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Le grandi scelte per un governo di centrosinistra

Written by Redazione Monday, 02 January 2006 02:00 Print

Italianieuropei Tra i nodi strategici che l’Italia dovrà sciogliere nella prossima legislatura ci saranno quelli legati al rapporto con l’Europa: il risanamento dei nostri conti pubblici, il rapporto con i vincoli europei anche alla luce degli impegni che il governo Berlusconi ha assunto scaricando sul futuro la responsabilità delle sue politiche. Ma l’Italia dovrà confrontarsi anche con la crisi europea, frutto della battuta d’arresto del processo di integrazione. Cosa si può fare oggi per rilanciare l’Europa? Come riprendere in mano il tema costituzionale? Come rilanciare concretamente l’azione dell’Unione alla luce di un compromesso mediocre sulle prospettive finanziarie che il Parlamento ha bocciato? E come fare tutto questo in un quadro di incertezze, in cui, per esempi, la Francia non appare in grado di esercitare il suo ruolo tradizionale almeno fino alle elezioni? In un momento così delicato l’Italia, uno tra i grandi paesi fondatori, potrebbe giocare un ruolo importante. Quali sono le risposte che il centrosinistra italiano può dare per permettere al nostro paese di ritrovare un protagonismo nella sua politica estera?

 

Italianieuropei intervista Romano Prodi 

Italianieuropei Tra i nodi strategici che l’Italia dovrà sciogliere nella prossima legislatura ci saranno quelli legati al rapporto con l’Europa: il risanamento dei nostri conti pubblici, il rapporto con i vincoli europei anche alla luce degli impegni che il governo Berlusconi ha assunto scaricando sul futuro la responsabilità delle sue politiche. Ma l’Italia dovrà confrontarsi anche con la crisi europea, frutto della battuta d’arresto del processo di integrazione. Cosa si può fare oggi per rilanciare l’Europa? Come riprendere in mano il tema costituzionale? Come rilanciare concretamente l’azione dell’Unione alla luce di un compromesso mediocre sulle prospettive finanziarie che il Parlamento ha bocciato? E come fare tutto questo in un quadro di incertezze, in cui, per esempi, la Francia non appare in grado di esercitare il suo ruolo tradizionale almeno fino alle elezioni? In un momento così delicato l’Italia, uno tra i grandi paesi fondatori, potrebbe giocare un ruolo importante. Quali sono le risposte che il centrosinistra italiano può dare per permettere al nostro paese di ritrovare un protagonismo nella sua politica estera?

 

Romano Prodi Per lasciarsi alle spalle i referendum bisogna partire dal riconoscimento di quello che i dibattiti nazionali hanno rappresentato. Per questo non si può far finta di niente o cercare espedienti: quando i popoli votano bisogna tenerne conto. Questo è ancor più vero oggi, dato che ad esprimersi negativamente sono stati paesi importanti come la Francia e l’Olanda, mentre paesi come la Gran Bretagna hanno ritenuto opportuno bloccare il processo di ratifica. L’idea di una prova di appello subito dopo i referendum era irrealistica e lo è tuttora: non si può immaginare di invalidare un grande percorso costituente con uno stiracchiato esame di riparazione. Nel periodo successivo al doppio «no», la mia analisi, condivisa anche da altri leader e osservatori è stata: occorre riflettere e agire sul «contesto», perchè è il contesto, e non il «testo«, in realtà, ad essere stato «bocciato»; e bisogna riaprire all’economia. Agire sul contesto, vuol dire agire su quanto abbiamo di più solido e prezioso: la moneta unica. Per questo dobbiamo procedere su una doppia via: rilanciare l’Europa attraverso concrete iniziative politiche e al contempo riprendere lo slancio costituzionale. Occorre partire dai successi dell’Europa: mercato unico, euro e allargamento, e fissare nuovi obiettivi per l’Europa sociale, per creare un nuovo clima di fiducia, abbandonando il meccanismo che fa dell’Europa un capro espiatorio per i fallimenti di politiche nazionali. Più Europa significa più pace, più sicurezza, più giustizia, più solidarietà. Dobbiamo dimostrarlo lanciando una serie di iniziative che diano delle risposte alle principali preoccupazioni degli europei, coinvolgendo direttamente cittadini e movimenti. Oggi è prioritario ottenere risultati concreti tangibili e visibili, lasciando che la polvere del post-referendum si depositi. Mentre il processo costituzionale potrà ripartire solo dopo che si saranno svolte le elezioni in Francia ed in Olanda.

