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Iran: ritorno al passato?

Written by Diego Gilardoni Thursday, 01 September 2005 02:00 Print

Vali Asr street, una delle arterie principali di Teheran, è completamente paralizzata. Migliaia di automobili ferme nelle due direzioni. L’atmosfera, per l’osservatore straniero, è quasi surreale. Non c’è nervosismo, né aggressività. Al contrario. Quella che si sta consumando è una grande festa popolare, fatta di clacson assordanti, grida, danze e canzoni. È la sera di mercoledì 15 giugno 2005. La campagna elettorale per le elezioni presidenziali del venerdì successivo è ufficialmente conclusa. Per i sostenitori dei vari candidati è l’ultima occasione di far sentire la propria voce. Su Vali Asr street, però, i clacson suonano per un uomo solo. È Mostafa Moin, l’unico candidato riformista che lotta per succedere a Mohamad Khatami.

 

Vali Asr street, una delle arterie principali di Teheran, è completamente paralizzata. Migliaia di automobili ferme nelle due direzioni. L’atmosfera, per l’osservatore straniero, è quasi surreale. Non c’è nervosismo, né aggressività. Al contrario. Quella che si sta consumando è una grande festa popolare, fatta di clacson assordanti, grida, danze e canzoni.

È la sera di mercoledì 15 giugno 2005. La campagna elettorale per le elezioni presidenziali del venerdì successivo è ufficialmente conclusa. Per i sostenitori dei vari candidati è l’ultima occasione di far sentire la propria voce. Su Vali Asr street, però, i clacson suonano per un uomo solo. È Mostafa Moin, l’unico candidato riformista che lotta per succedere a Mohamad Khatami.

A migliaia hanno invaso le strade gridando la loro voglia di libertà e di cambiamento. Al giornalista arrivato da pochi giorni in città sembra di respirare un’aria da «primavera di Teheran». La gente ha voglia di parlare. Gli chiede dell’Europa, vuole sapere che cosa pensiamo noi europei dell’Iran. Ma, soprattutto, vuole raccontare le proprie frustrazioni e la propria voglia di cambiare, davvero e in profondità, il suo paese.

Quando, nel 1997, il riformista Mohammad Khatami fu eletto presidente, sull’onda di un’impressionante spinta popolare, il paese – in modo particolare i giovani (il 70% della popolazione ha meno di 30 anni) – era carico di aspettative e di speranze. Si sapeva che non sarebbe stato facile sfidare il potere degli ayatollah, ma era finalmente giunto il momento per provarci davvero. Si sapeva che ci sarebbe voluto tempo e perciò, anche quattro anni dopo, Khatami fu riconfermato in un’elezione senza storia.

Ora, però, la situazione è diversa. L’entusiasmo si è spento. Molte speranze sono state disilluse. Alla fine dell’era Khatami le grandi promesse di riforma e di cambiamento non sono state mantenute. Non per colpa del presidente e del suo governo, ma per il semplice fatto che in Iran essere al governo non vuol dire essere al potere.

Quella iraniana è una democrazia a geometria a dir poco variabile. La separazione dei poteri esiste solo nel senso che alcuni contano e altri no. Il potere, quello vero, è nelle mani di un solo uomo: l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Repubblica islamica, il successore di Khomeini. Il suo braccio politico è il Consiglio dei guardiani della rivoluzione, un’istituzione composta di soli dodici membri (sei religiosi e sei giuristi nominati direttamente da lui e che a lui solo devono rispondere), chiamata a vigilare sulla compatibilità con l’Islam delle leggi adottate dal parlamento. Non solo, in teoria tutti possono candidarsi al parlamento e alla presidenza della Repubblica, ma è il Consiglio dei guardiani che decide chi può partecipare alla corsa elettorale, escludendo arbitrariamente chi non gli aggrada.

È ovvio che, in un tale contesto, il compito di Khatami è stato a dir poco arduo. Le riforme promesse all’inizio del suo mandato si sono inevitabilmente scontrate con l’opposizione dell’autorità religiosa. Così, ogni volta che il parlamento (a maggioranza riformista dal 2000 al 2004) adottava una legge sgradita agli ayatollah, il Consiglio dei guardiani la bloccava, affermando che era incompatibile con la costituzione islamica. Negli anni, dunque, è risultato chiaro che un vero cambiamento non era possibile.

