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Il futuro del Modello sociale europeo?

Written by Anthony Giddens Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Il Modello sociale europeo (MSE) è – o è divenuto – un elemento fondamentale di ciò che l’Europa rappresenta. Non è unicamente europeo, non è puramente sociale e non è neanche un modello. Se MSE significa avere istituzioni di welfare efficienti e ridurre le ineguaglianze, qualche paese industriale è più europeo di alcuni Stati dell’Europa. Per esempio, l’Australia e il Canada superano il Portogallo e la Grecia – per non parlare dei nuovi Stati membri dell’UE dopo l’allargamento. Il Modello sociale europeo non è puramente sociale, poiché, comunque lo si definisca, dipende in misura sostanziale dalla prosperità economica e dalla redistribuzione. Né è un modello unitario, considerate le ampie divergenze che esistono nei paesi europei in termini di sistemi di welfare, livelli di ineguaglianza, ecc.

 

Il Modello sociale europeo (MSE) è – o è divenuto – un elemento fondamentale di ciò che l’Europa rappresenta. Non è unicamente europeo, non è puramente sociale e non è neanche un modello.1 Se MSE significa avere istituzioni di welfare efficienti e ridurre le ineguaglianze, qualche paese industriale è più europeo di alcuni Stati dell’Europa. Per esempio, l’Australia e il Canada superano il Portogallo e la Grecia – per non parlare dei nuovi Stati membri dell’UE dopo l’allargamento. Il Modello sociale europeo non è puramente sociale, poiché, comunque lo si definisca, dipende in misura sostanziale dalla prosperità economica e dalla redistribuzione. Né è un modello unitario, considerate le ampie divergenze che esistono nei paesi europei in termini di sistemi di welfare, livelli di ineguaglianza, ecc.

Di conseguenza, sul Modello sociale europeo circolano molte definizioni diverse, anche se puntano tutte in direzione del welfare State. Probabilmente, dov remmo concludere che il MSE non è un concetto unitario, ma è un mix di valori, di conquiste e di aspirazioni, con forma variabile e con diverso grado di realizzazione negli Stati europei. Esso dovrebbe includere: uno Stato sviluppato e interventista, misurato in termini di percentuale del PIL derivante dall’imposta; un robusto sistema di welfare che fornisca una protezione sociale efficace a tutti i cittadini, ma soprattutto ai più bisognosi; la limitazione, o il contenimento, dell’ineguaglianza economica e di altre forme di ineguaglianza; un ruolo- chiave a sostegno di queste istituzioni è svolto dalle «parti sociali», dai sindacati e dagli altri enti che pro m u ovono i diritti dei lavoratori. Ciascuno di questi elementi deve essere accompagnato dall’espansione dell’economia nel suo complesso e dalla creazione di posti di lavoro.

Il Modello sociale europeo è basato su una serie generale di valori: ampia condivisione del rischio nella società; contenimento delle ineguaglianze che potrebbero minacciare la solidarietà sociale; tutela dei più vulnerabili attraverso un intervento sociale attivo; promozione della consultazione invece dello scontro nelle relazioni industriali e un ampio quadro di diritti di cittadinanza economica e sociale per la popolazione nel suo complesso.

 

Il passato e il futuro

Più o meno tutti – sostenitori e oppositori – concordano sul fatto che oggi il MSE è sottoposto a una forte tensione, se non è addirittura vicino al fallimento. La fine del keynesianesimo in Occidente e il crollo del comunismo sovietico sono praticamente il risultato delle stesse tendenze: globalizzazione sempre più intensa, emergere di un sistema mondiale dell’informazione, contrazione del settore manifatturiero (e suo trasferimento nei paesi meno sviluppati) e, al contempo, nascita di nuove forme di individualismo e di potere dei consumatori. Non sono stati cambiamenti transitori, ma il loro impatto continua ancora oggi.

