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Diario americano 5

Written by Giulio Sapelli Thursday, 01 September 2005 02:00 Print

Eccomi ancora dinanzi a uno scoiattolo che corre veloce e mi guarda sornione, di sottecchi, e pare nel contempo essere altrove, con quello squisito e disperante spirito di contraddizione che non solo lo scoiattolo, ma anche molti altri animali hanno rispetto all’umano: essere per l’umano e nel contempo a esso rifiutarsi con ogni istintivo comportamento. Ma lo scoiattolo non è più quello del mio giardino nella via parallela a Washington Square, tra La Guardia Street e il mondo incantato del Village. Lo scoiattolo ora corre a Londra, in St. James Garden, e attorno a me c’è il mondo variopinto del Bank Holiday: è il 2 di un maggio profumato e odoroso di muschio e sono le 19 della sera ora locale. Ho rifiutato di seguire i miei compagni di viaggio in una cena che sarà da preludio a quelle che avremo domani e dopodomani con esponenti della comunità finanziaria, in un estenuante road show che proseguirà poi a Boston, Chicago, Montreal e che infine si concluderà a New York: ecco che lunga ed estenuante corsa... Una lunga attesa, quindi, prima di raggiungere e ritornare in tutt’altra veste nella mia amata, amatissima e disperata città, che mi appartiene come lo scoiattolo appartiene agli umani: tra il magone della vita quotidiana che consente di sognare e il desiderio, che si avvoltola su quel sogno, di essere altrove, altrove ora e sempre e per sempre.

 

L’esilio, pensando a Gertrude Stein…

Eccomi ancora dinanzi a uno scoiattolo che corre veloce e mi guarda sornione, di sottecchi, e pare nel contempo essere altrove, con quello squisito e disperante spirito di contraddizione che non solo lo scoiattolo, ma anche molti altri animali hanno rispetto all’umano: essere per l’umano e nel contempo a esso rifiutarsi con ogni istintivo comportamento. Ma lo scoiattolo non è più quello del mio giardino nella via parallela a Washington Square, tra La Guardia Street e il mondo incantato del Village. Lo scoiattolo ora corre a Londra, in St. James Garden, e attorno a me c’è il mondo variopinto del Bank Holiday: è il 2 di un maggio profumato e odoroso di muschio e sono le 19 della sera ora locale. Ho rifiutato di seguire i miei compagni di viaggio in una cena che sarà da preludio a quelle che avremo domani e dopodomani con esponenti della comunità finanziaria, in un estenuante road show che proseguirà poi a Boston, Chicago, Montreal e che infine si concluderà a New York: ecco che lunga ed estenuante corsa... Una lunga attesa, quindi, prima di raggiungere e ritornare in tutt’altra veste nella mia amata, amatissima e disperata città, che mi appartiene come lo scoiattolo appartiene agli umani: tra il magone della vita quotidiana che consente di sognare e il desiderio, che si avvoltola su quel sogno, di essere altrove, altrove ora e sempre e per sempre. Leggo un libro che non si legge più, anche se mi dicono che nell’accademia è stato da poco tempo rivalutato e ristudiato: «The Making of Americans» della Stein, che scoprii tanti anni or sono a Parigi, guardando in una piccola libreria a fianco della Sorbonne una sua fotografia dove lei era appoggiata all’inferriata di un giardino: il largo cappello e il vestito di broccato che fasciavano una testa volitiva e un corpo pesante. Acquistai il libro, enorme, di innumerevoli pagine: era una vecchia edizione nordamericana che, come scoprii in seguito, non riproduceva né l’edizione originale francese di pochissime copie e ben più voluminosa, né quella trascritta da Hemingway nel 1924. Era un’edizione ridotta a circa la metà, con alcune pagine mancanti, ma che mi fu sempre cara, forse perché mi ricordava un periodo di esilio e perché era scritto, quel librone, tra il 1906 e il 1908 da una donna che riconobbe le sue radici solo quando le ebbe appena abbandonate. Ricordo anche che, accanto alla fotografia della Stein, la libreria esponeva un’altra fotografia: quella della sua meravigliosa amante, quell’Alice Toklas che cambierà la vita a un’intera generazione con quell’amore appassionato e profondo tra donne che era una scandalosa avventura all’inizio del Novecento. Bellissima Alice, anche lei con un naso volitivo, inquietante nella forza e nella determinazione che rivelava. A matita, lo ricordo bene, il libraio – o il fotografo – aveva scritto, sotto la fotografia della Stein «1904». E «1906» era invece la data che si leggeva a margine della fotografia di Alice. Il fotografo era Arnold Gente, e la città in cui era stata scattata quella fatale foto di studio era San Francisco. Per tutta la vita Alice – che visse molti anni di più della Stein – rifiutò di parlare e di quell’amore e della sua amata. Quanto è difficile rielaborare il passato e quanto ci pesa! E questo forse spiega perché ci sentiamo, noi stessi, più lontani che mai dai luoghi in cui il passato ha germinato ed era presente e ci circondava con lo stupore quotidiano dell’essere. Solo allontanandoci dalla nostra vita così come era nel presente che continua – se a esso rimaniamo legati vivendo là dove esso si è dispiegato – possiamo liberarci dalla vita stessa. Di qui le narrazioni del passato e delle autobiografie.

