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Combattere il terrorismo: una strategia di sicurezza per gli Stati Uniti

Written by Redazione Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia a tutto campo e di lungo termine per combattere la minaccia gravissima che incombe sul popolo americano: quella degli estremisti violenti, che agiscono spesso in nome dell’Islam e perseguono i loro obiettivi attraverso il terrorismo. L’America è pronta ad affrontare una minaccia del genere? E più specificamente, ha messo a punto politiche e strutture adeguate a condurre questa lotta e a dare sicurezza al paese? Siamo sulla via giusta per affrontare la più cruciale delle sfide alla sicurezza nazionale, o stiamo forse sbagliando strada? Qualche mese fa, prima degli uragani Katrina e Rita, nel pieno della débacle in Iraq, alcuni membri del Congresso americano hanno sottoposto questi interrogativi ad alcuni esperti e ad importanti esponenti del panorama politico nazionale. Dalle loro conclusioni appare chiaro che gli Stati Uniti non hanno una strategia contro il terrorismo in grado di proteggere efficacemente la popolazione, e non sono sufficientemente preparati a rispondere alle minacce provenienti da gruppi estremisti violenti.

Gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia a tutto campo e di lungo termine per combattere la minaccia gravissima che incombe sul popolo americano: quella degli estremisti violenti, che agiscono spesso in nome dell’Islam e perseguono i loro obiettivi attraverso il terrorismo. L’America è pronta ad affrontare una minaccia del genere? E più specificamente, ha messo a punto politiche e strutture adeguate a condurre questa lotta e a dare sicurezza al paese? Siamo sulla via giusta per affrontare la più cruciale delle sfide alla sicurezza nazionale, o stiamo forse sbagliando strada? Qualche mese fa, prima degli uragani Katrina e Rita, nel pieno della débacle in Iraq, alcuni membri del Congresso americano hanno sottoposto questi interrogativi ad alcuni esperti e ad importanti esponenti del panorama politico nazionale. Dalle loro conclusioni appare chiaro che gli Stati Uniti non hanno una strategia contro il terrorismo in grado di proteggere efficacemente la popolazione, e non sono sufficientemente preparati a rispondere alle minacce provenienti da gruppi estremisti violenti.

È vero che l’America è alle prese con molti altri problemi – la sfida delle potenze oggi in ascesa, la diffusione di malattie infettive, il degrado ambientale, i problemi economici – ma solo al Qaida e i gruppi di orientamento analogo si propongono di far strage dei nostri cittadini, di minare la fiducia dell’opinione pubblica nelle nostre istituzioni, di sconvolgere la nostra economia e di ribaltare l’ordine internazionale. Se disponessero di armi nucleari, sarebbe letteralmente a rischio la nostra stessa esistenza.

Gli americani si chiedono con crescente insistenza se il paese disponga di una strategia commisurata alla natura di questa minaccia senza precedenti. Ad alimentare i loro dubbi concorrono numerosi elementi: la mancata cattura di Osama bin Laden; il moltiplicarsi di attacchi terroristici – come a Madrid e a Londra – in ogni parte del mondo; la pessima gestione della guerra in Iraq, che rischia di trasformare il paese in un porto franco per i terroristi; l’antiamericanismo profondamente radicato nel mondo islamico e altrove; e infine la nostra incapacità di reagire adeguatamente al disastro dell’uragano Katrina, che ha indotto molti a chiedersi se il paese sia preparato a far fronte, sul proprio territorio, a un evento catastrofico provocato dall’uomo.

Rispondendo alla richiesta di alcuni membri del Congresso, un gruppo di esperti di politica estera ha tenuto, nell’arco di alcuni mesi, una serie di incontri dedicati all’elaborazione di una road map strategica per far fronte alla sfida lanciata dal terrorismo. Il documento che ne è emerso fornisce ai membri del Congresso e ai responsabili di cariche pubbliche ai vari livelli – locale, statale e federale – una visione chiara dei rischi e della posta in gioco, e formula alcune raccomandazioni specifiche per una nuova strategia contro il terrorismo.

L’obiettivo è chiaramente quello di garantire la sicurezza della popolazione americana, sconfiggendo le forze di Bin Laden e dell’estremismo militante. Si tratta di un impegno a tutto campo e a lungo termine, che fa appello a tutte le energie del paese e comporta un’azione a tre livelli: tattico, strategico e di sicurezza interna. Dobbiamo, in altri termini, sconfiggere il terrorismo fuori dai nostri confini, difendere il nostro territorio e, sul lungo termine, incidere sul contesto internazionale per promuovere libertà, sicurezza e benessere.