Ciò non significa, però, che con Khatami non sia cambiato proprio nulla. A livello sociale qualcosa si è mosso. La spinta progressista e modernizzatrice dei riformisti qualche spazio di libertà nella vita degli individui l’ha comunque aperto.

Per esempio, prima dell’elezione di Khatami le donne erano obbligate a vestirsi di nero e a indossare il chador. Oggi, nelle strade dei quartieri alti di Teheran le teste delle donne danno vita a una festa di colori che solo qualche anno prima era inimmaginabile e, facendo di necessità virtù, le ragazze hanno saputo trasformare il foulard da simbolo di costrizione a elemento di seduzione. La scelta del colore e del tessuto, così come il modo di annodarlo, diventano un modo per distinguersi, per affermare la propria individualità. A noi occidentali, abituati a una libertà assoluta dei costumi che lascia anche spazio a un cattivo gusto e a una sciatteria spesso più fastidiosi di un burqa, tutto ciò può sembrare assurdo. Eppure, se si pensa che la pena per chi non indossa il foulard è la fustigazione, si capisce con più facilità come anche solo il poter scegliere un colore sia un segno di libertà.

Se poi si lasciano le strade per entrare nelle case, si scopre un altro mondo. Appena varcata la soglia di casa, le ragazze (ovviamente parliamo soprattutto di quelle dei ceti medio-alti) si tolgono palandrane e veli per vestirsi come le loro coetanee occidentali, con jeans, scarpe e accessori all’ultima moda. Il televisore, sempre acceso, è collegato a un satellite che permette di aprirsi al mondo; così come internet, diventato ormai uno strumento irrinunciabile, anche se costantemente avversato dagli ottusi censori del regime.

Formalmente sia il satellite che internet sono proibiti, ma le autorità religiose hanno deciso di chiudere un occhio. Lo stesso vale per l’uso più frivolo del velo islamico. E questo non perché lo spirito riformista sia riuscito a contagiare anche le lugubri stanze del potere degli ayatollah, ma semplicemente perché gli eredi di Khomeini hanno capito che, per tenere sotto controllo questa parte della società iraniana e calmarne gli ardori liberali e filo-occidentali, è necessario concederle qualche valvola di sfogo nella sfera privata. Negli anni, l’occhio vigile e severo del Grande Fratello iraniano si è fatto relativamente più discreto, e anche le retate dei Basiji (i volontari delle milizie islamiche) negli appartamenti dove si consumano feste clandestine a base di alcool, droga e ballo (tutti e tre proibiti, ovviamente), sono diventate meno frequenti.

Tuttavia, è pur vero che se si concede a qualcuno la possibilità di un piccolo assaggio di libertà, molto probabilmente non gli basterà e, prima o poi, vorrà gustarla tutta, in tutto il suo sapore. Questo gli ayatollah lo sanno bene e perciò non si sono limitati a mettere i bastoni fra le ruote al governo Khatami, ma hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione per far capire che le fondamenta teocratiche del regime sono intoccabili. Decine di giornali riformisti sono stati chiusi, le proteste studentesche sono state sedate con il pugno di ferro, senza dimenticare i numerosi prigionieri politici rinchiusi in carcere e quelli di cui non si sa più nulla.

L’entusiasmo e l’energia che si percepivano quella calda sera di giugno su Vali Asr street erano, da un certo punto di vista, sorprendenti. Contrastavano con il pessimismo e la rassegnazione registrati nelle numerose conversazioni avute nei giorni precedenti. Pessimismo e rassegnazione che spingevano molti a dire che avrebbero disertato le urne, perché non serve a nulla andare al governo se poi non si può governare.

Eppure, quella sera si respirava un’aria diversa. Di sostenitori dei candidati ultra-conservatori non c’era nemmeno l’ombra. A parte qualche giovane che invitava senza troppo entusiasmo a votare per il conservatore pragmatico Rafsanjani, la musica suonava tutta per Moin che, dopo essere stato escluso dalla corsa elettorale dal Consiglio dei guardiani, era stato ripescato in extremis su intervento della Guida suprema in persona per evitare disordini. Erano in migliaia, e inneggiavano alla libertà, ai diritti umani, alla parità fra uomo e donna, alla fine dello strapotere dei religiosi. Il loro spirito era sintetizzato da uno slogan inequivocabile: Inschallah! No mollah!

