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Perché Washington ha bisogno dell'integrazione europea

Written by Ronald D. Asmus Thursday, 01 September 2005 02:00 Print

È tempo per l’America di riconsiderare la sua politica nei confronti dell’UE e dell’integrazione europea in una prospettiva più ampia. A fronte delle sfide del XXI secolo e del mutare delle priorità ed esigenze, gli Stati Uniti dipendono oggi più di ieri dall’UE e dal suo successo. Già oggi, per conseguire i suoi obiettivi primari di politica estera – difendere il proprio territorio, vincere la «guerra al terrore» e promuovere la diffusione della libertà e della democrazia nel mondo – l’America ha sempre più bisogno di un’Europa forte, politicamente coesa e aperta verso l’esterno. Oggi per gli USA l’efficacia dell’UE non è meno importante di quella della NATO.

 

È tempo per l’America di riconsiderare la sua politica nei confronti dell’UE e dell’integrazione europea in una prospettiva più ampia. A fronte delle sfide del XXI secolo e del mutare delle priorità ed esigenze, gli Stati Uniti dipendono oggi più di ieri dall’UE e dal suo successo. Già oggi, per conseguire i suoi obiettivi primari di politica estera – difendere il proprio territorio, vincere la «guerra al terrore» e promuovere la diffusione della libertà e della democrazia nel mondo – l’America ha sempre più bisogno di un’Europa forte, politicamente coesa e aperta verso l’esterno. Oggi per gli USA l’efficacia dell’UE non è meno importante di quella della NATO.

Il no della Francia e dell’Olanda al Trattato costituzionale europeo ha chiaramente aperto una profonda crisi nell’UE. Se qualche conservatore americano si è forse abbandonato a un momento di Schadenfreude per le attuali difficoltà europee, per gli Stati Uniti non è certo questo il momento adatto per distanziarsi dall’UE o per rallegrarsi delle sue difficoltà. Di fatto, paradossalmente, questa crisi ha creato un’opportunità per la politica USA. Il no alla Costituzione ha alimentato un dibattito più approfondito sulle ragioni e i contenuti dell’Unione europea, e su come possa o debba essere ricostruita. Uno dei temi centrali di questo dibattito è il futuro dei suoi rapporti con il mondo esterno, in particolare con gli Stati Uniti, e il suo esito potrebbe essere notevolmente influenzato dalla posizione di Washington.

Ma per cogliere quest’opportunità, l’amministrazione americana deve assumere nei confronti dell’UE un atteggiamento di attivo sostegno. Il problema fondamentale dell’Europa di oggi è la sua debolezza. Gli Stati Uniti dovrebbero sostenere la creazione di un’UE in grado di assumere un ruolo di attore strategico globale, disponibile per affrontare in comune le sfide che si presentano in tutto il mondo. Sul piano filosofico, si tratta di tornare allo spirito che presiedeva alla politica USA degli anni Cinquanta e Sessanta, sotto i governi di Eisenhower e di Kennedy, quando Washington si schierò decisamente in favore dell’integrazione europea. I leader della politica americana credevano infatti che da questo processo avrebbe potuto emergere un’Europa unificata e atlantista. In termini pratici, gli Stati Uniti dovrebbero adottare politiche volte a rafforzare, tra gli Stati europei, quelli che condividono questa visione dell’UE, che sono pronti al lobbying per sostenerla e disposti a impegnarsi per il ripristino dei rapporti USA-UE. In altri termini, anziché mostrarsi ambivalenti a addirittura ostili al progetto europeo, gli Stati Uniti farebbero bene a cercare di sostenerlo, incoraggiando al tempo stesso l’UE a una posizione il più possibile atlantista e aperta verso l’esterno.

Se di fatto la creazione di una forte UE coincide con gli interessi degli Stati Uniti, un riorientamento della politica USA in questo senso contribuirebbe oltretutto a ridare smalto all’immagine che dell’America hanno gli europei. In altri termini, sarebbe non solo una dimostrazione di intelligenza strategica, ma anche un atto di buona diplomazia. Il progetto dell’UE è tuttora la prima priorità per l’Europa, nonostante l’insuccesso dei referendum in Francia e in Olanda. Se c’è un aspetto della politica americana che in questi ultimi anni ci ha alienato le simpatie europee, sono certamente i discorsi a ruota libera che si ascoltano a Washington su come dividere l’UE o sabotare l’integrazione europea. In Europa, infatti, la percezione di una posizione ambivalente, se non ostile, nei confronti di quella che rappresenta una preoccupazione prioritaria, non può che creare un senso di risentimento; mentre per converso, nulla più di un chiaro ed esplicito appoggio americano alla creazione di una forte UE potrebbe essere utile al ripristino di un clima favorevole e sereno.