L’antiterrorismo tattico si pone l’obiettivo di identificare, disgregare e distruggere le reti estremistiche. Per conseguire quest’obiettivo la potenza militare è essenziale, ma non sufficiente. Se talvolta l’azione isolata può essere necessaria, generalmente è meno efficace delle misure adottate su basi cooperative. In diversi paesi i terroristi trovano rifugio, sostegno e nuove reclute pronte a sostituirli, e attraversano impunemente i confini. Dal canto nostro, dobbiamo intensificare gli sforzi per salvaguardare il materiale fissile a livello planetario; stringere nuove alleanze nel campo dell’intelligence, delle autorità finanziarie e delle forze preposte all’applicazione delle leggi; potenziare le nostre capacità e quelle dei nostri partner; rafforzare le istituzioni internazionali e adeguare il nostro apparato militare all’esigenza di tenere al sicuro le armi più pericolose e combattere il terrorismo.

Nell’ambito di questo sforzo complessivo, l’antiterrorismo strategico opera a lungo termine, nella consapevolezza che nel mondo musulmano la maggioranza non condivide gli obiettivi di al Qaida, e giudica il terrorismo contrario alla religione islamica. Esso è finalizzato a incidere sulle condizioni di fondo che alimentano il radicalismo, e a dividere gli estremisti dal resto della popolazione. Noi non riusciremo mai a catturare o a uccidere tutti coloro che potrebbero arrecarci danno. Se dunque da un lato chiudiamo la porta al terrorismo, dall’altro dobbiamo aprire le menti e proiettare un’immagine più equilibrata degli Stati Uniti, portando un messaggio di speranza laddove i nostri nemici non sanno proporre altro che odio. Il rapporto raccomanda di promuovere riforme nel mondo islamico, sia sul piano politico ed economico che nel campo dell’istruzione; di sostenere gli «Stati falliti» e quelli più deboli, di impegnarci per porre fine ai conflitti regionali, di riaffermare il nostro impegno per una pace durevole e sicura tra israeliani e palestinesi, e di rivitalizzare le nostre alleanze tradizionali.

Il concetto di sicurezza interna riguarda le misure di protezione dei cittadini, delle infrastrutture chiave, delle industrie e delle risorse vitali degli Stati Uniti da ogni eventuale attacco. Poiché proteggere la popolazione è la principale responsabilità del governo federale, che ha nei confronti dei cittadini l’obbligo di mettere a punto un programma realmente completo e integrato. Il rapporto raccomanda di rafforzare i sistemi di prevenzione e il grado di preparazione all’interno del paese; di curare l’equipaggiamento e l’addestramento delle forze di pronto intervento (first responders) affinché siano in grado di far fronte alle conseguenze di un attacco; di potenziare le infrastrutture sanitarie pubbliche e di dar vita a un partenariato efficiente tra i settori pubblico e privato, nonché tra le autorità ai livelli federale, statale e locale.

Questa strategia tripartita rappresenta una risposta integrata e a tutto campo alla grave minaccia che l’America sta affrontando, nella consapevolezza che per prevalere è necessario agire con forza e con saggezza. Se sapremo unire alla forza delle armi la potenza delle nostre idee e dei nostri ideali, sconfiggeremo la sfida estremistica alla sicurezza dell’America, e potremo cogliere le grandi opportunità di progresso che si profilano davanti a noi.

 

Una direttiva nazionale per la sicurezza

Il nemico e i suoi obiettivi: la minaccia del terrorismo

Gli Stati Uniti stanno vivendo una sorta di gara contro il tempo. Al Qaida e i suoi alleati continuano a conquistare nuovi aderenti, e inducono molti altri ad agire in maniera indipendente. Se non sapremo pensare e agire con un’efficacia pari a quella che abbiamo dimostrato dopo Pearl Harbor, rischieremo, entro la fine di questo decennio, un attacco anche più catastrofico sul suolo americano. Dobbiamo abbandonare le illusioni e l’autocompiacimento in favore del realismo e della vigilanza, per garantire la sicurezza della popolazione e del territorio degli Stati Uniti.

Il punto di partenza dev’essere la constatazione che oggi la principale sfida alla sicurezza nazionale proviene dagli estremisti, i quali agiscono spesso in nome dell’Islam, cercando di conseguire i loro obiettivi con atti di terrorismo. Se è vero che l’America si trova ad affrontare numerose sfide e forze ostili nel mondo, nessuna di esse è paragonabile a un terrorismo intenzionato a far strage dei nostri concittadini, a disgregare la nostra economia e a ribaltare l’ordine internazionale. Dobbiamo quindi dotarci di una strategia che sia all’altezza di questa minaccia inedita, che sia concepita per vincere – mentre al momento attuale stiamo dimostrando di non avere né una percezione chiara dei rischi, né una strategia adeguata.

La minaccia estremista attuale è assai diversa da quelle della Germania e del Giappone durante la seconda guerra mondiale, o dell’Unione Sovietica negli anni della guerra fredda. Al Qaida e i suoi principali affiliati si propongono di ridisegnare la mappa della politica internazionale e di creare nel mondo islamico regimi analoghi a quello dei talebani. Non riusciranno nel loro intento. Ma sono profondamente determinati a perseguire il loro obiettivo, e pronti a ricorrere al terrorismo, anche con l’uso di armi nucleari e altri strumenti di sterminio. Essi rappresentano quindi una grave minaccia ai nostri interessi, anche per il loro crescente potere di seduzione e i loro successi nel reclutamento di giovani musulmani. Dobbiamo quindi dotarci di una strategia volta ad isolarli e a sconfiggerli, contribuendo a promuovere nel mondo islamico condizioni mirate ad arginare e infine a distruggere il movimento terroristico.

