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Innovazione, ricerca, università

Written by Luciano Modica Thursday, 01 September 2005 02:00 Print

Non vi è analisi della situazione economica e sociale dell’Italia che non individui nella carenza di innovatività il principale punto di debolezza del sistema nazionale. Nell’Europa di oggi l’unico modo per un’economia nazionale di mantenere le proprie posizioni in un mercato globale in perenne e veloce trasformazione è quello di produrre continuamente innovazione in ogni prodotto e in ogni aspetto della vita dei cittadini. Beni industriali, servizi pubblici e privati, persino comportamenti e atteggiamenti culturali dei singoli cittadini, se non incorporano un alto tasso di coraggiosa innovatività, non riescono a risultare competitivi o a far competere con successo la nostra società. La preoccupante perdita di quote significative del mercato mondiale da parte delle nostre esportazioni e il diffuso senso di una società ripiegata culturalmente su se stessa sono due aspetti dello stesso fenomeno: noi italiani siamo diventati, mediamente, poco propensi e poco avvezzi all’innovazione, ne produciamo e ne consumiamo poca, sia nel privato che nella pubblica amministrazione, talora mostriamo addirittura di averne paura.

 

Non vi è analisi della situazione economica e sociale dell’Italia che non individui nella carenza di innovatività il principale punto di debolezza del sistema nazionale. Nell’Europa di oggi l’unico modo per un’economia nazionale di mantenere le proprie posizioni in un mercato globale in perenne e veloce trasformazione è quello di produrre continuamente innovazione in ogni prodotto e in ogni aspetto della vita dei cittadini. Beni industriali, servizi pubblici e privati, persino comportamenti e atteggiamenti culturali dei singoli cittadini, se non incorporano un alto tasso di coraggiosa innovatività, non riescono a risultare competitivi o a far competere con successo la nostra società. La preoccupante perdita di quote significative del mercato mondiale da parte delle nostre esportazioni e il diffuso senso di una società ripiegata culturalmente su se stessa sono due aspetti dello stesso fenomeno: noi italiani siamo diventati, mediamente, poco propensi e poco avvezzi all’innovazione, ne produciamo e ne consumiamo poca, sia nel privato che nella pubblica amministrazione, talora mostriamo addirittura di averne paura.

Questo fenomeno non ha origini solo recenti. Scontiamo certamente anche errori del passato oltre ad andamenti di lungo periodo, primo fra tutti quello demografico. Il forte invecchiamento medio della popolazione non è sicuramente un fattore che sostiene la voglia di innovatività del paese, né l’aiutano la diffusa gerontocrazia e la notevole vischiosità sociale: ambedue tendono a mortificare i giovani talenti.

La crescita economica bassa o nulla dell’Italia (sperando che la fase recessiva di qualche mese fa sia definitivamente superata) dura insomma da troppo tempo per non richiedere analisi e strategie politiche più ampie, alla caccia delle motivazioni più profonde dell’insuccesso e quindi delle possibili vie di superamento della crisi. La carenza generalizzata di innovatività – che si esprime anche in un certo conservatorismo diffuso in tutti gli schieramenti politici – sembra appunto essere una di queste motivazioni. Tra le sue cause si può certamente annoverare il basso tasso di scolarizzazione del paese.

Non si inorridisca. È certamente vero che negli ultimi quarant’anni abbiamo compiuto un salto straordinario nel numero di giovani che completano gli studi secondari e affrontano quelli universitari, così come è vero che in molte discipline possiamo continuare a vantare singole personalità e scuole scientifiche di riconosciuto alto livello internazionale. Ma, nella media della popolazione e in confronto con i maggiori paesi europei, siamo ancora tremendamente indietro. Se negli ultimi anni abbiamo finalmente superato la quota dell’80% per i diciannovenni che completano con successo la scuola secondaria superiore (rimanendo ancora indietro di dieci punti percentuali rispetto ad altri paesi), questo rush recente non impedisce che nel complesso della popolazione attiva siamo ancora al 50% di persone che si sono fermate alla licenza media e addirittura al 30% di persone che si sono fermate alla licenza elementare. Analogamente, se negli ultimi anni abbiamo finalmente superato la quota del 50% dei ventenni che sono studenti universitari, la percentuale dei laureati sulla popolazione attiva è ancora tristemente ferma al 10%, otto punti percentuali sotto la media di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna.