Le persone incontrate quella sera cominciavano a crederci. Cominciavano a pensare che, nonostante tutto, forse qualcosa si stava muovendo, e che il loro candidato ce l’avrebbe potuta fare. Forse, non solo sarebbe passato al secondo turno (il ballottaggio era ormai dato per certo), ma addirittura sarebbe arrivato primo, davanti al favorito Rafsanjani. In realtà, da lì a poche ore, le loro speranze si sono rivelate essere una pia illusione, crollata sotto il peso di un macigno inatteso e devastante.

Sbaragliando tutti i sondaggi della vigilia, le urne hanno deciso che a contendersi la poltrona di presidente sarebbero stati Rafsanjani e Mahmud Ahmadinejad, il più reazionario di tutti i candidati conservatori e pupillo dell’ayatollah Khamenei. Lo choc è stato simile – se è concesso il paragone – a quello vissuto in Francia alle presidenziali del 2002, quando il leader dell’estrema destra Le Pen soffiò il posto per il secondo turno al socialista Jospin nella sfida con il presidente uscente Chirac. A quel punto, il fronte progressista ha dovuto rivedere completamente la propria prospettiva. Turarsi il naso e andare a votare per il «meno peggio», come fece la sinistra francese, oppure astenersi? Anche in questo caso, tutte le analisi e le previsioni degli osservatori, molti dei quali annunciavano un «effetto Chirac» favorevole a Rafsanjani, si sono scontrate con la dura realtà.

Il 24 giugno 2005 il verdetto è arrivato implacabile. L’era Khatami era definitivamente tramontata. Non c’è stato nessun «effetto Chirac». E, soprattutto, non c’è stata nessuna partita. Il candidato della destra più reazionaria ha sbriciolato le ambizioni di Rafsanjani, imponendosi con quasi il 62% dei voti. Le ragioni di questo risultato sono molteplici. Innanzitutto, già prima del voto si sapeva che, a differenza di quanto era accaduto nel 1997 e nel 2001 con Khatami, gli elettori progressisti non sarebbero andati a votare in massa, e infatti ciò che più temevano i leader riformisti era un alto tasso di astensionismo. Nei giorni precedenti il primo turno il quadro era già abbastanza chiaro: c’era chi affermava che non avrebbe votato perché il potere aveva già deciso che avrebbe vinto Rafsanjani; chi diceva che avrebbe disertato le urne per protesta, perché, come si è già detto, è inutile andare al governo se poi gli ayatollah bloccano ogni vera riforma; chi, invece, anche se con poca convinzione, aveva deciso di votare per Moin, perché era comunque importante far sentire la voce di chi si oppone al regime.

A tutto ciò si aggiunge un ulteriore elemento, che può spiegare perché Moin abbia perso la sua scommessa. Come osservavano lucidamente davanti al risultato del primo turno alcuni giovani attivi nei suoi comitati elettorali, il discorso di Moin era stato probabilmente troppo radicale ed eccessivamente improntato al tema dei diritti, e questo gli aveva precluso il sostegno di una parte dell’elettorato che, teoricamente, avrebbe potuto votare per lui.

Ad esempio, molti elettori moderati dei ceti più ricchi – quelli che, pur essendo allergici al fanatismo religioso, puntano a un cambiamento graduale e prudente che sappia anzitutto garantire i loro interessi economici – sono forse stati disturbati dalla radicalità del programma di Moin, che arrivava al punto di mettere in discussione i poteri e le prerogative della Guida suprema. Per questo hanno preferito votare per Rafsanjani, che prometteva un cambiamento nella continuità e che poi, al secondo turno, non è stato sufficientemente convincente da scongiurare l’astensionismo del fronte riformista.

