenti dei moderni capitalismi è quella relativa agli elementi qualitativi dei rapporti di produzione contemporanei. Si tratta della ripresa di un consolidato filone di studi che affonda le sue radici, prima nei classici dell’economia e della sociologia poi, nella nascente antropologia culturale degli anni Venti e Trenta e infine nella variegata tradizione del personalismo filosofico.

Il tratto comune di tutte queste correnti di pensiero è stato l’interrogarsi sulla finalità dell’agire economico, sulle conseguenze che esso aveva – per il suo stesso porsi – per lo sviluppo sociale e quindi per la felicità del genere umano. Da tutto questo complesso di riflessioni sorge la visione dell’economia non soltanto come scienza morale ancella della sociologia e della filosofia, ma anche dell’economia come autonoma disciplina che non poteva, però, ridursi a tecnica o a complesso di tecniche delle massimizzazioni possibili delle utilità e delle prestazioni degli attori. E ciò anche se si era, e si è, consapevoli che senza queste tecniche la disciplina non poteva e non può configurarsi come settore specifico della conoscenza e della gestione della produzione e della distribuzione della ricchezza sociale.

Questo orientamento è tipicamente teleologico, ossia proprio di un interrogarsi sui fini delle azioni umane, associate o non che esse siano. Un orientamento che costituisce un formidabile antidoto contro ogni visione deterministica dei processi di modernizzazione. Sappiamo che questi ultimi sono stati descritti dalla teoria economica e sociologica accademicamente predominante, come dei circoli virtuosi che, grazie al ruolo dell’impresa industriale e dell’innalzamento del reddito, innestano processi di democratizzazione e di superamento dei rapporti interpersonali fondati sullo status anziché sul contratto. Quest’ultimo si invererebbe, come forma di relazione sociale dominante, solo al compiersi, appunto, della modernizzazione medesima. Una prospettiva finalistica falsifica o, quanto meno, complica assai questa ottimistica visione dell’azione umana e dei suoi artifici sociali realizzati grazie ai processi di comunicazione. Essa, infatti, non poteva e non può non avere effetti anche sulla configurazione dei modelli interpretativi degli attori economici. Essi non potevano essere ridotti alla silhouette dell’individuo razionale e utilitaristico, ma dovevano comprendere nel loro schema esplicativo la possibilità che a quelle finalità si desse vita. Ma questo può accadere soltanto se si manifesta un processo non soltanto di identificazione degli obiettivi a lungo termine, ma anche di volontario perseguimento dei medesimi. Ciò implica incorporare nella logica comprendente taluni modelli dell’attore sociale che giustifichino teoricamente la possibilità di conservazione delle identità cognitive e morali. Esse sono il solo meccanismo che consente la possibilità non tanto di raggiungere, ma, questione ben più importante, di pensare ed elaborare nel tempo quelle finalità. E l’unico modo con cui è possibile far ciò in forma teoricamente soddisfacente è il concepire l’economia, tutte le forme di economia, come un rapporto tra persone e tra associazioni di persone. Soltanto le persone, infatti, dotate di risorse morali, possono dar vita a comportamenti finalistici, e soltanto le persone possono far sì che le organizzazioni, da esse appunto create, possano perseguire degli scopi volta a volta definibili e definiti. Di qui, da un lato, l’ampliamento dei concetti di razionalità e di efficienza secondo criteri che possano configurarne una variabilità nel tempo – e quindi una loro «limitatezza» che diviene estensione e plasmabilità dei medesimi – e, dall’altro lato, la considerazione della centralità dei processi di interazione sociale attraverso cui quelle identità possono definirsi. In questo modo i problemi classici della sociologia e dell’antropologia (norme e valori, identità e rapporti tra persona e società, ordine e disordine sociale) divenivano e divengono anche i problemi dell’economia, contribuendo in misura determinante a configurarla, oltre che come una talvolta utilissima tecnica di gestione, anche come un segmento possibile, ma potenzialmente determinante, delle scienze sociali. E questo tanto più quando la riflessione pone al suo centro il problema dell’impresa.