 

Dalle origini dell’atlantismo alla tesi gollista del contrappeso

Oggi si tende spesso, su entrambe le sponde dell’Atlantico, a dimenticare che in origine il progetto europeo era atlantista. Jean Monet e i suoi colleghi erano atlantisti convinti. Analogamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, Washington era pienamente favorevole all’integrazione europea. Per quella prima generazione di costruttori dell’Europa unita, i discorsi oggi in voga sull’UE come contrappeso alla potenza americana sarebbero inconcepibili; così come sarebbe impensabile, per l’establishment della politica estera americana di quei decenni, l’atteggiamento euroscettico attualmente diffuso in alcuni ambienti conservatori americani. In quegli anni l’idea che un cancelliere tedesco potesse puntare su sentimenti anti-americani nella sua campagna elettorale, o che il suo omologo americano utilizzasse, in circostanze analoghe, spunti di polemica antifrancese, sarebbe stata considerata irresponsabile e assurda.

Negli anni Cinquanta esistevano indubbiamente in Europa atteggiamenti antiamericani, e d’altra parte nei primi anni del dopoguerra non tutti gli americani erano atlantisti e filo-europei. Ma per quella generazione di leader dei due continenti, i progetti atlantici e quelli europei erano complementari e intrinsecamente legati: c’era da parte loro un profondo e attivo coinvolgimento per sostenersi reciprocamente ai fini del successo dei rispettivi progetti. Oggi, al contrario, la NATO è vista da molti come un progetto tutto americano, e l’UE come qualcosa di interesse soltanto europeo. Negli anni Cinquanta accadeva spesso il contrario: gli europei erano i maggiori sostenitori della NATO, mentre gli americani apparivano addirittura come falchi del progetto d’integrazione. E da entrambe le parti ci si considerava istintivamente come partner naturali nell’impegno per la costruzione di un ordine mondiale migliore.

Da allora molte cose sono cambiate. Il mutamento di rotta può essere attribuito in larga misura al presidente francese Charles de Gaulle, determinato a fare del progetto dell’allora CEE qualcosa di specificamente europeo e non atlantista. Quella che intendeva creare era un’Europa liberata dall’influenza americana, non complementare né legata al progetto atlantico ma nettamente distinta: una tesi oggi nota come teoria del contrappeso. La correzione di rotta attuata da de Gaulle ha contribuito, tra l’altro, a determinare il riorientamento politico e intellettuale americano che oggi constatiamo. Difatti, poiché l’integrazione europea si è andata sviluppando in un senso che negli USA appariva a molti di segno antiamericano, anche la posizione di Washington è diventata sempre più ambivalente.

Per buona parte dei due decenni successivi, Washington e Parigi si erano ingolfate in una sorta di match di lotta libera, in cui si disputava il peso relativo che il quadro atlantico e quello europeo avrebbero dovuto avere nei futuri rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa. Tuttavia, le esigenze della guerra fredda imponevano una certa disciplina. Per affermare le rispettive posizioni, entrambe le parti cercarono di mobilitare varie coalizioni, mentre altri paesi, tra cui in particolare la Germania, cercavano di costruire ponti, evitando di dover scegliere tra Washington e Parigi. Mentre l’integrazione europea andava avanti, la maggior parte degli Stati alleati era riluttante a sostenere i piani francesi, che rischiavano di pregiudicare il quadro atlantico. Ma dopo il tracollo del comunismo e il ritiro della potenza russa dal continente, i temi del futuro dell’Europa, dell’accelerazione del progetto europeo della riorganizzazione dei rapporti USA-UE tornarono d’attualità.