Dall’altra parte, l’accento messo da Moin sulla questione dei diritti gli ha allontanato quell’ampia parte di elettorato popolare che, pur non essendo acriticamente succube del messaggio degli ayatollah, prima di sentir parlare di diritti delle donne vuole uscire dalla povertà (secondo alcune stime, il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà). Lo ha ammesso lo stesso Mosharekat, il maggior partito riformista del paese, riconoscendo di «non aver saputo dar voce alle esigenze delle classi diseredate».

Sull’altro fronte, invece, la strategia è stata perfettamente calibrata. Ahmadinejad non solo ha approfittato della frammentazione del campo avversario, ma con un messaggio fortemente populistico ha saputo giocare con le frustrazioni e le invidie sociali dei ceti popolari, promettendo soldi, lavoro e giustizia, e scagliandosi contro il lassismo morale e lo strapotere economico delle fasce più favorite della società. Ahmadinejad, l’uomo del popolo, ha trovato le parole giuste per parlare ai più poveri, che hanno visto in lui la persona in grado di aiutarli davvero, certo più che il milionario Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi del paese, o l’intellettuale liberale Moin. Durante la campagna elettorale, indossando una divisa da spazzino e brandendo una scopa, aveva promesso che avrebbe ripulito il paese. Un messaggio semplice, rozzo, ma vincente. E se a ciò si aggiungono le irregolarità ravvisate in molti seggi, così come il clima di intimidazione creato in diverse regioni del paese dalle Guardie della rivoluzione, risulta più facile comprendere l’esito del voto.

Ora che Ahmadinejad è diventato presidente, l’autorità religiosa ha nuovamente il dominio totale di tutte le leve del potere. L’offensiva di riconquista era iniziata in occasione delle elezioni legislative del febbraio 2004, quando i conservatori ripresero il controllo del parlamento dopo che il Consiglio dei guardiani aveva escluso dalle liste centinaia di candidati riformisti. Ormai mancava solo la poltrona di presidente. Ma al momento quali sono le prospettive? Nessuno possiede la sfera magica, ma certo le premesse non sono incoraggianti.

Il personaggio stesso di Ahmadinejad è indubbiamente inquietante, e il suo passato e il suo presente non sono la miglior garanzia per il futuro. Tipico prodotto della rivoluzione khomeinista, il nuovo presidente iraniano è stato per anni un ufficiale dei corpi speciali dei Pasdaran, le Guardie della rivoluzione, guadagnandosi una fama di duro. Si racconta che fosse lui a sparare l’ultimo colpo alla testa dei prigionieri politici. Che ciò sia vero o meno, è un dettaglio. Certamente lui non ha mai fatto nulla per apparire come un moderato, e ha sempre difeso strenuamente i valori fondamentalisti della rivoluzione. Ad esempio, quando nel 2003 fu eletto sindaco di Teheran (complice l’enorme astensionismo dei riformisti) le sue priorità furono l’applicazione di una rigida segregazione tra i sessi negli ascensori del municipio, l’obbligo per i dipendenti maschi di farsi crescere la barba e di indossare camicie con le maniche lunghe, e la chiusura di centri culturali considerati fucine di idee contro-rivoluzionarie.

Ahmadinejad è ovviamente stato uno dei più acerrimi avversari del corso riformista di Khatami, nemico di ogni pur piccola deroga alle rigide regole dell’Islam più radicale. Ma perlomeno ha il pregio della chiarezza. Durante la campagna elettorale, quando anche il vecchio Rafsanjani cercava di sedurre i giovani parlando di apertura e riforme, lui ha detto chiaro e tondo che la rivoluzione islamica non è certo stata fatta per avere la democrazia.

Dopo le elezioni Ahmadinejad, pur affermando che la sua vittoria rappresenta una nuova rivoluzione islamica che irradierà presto il mondo intero, ha cercato di ammorbidire un po’ la sua retorica. Ha affermato che il suo sarà un governo «di moderazione» e che con tutti i problemi che ha il paese non avrà certo il tempo di andare a controllare quanti capelli escono dai foulard delle ragazze per strada. È però probabile che l’abbia fatto soprattutto per calmare gli animi e rassicurare gli ambienti economici e le fasce più ricche della società, dopo che la sua elezione aveva provocato il crollo della borsa e suscitato il timore di una fuga di capitali e di cervelli all’estero.