È anche essenziale riconoscere che, attualmente, i problemi del MSE non derivano unicamente dai cambiamenti in corso nel contesto globale. Alcune delle difficoltà principali sono di tipo interno e, ammesso che esista una connessione con le trasformazioni più ampie a livello internazionale, non si tratta affatto di una connessione diretta. In primo luogo i cambiamenti demografici, soprattutto l’invecchiamento della popolazione, la questione delle pensioni che ne deriva e la forte riduzione della natalità, i cambiamenti nella struttura familiare, con un numero più elevato di famiglie monoparentali rispetto al passato, un maggior numero di donne e bambini che vivono nella povertà e l’emergere di alti livelli di disoccupazione in alcune parti dei mercati del lavoro non riformati.

Vi sono pertanto validi motivi per avallare la conclusione che, negli ultimi anni, la sostenibilità del «Modello europeo» è divenuta sempre più controversa.

 

Le diversità a livello europeo

Tuttavia, ad alcuni Stati dell’UE è andata molto meglio che ad altri. Una minoranza di paesi, soprattutto i paesi nordici (incluse la Norvegia e l’Islanda che non fanno parte dell’UE), l’Olanda, l’Austria e il Regno Unito hanno registrato una performance relativamente buona. I paesi nordici hanno la forma più sviluppata di MSE e, al tempo stesso, i tassi più elevati di occupazione. È significativo che i paesi più prosperi siano stati anche i più riformisti – nel campo del welfare, delle pensioni, dell’istruzione, dei mercati del lavoro e dell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC).

Altri paesi europei presentano un quadro diverso. La Germania e l’Italia hanno bassi tassi di crescita con livelli elevati di disoccupazione e sottoccupazione. Negli ultimi anni, la Francia ha registrato una crescita migliore ma la disoccupazione è elevata, con un’alta quota di disoccupazione giovanile e di lunga durata. In questi paesi, la rigida regolamentazione del mercato del lavoro, unitamente all’influenza del sindacato, crea una separazione tra insider e outsider sul mercato del lavoro. Chi ha un posto di lavoro può godere di una situazione di benessere, mentre chi resta fuori non se la passa molto bene.

Nella sua forma attuale, il Modello sociale europeo è scarsamente applicabile ai nuovi Stati membri. A dire il vero, l’allargamento ha inasprito le ineguaglianze nazionali e regionali in tutta l’Europa. Il reddito pro capite dei paesi meno sviluppati dell’UE a venticinque è meno della metà della media dell’UE, ma in alcuni dei paesi più ricchi la supera anche del 140%. Nonostante ciò, il futuro del MSE resta una questione di grande rilevanza per i nuovi paesi membri che, mano a mano che aumentano la loro ricchezza, dovranno cercare di radicalizzare le loro riforme e di costruire nuovi sistemi di welfare.

 

Controversie politiche

Tra i politologi è in corso un dibattito acceso per stabilire fino a che punto nei sistemi europei del welfare esiste una «dipendenza dalla traiettoria» che inibisce l’apprendimento reciproco. Sulla base del lavoro di Gosta Esping-Andersen, è ampiamente accettato che in Europa esistono tre o quattro modelli principali di «capitalismo di welfare». Esiste un modello nordico, basato su un’imposizione fiscale elevata e su ampie opportunità di lavoro offerte all’interno dello stesso welfare State. Esiste un modello centro-europeo (Germania, Francia), basato principalmente sui contributi previdenziali e un modello anglosassone considerato più una forma residuale di welfare system, con una base impositiva più bassa e politiche maggiormente mirate. Il quarto modello, che si affianca ai tre modelli originari di Esping-Andersen è il modello mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia), che ha una base impositiva piuttosto bassa e fa un forte affidamento sul sostegno familiare.