Bill Clinton, il primo presidente americano del dopo-guerra fredda, è stato anche, dopo John F. Kennedy, l’inquilino della Casa Bianca che ha dato il maggiore appoggio all’UE e all’integrazione europea. Aveva a cuore la costruzione di un’Europa integra e libera, e sosteneva la visione di un’UE rafforzata fino a poter diventare un partner globale degli Stati Uniti. Fu Clinton a raggiungere un’intesa, sintetizzata in un’unica frase, volta a ricondurre la Francia nella NATO e a riconciliare il progetto atlantico con quello europeo. Quella frase era una formula di compromesso su chi avrebbe assunto, nell’ambito della NATO, la guida del Comando dell’area meridionale dell’Alleanza. Non si può fare a meno di chiedersi fino a che punto la completa attuazione di questo concetto avrebbe potuto mutare il quadro generale, sia per quanto riguarda il successivo dibattito sulla Politica di sicurezza e difesa europea (PSDE) che in ordine alle difficoltà tra l’UE e la NATO. In ogni caso, Clinton riteneva che gli USA avessero tutto l’interesse a incoraggiare un’UE forte e unificata, fino a diventare un attore sulla scena mondiale, e non condivideva i timori di molti esponenti della politica estera di Washington, che consideravano le aspirazioni dell’UE come una minaccia per gli USA.

In quello stesso periodo, a Washington il consenso su questa questione aveva iniziato a sfaldarsi. Verso la fine degli anni Novanta incominciò a emergere, in occasione di vari dibattiti – sulla politica della PSDE o sulla dichiarazione franco-britannica di Saint Malo del 1998 – l’ambivalenza dei conservatori, o anche la contestazione esplicita del sostegno americano al progetto europeo. Dopo l’insuccesso dei suoi sforzi per reintegrare la Francia nella NATO, il presidente Jacques Chirac tornò alle sue radici golliste, e sostenne a gran voce la tesi del «contrappeso». In questo modo contribuì ad approfondire il crescente scetticismo di alcuni circoli americani, che si chiedevano se il sostegno di Washington all’ UE avesse ancora un senso.

Con l’avvento dell’Amministrazione di George W. Bush, buona parte di questi contrasti è emersa in piena luce. Durante il primo mandato del presidente, vari esponenti dei massimi livelli si sono pubblicamente dichiarati agnostici o critici sul progetto europeo. Anche se queste opinioni non sono mai assurte al rango di politica ufficiale, i discorsi a ruota libera sulla dissociazione hanno fatto rabbrividire gli alleati europei. I toni sprezzanti e i commenti al vetriolo delle due sponde dell’Atlantico a proposito dell’Iraq hanno rischiato di degenerare. Se c’è una cosa che manda su tutte le furie gli americani, è il coro di voci europee contro gli Stati Uniti, divenuti all’improvviso il nuovo pericolo che l’UE dovrà affrontare. E d’altra parte, a suscitare il risentimento degli europei è soprattutto il tentativo, attribuito a torto o a ragione agli Stati Uniti, di adottare verso i suoi precedenti alleati una politica di divide et impera.

In quest’ultimo decennio, la politica americana, sia democratica che repubblicana, è stata per lo più inefficace. Se l’amministrazione Clinton credeva in un’Europa forte e nell’integrazione europea, si preoccupava al tempo stesso dell’eventualità che l’UE adottasse politiche suscettibili di pregiudicare l’Alleanza. Per questo ha portato avanti una politica che associava a un sostegno di principio una tattica di vigilanza su questioni di dettaglio attinenti alla PSDE e ad altre tematiche. Il risultato è apparso spesso contraddittorio, tanto da non consentire agli Stati Uniti di conseguire il grado d’influenza e i risultati ai quali aspiravano. Quando entrò in carica, l’Amministrazione Bush contava tra i suoi ranghi un buon numero di euroscettici. Questo governo ha fatto un passo indietro rispetto al sostegno di principio offerto dall’Amministrazione Clinton, e non di rado l’ambivalenza dimostrata fin dall’inizio nei confronti dell’UE, così come la politica unilaterale di Bush e l’aperta ostilità di alcuni esponenti conservatori hanno messo in difficoltà gli amici atlantisti dell’America, e di fatto hanno rafforzando gli oppositori euro-gollisti, per i quali era ormai dimostrato che gli Stati Uniti non sarebbero mai stati capaci di trattare l’Europa come un partner di pari livello. Anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica europea si è pericolosamente spostato in senso antiamericano: certo, gli atlantisti esistono ancora, e sono in buon numero, ma se c’è qualcosa che vorrebbero veder mutare radicalmente, questa è la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’UE.