In questo documento i termini «estremisti violenti» o «estremisti militanti» sono riferiti a un movimento costituito ideologicamente attorno a figure quali Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, o ad al Qaida e i suoi alleati. Ma il movimento comprende anche gruppi che sono sorti e agiscono autonomamente, benché su ispirazione di bin Laden e di al Qaida. Questi gruppi, e più in generale i membri del movimento, usano il terrore, le catastrofi e le stragi di numerosi civili innocenti come mezzi tattici per conseguire i loro obiettivi. Benché agiscano spesso in nome dell’Islam, sono un movimento del tutto minoritario nel mondo musulmano.

Ma ciononostante non potremo mai batterli con la sola forza militare convenzionale. A differenza di altri avversari, il più delle volte essi sono insensibili a ogni deterrente. Non avendo un territorio da proteggere, non reagiscono a un’azione militare come farebbe uno Stato. L’invasione dell’Iraq, anche se intrapresa dagli USA con le migliori intenzioni, non ha fatto che alimentare ulteriormente l’odio di molti musulmani, rendendo così ancora più difficile la lotta contro il terrorismo. Di fatto, gli estremisti sembrano rallegrarsi quando gli USA o i nostri alleati attaccano una nazione musulmana, poiché ai loro occhi ciò conferma che siamo, come sostengono, nemici dell’Islam. In questo senso traggono vantaggio da ogni evento che acuisca la percezione di un conflitto tra il mondo islamico e quello occidentale. Le perdite di vite umane e il sacrificio dei «martiri» – data anche la loro motivazione religiosa – sono percepiti non come motivo di lutto, ma come eventi da celebrare. La pratica degli attentati suicidi li rende doppiamente pericolosi. E poiché sono convinti che la loro lotta possa durare decenni e forse secoli, non sarà qualche sconfitta episodica a spingerli a cambiare orientamento. E c’è il rischio che non abbiano gli stessi scrupoli di ogni individuo razionale nei confronti dell’uso di armi di distruzione di massa. Sono infatti convinti che solo atti di violenza di proporzioni catastrofiche possano indurre gli Stati Uniti a rivedere la propria posizione e il proprio ruolo di leadership nel mondo; sono convinti che la loro azione sia conforme alla volontà di Dio, ma si ritengono anche chiamati a correggere il corso della storia, e pensano che il modo migliore per farlo sia l’uccisione del maggior numero possibile di americani. Poiché non pongono alcun limite alla loro violenza, le conseguenze delle loro azioni in termini di vite umane dipenderà esclusivamente dal tipo di armi che saranno in grado di procurarsi e di far funzionare. Dato il rapido abbassamento delle barriere tecnologiche che potevano frapporsi all’uso di armi di distruzione di massa (in particolare biologiche), le probabilità di un attacco di dimensioni catastrofiche, già oggi considerevoli, sono destinate ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni.

Bin Laden e al Qaida sono al centro di questo movimento. Gli hanno dato forza mettendo a segno azioni terroristiche con conseguenze catastrofiche come quella dell’11 settembre; e continuano ad alimentarlo e a sostenerlo offrendo agli estremisti la possibilità di trovare rifugio nei loro numerosi «santuari» – ad esempio in Afghanistan. Ma la rete si propaga ad altre formazioni terroristiche, e la sua influenza si estende a molti intellettuali e religiosi islamici radicali, a finanziatori e ad altri attivisti non violenti, o a individui isolati che ne condividono l’ideologia. Sbaglierebbe però chi considerasse questo movimento come un insieme monolitico guidato da un’autorità centrale. E sarebbe un errore strategico ritenere di dover riservare lo stesso trattamento a ogni componente del movimento. Se da un lato la lotta contro il terrorismo ha disperso i gruppi estremisti, dall’altro li ha rinvigoriti. Difatti, sul piano globale il livello di violenza è oggi accresciuto da tutta una serie di fattori: il profondo risentimento di molti musulmani, le capacità tecniche dei terroristi, il permanere di «zone grigie» che offrono ai militanti basi sicure per poter operare impunemente, e infine la loro capacità di gestire un’organizzazione « virtuale». Da qui la necessità di una strategia a tutto campo e a lungo termine.