La storia recente dei paesi scandinavi indica che, in effetti, è possibile avere una sana finanza pubblica, una disuguaglianza limitata e livelli elevati di occupazione. Inoltre, i diversi modelli non sono molto ben definiti. Per esempio, tra i paesi nordici esistono differenze piuttosto ampie. Non è ovvio che la Germania e la Francia appartengano a un unico modello. Il Regno Unito è considerato un sistema di welfare residuale anche se ormai i suoi livelli netti di imposizione sono più o meno uguali a quelli tedeschi. La struttura del suo sistema sanitario nazionale lo rende il sistema medico più «socializzato» d’Europa. Hemerijck conclude che i welfare State che si sono meglio adeguati ai cambiamenti hanno creato «modelli ibridi», in parte mutuati altrove.

 

Lisbona e il post-Lisbona

Diversamente da altri importati successi realizzati dall’Unione europea, come il mercato unico, la moneta unica e l’allargamento, il Modello sociale europeo ha ricevuto in minima parte l’impronta dell’UE. Il welfare State è stato costruito dalle nazioni, non dalla collaborazione internazionale. Alcuni paesi membri con le istituzioni di welfare meglio consolidate hanno aderito all’UE con relativo ritardo. Pertanto, considerata la presa esercitata dagli Stati membri sulla politica sociale, gran parte dei cambiamenti reali dovranno provenire dall’interno delle nazioni.

Non mancano studi che suggeriscono le azioni da intraprendere per rimettere in piedi i paesi europei la cui performance è insoddisfacente e, in generale, per rendere più competitivi i paesi dell’UE. Tali studi precedono di molto l’approvazione dell’Agenda di Lisbona nel 2000. Sulle politiche da seguire esiste un alto grado di consenso. Molti sarebbero d’accordo sui sei punti di André Sapir: rendere più dinamico il mercato unico, promuovere gli investimenti per aumentare le conoscenze, migliorare le politiche macroeconomiche dell’UE, riformulare le politiche per la convergenza e la ristrutturazione, aumentare l’efficienza delle regole, riformare il bilancio UE riducendo la spesa agricola e spostando le risorse in altri settori.

Il mercato unico è stato sicuramente un vantaggio per l’Europa. Secondo le stime, senza i progressi realizzati, nel 2002 il PIL dell’Unione europea sarebbe stato inferiore dell’1,8%. Tuttavia, l’Agenda di Lisbona si è rivelata molto più difficile da attuare e l’ambizione di rendere l’Europa l’economia basata sulle conoscenze più competitiva del mondo entro il 2010 appare ormai una realtà remota.

In questo contesto, il dibattito sul MSE assume un significato particolare. Infatti, si potrebbe affermare che, nonostante l’Agenda di Lisbona, il rapporto Sapir, il rapporto Kok e altri contributi analoghi, tutti parlano di MSE, di esclusione sociale, ecc. ma non hanno molto da dire in modo diretto. Manca un dibattito sistematico su come conciliare le innovazioni proposte con la giustizia sociale. Si potrebbe persino affermare che questa dimensione mancante è uno dei motivi della grave difficoltà incontrata nell’attuazione delle prescrizioni comunitarie.2

 

Le lezioni da apprendere

Vediamo cosa mostra l’esperienza europea degli ultimi anni in merito alla coniugazione di competitività e giustizia sociale. In questa sede, i punti sono illustrati schematicamente e ciascuno di essi potrebbe essere sviluppato in maggiore dettaglio. Non dimentichiamo, però, che il difficile è sempre nel dettaglio.