In effetti, i messaggi di Ahmadinejad e dei suoi uomini sono stati assai contradditori. Per esempio, quando Mehdi Kalhor, un conservatore vicino al nuovo presidente, ha detto che il suo governo avrebbe rispettato la vita privata dei cittadini opponendosi alla repressione e alla censura, un portavoce di Ahmadinejad ha subito smentito che tali affermazioni potessero rispecchiare la volontà del neopresidente. Allo stesso modo, quando il nuovo capo della polizia iraniana, l’ex comandante dei Basiji Ismail Ahmadi-Moqaddam, ha promesso che le forze di sicurezza si sarebbero impegnate ad agire «con pazienza e tolleranza», le sue parole sono subito state oscurate da quelle del vicecomandante della polizia di Teheran, il generale Chamani, che ha annunciato una vasta «offensiva contro il vizio», promettendo misure più severe nel controllo dell’abbigliamento islamico delle donne e, più in generale, nella repressione di tutti i comportamenti «portatori di corruzione morale».

Ancor meno incoraggianti sono state le parole pronunciate da Ahmadinejad nel suo discorso di insediamento davanti al parlamento. Alludendo alla svolta seguita all’elezione di Khatami nel 1997, il neopresidente, dopo aver sferrato un duro attacco all’Occidente, si è scagliato contro le «invasioni culturali e l’espansione del pensiero liberale» che minacciano l’identità iraniana e «giustificano tutte le deviazioni». Parole, dunque, che appaiono ben lontane dalla promessa di moderazione fatta all’indomani delle elezioni. E lo prova anche la scelta di alcuni ministri, conosciuti come conservatori intransigenti molto vicini all’ayatollah Khamenei: in particolare il ministro degli esteri Manoucher Mottaki, quello dell’interno Mostafa Pourmohammadi, e il responsabile dell’intelligence Gholam Hossein Mohseni Ejehei, noto per essere un nemico della libertà di stampa.

Ora bisognerà verificare nei fatti se davvero Ahmadinejad intenda riportare indietro nel tempo le lancette della storia della Repubblica islamica, oppure se la sua retorica aggressiva sarà accompagnata da una prassi moderata giustificata dal timore di provocare uno scontento troppo grande, e quindi insidioso a lungo termine, nelle fasce più avanzate della società.

Non è invece necessario aspettare per vedere come il nuovo presidente intenda muoversi in politica estera. La sua elezione ha infatti coinciso con l’inizio di una nuova crisi politico-diplomatica tra l’Iran e l’Occidente a proposito del programma nucleare iraniano. Un programma che – secondo Teheran – è volto esclusivamente all’uso civile dell’energia atomica, mentre secondo gli Stati Uniti, e non solo, nasconde la volontà di dotarsi di una bomba nucleare. A molti, infatti, sembra quantomeno curioso che un paese che galleggia sul petrolio, addirittura il secondo produttore di greggio dell’OPEC, intenda investire enormi risorse nella tecnologia nucleare solo per produrre energia. Questi dubbi, poi, sono stati alimentati ulteriormente dalla scoperta, nel febbraio del 2003, di attività nucleari tenute nascoste agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). È però importante sottolineare come questa sia una delle poche questioni su cui, in Iran, riformisti e conservatori si trovano d’accordo. Il programma nucleare – che prevede l’avvio del processo di conversione e di arricchimento dell’uranio – è infatti stato sostenuto da tutti i candidati alle ultime elezioni. Per gli iraniani è una questione di orgoglio nazionale, ed è difficile incontrare qualcuno che dica il contrario. Per loro è difficile capire perché l’Iran non abbia il diritto di sviluppare la propria tecnologia nucleare quando proprio gli Stati Uniti investono nello studio di nuove armi, contravvenendo così al Trattato di non proliferazione nucleare. E non lo dicono solo gli iraniani, ma anche persone come Robert McNamara, che fu segretario alla difesa con John F. Kennedy, secondo il quale la politica nucleare di Bush è «immorale, illegale, militarmente non necessaria e spaventosamente pericolosa».