 

Gli elementi fondamentali di una strategia

L’obiettivo degli Stati Uniti è garantire la sicurezza della popolazione americana sconfiggendo le forze dell’estremismo violento. La nostra strategia dev’essere globale e perseguire i seguenti obiettivi: catturare o uccidere i terroristi; fermare l’arruolamento di nuove reclute del terrorismo e screditare l’ideologia estremista; impedire agli Stati di proteggere o sponsorizzare in qualunque modo il terrorismo; proteggere il territorio americano. Questa strategia, per guadagnarsi un ampio sostegno di base tra la popolazione americana, deve far leva sui valori democratici, e deve altresì valorizzare e mettere a frutto i nostri tradizionali punti di forza, che sono le nostre alleanze consolidate nel tempo, il rispetto per i diritti umani, lo Stato di diritto e le istituzioni internazionali, nel cui ambito dobbiamo svolgere un ruolo di leadership.

Una strategia per la sicurezza dell’America comporta tre elementi.

 

L’antiterrorismo tattico

Bisogna potenziare i mezzi a disposizione degli Stati Uniti e dei nostri partner per identificare i terroristi, bloccare le loro operazioni e deferirli alla giustizia e/o metterli in condizione di non poterci attaccare. Se dal canto loro le forze militari devono dare un contributo essenziale, il ruolo principale sarà svolto dalla nostra intelligence e dalle forze dell’ordine che opereranno congiuntamente ai nostri partner d’oltreoceano. Ciò richiederà uno sforzo decisivo per portare le nostre istituzioni all’altezza delle esigenze del Ventunesimo secolo. Dobbiamo inoltre mantenere rapporti stretti e costanti con i nostri partner d’oltreoceano, assicurandoci che le loro capacità siano commisurate alle sfide del mercato, e mantenere le armi e le tecnologie di distruzione di massa fuori dalla portata degli estremisti. Gli elementi chiave di questo terzo pilastro della strategia sono i sistemi di intelligence, le forze dell’ordine e quelle militari.

 

Antiterrorismo strategico

Per conseguire i propri fini, il movimento estremista deve poter «convertire» alla propria causa molti musulmani, per arruolare un numero crescente di reclute e conquistarsi inoltre il sostegno di chi non è disposto a impegnarsi direttamente in azioni violente. L’antiterrorismo strategico deve quindi perseguire questi obiettivi: combattere l’ideologia estremista; cercare di evitare, per quanto possibile, che gli Stati Uniti si trovino ad essere il principale bersaglio nelle lotte di potere del mondo musulmano; e infine cercare di incidere, sempre nella misura del possibile, sulle condizioni di base che oggi alimentano il terrorismo. Altro obiettivo è quello di sottrarre ai terroristi i loro «santuari» o luoghi di rifugio, reclutamento e addestramento, e privarli della possibilità di dedicarsi a traffici lucrosi come quelli dell’oppio o dei diamanti. Come abbiamo potuto constatare, non ci si può limitare a delegare questo compito alla diplomazia ufficiale, che può ottenere esiti positivi solo con il sostegno di politiche efficaci. Per incidere sulle cause del l’estremismo violento è necessario uno sforzo massiccio e coordinato su vasta scala, che impegni la potenza americana a tutti i livelli e coinvolga i nostri alleati. È questa la chiave della nostra vittoria. Dobbiamo fermare la catena di montaggio globale che sembra in grado di produrre terroristi in numero più che sufficiente a rimpiazzare quelli catturati o uccisi. L’estremismo militante sopravviverà solo finché potrà contare su un ambiente favorevole in cui operare. Perciò dobbiamo adoperarci per stabilire rapporti di collaborazione amichevole con il mondo arabo e musulmano e per eliminare, ovunque esistano, le condizioni ambientali favorevoli all’estremismo violento. Gli enti che dovranno condurre l’azione in questo campo sono lo Stato, l’AID (Agency of International Development), l’USTR ( United Sates Trade Representatives) e i Dipartimenti del Commercio, del Tesoro e della Difesa.

 

Sicurezza interna

Si tratta di proteggere da attacchi terroristici i cittadini americani, le infrastrutture fondamentali, le industrie e le risorse vitali. È necessario innanzitutto rendere meno vulnerabili i bersagli che potrebbero essere considerati più attraenti, e potenziare le capacità di pronto intervento e di risposta in caso di emergenza, non solo per salvare vite umane ma anche con fini di deterrenza. L’opinione pubblica dovrà essere informata quanto più possibile. Sarà essenziale un solido partenariato pubblico/privato per porre in atto le misure più efficaci, nonché per impartire, ove necessario, direttive obbligatorie. Quanto elencato sopra dovrà essere deciso dalla Casa Bianca, e richiederà il contributo del DHS (Department of Health and Social Securituy), dell’HHS (Health and Human Services), delle strutture di intelligence, delle forze dell’ordine e di pronto intervento (first responder communities), delle forze militari, delle autorità degli Stati e dei poteri locali.