Queste associazioni mi vengono dinanzi, come apparizioni in un cammino, ora che penso al mio viaggio e alle tappe che farò prima di giungere a New York. Non riuscirò certo a rileggere l’immenso libro di Gertrude. Del resto Edmund Wilson, credo in «Axel’s Castle», non aveva confessato di non esser mai riuscito a terminarlo? Posso farlo anch’io. Ma ora lo leggo a brani, a tratti e vi ritrovo l’interrogarsi sull’umano che non è antropologia, ma sofferenza della similitudine, ricerca sofferta della descrizione psicologica in un continuo apparire fenomenologico che è il fascino di questo libro illeggibile e tremendo per l’ambizione sistematizzante che in ogni pagina trabocca. L’ambizione è quella che brucia le anime dei grandi esiliati, che si scoprono legati alla terra ove sono nati e hanno avuto l’iniziale loro ascesa all’individuazione personalizzante solo quando sono lontani, lontani dalla loro terra e dai tormenti che da essa promanano e da cui essi vogliono fuggire. Solo allora si scoprono americani, o italiani, o tedeschi ed ebrei insieme (in quella straziante dilacerazione dopo lo sterminio che è il dramma immenso del Novecento), o peruviani, sì peruviani (penso al mio amato Mariategui, che si sentiva tale soltanto in un porto lontano dall’America del Sud, come affermava in «Alma matinal»). Così era per la Stein, certamente, e questo essere estraniati, sfuggenti e rifuggenti nell’esilio, consentiva di illuminare i frammenti della vita con una luce alta e solare, come quella che amiamo nei quadri di Piero della Francesca. E che è la luce della lontananza e del viaggio nell’anima. Claudia Sonino mi ha insegnato a comprenderla, quella luce, con i suoi splendidi scritti ebraico-tedeschi, senza i quali sarei tanto più povero.

Così, oggi, per me, pellegrino in un immaginario esilio, quel dramma è anche il mio: il dramma della lacerazione che è molto più profondo di quanto ci consegna il debole pensiero della retorica identitaria – ché sempre apparteniamo a più realtà e a più patrie spirituali, ma diverso è l’esser posti dinanzi a tale diversità di luoghi dell’anima anche nella vera vita, nella vita activa della Arendt, che solo ora meglio riesco a comprendere.

Il divenire quotidiano nelle cose ci pone dinanzi allo straniamento, nelle lingue, nelle relazioni, nelle pratiche, che sono così diverse da prima nell’immediatezza della vita e che, quindi, non consentono più quella continuità spaziale tra passato e presente e immaginario futuro.

 

Lotta politica, classi politiche…

Ma l’esilio così immaginario e perfetto nella sua simulazione per me termina allorquando mi accorgo che sono già in un altro mondo: quello della lotta politica anglosassone, assai diversa, nel suo strutturarsi, da quella europea e continentale. Ma essa mi fa sentire certo più esiliato, ma meno solo, perché mi riporta intatta una passione soffocata quasi trent’anni or sono, ma mai sopita del tutto.