Su questa base si possono trarre conclusioni non scontate sul rapporto esistente tra la persona che vive e lavora nell’organizzazione d’impresa e quest’ultima. Soprattutto a partire dal riconoscimento e dalla valorizzazione del patrimonio cognitivo e morale della persona.

 

Conseguenze operative: il nuovo rapporto tra persona e organizzazione d’impresa

Investire in intelligenza equivale a investire in formazione e in autoformazione dei soggetti. Ma questo assume un significato operativo soltanto nel caso in cui la formazione come rafforzamento dell’apprendimento diffuso e continuo diviene parte integrante dell’organizzazione. Questa scelta ha come fine quello di sviluppare le capacità intellettuali dei componenti l’organizzazione, nella convinzione che così facendo essa rafforza le sue capacità realizzatrici, il suo potere di azione, di controllo e di costruzione dei mercati, di innovazione e di creatività tecnologica, di servizio al consumatore intermedio e finale. La prospettiva dell’accrescimento del potenziale intellettuale della persona nell’azienda consente in tal modo di «gettare un ponte» tra la prima e la seconda, consente finalmente – dopo affannose ricerche e illusori e qualche volta tragici esperimenti di ingegneria sociale – di stabilire un nesso tra redditività economica e sviluppo delle potenzialità umane non manipolatorio o strumentale, ma vivo, reale, fervidamente diretto a realizzare insieme reddito d’impresa e liberazione della persona. Naturalmente questo presuppone un orientamento della persona a cogliere le opportunità che le si offre di crescere nell’impresa e con l’impresa, anziché ripiegare su soluzioni di comodo trionfo del «particulare», dell’immediato benessere senza rischio e senza impegno in cambio del quale si è disposti ad accettare assenza di premi ma anche di possibili rischi, e quindi di possibili punizioni. In questo modo si pongono le basi per un’impresa fortemente orientata al cambiamento. E questo perché il processo di selezione dei suoi quadri dirigenti avverrà sulla base della scelta che tende sempre più a farsi inevitabilmente esplicita – che le persone compiranno oppure non compiranno di aderire ai comportamenti dettati da un orientamento dirigenziale dominante rivolto a premiare in forma più o meno spiccata l’incremento del potenziale intellettuale prima evocato. È infatti inseparabile la crescita delle risorse direttive intellettualmente più consapevoli con la crescita all’orientamento al cambiamento, all’innovazione dell’impresa tutta, che è appunto formata dalle persone in tutta la loro complessità. Essa solo in questo modo, ossia nel contesto dello sforzo diretto a realizzare questa politica, può giungere a essere diretta da quelle persone che scelgono di accettare le sfide dell’incremento continuo delle capacità intellettuali. Si determina così una selezione tra i soggetti che non è casuale, non è clientelare, ma è invece meritocratica. Il merito diventa un valore di misura equo, definito rispetto alla capacità che le persone hanno di lavorare apprendendo e di apprendere per meglio lavorare e dirigere. Ed è questo metro di misura che deve comporsi con quello del raggiungimento degli obiettivi, limitandone l’assoluto prevalere, ossia il suo prevalere come ossessivo orientamento alla redditività soltanto nel breve periodo. Tanto più l’impresa ha già elaborato nella sua storia elementi di equità, di competizione meritocratica fondati sui risultati e insieme sulla capacità di cooperazione e di interpretazione degli obiettivi globali dell’impresa, tanto più quella selezione che ho prima illustrato può facilmente prodursi e dare vita a rapporti ottimali tra sviluppo della persona e sviluppo dell’impresa.