 

Crescita e occupazione

È giusto porre in primo piano la crescita e i posti di lavoro. Un livello elevato di occupazione, con un salario decoroso e superiore al minimo, è auspicabile per più di un motivo. Quanto maggiore è la percentuale di occupati, tanto maggiori sono le risorse finanziarie disponibili – a parità di altri elementi – per l’investimento e la protezione sociale. Un posto di lavoro è anche la strada migliore per uscire dalla povertà. In via di principio, l’obiettivo di Lisbona di portare il tasso di occupazione a una media di 70% o più non è irrealistico. Ovviamente, nella creazione di nuovi posti di lavoro intervengono numerosi fattori. Non può essere, però, un caso che tutti i paesi europei con tassi di occupazione superiori al 70% perseguano politiche attive del mercato del lavoro. Queste politiche offrono formazione ai lavoratori disoccupati o minacciati dalla disoccupazione e perseguono inoltre attivamente l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Le politiche più efficaci combinano la partnership sociale con l’accesso universale alle prestazioni per la riqualificazione e il reinserimento – flessibilità e sicurezza (flexicurity).

 

Le politiche fiscali

Chi si trova sul versante destro dello spettro politico sostiene che solo i paesi a bassa imposizione fiscale possono prosperare in un mondo caratterizzato da una competizione sempre più forte. Eppure le prove contrarie appaiono inequivocabili. Non esiste un rapporto diretto tra imposizione in percentuale del PIL e crescita economica o creazione di posti di lavoro. Probabilmente, esiste un tetto massimo, come indica il caso della Svezia che per un certo periodo, pur avendo l’aliquota impositiva più alta di tutti i paesi industrializzati, ha registrato una marcata riduzione del livello del reddito pro capite in termini relativi. Comunque, più che le dimensioni dello Stato sono importanti l’efficacia delle istituzioni statali e la natura delle politiche socio-economiche perseguite.

 

La regolamentazione del mercato del lavoro

La flessibilità del mercato del lavoro è una parte essenziale del quadro di riferimento politico degli Stati che hanno avuto successo. Flessibilità non significa assumere e licenziare in stile americano. Tuttavia, in un’epoca di cambiamenti tecnologici sempre più rapidi, la «occupabilità» – la volontà e la capacità di andare avanti – sono di primaria importanza. La flessibilità ha una cattiva reputazione, soprattutto tra la sinistra. Per alcuni dei suoi esponenti, flessibilità significa sacrificare i bisogni dei lavoratori alle esigenze della concorrenza capitalistica. Tuttavia, la natura della regolamentazione del mercato del lavoro è almeno altrettanto importante della sua estensione. Molti diritti dei lavoratori possono e devono rimanere – per esempio i diritti di rappresentanza e consultazione, la regolamentazione delle condizioni di lavoro, le leggi contro la discriminazione, ecc.

 

L’economia fondata sulla conoscenza

La tanto decantata economia basata sulle conoscenze non è una semplice parola vuota, anche se, per essere precisi, dovrebbe essere definita economia basata sulle conoscenze e sui servizi. In media, solo il 17% della forza lavoro dei paesi dell’UE a quindici lavora attualmente nel settore manufatturiero e la percentuale è in ulteriore diminuzione. Nell’economia basata sulle conoscenze, la piena occupazione è possibile – ed è stata raggiunta in alcune delle economie europee più performanti. C’è, tuttavia, un prezzo da pagare. Oltre due terzi dei posti di lavoro creati nell’economia basata sulle conoscenze sono posti di lavoro qualificati.

 

Istruzione e ricerca

Gli investimenti in istruzione, per l’espansione delle università e la diffusione delle TIC sono elementi cruciali per la modernizzazione del MSE.

 

Uguaglianza e inclusività

Si afferma spesso che «le nostre società stanno diventano più ineguali». Sotto molti aspetti, non è così. In questo periodo, la disuguaglianza dei redditi è aumentata in gran parte dei paesi industriali, ma ormai il processo mostra segni di livellamento. Possiamo e dobbiamo sostenere i valori dell’eguaglianza e dell’inclusività. Per farlo, non dobbiamo divenire tutti scandinavi, almeno se ciò significa avere aliquote fiscali elevate. La superiorità dei paesi nordici, in termini di bassi livelli di ineguaglianza, non è il risultato diretto della redistribuzione attraverso le imposte e i trasferimenti. La spiegazione va cercata soprattutto nei maggiori investimenti in capitale umano. Dobbiamo investire molto nei primi anni di istruzione poiché gran parte delle capacità si formano in quel periodo. Gli investimenti nei primi anni di istruzione e nella cura dell’infanzia sono un elemento chiave nella riduzione dei livelli di povertà infantile.