Una popolazione mediamente così poco scolarizzata tende a produrre poca ricerca e quindi a produrre (e consumare) poca innovazione. Se guardiamo ai dati della ricerca – in fondo l’unica vera sorgente dell’innovazione – ne abbiamo immediata conferma. Tra le persone attive la percentuale di coloro che si dichiarano impegnate in un lavoro di ricerca e sviluppo non supera in Italia il due per mille, a fronte di una media europea del quattro per mille, con massimi (in Svezia e Finlandia) dell’otto per mille. Parallelamente la quota del PIL italiano destinata alla ricerca supera di pochissimo l’1%, a fronte di una media europea attorno al 2% e di massimi che superano il 4%. L’Italia soffre insomma di una carenza di sapere. Il paese che possiede il più ricco patrimonio culturale del mondo ha pochi laureati e pochi ricercatori in rapporto alla popolazione, non ha un sistema sviluppato di formazione continua lungo l’intero arco della vita, investe poco nella ricerca e nell’innovazione.

Eppure, in questo quadro a tinte fosche, vi sono dati che mostrano come in Italia la domanda di formazione superiore e di ricerca innovativa è decisamente in crescita da alcuni anni. I giovani e le loro famiglie sanno che il migliore investimento nel futuro è lo studio. Lo testimoniano l’aumento delle immatricolazioni nelle università, nonostante il perdurante calo demografico (che segnala anche il ritorno all’università di tanti giovani che l’avevano abbandonata o non l’avevano scelta al termine delle scuole superiori), la diminuzione dei tassi di abbandono e di ritardo degli studi universitari, il successo straordinario dei moltissimi corsi professionalizzanti post-laurea. Emerge una nuova motivazione dei giovani italiani verso l’alta formazione, che andrebbe coltivata come una piantina preziosa.

Le imprese e gli enti pubblici, da parte loro, cercano intensamente innovazione e dunque ricerca. I meccanismi di trasferimento culturale e tecnologico dalla ricerca alla produzione di beni e servizi purtroppo non funzionano bene, ma l’interesse ad «acquistare» ricerca dalle università e dagli enti di ricerca è comunque in forte crescita, come è dimostrato dalla quota crescente nei bilanci universitari di risorse derivanti da contratti e convenzioni di ricerca con enti esterni.

Purtroppo, proprio quando l’aumento della domanda dei «servizi» universitari avrebbe potuto generare crescita nel sistema universitario italiano, a questo sistema essenzialmente pubblico sono state fatte mancare le risorse statali per adeguare e migliorare l’offerta. Lo stesso vale per gli enti pubblici di ricerca. Sgombrando la scena dal frastuono mediatico, non si può non riconoscere che l’attuale legislatura volge al termine senza che sia stato risolto organicamente alcun problema dell’università e della ricerca pubblica italiana, anzi addirittura peggiorandone le condizioni.

È quindi importante e urgente una nuova politica complessiva del sapere, che intervenga, fissando chiare priorità strategiche, su tutto lo spettro dei problemi: dalle scuole dell’infanzia alle università e ai centri di ricerca avanzata; dalla ricerca libera fonte di nuovo sapere a quella orientata dalle imprese alle innovazioni tecnologiche e produttive; dalla dimensione nazionale ed europea delle grandi sfide scientifiche a quella regionale correlata con la programmazione e la storia economica e sociale di ogni territorio.

 

Innovare nell’università e con l’università

Uno snodo fondamentale del sistema del sapere è dato dall’università come luogo di compresenza della formazione superiore, della ricerca e dell’avvio dei talenti migliori alle carriere dell’insegnamento e della ricerca. La formazione superiore e la ricerca libera costituiscono beni pubblici di fondamentale importanza; le università svolgono un servizio pubblico nell’interesse del paese e dei territori. È compito primario dello Stato sostenerle e, insieme, favorire ogni forma di integrazione con le istituzioni territoriali pubbliche o private in base al principio di sussidiarietà. Innovazione, ricerca, università costituiscono un trinomio cui va intestato un capitolo importante di un nuovo programma di governo del paese.

Il punto centrale è che l’università italiana ha bisogno di innovazione, tanto quanto il paese. I due aspetti sono legati. Quanto più l’università sarà capace di innovarsi nei suoi modi e obiettivi di funzionamento, tanto più essa accompagnerà e sosterrà l’innovazione per lo sviluppo dell’Italia. Un’università senza spinta non dà spinta al paese.

C’è da riconoscere sinceramente che l’innovazione spesso non ha cittadinanza negli atenei. Le riforme universitarie hanno sempre difficile applicazione e talora falliscono i loro obiettivi o se li ritrovano deformati al termine del percorso riformatore. Il mondo universitario lamenta spesso le riforme «a costo zero»: a volte a ragione, altre dimenticando le risorse finanziarie assorbite senza effetti innovativi palpabili. Ma non bisogna nascondersi che dall’esterno del mondo universitario si percepisce, anche se spesso a torto, la situazione inversa: grandi investimenti statali nelle università a fronte di nessuna reale riforma dei loro modi e risultati di funzionamento.