In ciascuna di queste aree si dovranno stabilire priorità per far fronte ai pericoli più imminenti. Tra le esigenze più pressanti va menzionato il rischio di terrorismo nucleare e la necessità di migliorare le nostre capacità tattiche. Dobbiamo inoltre fare tutto il possibile per ripristinare la fiducia internazionale nella leadership americana, e creare un’alleanza di portata globale per la sconfitta dei terroristi che hanno scelto di confrontarsi con noi. Dall’11 settembre, gruppi di estremisti hanno messo a segno azioni sanguinose in Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Spagna, Russia, Egitto, India, Marocco, Olanda, Kenya, Afghanistan, Iraq, Israele e nel Regno Unito. Gli estremisti sono una minaccia per la gente comune in ogni parte del mondo. L’America deve fare uso della propria diplomazia per sconfiggere la rete terroristica mettendo in campo una nostra rete, con il contributo delle forze militari e di intelligence, così come degli apparati giudiziari e di polizia di tutti i continenti, affinché i terroristi non abbiano più un territorio ove addestrarsi, operare o nascondersi. Dobbiamo procedere con fiducia, ben sapendo che al Qaida non ha nulla di concreto da offrire ai suoi aderenti, al di là di un’illusione di gloria e dell’opportunità di raggiungere l’aldilà facendosi esplodere. È inoltre motivo di incoraggiamento sapere che il terrorismo è in contrasto non solo con la legge, ma anche con i principi fondamentali della fede islamica. Nel nostro sforzo per costruire una rete antiterroristica globale dobbiamo guardare con particolare attenzione ai governanti e agli altri leader musulmani dotati di maggiore senso di responsabilità, che cercano di impedire ai gruppi terroristici di distorcere la religione al servizio dei loro obiettivi.

 

Antiterrorismo strategico

Il programma strategico di lotta al terrorismo si fonda sulla consapevolezza che nei focolai ove è più probabile l’emergere di ideologie estremiste gli Stati Uniti devono intervenire contemporaneamente in due modi: chiudere le porte al terrore e aprire le menti a una visione più equilibrata del mondo. Se da un lato è necessario sconfiggere i gruppi irrevocabilmente avviati sulla strada della violenza, al tempo stesso occorre impedire che un numero anche maggiore di persone si lasci sedurre dalle tesi del terrorismo.

Perciò l’America deve rivedere la propria politica estera in funzione della lotta contro un’ideologia che si è dimostrata capace di conquistarsi un seguito significativo. Finora, l’unilateralità dei nostri sforzi, concentrati sulla battaglia contro i gruppi già mobilitati per attaccarci, oltre che sull’invasione dell’Iraq, è servita solo a spingere molti musulmani neutrali tra le braccia dei nostri nemici. A questo punto non sarà facile invertire la rotta, dato che già in molti, in questi ultimi tre anni, hanno cambiato opinione. La durata e i costi del conflitto dipenderanno in misura significativa dalla nostra capacità di persuadere i musulmani moderati che gli Stati Uniti non cercano di dominarli, ma sostengono le loro aspirazioni a una vita migliore per se stessi e per i loro figli, e vogliono aiutarli a costruire istituzioni democratiche e ad inserirsi nell’economia globale. Solo così riusciremo a ridurre il risentimento contro l’America negli Stati islamici e tra i musulmani della diaspora.

 

Favorire lo sviluppo interno del mondo musulmano

Gli Stati Uniti devono incoraggiare uno sforzo globale per incentivare la trasformazione pacifica, sul piano politico ed economico, dei paesi che sono attualmente potenziali terreni di coltura del terrorismo. Le pressioni da esercitare per un processo riformista nel mondo musulmano costituiranno probabilmente l’aspetto più difficile di una strategia contro il terrorismo. Occorreranno anni per ottenere progressi consistenti e visibili; e anche sul piano politico interno, non sarà facile per gli Stati Uniti sostenere la validità di questa linea. Ma per riuscire a isolare i terroristi è imperativo che gli Stati Uniti e i loro alleati intraprendano un’azione decisiva su questo fronte, che dovrà comprendere aiuti alle società musulmane, per elevarne il livello di vita, migliorare le possibilità di accesso alla scuola e la qualità dell’istruzione, creare posti di lavoro, garantire gli investimenti e migliorare la governance, al fine di ridurre il grado di scontento sociale e promuovere la speranza in un futuro migliore; misure per incoraggiare la creazione e il rafforzamento di istituzioni democratiche, in maniera tale da non destabilizzare le società, evitando che un nuovo dispotismo venga a sostituirsi a quello precedente.

A fronte di queste esigenze, non basta compiere uno sforzo, anche notevole, per sostenere la società civile – che comunque in quelle realtà ha spesso una consistenza limitata. Occorreranno anche considerevoli risorse finanziarie su base internazionale, non solo per sostenere lo sviluppo e combattere la povertà, ma anche per spingere alla cooperazione la parte più riluttante delle élite.