Occorrerà dunque fare tutto quanto sarà possibile, da oggi alla metà del 2007, per preparare un possibile rilancio del trattato costituzionale. Solo se nel 2007 venisse constatata la assoluta impossibilità di recuperare l’attuale testo, dovremmo pensare all’elaborazione di un nuovo testo più contenuto e semplificato. In tal caso, occorrerebbe un coinvolgimento popolare collegando la presentazione del nuovo trattato alle elezioni europee del 2009, attraverso un referendum consultivo su scala europea, così da dare ai cittadini il senso di una vera grande novità, l’idea di una direzione di marcia. Bisogna andare verso la concezione di una politica europea comune, partecipata, condivisa dai cittadini e supportata da tutti i paesi membri.

 

Ie Questo punto è stato sollevato nel dibattito parlamentare registrando anche molte resistenze. La nostra, insieme con altre fondazioni europee, ha sottoscritto un appello in cui, tra le altre cose, si proponeva che una quota pari al 20% degli eletti del Parlamento europeo, fosse scelta su liste europee non nazionali. In quello stesso appello c’era anche la proposta che il presidente della Commissione fosse indicato nella campagna elettorale.

 

R.P. Sono d’accordo con queste due proposte. Ne ha parlato Guy Verhofstadt e, di recente, ha scritto su tale argomento anche Giuliano Amato, riprendendo una proposta che avevo avanzato tempo fa, ovvero che la Commissione assumesse la denominazione di «governo». Per rendere l’Europa un po’ meno «fredda» e burocratica e più «vicina» e comprensibile ai cittadini è utile adottare un linguaggio più diretto. Chiamare le cose con i nomi a cui i cittadini sono abituati è un passo verso questa direzione.

Ma ci sono anche cose più concrete che si possono fare subito: ad esempio, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla proposta del Cancelliere austriaco di mettere mano al problema, fino ad ora intoccabile, delle risorse finanziarie dell’Unione europea. Il problema, detto in parole povere, è quello di assicurare direttamente all’Unione risorse proprie, anziché finanziarla indirettamente, attraverso un versamento degli Stati membri. Fino a che non avremo assicurato l’autonomia finanziaria all’Unione non potremo avere una capacità di iniziativa politica all’altezza delle nostre ambizioni.

Verhofstadt raccomanda anche una azione a livello europeo finalizzata ad ottenere un aumento delle imposte indirette e una diminuzione delle imposte sul lavoro, possibilmente da estendere anche alle imposte dirette. Si tratta di una riflessione molto interessante: non c’è dubbio che per mantenere un livello adeguato di welfare si debba assicurare un altrettanto adeguato livello di entrate. Non si può pensare di eliminare tasse e imposte, ma si può certamente pensare di agire in modo da non incidere troppo sulle imposte sul lavoro evitando così di danneggiare la capacità competitiva europea (ed anche i salari), rispetto agli altri paesi. Di fronte a questi temi appare in tutta la sua grandezza il problema che nell’Europa di oggi solo pochissime decisioni possono essere prese con la regola dell’unanimità. Di qui emerge la necessità di avere paesi che prendano l’iniziativa, che facciano qualcosa in più, che accelerino il cammino verso obiettivi politici condivisi da tutti.

Nell’attuale quadro politico, solo la Germania è in grado di assumere un’iniziativa forte. Spero che dopo le elezioni italiane anche noi potremo svolgere un ruolo positivo in questo senso. Germania, Italia, Belgio, Austria, Spagna, con altri paesi, potranno mettersi alla guida di una politica europea più forte. Nell’elenco è venuto spontaneo citare esclusivamente i paesi dell’euro, ma non è detto che questo sia il limite o la gabbia all’interno della quale siamo obbligati a procedere: guai a pensare ad iniziative esclusive, che non partano cioè con le porte aperte a tutti coloro che vogliano parteciparvi sin dall’inizio. Creare nuove divisioni, erigere dentro l’Unione nuovi muri significherebbe, infatti, trasformare la crisi in una tragedia.

 

Ie In queste settimane siamo di fronte ad un coro generale sulla necessità di una politica energetica comune nei confronti della Russia.