 

La modernizzazione dell’ecologia

Alle questioni ecologiche deve essere dedicata maggiore attenzione che in passato e il modo migliore di farlo passa attraverso il tema della modernizzazione ecologica. Il concetto è stato sviluppato in consapevole opposizione alle argomentazioni dei «limiti alla crescita» emersi da una precedente corrente di pensiero ecologico. Modernizzazione ecologica significa cercare per quanto possibile di individuare le innovazioni ambientali compatibili con la crescita economica. Può trattarsi delle tecnologie ve rdi e del ricorso ad incentivi basati sul mercato o ad incentivi fiscali da offrire ai consumatori, alle società e ad altri enti perché adottino azioni più compatibili con l’ambiente.

 

L’immigrazione

L’immigrazione è ormai uno dei temi più caldi dell’Europa, ma è troppo complesso per essere discusso in dettaglio in questa sede. Mano a mano che le società diverranno multiculturali, la maggioranza sarà disposta a sostenere le politiche a favore dei nuovi arrivati e dei culturalmente diversi? Dagli studi comparativi sembra emergere, provvisoriamente, un «si», purché siano soddisfatte determinate condizioni, per esempio assicurare che gli immigrati abbiamo tutti i livelli di qualificazione richiesti – che non siano in prevalenza non qualificati, che l’accesso all’intera gamma di prestazioni del welfare sia differito e che siano adottate misure concrete per garantire che gli immigrati rispettino il complesso di norme della cultura ospitante.

 

L’ invecchiamento della popolazione

L’invecchiamento demografico deve essere considerato un’opportunità e non semplicemente un problema aggiuntivo. Sappiamo cosa avverrà in gran parte dei paesi, le difficoltà riguardano la formazione della volontà politica per operare il cambiamento. Lo Stato deve offrire incentivi alla natalità e assicurare che sia adottato il tipo giusto di misure di welfare. Esiste fondamentalmente un solo modo per risolvere la questione degli impegni per le pensioni cui non è possibile far fronte. Dobbiamo persuadere o motivare i lavoratori anziani a lavorare più a lungo. Non si tratta affatto di un obiettivo puramente negativo. Dobbiamo contestare l’ageismo all’interno e all’esterno del luogo di lavoro. Se vecchiaia significa ultra cinquantacinquenni o ultra sessantacinquenni, non è più un fattore invalidante come era in passato.

 

La riforma del settore pubblico

Per il futuro del MSE, una continuazione della riforma dello Stato e dei servizi pubblici assume la stessa rilevanza dei fattori elencati sopra. Ove necessario, il decentramento e la diversificazione devono essere all’ordine del giorno. I rapporti tra gli Stati nazionali all’interno dell’UE, dove il potere si sposta verso l’alto e verso il basso, sono un esempio determinante – ma pur sempre un semplice esempio – del fatto che, oggi, una governance a più livelli è inevitabile. Il pubblico servizio deve sviluppare la stessa sensibilità delle organizzazioni commerciali (sotto certi aspetti, una sensibilità anche maggiore) alle esigenze dei suoi destinatari.

Anche se qualcuno insiste sul contrario, il futuro del MSE non si riduce a una scelta tra un’Europa keynesiana ed un’Europa «anglosassone deregolamentata».

 

Un modello di riforma

Gran parte delle difficoltà fondamentali del MSE non sono specifiche per un determinato paese, ma sono strutturali. In via di principio, in un’era globalizzante è spesso – o normalmente – possibile generalizzare le soluzioni.