Dobbiamo renderci conto che non possiamo limitarci a fare appello solo a chi è già d’accordo con noi. Gli Stati Uniti devono aprire un dialogo anche con gli «islamici moderati», dovunque se ne ravvisi l’opportunità. Ciò sarebbe altamente consigliabile soprattutto in alcune aree: in Indonesia ad esempio, le due maggiori associazioni musulmane a livello mondiale, la Muhammadiya e la Nadhatul Ulema, che costituiscono barriere difensive contro l’estremismo, potrebbero essere validi interlocutori. In altri paesi, come in Egitto, dove un movimento islamico meno estremista si è conquistato un enorme seguito, gli Stati Uniti dovrebbero stabilire maggiori contatti e avviare un dialogo a più ampio raggio, anche a prescindere da eventuali obiezioni da parte governativa. Nella maggior parte delle nazioni musulmane gli islamisti sono più organizzati e più diffusi di altri gruppi. Gli USA devono quindi coltivare con ogni cura possibile i rapporti con questa realtà, per promuovere la reciproca comprensione e il rifiuto della violenza, ma al tempo stesso devono esercitare pressioni sui governi degli Stati arabi e musulmani in favore dei gruppi islamici non violenti che accettano il processo democratico, affinché sia loro assicurato il diritto di partecipare alle elezioni e di far parte di un governo su basi egualitarie.

Nell’affrontare questa sfida, dobbiamo evitare di disperdere le nostre energie con aiuti a pioggia, per seguire invece un criterio più razionale, concentrando gli sforzi su alcuni Stati chiave, e riservando a quelli minori un sostegno più generico. Tra i primi, che dovrebbero essere destinatari di interventi «su misura», citiamo l’ Iraq, il Pakistan, l’ Egitto, l’Arabia Saudita e l’Indonesia.

 

Priorità nelle riforme

Nel promuovere le riforme occorre tener conto di due considerazioni essenziali. La prima è la necessità di evitare che nel mondo musulmano qualunque sforzo riformista sia vanificato dal fattore demografico. Finché i tassi di crescita della popolazione continueranno a mantenersi ai livelli attuali sarà assai difficile poter venire incontro ai bisogni dei cittadini superando la situazione priva di prospettive per il futuro che esiste oggi. Come è ormai dimostrato, la crescita economica, l’istruzione e l’uguaglianza fra i sessi sono gli strumenti più efficaci per contenere la pressione demografica. Ma nessuna riforma economica può essere imposta: le iniziative un questo senso devono na s c e re innanzitutto all’interno del mondo musulmano.

 

1. Liberalizzazione economica, sviluppo sostenibile e crescita.

Gli Stati Uniti e i loro alleati devono incoraggiare gli Stati arabi e i paesi con una consistente popolazione musulmana ad aprire e modernizzare i propri sistemi economici. Occorre dare un impulso significativo agli accordi economici e all’assistenza finanziaria e tecnica per incoraggiare gli investimenti esteri e interni. È inoltre necessario orientare le istituzioni finanziarie internazionali, affinché guardino a queste nazioni con maggiore attenzione. I vari organismi donatori dovranno accrescere i loro aiuti per consentire un adeguato sviluppo della forza lavoro qualificata, aprire opportunità economiche alle donne, promuovere il micro-credito e incoraggiare le piccole e medie imprese ad alto impiego di manodopera.

 

2. Democratizzazione.

Gli Stati Uniti devono sostenere la democrazia nei paesi arabi e musulmani, come stanno facendo in altre parti del mondo, e per le stesse ragioni. Il problema tuttavia è vedere quale sia il modo migliore di portare avanti questo delicato processo. Una pressione eccessiva rischia di rafforzare la percezione che gli Stati Uniti stiano cercando di imporre la loro volontà. D’altra parte, cadendo nell’eccesso opposto, potremmo alimentare l’idea che l’America sostenga la libertà ovunque tranne che nelle società musulmane. Per conseguire i risultati auspicati dovremmo saper mantenere una posizione equilibrata, dando prova di un forte impegno per i principi democratici, ma anche di comprensione per la complessità delle situazioni da gestire. Dobbiamo impegnarci inoltre in favore dello sviluppo della società civile, e per l’abolizione di ingiuste restrizioni alla partecipazione politica, alla libertà di parola, alla presenza di media indipendenti, ai diritti umani di base e alla «constituency building», ossia alle attività organizzative in preparazione delle consultazioni elettorali, attraverso l’offerta di servizi. E infine dobbiamo puntare sul ricambio generazionale oggi in atto nella classe dirigente della regione. 