Comunque sia, il nuovo governo ha scelto subito la linea dura. Ignorando gli avvertimenti dell’AIEA e le proposte di compromesso della troika europea (Gran Bretagna, Francia e Germania, che negoziano con Teheran con l’appoggio degli Stati Uniti), ha violato gli accordi sottoscritti nel novembre del 2004 a Parigi, che prevedevano la sospensione del programma in cambio della ripresa dei negoziati, riattivando la centrale nucleare di Isfahan e annunciando la prossima riapertura di quella di Natanz. Inoltre, ha nominato il «falco» Ali Larijani come capo negoziatore al posto del moderato Hassan Rohani.

Ora su Teheran incombe la minaccia di un ricorso al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Gli iraniani – che fra l’altro ribadiscono di essere disponibili a continuare i negoziati – hanno deciso di correre il rischio perché oggi si sentono particolarmente forti. Da una parte, ritengono che l’ipotesi peggiore, quella di un intervento armato, sia assai improbabile. Sono infatti convinti che gli Stati Uniti, stretti nella morsa irachena che sembra ben lungi dal volersi allentare, non abbiano i mezzi per aprire un nuovo fronte. Dall’altra, anche la prospettiva di sanzioni economiche non sembra impensierirli più di tanto. Il paese ha vissuto per anni in un regime di embargo, ma ciò non ha fatto crollare né l’economia né tanto meno il regime degli ayatollah. Solo un embargo totale sul petrolio potrebbe creare seri problemi, ma Teheran è convinta di poter contare sul diritto di veto della Cina, che negli anni ha rafforzato le relazioni economiche con l’Iran e che, soprattutto, ha un enorme bisogno di energia e quindi di petrolio.

Vista la complessità della situazione, è assai difficile poter dire dove intenda andare l’Iran di Ahmadinejad, il quale, è bene ricordarlo, prima che il presidente della Repubblica, è un uomo al servizio del potere degli ayatollah. Proprio per questo, le premesse non annunciano un futuro di libertà e di distensione. Così come è probabile che l’Iran continuerà a sfuggire ancora a lungo al processo di democratizzazione del Medio Oriente tanto caro al presidente degli Stati Uniti, che dovranno ora fare i conti con un regime internamente ancora più forte e solido rispetto agli ultimi anni.

A questo proposito, sarebbe bene che Washington agisse con cautela, accantonando l’idea di un intervento armato. Innanzitutto bisognerebbe trarre insegnamenti da altre esperienze, e quella irachena, tragicamente attuale, è assai eloquente sotto molti punti di vista. Inoltre, nel caso dell’Iran, è importante sapere che quello iraniano è un popolo fiero, profondamente orgoglioso della propria cultura e della propria storia millenaria, e quindi fortemente consapevole delle proprie capacità e delle proprie risorse. Anche fra gli iraniani più radicalmente critici verso il regime degli ayatollah, è raro trovare qualcuno che auspichi un intervento armato esterno. Non solo perché ritengono che, anche se sarà una lotta lunga e dura, sia necessario lottare attraverso i pochi strumenti democratici a disposizione, ma anche perché hanno una buona memoria storica, e si ricordano molto bene che furono proprio gli americani, insieme ai britannici, a porre fine al primo tentativo di democratizzazione dell’Iran quando, nel 1953, orchestrarono un colpo di Stato contro il primo ministro Muhammad Mossadeq, l’uomo che, per primo, aveva tentato di dare al paese una costituzione moderna e liberal-democratica, ma che ebbe l’ardire di procedere alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere del paese.

Nonostante i più che giustificati timori che suscita un Iran ancor più saldamente in mano ai vecchi teocrati nemici della libertà e della democrazia, bisognerebbe dunque evitare di oliare le armi, puntando invece sul sostegno a chi, dall’interno, si batte con coraggio per traghettare il paese nella modernità. Quelli come Mahmud, uno studente di ventun’anni, che, dopo lo choc elettorale, con un sorriso triste, è venuto a salutare il cronista occidentale che stava per ritornare a casa, quasi per rassicurarlo: «Quando, fra due-trecento anni, si guarderà all’Iran di oggi, probabilmente quella della Repubblica islamica apparirà come una piccolissima pagina nel grande libro della storia millenaria della Persia. Io ho avuto l’immensa sfortuna di nascere proprio in questa piccola e brutta pagina, ma non mi stancherò mai di battermi per la libertà».

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