 

R.P. La Russia ha cercato di contrastare questa linea perché ha sempre preferito un’Europa frammentata. Ma è anche vero che noi europei abbiamo dato un bel contributo dimostrando di non avere mai una posizione comune. La Germania ha sempre pensato in questo campo di svolgere un ruolo particolare ed il rapporto di Schroeder con la Russia, così come si è registrato successivamente, dimostra che probabilmente questa idea era nella mente dell’ex Cancelliere già da molto tempo. L’Italia ha sempre avuto l’atteggiamento di chi volesse stare un po’ fuori, per sfuggire ad un accordo europeo. Quello che è accaduto nel caso ENIGazprom dimostra, infatti, che c’era una ragione non di interesse nazionale, ma di interesse specifico, localizzato per non accettare un’armonizzazione di politica europea. Al di là degli episodi singoli la verità è che, purtroppo nessuno vuole coordinare le proprie politiche in questo campo. Ci si limita ad invocarli quando c’è una crisi in atto, salvo poi tornare indietro quando la crisi rientra o si è risolta. Qualunque persona che conosca un po’ di economia sa bene che all’unificazione monetaria deve seguire una politica economica comune. Ho sempre evidenziato, con scarso successo, il problema del potere, diretto e indiretto, che i paesi che fanno parte dell’Unione monetaria esercitano sulle decisioni riguardanti l’euro. È urgente rafforzare la governance economica e sociale attorno all’euro, a cominciare dall’istituzionalizzazione dell’eurogruppo e dal rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche attraverso una cooperazione rafforzata. È urgente farlo assicurando la più intensa partecipazione possibile della Commissione e del Parlamento europeo.

Ho sempre sperato che la nascita di una solida politica economica comune avvenisse prima, ma temo che solo una crisi come quella energetica faccia capire che occorre uno strettissimo coordinamento tra i paesi europei. È una fase politica in cui, almeno per ora, manca quella lungimiranza che ci ha portato alla costruzione dell’euro, perché manca una forte leadership europea. Al contrario la cooperazione si sta indebolendo. Mi impegnerò, con il sostegno di tutta la coalizione, per realizzare una politica italiana in Europa volta a ricreare questo clima di cooperazione e ad avviare una nuova fase di integrazione.

Da questo punto di vista la Germania sembra essere tra i paesi membri quella più convinta ad intraprendere questo percorso, ma credo che anche altri grandi paesi, come la Spagna, la seguirebbero. La Francia difficilmente si sottrarrebbe a un ruolo simile, anche se nella fase pre-elettorale questo potrebbe risultare più complicato. Inoltre si potrà contare sul forte «nucleo» storico europeo di Belgio e Lussemburgo, i cui leader sono nettamente filoeuropei. Sono convinto che anche l’Olanda, al di là della vicenda referendaria, intenda restare in linea con la propria tradizione europeista.

 

Ie Berlusconi, e la destra con lui, in tutti questi ultimi anni ha interpretato i parametri europei come vincoli assurdi, invocandone la non applicazione nei momenti di crisi. È chiaro che noi non siamo mai stati i difensori dell’ortodossia monetarista, di fronte a un presunto keynesismo di Tremonti. Questa è certamente una raffigurazione distorta della realtà. In effetti, ci sono due modi per affrontare la questione. Uno è quello di ignorare questi vincoli per seguire politiche di bilancio di natura assistenziale, clientelare, ma che avrebbero un impatto controproducente sulla crescita. L’altro comporta, fra l’altro, la scelta di puntare su grandi programmi europei di investimento, coordinati tra di loro.

Il primo, dunque, va nel senso di una rinazionalizzazione delle politiche economiche. Il secondo invece punta sul coordinamento delle politiche economiche a livello europeo, e sarebbe molto più efficace. O più Europa o meno Europa: la differenza è di sostanza, non soltanto istituzionale.

 

R.P. Prima di tutto una premessa. Facciamo attenzione: il 3% non è poco. È già un bello scostamento e segna già il livello di rischio. Questa percentuale è stata sempre interpretata dalla Commissione in modo flessibile. Ci sono stati momenti in cui i paesi membri hanno addirittura imposto alla Commissione una flessibilità ancora maggiore. Se analizziamo i commenti fatti da Almunia sullo stato dei conti pubblici del nostro paese, ne deduciamo che si è reso ben conto dello scostamento. Il Commissario ha compiuto semplicemente un atto di fiducia circa il fatto che, nel futuro, si possa realizzare un aggiustamento più rapido. Non è assolutamente vero, dunque, che i vincoli di bilancio siano una gabbia di acciaio. Sono un punto di riferimento che noi non dobbiamo né possiamo non considerare. Ripeto, il 3% è già uno scostamento notevole. Ma non voglio sfuggire alla domanda. Condivido pienamente che la politica economica comune non consiste solo nell’evitare un deficit insostenibile. Essa dovrebbe essere una politica attiva per lo sviluppo. E qui sta il secondo grande fariseismo. Abbiamo voluto queste politiche e nel 2000, a Lisbona, le abbiamo votate.