Preludio agli USA, pur nelle immense diversità che esistono tra gli States e il Regno Unito? Può darsi. Ma sì, certo è così. Ne sono consapevole quando torno in albergo, dopo una lunga passeggiata per me inconsueta e una cena con un amico del cuore che illumina i miei passi in questi ultimi bagliori della mia vita. È così, me ne accorgo quando accendo la televisione nella mia tranquilla camera d’albergo e vedo sul piccolo schermo Tony Blair che discute animatamente con un gruppo di giovani studenti in uno studio televisivo dimesso quanto mai. Non vi sono cartoons alle pareti, non appaiono a tratti signorine che leggono inutili comunicati, non ci sono diffusori di false notizie sulle opinioni dei popoli e sugli orientamenti ideali, alimentari, sessuali e via dicendo di tali popoli. C’è soltanto un giornalista cattivissimo, in piedi dinanzi a un piccolo podio e accanto a lui il candidato sfidato dagli altri attori che dopo o prima di lui sfileranno o sono già sfilati dinanzi a platee di persone interessate, attente e non disposte a concedere nulla all’interlocutore. Anticipo degli States, dicevo, ma non solo per lo stile non collusivo, non ammiccante di tutti i protagonisti. Qui la scena mediatica è un’arena, una gabbia di leoni da cui l’interlocutore principale si deve difendere e in cui, quindi, appare dinanzi a noi la vera nuda e cruda forza  del principio di associazione tocquevilliano. Non vale di per sé, ma vale in relazione alle altre associazioni. Associazioni che si confrontano e si sfidano e proprio per questo sono non in alternativa, ma certo in autonomo rapporto rispetto allo stato e alle sue stratificazioni sociali, ai suoi ceti, alle sue classi politiche. Qui vien bene in vista che le classi politiche muovono all’occupazione temporanea dello Stato, ma a esso non appartengono, come invece accade nella storicamente piramidale Europa e nella storicamente totalitaria Asia. Appartengono piuttosto alla sovranità generale che è incarnata non dal collegio, non dal mandato imperativo contro il quale il grande Burke si scagliava, quanto, piuttosto, dalla pubblica opinione. È da quest’ultima che dipendono, è di quest’ultima che sono servi. E possono esserlo liberamente – nella dialettica eterna tra servitù e libertà che fonda la politica come servizio al bene comune o come ora si usa asetticamente dire, al bene pubblico – e possono esserlo liberamente perché essa è fondata – anch’essa, anche la pubblica opinione! – sul principio di associazione. Blair suda, s’infuria, sembra cedere e cadere e poi, tuttavia, risale nel dibattito, mai lasciato a gongolare su se stesso, mai lasciato a godere degli allori che pure potrebbe avere e di cui potrebbe vantarsi. Per questo appare dinanzi a me come un gigante quando lo pongo in relazione con i politici italiani ed europei e mi sorge spontanea la convinzione che quando salirà sul più ufficiale podio della presidenza europea – perché sicuramente vincerà le elezioni, qui, nel Regno Unito – sarà in grado di far volare antichi arredi e antiche culture con il suo vento rinnovatore. Non c’è europeista più convinto di un euroscettico intelligente che vuol unire e non dividere liberalizzazione dei mercati e unione politica.

 

… guerra

Ma ciò che già mi porta nel clima nordamericano e newyorkese è il contenuto prevalente di questo animato dibattere televisivo che mi ha incatenato. Il tema prevalente, infatti, è la guerra in Iraq, contro la quale la stragrande maggioranza degli interventi si scaglia. Blair tenta a ogni piè sospinto di far deviare i temi del dibattito verso i sentieri fioriti della crescita economica e delle riforme in positivo dello Stato sociale che in questi ultimi anni ha realizzato, a partire dall’aumento dell’occupazione (dove, in verità, l’impiego pubblico svolge un ruolo di non poco conto, segnando una profonda inversione di tendenza nelle politiche per l’impiego rispetto al passato). Ma a nulla servono i suoi sforzi. Il giornalista, del resto, insiste anch’egli su questo tema, perché ha compreso che questo è il punto di debolezza del leader rispetto al fuoco di aspettative generatosi dalla relazione comunicativa. Non si sfugge. La denuncia è in primo luogo sull’iter decisionale con cui si è giunti alla guerra, all’intervento armato. Nessuno insiste sul nesso delicatissimo che emerge dal dibattito internazionale su democrazia e guerra. Nessuno insiste sul cambiamento di prospettiva profonda che questo tema evoca per il disporsi della comunità internazionale rispetto, in primo luogo, a se stessa. Da Kant a Hobbes, insomma: ecco quello che sta accadendo. E lo stare in compagnia di Hobbes anche in teoria (ché in pratica sempre si era compagni dell’autore di «Beemoth») induce a conseguenze di non poco conto, perché il «concerto delle nazioni» (ricordate il libro di Kissinger su Metternich? Ecco, proprio quello) non è più il concetto regolatore dell’ordine mondiale. Lo è il diritto umanitario di intervento, con tutte le aporie che questo concetto porta con sé nell’attuale situazione storico-concreta. Essa, infatti, è quella di un simulacro di governo mondiale, senza potere e con effetti controintuitivi nel migliore dei casi e senza sottrazioni di fatto alle sovranità nazionali. Sottrazioni senza le quali il governo mondiale non si fa, per il principio di non contraddizione che non lo consente.