Ripeto: il MSE del futuro non sarebbe il modello britannico. Non sarebbe il modello francese. Né sarebbe il modello svedese o danese. Di seguito presento la sintesi di un modello più o meno ideale – un elenco di tratti che potrebbero essere adottati in misura variabile da paesi specifici che avviano le riforme. Uno schema di MSE rivisto (MSER) potrebbe essere adeguato alle seguenti caratteristiche generali:

a) Un passaggio dal welfare negativo al welfare positivo. Quando William Beveridge elaborò il suo piano per il welfare State post-bellico ritenne – come quasi tutti – che il welfare State fosse un correttivo. Lo scopo delle sue innovazioni era di affrontare i «cinque mali»: l’ignoranza, lo squallore, il bisogno, l’ozio e la malattia. Anche se non dovremmo dimenticarne nessuno, oggi è necessario cercare molto di più. In altri termini, dobbiamo promuovere l’istruzione e l’apprendimento, il benessere, la partecipazione sociale ed economica attiva e gli stili di vita sani.

b) Questi obiettivi presumono incentivi e stimoli, ma anche obblighi e diritti, poiché richiedono l’adesione attiva dei cittadini. La connessione tra welfare e cittadinanza non deriva, come suggerito dalla tesi classica di Thomas H. Marshall, unicamente dall’estensione dei diritti, ma da un mix di diritti e obblighi. Le prestazioni passive in caso di disoccupazione sono state definite quasi totalmente come diritti – e si sono rivelate disfunzionali soprattutto per questo motivo. Le politiche attive introdotte sul mercato del lavoro fanno emergere con chiarezza l’obbligo dei disoccupati non disabili e beneficiari di un sussidio pubblico, di cercare lavoro e prevedono inoltre sanzioni allo scopo di assicurare l’osservanza di tali politiche.

c) Il tradizionale welfare system ha cercato di trasferire il rischio dall’individuo allo Stato o alla comunità. La sicurezza è stata definita come assenza o riduzione del rischio. In realtà, il rischio ha anche molti aspetti positivi. Spesso, gli individui hanno bisogno del rischio per migliorare la propria vita. Inoltre, in un ambiente in rapida evoluzione, è importante che gli individui siano dotati di capacità di adattamento e, ove possibile, che beneficino attivamente del cambiamento. Questa affermazione è valida allo stesso modo per i lavoratori e per gli imprenditori; vale per chi affronta un divorzio o altre transizioni sociali e per il mondo economico. Tuttavia, l’uso creativo del rischio non implica un’assenza di sicurezza – al contrario. Spesso sapere che, quando le cose vanno male, esiste un rimedio può essere la condizione che induce ad assumere il rischio. A mio avviso, ciò rientra nella logica della flexicurity in una politica attiva del mercato del lavoro.

d) Un MSE rivisto deve rispondere, almeno in molti campi, al principio di contribuzione. I servizi destinati ad essere forniti gratuitamente all’utente possono rispondere ad una nobiltà d’intenti, ma possono incontrare alcune difficoltà di fondo. Infatti, la scarsità dei meccanismi di contenimento della domanda, determina un affollamento e un loro uso eccessivo. Tendono a svilupparsi sistemi a due livelli nei quali i ricchi si limitano ad uscire dal sistema (opt out). I contributi, anche se relativamente bassi, possono essere utili non solo da questo punto di vista, ma possono anche promuovere atteggiamenti responsabili in relazione all’uso dei servizi. Di conseguenza, il principio contributivo – contributi dagli utenti diretti – è destinato probabilmente a giocare un ruolo sempre più importante nei servizi pubblici, dalle pensioni alla sanità attraverso l’istruzione superiore.

e) Un Modello sociale europeo rivisto deve essere de-burocratizzato. Il welfare State preesistente era basato quasi ovunque sul trattamento dei cittadini come soggetti passivi. Il collettivismo era accettabile in un modo che, oggi, non è – né deve essere – accettabile. Deburocratizzazione significa contrastare gli interessi dei produttori, promuovendo il decentramento e l’empowerment a livello locale.