Se dunque per Washington è venuto il momento di rivedere a fondo la sua politica verso l’Europa e l’integrazione europea, il punto di partenza deve essere una visione chiara di quelli che sono gli interessi americani. Gli attuali problemi degli Stati Uniti sono in parte dovuti al fatto che la loro politica è in qualche modo condizionata dalle contrastanti valutazioni dell’attuale dibattito europeo sulle ragioni e i contenuti dell’UE e sul suo futuro. Anziché tenere ben presenti i propri interessi, l’America si è lasciata andare a una politica reattiva, che in un certo senso potrebbe essere definita al tempo stesso passiva e aggressiva, in risposta alle correnti diverse e talora contraddittorie del dibattito in atto in Europa. Ma non dovrebbero essere queste correnti a condizionare il corso della politica di Washington, né ad influenzare le sue decisioni al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

 

Perché l’America ha bisogno dell’UE

Gli Stati Uniti hanno un reale e crescente interesse per il successo dell’UE e dell’integrazione europea per quattro ragioni fondamentali.

La prima risiede semplicemente nel sostegno da dare alla pace e alla stabilità in Europa. Si tende spesso a dare per scontato che l’Europa abbia cessato di essere teatro di conflitti e competizioni geopolitiche, ma in realtà la pace in Europa è un risultato storico straordinario, per raggiungere il quale statisti americani ed europei hanno cooperato per gran parte del secolo scorso. Il fatto che per gli Stati Uniti la pace e la sicurezza in Europa siano una necessità vitale è fin troppo ovvio. Basti immaginare come si presenterebbe il quadro mondiale se oggi, oltre ai problemi del Medio Oriente allargato e dell’Asia, gli Stati Uniti dovessero far fronte al rischio di uno sconvolgimento strategico sul continente europeo. Il successo dell’Unione europea costituisce la miglior garanzia per il mantenimento della pace, della democrazia e della sicurezza nei decenni a venire.

La seconda ragione è che l’UE ha per Washington un’importanza cruciale, in quanto rappresenta un magnete in grado di esercitare influenza al di là dei suoi confini, contribuendo a vincolare all’Occidente le giovani e ancora fragili democrazie situate alla periferia del continente. Sono molti i paesi in lista d’attesa per poter instaurare rapporti più stretti con l’UE e con la prospettiva di entrare infine a far parte dell’Unione. Questa lista comprende innanzitutto gli Stati dei Balcani e la Turchia, ma anche quelli dell’Eurasia, quali l’Ucraina, la Georgia e il Caucaso meridionale.

Il ruolo potenziale dell’UE nel processo di trasformazione di questi paesi è di primaria importanza. La prospettiva di entrare a far parte dell’Unione europea costituisce un fattore chiave per la soluzione a lungo termine di molti problemi tuttora irrisolti – quali ad esempio il raggiungimento di uno status definitivo per il Kosovo, e della pace in tutta l’area dei Balcani. Se poi guardiamo alla Turchia e ai drastici cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni, appare chiaro che il desiderio di entrare a far parte dell’UE ha avuto, nei recenti impulsi riformisti, un peso ben più determinante di quello della NATO.

Mentre gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo chiave nel favorire l’emergere delle forze democratiche in paesi quali la Georgia e l’Ucraina, la bandiera più spesso innalzata dai leader delle rivoluzioni rosa o arancio sulle sedi dei loro uffici, a Tblisi o a Kiev, è quella dell’UE: un modo per segnalare la loro aspirazione a muoversi in direzione dell’Occidente.