Personalmente provo una certa vergogna per aver ripetuto per anni che nel 2010 l’Europa sarebbe stata l’area più innovativa e trainante dell’economia mondiale. Si sarebbero dovute destinare risorse ed assumere decisioni collettive in merito anziché adottare il metodo del cosiddetto benchmarking, voluto dagli inglesi. Il benchmarking, in termini politici, non vuol dire niente. Il metodo consiste nell’innescare un meccanismo virtuoso in base al quale il comportamento migliore viene imitato. Morale della favola, ci siamo rimpiccioliti, a livello globale, invece di crescere. E allora, è arrivata la seconda fase.

Visto il fallimento di Lisbona, che cosa ha fatto la Commissione sotto la mia presidenza? Nel 2003 abbiamo predisposto la nuova proposta di bilancio per il settennio 2007-2013, dando grande enfasi alla ricerca e alle infrastrutture comuni. Sono questi, infatti, i due pilastri della nuova Europa. E a questo scopo è stato predisposto il bilancio europeo che ho lasciato al termine del mio mandato. Sono state ridotte in maniera graduale le risorse da destinare all’agricoltura. Una riduzione dovrà continuare anche in futuro, in considerazione del fatto che si riduce la popolazione impiegata nel settore agricolo. Sono state lasciate immutate, tuttavia, le risorse destinate ai fondi strutturali finalizzati al riequilibrio delle aree più povere, all’aiuto degli ultimi venuti, delle aree più depresse. Tutto il resto è destinato a due obiettivi: innovazione e infrastrutture. Da una parte l’Europa del cervello, dall’altra l’Europa materiale.

Ma qui torniamo al problema fondamentale dell’Europa: il fariseismo. Nelle riunioni i capi di Stato e di governo si mettono d’accordo su frasi generiche. E poi scatta l’astuzia di chi si adopera perché non vengano tradotte in decisioni. Così accade che si annuncia l’Europa innovativa e la sua leadership mondiale e poi non si investe neanche un euro in più perché questo si trasformi in realtà. L’altra cosa da fare è dotare l’Europa di risorse proprie. Questi due capitoli, innovazione e infrastrutture da un lato, armonizzazione progressiva delle politiche economiche dall’altro, sono indispensabili perché si crei un’Europa del futuro. Ie Si può lavorare a questi obiettivi già nell’attuale quadro istituzionale?

 

R.P. Certamente, però è chiaro che la decisione sul bilancio rappresenterà un macigno al collo dell’innovazione europea. Si deve fare tutto il possibile per accogliere alcune domande del Parlamento europeo. Il 2005 si è concluso con un accordo insufficiente e lontano dalle posizioni del Parlamento europeo. Un accordo insufficiente sia sul piano della quantità delle risorse, poiché non permette all’Unione europea di svolgere tutti i compiti ad essa assegnati, sia su quello della struttura, vista la riduzione, ad esempio, del capitolo sulla competitività. Certo i margini di manovra sono molto stretti. Ma credo che attraverso il negoziato tra Parlamento europeo e presidenza austriaca si possa migliorare l’intesa raggiunta.

 

Ie Eppure il compromesso è stato salutato dal governo italiano come un grande successo.

 

R.P. Salutato come un grande successo, ma che ha tolto invece soldi all’Italia. Il contributo del nostro paese è molto maggiore di quanto non fosse prima, ma non abbiamo risorse sufficienti per il Mezzogiorno e per l’innovazione. Ciò nonostante al governo questo va bene. Difficile da spiegare. Se l’Italia si fosse unita solidamente alla parte più europeista del vecchio continente qualcosa in più si sarebbe ottenuto. Ci sarebbe stata più forza contrattuale. Invece la Germania è stata lasciata sola. Se fosse stata aiutata da qualche altro grande Stato, la riunione sarebbe finita diversamente, non in modo radicale, ma almeno su quei punti che potevano portare a una politica comune della ricerca europea.

Perché è così importante? Non solo per i principi fissati a Lisbona, ma anche perché avrebbe prodotto quella circolazione di persone nel settore più sensibile della società europea: chi fa innovazione, i ricercatori, i giovani e gli universitari.