La guerra continua, in Iraq, nonostante tutto: è ora guerriglia contro un gigante armato e contro tanti nani semiarmati o disarmati a esso alleati. Ma ciò che conta, per gli interlocutori del dibattito qui a Londra, dicevo, è il fatto che secondo loro Blair ha mentito dinanzi alla pubblica opinione rispetto al tema dell’esistenza o meno delle armi di distruzione di massa. Il rispetto per l’imparzialità di chi ha responsabilità di governo dovrebbe sempre rendere evidente che la lealtà nei confronti di coloro che incarnano la sovranità dovrebbe essere la stella polare dei governi medesimi. In tal modo, così dicono alcuni, si rispetta la nazione e si affrontano con trasparenza anche i problemi sollevati da quell’intervento. È questo che Blair non ha fatto. Si tratta di una esigenza di pulizia procedurale, insomma, dinanzi alla quale tutto passa in secondo piano, anche la potenza imperiale. E si evocano misteriose morti, inchieste carenti su scandali e malefatte che vengono imputate ai membri docili di un governo che viene messo moralmente in discussione. Blair non risponde su questo terreno. Ogni volta riporta l’oggetto della questione su un altro piano: quello della legittimità machiavellica – il fine giustifica ogni mezzo – dell’esportazione della democrazia anche con la forza. Ciò tutto legittima e tutto giustifica. Vengono a mente le lezioni americane di Leo Strass su Machiavelli e l’avversione che da quelle lezioni promanava e promana sul più grande scienziato politico ante litteram che la modernità abbia fatto scaturire dalle sue viscere avvoltolate tra il bene, il male e il principio di potenza e del potere. Mi colpisce questo allinearsi di Blair al nuovo pensiero dominante delle relazioni internazionali, ma non mi stupisce quanto decisiva e fervente sia l’argomentazione. Più morale che politica, più predicatoria e urlata che ragionata. Lo spirito di potenza si staglia dinanzi a me come intervento eccezionale e decisivo sulla base del principio di comando e di eccezione. Un fremito mi coglie. Penso a Schimdt e ai suoi discepoli italici (i vari Cacciari e compagnia) che tanto hanno devastato coscienze e pratiche negli ultimi trent’anni in Italia.

Naturalmente tutto questo dibattito, in cui Blair, mi pare, non dà il meglio di sé, scaturisce dal fatto che ieri non soltanto si è dispiegata per Londra un’imponente manifestazione per la pace, ma che il giornale che veniva regalato a colpi di centinaia di migliaia di copie ai manifestanti era il «Sunday Times». Esso pubblicava come scoop un documento segretissimo: un memo di Downing Street su una riunione svoltasi il 23 luglio 2002 tra Blair stesso, il ministro della difesa, il ministro degli esteri, l’Attorney General (ossia la somma autorità del potere giudiziario) e altri, tra cui spiccavano i dirigenti in più alto grado dei servizi segreti. Il contenuto del memo è una conferma di quanto si dice da tempo sulla stampa internazionale, ossia, che ben prima del fatidico giorno in cui Bush ebbe dal Congresso il via libera per l’intervento armato in Iraq – era il 16 ottobre del 2002 – i servizi segreti inglesi confermavano che il gruppo di potere raccolto attorno a Bush già pensava in modo deciso e pianificato alla guerra e si arrovellava solo sul modo migliore per garantirsi mano libera da parte di oppositori internazionali e da critici di varia natura, istituzionali e non. Dal memo emerge che gli USA avevano già deciso, mesi prima dell’invasione, di boicottare qualsiasi azione dell’ONU e che erano ben determinati nel creare un incidente o produrre dei materiali che avrebbero giustificato l’intervento. Di qui le timidezze e le oscillazioni degli inglesi. Blair e i suoi collaboratori insistono perché l’ONU non sia sconfessato nella sua azione (gli ispettori e l’atteggiamento di Saddam nei loro confronti potrebbe allora giustificare l’invasione), e perché il diritto internazionale non sia calpestato brutalmente (gli inglesi aderiscono alla Corte penale internazionale di cui non fanno parte, come è noto, gli USA). Ma in definitiva, trapela dal documento che la scelta anche per il gruppo raccolto attorno a Blair è già stata fatta.