La semplice realtà dei fatti è che l’UE, con il suo approccio integrazionista globale, ha un’importanza decisiva, ed è oltretutto meglio attrezzata per stabilizzare il cambiamento in questi paesi. Gli americani hanno giustamente concluso che il loro inserimento nell’UE corrisponde ai propri interessi di sicurezza: ecco perché Washington sostiene con tanto entusiasmo l’allargamento dell’Unione europea. Ma solo pochi americani si chiedono come dovrà configurarsi l’evoluzione europea per far fronte a questa sfida, e in che modo gli Stati Uniti possono aiutare l’UE a raggiungere l’obiettivo. La risposta è che per avere la capacità e la volontà di proseguire sulla via dell’allargamento, vincolando così questi nuovi paesi all’Occidente, l’Unione europea ha bisogno di coesione politica, unità e fiducia in se stessa.

La terza delle principali ragioni per le quali gli Stati Uniti sono sempre più interessati al successo dell’UE è la necessità di una cooperazione strategica tra Stati Uniti e Unione europea, per far fronte alle nuove sfide del XXI secolo. Proviamo a immaginare due diverse liste delle priorità americane nel campo della cooperazione con l’Europa: la prima riferita agli anni 1975-1985 (l’ultima fase della guerra fredda), e la seconda alla situazione quale si profila da oggi alla fine del prossimo decennio. Si può dire senza timore di smentita che la grande maggioranza delle priorità della prima lista rientrerebbero nelle competenze della NATO, mentre la seconda si presenterebbe in maniera molto diversa: oggi l’elenco dei temi di carattere militare che implicano il coinvolgimento della NATO è assai più ridotto, a fronte di una prevalenza delle problematiche di carattere più globale, per le quali l’UE ha le proprie responsabilità, o aspira ad averle in futuro.

Una delle massime priorità attuali è la sicurezza interna, che è anche sempre più al centro dell’attenzione europea. Non a caso, a sostenere con forza l’integrazione europea è soprattutto il Dipartimento americano per la sicurezza interna. I suoi successi dipendono infatti in larga misura dalla cooperazione tra gli USA e un’Unione europea forte, unita e integrata. La sicurezza interna è la prima linea di difesa degli Stati Uniti contro futuri attacchi terroristici. Nella sua conferenza stampa di fine mandato, il segretario per la sicurezza interna uscente, Tom Ridge, si è detto spiacente di aver tardato troppo nel ricercare i contatti e la collaborazione dell’UE. Il suo successore, Michael Cherthoff, si è recato a Bruxelles fin dall’inizio del suo mandato. In futuro questi rapporti non saranno meno importanti di quelli intercorsi in passato tra gli USA e l’Europa in campo militare, e tenderanno sempre più a passare per il tramite dell’UE.

Questi sviluppi acquistano particolare rilievo nel campo delle iniziative che più caratterizzano l’Amministrazione Bush: la guerra al terrorismo, la lotta contro la diffusione delle armi nucleari, biologiche e chimiche e la promozione della libertà e della democrazia nel mondo. In tutti questi campi, un’Europa più forte ed efficace potrebbe essere un partner di importanza cruciale. Di fatto il sostegno dell’UE, con la sua legittimità e le sue risorse, è un elemento cruciale per il successo degli Stati Uniti in quest’impresa. Certo, nella «guerra al terrorismo» la NATO può e deve assumere un ruolo di sostegno, ma per l’America l’UE non è meno importante su questo fronte. Ciò è vero soprattutto quando si tratta di affrontare le cause all’origine del terrorismo e di combatterlo con politiche nuove, quali la promozione della democrazia, la crescita economica, gli scambi, nonché di intervenire sulle sue cause profonde.

Benché d’istinto gli americani tendano a vedere la NATO come il principale quadro di cooperazione con l’Europa, nella nuova realtà le aree in cui gli Stati Uniti hanno bisogno di cooperare con l’UE vanno ormai molto al di là del quadro ristretto di un’alleanza specificamente militare. Se a tutt’oggi questo quadro non è stato ampliato, è perché l’amministrazione USA considera l’Alleanza più come una «scatola di attrezzi» che come un forum di dibattiti politici e strategici. All’attuale segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, va riconosciuto il merito di aver sollecitato l’Alleanza ad assumere un ruolo più politico. Ma anche se questi sforzi andranno a buon fine, dati i cambiamenti in atto nella natura stessa delle minacce e le conseguenti, nuove esigenze strategiche, gli USA dipendono sempre più non solo dalla NATO, ma anche da un’Unione europea politicamente forte, efficace e aperta verso l’esterno.