E l’Italia ne ha più bisogno che mai. Nell’isolamento delle nostre università, dei nostri laboratori di ricerca, partecipare a progetti europei è per noi anche uno stimolo a riprendere un’attività che abbiamo lasciato morire. I nostri CNR, i nostri ENEA, di fronte alla prospettiva di una cooperazione più stretta e obbligata con le istituzioni internazionali non hanno che da guadagnare, in termini quantitativi e qualitativi. E così le nostre università.

Ma non c’è in questo momento in Italia una coerente politica europea. Il nostro Commissario cerca di svolgere il suo compito restringendolo il più possibile alla funzione burocratica della sua Direzione generale. Da un punto di vista strategico restringe la sua azione, sapendo benissimo che è l’unico punto di compromesso che gli permette di stare a Bruxelles a rappresentare un governo riluttante di fronte alla politica europea. Non volendo esercitare alcuna azione di rottura o di innovazione si rifugia nell’inner core del problema formale della giustizia, non accelerando più di tanto. Quella che l’Italia in questo momento svolge a Bruxelles è una politica ferma al livello minimo: l’Europa minima invitabile, agli antipodi dell’Europa massima possibile cui noi aspiriamo.

 

Ie A proposito della crescita mostruosa del peso internazionale dell’Italia che si sarebbe registrato in questi anni…

 

R.P. Occorre andare a Bruxelles e far sentire la propria voce. Anche quando io ero a Bruxelles la Commissione si trovava davanti ad un paese fragile, ma si tentava di supplire attraverso la presidenza e un Commissario con un portafoglio forte e una presenza vigorosa, benché scarsamente supportati dal governo nazionale. Oltre agli evidenti doveri istituzionali, i limiti politici erano enormi, come ho avuto modo di verificare quotidianamente: da un lato c’era chi premeva verso l’integrazione e per una politica europea, dall’altro, in patria, c’era chi sabotava e mezzo governo era impegnato in un’azione di irrisione o denigrazione. Sono prevalse, insomma, le ragioni di parte, rispetto a quelle del bene comune del paese.

 

Ie Noi abbiamo chiaro sia su quali basi rilanciare il processo politico costituzionale, ad esempio attraverso il confronto, sia la svolta necessaria in politica economica, la crescita dell’innovazione e il coordinamento. Il terzo capitolo, di vitale interesse per l’Italia, è quello relativo a sicurezza, difesa, terrorismo e immigrazione. Tutti questi aspetti, oltre ad essere collegati fra loro, rappresentano una sfida che l’Occidente e l’Europa dovranno affrontare in modo radicalmente nuovo.

 

R.P. Quello che presenterò a Bruxelles è un piano di aggiustamento coerente, progressivo, articolato su diversi anni e forte della credibilità che abbiamo accumulato nel tempo. Lo ripeto: quando sono stato al governo la riduzione del deficit l’ho attuata in un modo radicale. Da presidente della Commissione europea, nessuno mi ha mai potuto obiettare di uno scostamento anche minimo della spesa prevista. Sono sempre stato al disotto dell’1% del prodotto nazionale lordo europeo e ho restituito miliardi, decine di migliaia di euro all’anno ai paesi membri, cosa che mi ha fatto acquisire una solida credibilità. È proprio questa credibilità che mi permette di approntare ora un piano di aggiustamento efficace che però non uccida la nostra economia.

Sia chiaro che nessun aggiustamento dell’economia italiana è possibile senza una crescita vigorosa: con la crescita zero, prodotta da questo governo, non riusciremo ad appianare il debito; non lo aumenteremo certo come ha fatto il governo Berlusconi, ma probabilmente non riusciremo ad aggiustarlo in un tempo limitato. Per quanto riguarda l’ultima questione, sono convinto che occorra un forte e rinnovato impegno nella lotta al terrorismo internazionale, che minaccia l’insieme delle società del mondo contemporaneo. Il fenomeno terrorista è mosso oggi, in primo luogo, da un feroce fondamentalismo, che agita la bandiera religiosa per coprire un disegno politico perverso, che con i valori religiosi non ha nulla a che fare. Sono, dunque, necessarie azioni positive di cooperazione internazionale e di dialogo interculturale per favorire l’integrazione e tagliare alla radice i semi dell’odio, del fondamentalismo e del terrorismo. In tale contesto, il Mediterraneo assume un ruolo chiave e la stessa cooperazione euro-mediterranea dovrà essere estesa anche ai paesi del Golfo, almeno per alcuni dei suoi aspetti.