Un passo è essenziale, di quel memo. Un passo che mi sono trascritto nella mia agenda, perché ha un significato ben più generale: «But the intelligence and facts were being fixed around the policy».

Il che è come dire che è la ragion di Stato che ha deciso e che deciderà. È sempre stato così, del resto. Non c’è da stupirsene. Ma ciò che fa l’oggi diverso dallo ieri è che nell’oggi, nel nostro eterno presente quotidiano, la ragion di Stato si squaderna dinanzi agli occhi di tutti. E ciò accade non per la forza della pubblica opinione, che esiste, del resto, in ben poche nazioni al mondo, quanto per la debolezza istituzionale della ragion di Stato medesima, trafitta com’è da pressioni, incrinature delle cortine del silenzio, eccessi demagogici che traboccano da ogni dove e da cadute di fede nella legalità continue e possenti. Il fatto che un quotidiano pubblichi un documento di tal fatta segnala che è in corso una lotta nei segreti recessi dello Stato, oppure che si sfarina la cortina di separatezza che sempre ha difeso il potere dagli scossoni superficiali che derivano dal principio di maggioranza. Si è dinanzi alle ragioni ultime, del resto, del potere: è l’alternativa tra la guerra e la pace, tra la vita e la morte. E Blair non può far nulla, io credo, per non seguire gli USA nella loro corsa al dominio mondiale, cercando di moderarne il totalitarismo e di accompagnarne il solitario dispiegarsi sino a renderlo meno solitario e solipsistico. Il ruolo del Regno Unito, oggi, è quello che già Bevin e Attlee identificarono con coraggiosa indipendenza di giudizio all’indomani della seconda guerra mondiale: far da cerniera tra USA ed Europa e impedire a quest’ultima di ricostituirsi come area di potenza in alternativa agli USA, pena la possibile caduta in nuove guerre fratricide e in nuovi nazismi e fascismi quali si erano determinati tra le due guerre mondiali del Novecento (oggi vorrebbe dire bloccare ogni forma di crescita economica). E quel legame con l’Europa poteva altresì essere la piattaforma del contributo che gli USA avrebbero potuto dare, in versione antifascista, al contenimento dello stalinismo. E Berlino confermò la giustezza e la preveggenza di quella politica internazionale, quando l’intervento nordamericano nella crisi postbellica e nel blocco sovietico della città fu determinate. Quanto lungimirante fosse quella politica laburista in alternativa alla miopia dei conservatori dinanzi ai problemi europei (la Thatcher non è che il risultato di una lunga storia), esplose altresì dinanzi agli occhi del mondo quando la crisi di Suez frantumò per sempre il dominio imperiale britannico nel Mediterraneo e con esso impose la riformulazione delle gerarchie del comando militare e geostrategico rispetto alle fonti energetiche di quell’area decisiva dello scacchiere mondiale. Senza l’iniziativa laburista, ostacolata più che mai dal gollismo francese, ma inutilmente, del resto, l’Europa di oggi non sarebbe quella che è, e il pericolo di una rottura transatlantica sarebbe assai più grave e tragico. Blair non fa che seguire Attlee e Bevin, ne sono convinto, e la sua mediazione è stata continua e solenne, tragica, per certi versi, nei confronti di una guerra che non doveva iniziare e che solo il Regno Unito, tuttavia, si è ritrovato a dover appoggiare massicciamente dinanzi al rifiuto dell’asse franco-tedesco di far pressioni su un alleato riottoso e dominante.