Un elemento decisivo, tuttavia, per incrementare questa benefica integrazione che rispetta le distinzioni e accresce le opportunità reciproche, risiede nella capacità di dar vita a una situazione relazionale tra persona e organizzazione di impresa molto specifica e su cui troppo poco si riflette. Sviluppare la capacità di apprendimento e di lavoro non può voler dire soltanto incrementare i tassi delle prestazioni del soggetto al fine di recare beneficio all’impresa medesima o al gruppo di quest’ultima in cui si opera, tanto più se non si è in una posizione direttiva altamente consolidata. Un tale processo di separazione e di polarizzazione dei benefici, in un’impresa fondata sull’apprendimento, è assai difficile che si determini in modo così netto. Ciò che conta, tuttavia, nell’operare concreto di ogni giorno, più che la realtà delle cose in ultima istanza è, come sappiamo bene, ciò che appare come veritiero alla coscienza degli attori sociali, individuali e collettivi. E le persone nell’impresa debbono avvertire pienamente che lo sviluppo cognitivo che realizzano nell’azienda nel lavoro quotidiano ha delle rilevanze, ha delle ricadute che vanno al di là della loro immediata condizione professionale, ha delle risonanze nella loro sfera intima, privata, familiare, perché facilita il loro inserimento spirituale nel mondo tutto intero, consente loro di non invecchiare intellettualmente e di non insterilirsi moralmente, permettendo loro di compiere con più facilità scelte che sono private e che grazie al patrimonio intellettuale accumulato nell’impresa possono più facilmente assumere. Chi «ascolta» le imprese, ossia cerca di mettersi in sintonia con i bisogni, i problemi, le sofferenze e le soddisfazioni di coloro che in esse operano, avverte prepotente questa richiesta di una maggiore pienezza dell’esperienza lavorativa, di una maggiore concretezza delle profferte di impegno che vengono rese manifeste, di una impellente necessità di un senso e di un significato del lavoro che vada oltre il soddisfacimento degli immediati bisogni e della pur necessaria sicurezza e gratificazione economica.

È in questo senso, dunque, che si può dire che se cresce l’individuo come persona gratificata nella sua pienezza nell’impresa e dall’impresa, cresce l’impresa e crescono le disponibilità di spendere per essa energia, sicurezze, risorse intellettuali e morali. È questo il significato profondo dell’esistenza a cui pensiamo quando ci riferiamo a una nuova stagione del rapporto tra ciclo di vita della persona e ciclo di vita dell’impresa. Si supera così il vecchio paternalismo, ma si conserva l’esigenza reale a cui esso rispondeva un tempo in un mondo meno complesso del nostro: offrire opportunità di protezione in un mondo pieno di rischi rispetto al quale l’impresa era un porto sicuro e rispetto al quale la persona manifestava deferenza e devozione. Il che era esattamente ciò che chi deteneva il potere nell’impresa voleva in cambio. Ora tutto ciò è in larga parte inadeguato e superato nel mondo odierno. Ma noi crediamo che occorra avere il coraggio intellettuale di dire che talune ispirazioni di sintonia spirituale e di aiuto materiale rimangono intatte: al posto della deferenza deve ora esserci il reciproco rispetto e al posto della devozione deve ora stabilirsi un patto di comune crescita, con la consapevolezza che l’unità delle opportunità di sviluppo può realizzarsi pienamente e nel lungo periodo soltanto nella e nelle libertà. Al posto della protezione, l’impresa ora può offrire opportunità e da ciò trarre benefici che si riversano a loro volta sui soggetti, nella continuità della vita dell’impresa.

 

L’impresa e il movimento cooperativo

I recenti fatti di cronaca che hanno interessato la cooperazione a livello nazionale costringono questa riflessione a interrompersi nella sua generalità per dare un contributo analitico sui temi dell’impresa e del movimento cooperativo. Non farlo sarebbe un esempio di nicodemismo. Farlo può essere utile ai fini generali del discorso qui intrapreso.

La cooperazione è un meccanismo organizzativo fondato su solidarietà, politiche o religiose, grazie alle quali l’acquisizione di determinati beni sul mercato è più facile in forma collettiva che non individualmente. La cooperazione non si sottrae al mercato, ma vi partecipa creando nuove popolazioni organizzative, misurandosi nella competizione.

I cambiamenti in atto nella cooperazione sono, per molti aspetti, simili a quelli che stanno interessando le imprese capitalistiche. I mutamenti riguardano, in particolar modo, la pervasività della competizione, l’interdipendenza tra le popolazioni organizzative sul mercato e la crescita della differenza sociale, che per alcuni aspetti è traumatica in quanto trasforma il lavoro da un rapporto di relazione a un rapporto di transazione.