 

Ie Al momento di iniziare la sua attività, non potrebbe essere utile per il nuovo governo verificare il reale stato della finanza pubblica, magari facendo ricorso ad una commissione indipendente?

 

R.P. A mio avviso le condizioni sono assai peggiori di quanto sostenga il governo, ma dovremo analizzarle oggettivamente e con una authority che abbia una propria autonomia, magari che comprenda esperti stranieri, che non sia soggetta, nemmeno se vinciamo noi, ad eventuali influenze o pressioni da parte del governo. Si potrebbe anche promuove re una riforma dell’ISTAT in modo da renderlo indipendente dal governo.

 

Ie Ma nella fase iniziale non si può aspettare il completamento di riforma, occorrerebbe forse rivolgersi a qualche società di certificazione.

 

R.P. Dovremo affrontare il problema di un ISTAT veramente indipendente, perché il suo ruolo non è certo minore rispetto a quello, non dico della Banca d’Italia, ma di altre autorità indipendenti. È tuttavia importante avere anche un ISTAT ancor più credibile, in quanto è lo strumento di dialogo con il FMI, con la Commissione europea, con tutti coloro che dovranno esaminarci.

 

Ie Per ritornare all’aggiustamento economico, esso dovrà essere graduale, socialmente sostenibile e raccordato ad un impegno per la ripresa della crescita.

 

R.P. Siamo tutti convinti che i due tempi non siano possibili. È chiaro che si deve partire da un alleggerimento del costo del lavoro, coerentemente con quanto abbiamo già fatto, a cui occorre aggiungere un grande sforzo innovativo nell’industria, nella produzione e nel settore energetico. Al tempo stesso sarà necessario insistere nel processo di liberalizzazione e di aumento della concorrenza soprattutto nel settore terziario.

 

Ie Per quanto riguarda le imprese occorrerà sostenere il processo di crescita dimensionale, di innovazione.

 

R.P. Purtroppo non si fa ricerca anche perché non abbiamo grandi imprese in grado di farla. Il problema fondamentale è, da una parte, la dimensione delle aziende e dall’altra l’accesso alla ricerca per le piccole e piccolissime imprese. Ne consegue anche il ruolo delle iniziative di ricerca a livello di comprensorio e di distretto, dove le imprese più difficilmente possono fare ricerca da sole. Se non riusciamo a riavviare un grande sforzo di apertura e crescita dell’impresa, l’aggiustamento sarà difficile per noi come per il resto d’Europa.

 

Ie Però i segnali di crescita dell’economia del paese rimangono timidi.

 

M.P. I segnali di crescita sono contraddittori, addirittura inesistenti per quanto riguarda la ripresa dei consumi e dell’export, che invece in Germania è straordinaria.

 

Ie Passiamo al capitolo internazionale dove si è consumata la vera crisi europea. L’Europa non è stata in grado di aiutare e sostenere la crescita e l’innovazione, si è divisa ed è apparsa impotente di fronte alla guerra. Quando una grande istituzione politica non è in grado di dare voce alla opinione pubblica europea, in una circostanza di questo genere, la gente si chiede a che cosa serva.

 

R.P. Anche in questo caso la terminologia è importante: non è un caso che Solana non si chiami ancora ministro degli esteri, ma lo si indichi con il complicatissimo nome di «Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune»; è simbolo della volontà di mantenere un’indipendenza quasi totale degli Stati membri in politica estera. Ciò nonostante su parecchi punti si è riusciti a lavorare assieme: i passi in avanti nella cooperazione per la lotta contro il terrorismo, il lancio di alcuni grandi progetti come Galileo, che equivale ad una garanzia di autonomia dell’Europa, e che io ho voluto in cooperazione con i grandi sistemi cinese, indiano e russo. È chiaro che se gli americani avessero accettato di condividere la gestione completa del GPS ci sarebbero stati meno problemi. Tuttavia ho voluto che su Galileo ci fosse l’accordo con gli americani, raggiunto anche grazie alla definizione di una politica europea nel settore. Di fronte a tanti punti di accordo, però, sul grande tema dell’Iraq e del Medio Oriente, l’accordo non c’è stato e siamo anzi ben lontani dal raggiungerlo, proprio perché su tali argomenti c’è l’accordo dei popoli europei ma non dei governi. In sé questo è un fatto straordinario e ce lo dimentichiamo spesso. Non ho capito perché alcuni commentatori anche autorevoli abbiano interpretato come una difficoltà del centrosinistra il fatto che il governo abbia annunciato di accelerare il ritiro dall’Iraq. Forse ritireranno le truppe ancor prima che si formi il nuovo governo, ma gli atti di terrorismo che si ripetono ogni giorno sono la conferma che queste truppe non riescono a garantire tranquillità, pace e sicurezza al popolo iracheno. Fino a qualche mese fa dicevano che saremmo rimasti in Iraq a tempo indefinito. Ritengo che questa inversione di marcia del governo italiano equivalga a riconoscere implicitamente di aver sbagliato. Non lo riconosceranno mai pubblicamente, ma aspetteranno il permesso dagli Stati Uniti, costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Se vinceremo le elezioni, proporremo immediatamente al parlamento italiano il rientro dei nostri soldati, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, le modalità affinché siano garantite le condizioni di sicurezza. Il rientro andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell’Iraq, per contribuire ad indicare una via d’uscita che consenta all’Iraq di approdare ad una piena stabilità democratica, e a consegnare agli iracheni la piena sovranità sul loro paese.