Questo ruolo storico di Blair rimane oscurato dalle polemiche sulla guerra e dal ruolo degli USA, che hanno scelto lo strumento peggiore per risolvere un problema reale: quello del dominio del mondo in una società interdipendente (il problema vero non è il terrorismo, che è uno specchietto per le allodole! Pur pericoloso e pieno di incognite e di drammi sanguinosi e devastanti, ma che non si combatte con la guerra di posizione). Hanno scelto il metodo delle cannoniere, vecchio di secoli e incapace di dare frutti che non siano quelli dell’aumento del disordine mondiale. Ma in tal modo l’unilateralismo si accentua e diviene strumento di dominio necessario e di fatto approvato dalla comunità internazionale, incapace di sollevarsi dall’ignavia, dalla viltà, dall’incapacità di compiere l’unica scelta ragionevole e possibile: dotarsi di una forza militare sovranazionale e capace tanto di interposizione quanto di repressione in caso di gravi crisi internazionali e di minacce alla sovranità degli Stati. Ma è proprio quest’ultimo paradigma che oggi è messo in discussione come elemento regolatore dei comportamenti e delle azioni. Al suo posto emerge il diritto di intervento umanitario. Emerge dapprima come strumento benevolente richiesto dalla coscienza infelice del mondo sviluppato nei confronti del mondo in via di sviluppo, percorso da terribili ingiustizie e nequizie. Penso ai profughi, al loro dramma su scala mondiale e al dovere di coscienza che oggi i potenti seduti nello scassato grattacielo di New York sentono di poter placare con aiuti di ogni sorta. Ma se si leggono i libri più terribili e interessanti su questi temi, che non sono gli infermi teoremi dei professori di diritto internazionale, ma le vivide testimonianze di coloro che hanno lavorato sul terreno, a contatto diuturno con le popolazioni e i problemi dell’infelicità e del male, ebbene, c’è da perdere ogni speranza. Penso al libro della Sadako Ogata,1 impegnata sul fronte degli aiuti in paesi quali il Kurdistan iracheno, e penso alle strazianti memorie di Romé Dallaire – uno dei capolavori della coscienza dilacerata del secolo che è morto – testimone del massacro dei tutsi da parte degli hutu con l’aiuto sistematico e perverso dei francesi e di Mitterand in prima persona: l’organizzazione di un genocidio su scala di massa che rimarrà tra gli orrori più grandi del Novecento.2 Ebbene, da quelle drammatiche testimonianze emerge come l’intervento umanitario sia stato quasi sempre l’antesignano del blocco, da parte del Consiglio di sicurezza, di qualsivoglia intervento militare diretto a separare i contendenti, a prender posizioni dalla parte dei deboli e degli inermi. Spesso i caschi blu dell’ONU, il dramma di Sebrenica docet, assistevano ai massacri, come i sovietici dinanzi a Varsavia, senza muovere un dito. Si moriva con la pancia piena, ma era una questione di ben poca differenza. E i sovietici di oggi non erano guidati da una precisa strategia di domino che puntava sullo stermino di una classe dirigente per meglio dominare la Polonia in futuro, quanto, invece, dalla viltà internazionale dei dirigenti dell’ONU che hanno le mani macchiate di sangue e non solo di corruzione. È la spietata regola della ragion di Stato che sovradetermina tutti i cosiddetti interventi umanitari e di peace keeping che dir si voglia. Quindi prendersela con Blair perché fa ciò che fan tutti con una coloritura evangelica e ideologica è ingiusto. Tanto più che la sua ispirazione religiosa mi pare assai diversa da quella di Bush e dei suoi amici.

E, in fondo, Blair non fa che far luce nella scatola nera del potere internazionale.

Anticipi di Nord America e meditazioni sul terrore della guerra si intrecciano.

Sin qui conducono, per impervi sentieri, gli scoiattoli del Regno Unito, scorrazzanti nel parco di una città non europea, ma transatlantica.

 

Bibliografia

1 S. Ogata, The Turbulent Decade: Confronting the Refugee Crises of the 1990’s, Norton, New York 2005.

2 R. Dallaire (con una prefazione di Samantha Power), Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Ruanda, Carroll and Graf, New York 2005.

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