Un altro aspetto del cambiamento riguarda l’impresa in sé, che da manageriale, con netta separazione tra proprietà e controllo, è diventata impresa di proprietà. Nel primo caso il manager era chiamato a mediare tra stakeholders diversi, i portatori di interessi legati all’attività dell’impresa. Secondo il trend attuale, il manager non solo è chiamato a servire principalmente gli shareholders, ovvero gli azionisti, ma è lui stesso parte della proprietà dell’impresa.

La cooperazione è un frutto della solidarietà umana nello sviluppo del movimento capitalistico. Non è vero che dove c’è più capitalismo ci sono meno cooperative. Al contrario, i paesi con più cooperative oggi sono quelli a capitalismo avanzato, mentre in Asia e in Africa le prime cooperative sono sorte quando il capitalismo ha iniziato a imporsi.

Osservando le cooperative sorte in ogni parte del mondo, notiamo tre aspetti fondamentali: i soci delle cooperative non massimizzano l’utilità individuale, ma la continuità dell’impresa; l’indivisibilità del profitto fa sì che la cooperazione rappresenti l’impresa più longeva al mondo; il principio del voto pro capite. Gli elementi distintivi dell’impresa cooperativa costituiscono degli ostacoli sulla via della crescita finanziaria. Il problema origina dal rapporto tra economia e finanza. Quando la cooperazione cresce, lo sfasamento tra le due provoca una situazione di crisi. Per superare il problema la cooperazione è ricorsa alla creazione di società per azioni possedute da società cooperative.

A questo punto viene da chiedersi: è necessario crescere sempre, ad ogni costo? Credo che dobbiamo crescere solo se i risultati della crescita sono positivi e necessari alla sopravvivenza dell’impresa cooperativa. Sono convinto che debba continuare ad esserci identità tra azionariato e persona. La cooperazione di secondo grado, i consorzi, possono spingersi anche al possesso di società in grado di reperire sul mercato quote finanziarie, ma non possono mettere in secondo piano l’elemento fondamentale della mutualità. L’elemento che rende una cooperativa diversa è la non contendibilità della proprietà: ne consegue che una cooperativa non può essere quotata in borsa, perché diversamente si separa l’azione dalla persona.

Se l’impresa cooperativa possiede proprietà capitalistiche, deve mantenere la propria governance, garantire la massima trasparenza e il primato del rapporto relazionale su quello transazionale. Bisogna ricordare che la cooperazione ha un valore reputazionale da difendere. Per l’impresa cooperativa, a differenza di quella capitalistica, è essenziale l’esternalità positiva verso la comunità.

Altro elemento fondamentale è la rete. Non esiste impresa cooperativa fuori da una rete. La cooperazione sarà sempre un movimento originale per questo elemento di imprenditorialità collettiva. L’unione tra efficienza e solidarietà è una sfida difficile e continua. Noi oggi siamo chiamati a uno sforzo eccezionale, perché il rischio che la forbice tra i due aspetti si apra è alto e comporterebbe un gravissimo danno alla reputazione, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. La reputazione, infatti, è un bene prezioso che fa vivere la cooperazione tra impresa e movimento.

Si è iniziato il percorso intellettuale qui proposto ponendo al centro dell’analisi i valori e le finalità generali di quelle grandi istituzioni della nostra epoca che sono le imprese, quale che sia la loro forma proprietaria. Per esse si danno specifiche forme di governo e generali problemi morali che sono propri di un vivere associato che voglia essere un contributo alla diminuzione della sofferenza umana e alla realizzazione delle potenzialità ontologiche.

Siamo in tal modo chiamati a interrogarci sui grandi problemi dell’esistenza. Con quel tanto di eterodossia che può essere fecondamente di scandalo (nel senso evangelico del termine). Era questo il compito che volevamo proporci, a partire dalla riflessione sull’impresa.

Non poteva esservi così migliore verifica della validità dei problemi teorici e pratici che si sono voluti qui sollevare e delle linee di azione sia implicitamente sia esplicitamente indicate per cercare di bene illustrarli e, insieme, di dare a essi una soluzione.

Alle classi politiche del nuovo riformismo spetta il compito di comprendere questi problemi e di rivolgersi in forma proattiva verso coloro che minoritariamente cercano di dare a essi soluzione, sulla base dei lineamenti teorici qui sinteticamente esposti.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…