 

3. Istruzione.

Le care n ze, soprattutto qualitative, nel campo dell’ istruzione rappresentano un problema per molti paesi, e in particolare per quelli che lottano contro la pove rtà e contro un disagio sociale largamente diffuso. I giovani privi di istruzione e di specializzazione sono in misura maggiore soggetti a sviluppare atteggiamenti aggressivi e sono più esposti al fascino delle ideologie radicali, incluse quelle incarnate dall’estremismo violento. In alcuni paesi, le scuole religiose, che non chiedono rette e offrono gratuitamente vitto e alloggio, sono una risorsa per gli adolescenti privi di mezzi, e vengono spesso usate per indottrinare gli allievi, ai quali inculcano una visione del mondo antioccidentale, che giustifica le azioni violente «in difesa dell’Islam». Gli Stati Uniti devono agire in collaborazione con gli alleati da un lato, e con le autorità statali dei paesi musulmani dall’altro, per contribuire a promuovere e a finanziare programmi di istruzione pubblica di buona qualità, e per impedire che l’istruzione religiosa serva a giustificare o incoraggiare il terrorismo. Dobbiamo considerare inoltre la possibilità di creare un’istituzione multinazionale in cui siano rappresentate diverse culture e confessioni religiose, diretta da studiosi e accademici, per lo studio dei rapporti tra l’educazione e le ideologie che conducono alla violenza, nei paesi musulmani come altrove.

 

4. Impedire la diffusione fra la popolazione dei paesi islamici dell’odio contro l’Occidente.

Gli estremisti militanti sono riusciti a conquistarsi appoggi tra la popolazione musulmana anche grazie all’aiuto dei media autorizzati dai rispettivi governi, che hanno montato campagne d’incitamento su vasta scala, imputando i problemi e le crisi di questo o quel paese a presunte cospirazioni degli Stati Uniti, di Israele e dell’Occidente. Di fatto, gli Stati Uniti hanno sempre protestato contro operazioni del genere, considerandole però come questioni secondarie rispetto ai problemi di sicurezza o al processo di pace in Medio Oriente.

Queste pratiche intollerabili dovrebbero essere denunciate con insistenza e poste al centro dell’attività diplomatica di Washington e dei suoi partner occidentali.

 

Stati deboli e zone di conflitto

Riformare le istituzioni degli Stati

Nell’ambito dei nostri sforzi contro i «santuari», il reclutamento e il finanziamento dei terroristi, gli Stati Uniti devono intraprendere un’azione incisiva, volta a rafforzare la governance e ad accelerare lo sviluppo degli Stati più deboli, conferendo la priorità ai paesi con una consistente popolazione musulmana: ciò per evitare che la loro fragilità sia sfruttata dai terroristi e dai loro simpatizzanti, o anche – nella peggiore delle ipotesi – per evitarne il tracollo. A tal fine dobbiamo collaborare con gli alleati, la comunità internazionale e le potenze regionali per rafforzare le capacità degli Stati nelle regioni vulnerabili dell’Africa, dell’Asia centrale e del Sud e Sud-Est asiatico. Occorreranno investimenti ingenti per dar vita a istituzioni statali legittime ed efficienti, per rafforzare la vigilanza alle frontiere, l’intelligence, le infrastrutture militari, il corpo giudiziario e le forze dell’ordine, oltre che per alleviare la povertà attraverso la promozione di uno sviluppo equo e sostenuto. Dovremo affrontare questo compito con urgenza, sapendo che è assai meno dispendioso fare opera di prevenzione che prestare aiuto dopo il tracollo di uno Stato. Ma anche in quest’ultimo caso, dobbiamo comunque collaborare con i nostri partner per adottare ogni misura atta a ristabilire la pace e la stabilità, e a sostenere la ripresa politica ed economica di ogni Stato in difficoltà.

 

Ridurre i conflitti regionali

I conflitti, le guerre civili e gli scontri tra fazioni in molte aree del mondo continuano ad alimentare le rivolte estremiste, nel senso più generale del termine. I casi più eclatanti sono quelli del Kashmir, della Cecenia, del Sudan e della Nigeria. Solitamente questi conflitti sono originati da questioni etno-nazionalistiche, e vengono poi sfruttati dagli estremisti religiosi e trasformati in veri scontri di civiltà, in un crescendo di violenza e con il coinvolgimento di militanti provenienti dall’esterno. Negli sforzi per la composizione di questi conflitti gli Stati Uniti giocano attualmente un ruolo limitato. Ma queste realtà, ormai non più geograficamente isolate, contribuiscono ad aggravare una minaccia di più vasta portata per gli Stati Uniti. Dobbiamo quindi, insieme ai nostri alleati, esercitare pressioni sulle parti in causa - in via riservata o pubblicamente, a seconda delle circostanze – per sollecitarle ad agire più efficacemente ai fini della risoluzione di questi conflitti.

 

Il processo di pace in Medio Oriente Storicamente, il conflitto arabo- israeliano non figurava tra le preoccupazioni prioritarie del movimento estremista violento. Ma il problema palestinese contribuisce notevolmente ad alimentare l’antiamericanismo tra i musulmani in ogni parte del mondo. Gli Stati Uniti, storicamente impegnati per la pace in quell’area, dovranno raddoppiare gli sforzi per prevenire nuovi rigurgiti di violenza, e per rimuovere, per quanto possibile, questo cronico focolaio di crisi. Impegnandosi in uno sforzo più intenso e visibile per migliorare la sorte dei palestinesi, gli Stati Uniti contribuiranno oltre tutto a contrastare il fascino esercitato dagli estremisti. Con il ritiro di Israele da Gaza e l’ e l ezione di Mahmud Abbas alla presidenza dell’Autorità palestinese, si è aperta una reale opportunità di riprendere i negoziati per una soluzione a lungo termine.