Infine – ma non meno importante – gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno la potenzialità di costituire una coalizione naturale di democrazie in grado di agire di concerto a fronte delle nuove sfide a livello planetario. Se coopereranno, gli USA e l’UE potranno definire un’agenda globale, divenendo così un polo magnetico capace di aggregare altri paesi e regioni intorno a una visione comune. La capacità di stabilire un’agenda di questo tipo è però verosimilmente destinata ad affievolirsi col tempo, man mano che altri paesi vanno crescendo in statura e potenza. A maggior ragione è importante far uso di questa opportunità storica per configurare un sistema globale, atto a servire i valori e gli interessi dell’Occidente.

Non si tratta solo di teorie. Ad esempio, il grado di coesione fra Stati Uniti e Unione europea è determinante per poter esercitare un’influenza sulla Russia. E quanto all’immane compito di far fronte all’ascesa della Cina come attore economico e militare globale, è evidente che un approccio comune conferirebbe a Washington e a Bruxelles possibilità assai maggiori di influenzare il comportamento cinese. Sicuramente, oggi gli Stati Uniti e l’Europa sono in disaccordo su molte questioni di governance, oltre che su problemi di ordine globale. Ma è anche vero che non si è mai arrivati a un vero e proprio dialogo strategico per cercare di ridurre il divario su queste questioni: in tal senso non c’è mai stato nulla di paragonabile all’impegno degli USA durante la guerra fredda, o a quello europeo per creare una politica estera di difesa comune. Nessuno può dubitare che se fossero ancora in vita, i grandi statisti del primo periodo post-bellico, quali Monet, Truman e vari altri, lancerebbero un appello agli Stati Uniti e all’UE affinché facciano causa comune e stabiliscano una nuova agenda transatlantica globale.

 

Lo spettro di de Gaulle

Se è tanto evidente che lo sviluppo di un’Unione europea politicamente forte, efficace e aperta verso l’esterno è nell’interesse degli americani, perché mai Washington trova tanta difficoltà a riconoscere questo suo interesse, e a perseguire una politica coerente con quest’obiettivo?

La prima risposta va ricercata semplicemente nel fatto che generazioni di leader e di esponenti politici americani sono stati condizionati a vedere innanzitutto e soprattutto nella NATO la principale sede della cooperazione transatlantica. Il quadro della NATO è strutturato per consentire agli americani di perseguire i propri interessi; ed è anche quello che meglio conoscono, in cui più si sentono a proprio agio. Troppo spesso si ha la tendenza a vedere i rapporti con l’UE da un lato e con la NATO dall’altro come un gioco a somma zero, in cui il vantaggio di un’istituzione non si possa ottenere che a spese dell’altra. Certo, si può comprendere che Washington abbia evitato qualsiasi iniziativa suscettibile, anche potenzialmente, di indebolire la NATO. Dopotutto, l’Alleanza atlantica rappresenta l’unico vincolo contrattuale tra gli Stati Uniti e l’Europa; sul versante USA-UE non esiste un legame equivalente.

Tuttavia, nel loro desiderio di proteggere le prerogative della NATO in vista di situazioni nelle quali Washington e i suoi alleati potrebbero voler intraprendere operazioni militari comuni, gli Stati Uniti corrono il rischio di comportarsi in maniera miope. Una NATO forte ed efficace è tuttora nell’interesse vitale degli USA. Ma Washington non può perdere di vista il più ampio quadro strategico, per il quale ha bisogno di un’UE forte come partner di politica estera in numerosi ambiti non militari. È in questi ultimi che gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di un alleato capace di offrire un aiuto reale. Occorre dunque che Washington trovi il modo per continuare da un lato a sostenere una NATO forte, e di promuovere dall’altro lo sviluppo dell’UE come partner vigoroso in politica estera. Perciò non si deve pensare che il riconoscimento delle nuove e diverse esigenze e priorità degli Stati Uniti, con la conseguente necessità di una più stretta cooperazione con l’UE, equivalga a un declassamento dell’Alleanza atlantica. Quello che si profila è un ambito di cooperazione molto più ampio ed esteso, nel quale anche l’UE potrà giocare un ruolo centrale. Nell’ambito delle attività che l’Unione europea sta portando avanti, e di quelle che più richiedono la collaborazione tra gli USA e l’UE, la sicurezza militare non ha affatto la parte del leone. L’Alleanza può e deve restare quella che è, e mantenere il ruolo che sta svolgendo al meglio: quello di un’alleanza militare di difesa degli interessi di sicurezza dei territori limitrofi, oggi in via di trasformazione per essere sempre più in grado di difendere quegli stessi interessi da nuove minacce emananti da fonti più lontane dai rispettivi confini.