Trovo interessante che a Nassyria vogliano fare una specie di mostra, o esposizione in cui si proporrà l’economia italiana del futuro, considerando che uno degli argomenti che il governo aveva usato era stato quello della compensazione della spesa sostenuta attraverso commesse di vario tipo che non sono mai arrivate. Il governo ha tentato di dare di noi un’idea antipatriottica, come se non avessimo riconosciuto o non riconoscessimo in una situazione così complicata il valore, la serietà, l’impegno e la lealtà dei nostri soldati, che hanno cercato di rendere al meglio il loro ruolo di pacificatori, nonostante le difficili circostanze. Non solo lo abbiamo sempre riconosciuto, ma, nel caso dell’ex-Jugoslavia, quando ero presidente della Commissione, ho sentito i colleghi capi di Stato e di governo esprimere un positivo apprezzamento per l’operato delle nostre truppe rispetto a quelle di altri paesi che non riescono a fare quello che fanno i nostri carabinieri e il nostro esercito.

 

Ie Le nostre truppe sanno anche costruire un rapporto con la popolazione e gestirlo.

 

R.P. Perché vi sono stati abituate nel loro training e nella loro missione. È qualcosa di cui io sono sempre stato orgoglioso, e che abbiamo sempre voluto e promosso. Quindi distinguiamo la lode senza riserve per come i nostri soldati si sono comportati in Iraq dall’aver condiviso il tipo di missione che l’Italia ha svolto.

 

Ie L’Italia potrà svolgere un ruolo molto importante nel Mediterraneo se si produrrà un cambiamento radicale, ad esempio approntando una strategia nei confronti del terrorismo che metta da parte l’illusione che attraverso la guerra preventiva si possa risolvere il problema e mettendo in primo piano, accanto ovviamente all’intelligence, la capacità di individuare e di colpire le centrali terroristiche: dunque azione politica, cooperazione economica e il dialogo culturale.

Uno degli aspetti che hanno caratterizzato il governo di destra è stato l’allontanamento del nostro paese rispetto alla sua tradizionale collocazione internazionale. Una collocazione che apparteneva alla tradizione italiana della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Comunista.

 