 

Rivitalizzare e rafforzare le alleanze

Per una strategia di lungo termine nei confronti degli estremisti l’Occidente deve dar prova di una maggiore solidarietà. E i responsabili del governo americano, a qualunque parte politica appartengano, devono porsi l’obiettivo di rivitalizzare la comunità occidentale. Il nuovo terrorismo rappresenta infatti un problema autenticamente globale, che di conseguenza può trovare soluzione solo su scala globale. Se l’Occidente non saprà raggiungere un alto livello di coordinamento e di concertazione, i piani di sicurezza collettiva e le pressioni per le riforme nel mondo musulmano saranno votati al fallimento. Gli sforzi in questo senso devono venire innanzitutto dai nostri più vicini alleati, cioè dagli Stati aderenti alla NATO, dal Giappone e dall’Australia: i nostri rapporti devono essere rafforzati per far fronte alle sfide del XXI secolo. Le relazioni tra le grandi potenze, che da vari anni mancano di un preciso orientamento, devono essere intensificate ai fini di una maggiore efficacia della guerra al terrore. Esistono tuttavia alcune potenziali insidie. Ad esempio, la fiducia nelle istituzioni russe è minata tanto dagli attentati terroristici, quanto dalle reazioni eccessive delle forze dell ’ordine e dall’ estremo accentramento del potere. I brutali interventi della Russia nel Caucaso del Nord rappresentano un serio ostacolo a un più stretto coordinamento. In Cina la minaccia terroristica è meno sentita; ma Pechino vede in essa un’opportunità per coltivare rapporti più stretti con gli Stati Uniti senza desistere dalla sua politica di repressione di alcuni elementi della società. Perciò, se da un lato dobbiamo cercare di stabilire una più stretta cooperazione con questi paesi nella lotta al terrorismo, dall’altro non dobbiamo chiudere gli occhi davanti a comportamenti contrari ai nostri valori. Altrimenti rischieremmo di togliere credibilità al nostro impegno per far cessare la spirale degli attentati e delle ritorsioni in paesi quali la Cecenia, e ai nostri sforzi per ridurre il sostegno offerto all’estremismo.

 

Istituzionalizzare la cooperazione nella guerra al terrorismo

Gli Stati Uniti devono attivarsi per incidere sull’ambiente in cui operano i terroristi, rafforzando e istituzionalizzando la cooperazione internazionale. Benché oggi la lotta al terrorismo figuri nell’agenda di numerose organizzazioni internazionali, non esiste un organismo che se ne occupi in modo specifico. Gli Stati Uniti dovrebbero promuovere la creazione di un’organizzazione internazionale incaricata di indicare agli Stati linee guida che prevengano l’azione dei terroristi. L’agenda di questo organismo dovrebbe prevedere la ratifica e l’applicazione universale di tutte le convenzioni antiterrorismo; i n ventari regolarmente aggiornati degli strumenti nazionali di lotta contro il terrorismo; uno sforzo sistematico per potenziare l’intelligence e le forze dell’ordine in paesi che presentano carenze in questo campo, anche facilitando l’incontro tra Stati donatori e riceventi; usare metodi di «peer review» sul modello della Financial Action Task Force (FATF), di «naming and shaming» – un’organizzazione internazionale di questo tipo potrebbe incentiva re notevolmente le attività antiterroristiche nazionali; iniziative multilaterali e addestramento, in collaborazione con la FATF, per contrastare il finanziamento dei terroristi; e infine il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU quando uno Stato si comporta in maniera intollerabile.

La creazione di un’organizzazione di questo tipo servirebbe, oltre tutto, a smentire l’impressione che la guerra al terrorismo sia un prodotto «made in America», e contribuirebbe a ristabilire la leadership americana nelle istituzioni multilaterali.

 

Nota

* Il documento qui pubblicato è stato sottoscritto da Madeleine K. Albright, Samuel R. Berger, Donald A. Baer, Rand Beers, Daniel Benjamin, Robert O. Boorstin, Kurt M. Campbell, Richard Clarke, Bill Danvers, Thomas E. Donilon, Thomas J. Downey, Leon Fuerth, Suzanne George, John Podesta, Steve Ricchetti, Susan E. Rice, Wendy R. Sherman, Gayle Smith, Jeffrey H. Smith, Tara Sonenshine, Jim Steinberg, Toni G. Verstandig. I firmatari hanno sottoscritto il documento a titolo individuale, e non in quanto rappresentanti delle rispettive organizzazioni. La loro firma non esprime necessariamente l’accordo con ciascuna delle specifiche indicazioni contenute nel testo. La versione integrale in lingua inglese del documento è disponibile su: http://www.americanprogressaction.org.

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