In termini di politica più dettagliata, propongo una sintesi di Modello sociale europeo rivisto in tredici punti:

1) Resta applicabile un’imposta progressiva sui redditi, come mezzo per limitare le disuguaglianze. In tutti i paesi industriali, il reddito al netto delle imposte è più ugualitario del reddito lordo. I paesi che attualmente ricorrono ad aliquote uniche sui redditi devono assicurare uno spostamento in direzione della progressività. Nel complesso, si tratta di uno spostamento generalizzato dalla tassazione del lavoro alla tassazione dei consumi – con la reintroduzione, per quanto possibile, di elementi progressivi.

2) La prudenza fiscale è un principio che guida il finanziamento del welfare, pur con la flessibilità necessaria in determinate situazioni. Si tratta di un principio a lungo termine che include, per esempio la capacità di far fronte agli impegni previsti per le pensioni future.

3) Le politiche attive del mercato del lavoro entrano in gioco con il giusto equilibrio di incentivi e di obblighi. Tali politiche si applicano ai gruppi di età più avanzata e agli altri componenti della forza lavoro.

4) La creazione di posti di lavoro ha un ruolo centrale nella promozione della crescita e nel contenimento della povertà – la via migliore per uscire dalla povertà è mantenere un posto di lavoro decoroso con un salario al di sopra del minimo.

5) Il lavoro part-time va incoraggiato attivamente. Non è stigmatizzato ma attrae, pro rata, le stesse prestazioni del lavoro a temo pieno.

6) L’egalitarismo è il filo che attraversa tutte le politiche: sostanzialmente, il MSER consiste nel combinare il dinamismo economico con la giustizia sociale. Il livellamento è molto più importante che «spillare soldi ai ricchi», poiché la categoria dei ricchi è esigua mentre quella dei poveri molto estesa.

7) Le strategie finalizzate alla lotta contro la povertà sono attuate per far fronte alle forme radicate di povertà e di esclusione sociale.

8) Una particolare attenzione è rivolta a chi detiene posti di lavoro di basso livello nel settore dei servizi, per assicurare, nei limiti del possibile, le opportunità di promozione. Ciò non significa soltanto offerta di formazione, ma anche collaborazione con i datori di lavoro per ridisegnare alcuni tipi di lavoro.

9) Le politiche sociali mirano anche a una maggiore integrazione delle minoranze etniche e degli immigrati.

10) Il rapporto tra prestazioni e contributi è strutturato in modo da ridurre per quanto possibile le possibilità che i più ricchi escano dal sistema.

11) Rispetto al passato, in termini relativi, lo Stato spende meno per gli anziani e più per i giovani, con particolare attenzione alla cura dei bambini, ai primi anni di istruzione e agli incentivi alla natalità.

12) Gli investimenti nella scienza, nella tecnologia e nell’istruzione superiore costituiscono il principale fattore che influisce sulla politica industriale e sulla creazione di nuovi posti di lavoro.

13) Tutte le politiche sono esaminate sotto il profilo del loro impatto ambientale. Gli Stati considerano vincolanti gli obiettivi di Kyoto. Gli Stati membri dell’Unione sottoscrivono, e cercano di portare avanti, gli obiettivi ecologici a breve e lungo termine indicati dalla Commissione.

 

Note

1 A. Diamantopolou, The European social model – myth or reality?, relazione tenuta alla Conferenza del Partito Laburista, Bournemouth, 29 settembre 2003.

2 Recentemente, la Strategia di Lisbona è stata integrata da una nuova Agenda sociale per i prossimi cinque anni. Cfr. Commissione europea, Comunicazione sull’Agenda Sociale, Bruxelles, 9 febbraio 2005.

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