R.P. Riguardo al Mediterraneo ho precisi programmi di governo diretti ad affermarne la centralità. Ho proposto, in tal senso, la creazione della Banca del Mediterraneo. È stata poi aperto uno sportello della banca europea nel Mediterraneo, che sta facendo molto bene ma che non è la Banca del Mediterraneo. Per Banca del Mediterraneo intendo una banca in cui europei e popoli della costa meridionale del Mediterraneo possano operare e decidere in condizioni di parità una strategia comune. Nonostante l’idea sia stata bocciata dai ministri delle finanze europei, è chiaro che se vinceremo le elezioni la perseguiremo insieme ai paesi che ci stanno, come ad esempio Francia, Spagna, Cipro, Malta e altri paesi europei, forse anche la Germania. È proprio in questa prospettiva del Mediterraneo unito che ho voluto, come Unione europea, un rapporto stretto, forte e nuovo con la Libia. Sono stato il primo a battere questa via, con l’opposizione durissima, almeno nella fase iniziale, di alcuni paesi del Nord dell’Eu ropa e della Gran Bretagna, salvo poi essere additato come quello che ha corso più rapidamente insieme agli Stati Uniti per stringere rapporti forti con la Libia. Perché? Perché voglio un Mediterraneo di pace e di collaborazione, per raggiungere il quale dobbiamo coinvolgere anche questi paesi. Il Mediterraneo rappresenterà in ambito prioritario della nostra politica estera, che mirerà ad attuare pienamente e a rafforzare la politica di vicinato europea, di cui dobbiamo ancora sfruttare tutto il suo enorme potenziale esterno, anche creando nuove istituzioni come la Banca del Mediterraneo. Attorno ad una forte politica di vicinato, dovremo estendere la cooperazione euromediterranea anche ai paesi del Golfo (almeno per alcuni aspetti) e rafforzare i legami tra Eu ropa ed Unione africana. Il partenariato con l’Africa deve diventare un’asse strategico della azione italiana ed europea nel mondo. Il dialogo e la cooperazione interculturale dovranno incidere in modo trasversale su tutte le nostre iniziative diplomatiche, politiche ed economiche. La Fondazione per il dialogo interculturale è nata, seppur con qualche ostacolo, con sede ad Alessandria d’Egitto. È uno strumento piccolo ma molto significativo, perché bisogna lavorare su un ampio dialogo culturale. E qui veniamo al grande interesse del nostro paese, dato che il Mediterraneo è la porta dell’Asia. Nessuno fa i conti con gli aspetti quantitativi di cosa sta succedendo in Cina e in India. Abbiamo soltanto da parte del nostro governo un atteggiamento sconcertante del nostro governo di incomprensione dell’Asia. I governi asiatici sono stupefatti di questo atteggiamento perché vuol dire avere, come tutti gli altri, la concorrenza dall’Asia ma non godere dei vantaggi di essere presenti in Asia.

L’ambasciatore cinese mi ha riferito (cosa di cui ero già a conoscenza) che il primo ministro cinese ha fatto scalo a Roma, informando la Farnesina, per avere un colloquio e nessuno è andato al suo aeroplano. È rimasto un’ora e mezzo dentro l’aereo senza scendere. Non si è presentato nessuno. Sino all’ultimo giorno, nel tentativo di porvi rimedio ho personalmente parlato con Veltroni perché andasse. Poi lo stesso Veltroni mi ha riferito che il Protocollo non gli ha concesso il permesso, irritando moltissimo i cinesi. Con questo governo arriviamo a questi livelli. È chiaro che, al di là dell’episodio, c’è stata una tale noncuranza per cui noi siamo oggi i più sbilanciati nei rapporti con l’Asia. Dalla nostra però, abbiamo la grande fortuna che il Mediterraneo è la porta dell’Asia, e l’Italia deve avviare una politica nel Mediterraneo per divenire il naturale punto di arrivo delle merci e dei prodotti asiatici. Non è una cosa piccola, è una cosa enorme.

Dobbiamo cogliere l’appuntamento con la storia. Gli investimenti in Cina e in India degli ultimi anni rappresentano il più grosso flusso di investimento della storia. Da due anni è cominciato quello che era prevedibile ed evidente: l’investimento cinese e poi indiano in Africa per l’energia e nell’America Latina per le risorse alimentari.. Si parla di 20 miliardi di investimenti nella prima fase. In questo momento, non c’è delegazione, non c’è paese africano, Libia compresa, in cui le politiche legate all’energia, non vedano una fortissima presenza cinese. A questa seconda fase non ne può non seguire immediatamente una terza, che secondo me è già iniziata, di investimenti cinesi negli Stati Uniti e in Europa. Abbiamo perso il tram degli investimenti americani in Europa, perché l’Italia era nel caos, e sono andati tutti nel Nord Europa. Abbiamo perso gli investimenti intra-europei, che sono andati in Spagna, e nei paesi dell’Europa dell’Est, adesso abbiamo questa grande occasione. Io ho già cominciato a parlare con i dirigenti cinesi, per istaurare questo rapporto, chiedendo loro condizioni per poterci preparare a svolgere questa grande funzione storica. È possibile che non ne saremo in grado, che il paese non ne capisca l’importanza. Certamente questo governo non lo sta capendo. Però ricordiamoci che questa è l’ultima grande occasione del Mezzogiorno. Poi si possono avere tante altre piccole cose, ma è capendo le nuove tendenze della storia che si ritorna al centro degli affari mondiali. Il Mediterraneo è scomparso dal mondo quando è stata scoperta l’America, ma adesso vi ritorna. Così la politica mediterranea diventa portatrice di pace ma anche di interesse nazionale.

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