La potenza militare non è ormai più la sola valuta che conti. E la tradizionale arena politico-militare non è più l’unica sfera in cui si richieda la cooperazione europea, e neppure la più importante. Probabilmente, è in questo settore che gli Stati Uniti sono più autosufficienti. Ma le nuove sfide e le attuali minacce in via di costante mutazione richiedono una cooperazione approfondita, in quelle stesse aree in cui gli europei hanno deciso di mettere in comune le loro risorse, delegando la loro sovranità all’UE. Perciò, se gli Stati Uniti vogliono un’efficace cooperazione in queste aree, sono profondamente interessati al successo dell’Unione europea.

L’UE è tuttora considerata da molti come un’istituzione ostile agli interessi americani, che Washington dovrebbe tenere a debita distanza, anziché abbracciarne la causa e sostenerla. Per certi aspetti, la politica USA è divenuta ostaggio della retorica francese e della paranoia degli stessi americani, che temono che l’UE voglia diventare un «contrappeso» in senso gollista. Il risultato è che gli Stati Uniti finiscono per «giocare in difesa», investendo i loro sforzi per contrastare le reali o immaginarie ambizioni francesi; mentre dovrebbero giocare in attacco, escogitando i modi per sostenere, in seno all’UE, il tipo di evoluzione più compatibile con gli interessi americani. Oggi non si tratta di tenere a bada l’UE, bensì di aiutarla a portare avanti la propria costruzione, incoraggiandola al tempo stesso ad essere il più possibile aperta e disponibile a una stretta collaborazione con gli Stati Uniti.

Per la politica USA è ormai venuto il momento di esorcizzare lo spettro di de Gaulle – e ora anche Chirac. Certo, alcuni esponenti politici, in Francia e altrove in Europa, credono che l’UE debba diventare un contrappeso all’influenza e alla potenza americana; ma sono una minoranza. E lo sono sempre più, in un’Europa allargata e ridisegnata dall’affacciarsi di nuovi attori e di nuove dinamiche. La visione dell’UE come contrappeso avrebbe qualche probabilità di tradursi in realtà solo nel caso in cui gli Stati Uniti insistessero in una politica di self-fulfilling prophecy, facendo cioè di tutto per trasformare in realtà una profezia.

Dovrebbe essere invece compito della diplomazia americana chiedersi come poter assistere le forze dell’UE impegnate nella costruzione di un’Unione politica unificata, in grado di divenire un partner strategico degli Stati Uniti. I critici e gli euroscettici sosterranno che l’UE è incapace di trasformarsi in un animale del genere; ma la loro è una tesi astorica e anacronistica. Astorica, perché nega le origini atlantiste del progetto europeo; e anacronistica perché non tiene conto dei cambiamenti intervenuti nell’UE sotto l’impatto dell’allargamento, così come di altri fattori. E infine, questa tesi ignora l’opportunità offerta paradossalmente proprio dall’attuale crisi dell’UE. Oggi, una netta maggioranza di Stati membri concorda con la visione esposta in questo saggio. Si tratta ora di vedere se emergerà un leader europeo che abbia la capacità di mobilitare questa maggioranza, e di stimolare l’UE in una direzione nuova. Paradossalmente, il nuovo dibattito europeo su come ricostruire l’UE all’indomani del rifiuto francese e olandese della Costituzione, e in vista delle prossime elezioni in Germania, potrebbe aprire la strada a un nuovo gruppo di leader capaci di stimolare un nuovo corso. Una politica illuminata da parte degli USA potrebbe essere d’aiuto in questo senso.1

 

 

Note

1 L’articolo è la versione italiana di Rethinking the EU: why Washington needs to support European integration, in corso di pubblicazione su «Survival», vol. 47, 2005, © Taylor & Francis Ltd, cfr. www.tandf.co.uk/journals.

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