Un nuovo patto chiaro si impone: mai più riforme da realizzare sulla pelle degli universitari per mancanza di risorse adeguate; ma, allo stesso tempo, mai più investimenti pubblici nel sistema universitario senza una verifica puntuale e severa del raggiungimento degli obiettivi innovativi di riforma.

 

Una nuova governance

Una delle ragioni dei ripetuti insuccessi riformatori risiede nelle forme e procedure di governo antiquate che caratterizzano sia il sistema universitario nel suo complesso che le singole università. Democrazia collegiale ed efficienza innovativa non si sono coniugate nel modello tradizionale di governance universitaria.

Occorre ripartire dall’autonomia, che è molto più dell’autogoverno cui le università sono da sempre abituate. Autonomia significa capacità di darsi le proprie regole, in una possibile molteplicità di approcci e di soluzioni che non può che far bene all’intero sistema, introducendo una positiva competizione tra diversi modelli istituzionali e organizzativi, dando anche la possibilità di adattarsi flessibilmente alle diverse strategie e situazioni dei vari atenei.

Sedici anni fa la legge Ruberti introduceva l’autonomia universitaria, ma poneva limiti al suo esercizio, in particolare sui temi del governo degli atenei, in attesa di una legge quadro che però non è mai arrivata. È giunto il tempo di vararla. Una legge quadro che rimuova tutte le complicate stratificazioni che si sono accumulate sulle università in settant’anni di legislazione disorganica e che fissi invece nuovi e semplici principi, riducendo drasticamente la burocrazia e delegando alle singole università tutte le competenze che vi possono essere svolte più efficacemente.

Non vi può essere vera autonomia se non assegnando responsabilità chiare senza alcuna opaca condivisione di poteri e operando una continua valutazione esterna dei risultati da parte di tutti i portatori di interesse. La gestione collegiale tipica delle università deve essere mantenuta, ma entro un nuovo quadro di responsabilità individuali. L’autovalutazione, tesa al miglioramento continuo delle proprie attività, è un punto fondamentale di ogni valutazione della qualità, ma non ci si può ridurre ad essa senza rischiare un’auto referenzialità e un corporativismo che indispettiscono l’opinione pubblica e rallentano l’innovazione.

Attualmente vi è confusione di poteri tra il consiglio di amministrazione (che non ha la responsabilità di tutti i compiti tipici dell’amministrazione ma, tradizionalmente, ne ha altri di tipo normativo in rappresentanza degli interessi categoriali interni), il senato accademico (che rappresenta essenzialmente gli interessi disciplinari di facoltà e dipartimenti, ma spesso ha assunto compiti decisamente gestionali su personale docente e attività istituzionali) e il rettore, che presiede entrambi.

Mantenendo l’elettività del rettore come figura che rappresenti democraticamente l’intera istituzione (compresi gli studenti) e nella cui azione questa possa riconoscersi, occorre che tutti i compiti di gestione dell’ateneo siano in capo ad un Consiglio di ateneo (un vero e proprio board) di composizione non elettiva, presieduto dallo stesso rettore. Il Consiglio avrà i tipici compiti esecutivi e responsabilità di ogni vero consiglio di amministrazione.

Un’università non è un’impresa, ma la sua complessa gestione non può rifiutare i modelli migliori dell’amministrazione elaborati dalle imprese, temperati dalle caratteristiche di democrazia e condivisione delle scelte che devono essere tipiche di ogni istituzione che gestisce beni e interessi pubblici.

Quindi, accanto al Consiglio, un senato accademico elettivo, in rappresentanza diretta di docenti, studenti e personale, sarà l’organo di garanzia dell’autonomia, anche tramite il potere di esprimere o revocare il gradimento al rettore e al Consiglio di ateneo. Eserciterà inoltre il potere regolamentare interno e assumerà la responsabilità della valutazione e controllo delle strategie e della gestione, della garanzia delle libertà accademiche e dei diritti degli studenti, dell’espressione democratica delle posizioni e scelte culturali dell’università.

Riguardo al governo del sistema universitario nazionale, in un quadro di vera autonomia degli atenei occorre passare da un modello burocratico-dirigistico, come quello attuale, ad uno regolativo-valutativo; da una tradizione di interventi frammentati e pervasivi alla costruzione di un vero governo strategico di lungo periodo, ripensando e rivalutando profondamente il ruolo delle regioni in tema di politica universitaria.

Spetteranno naturalmente al ministero i compiti di definizione e monitoraggio degli obiettivi strategici, delle regole di sistema, della ripartizione dei finanziamenti statali, del raggiungimento degli obiettivi. Dovrà essere ridisegnata tutta la materia della programmazione dello sviluppo, compresa l’istituzione di nuove università e di nuove sedi universitarie, nonché dei poteri sanzionatori nazionali nel caso di violazioni delle regole e di palesi malfunzionamenti degli atenei. Il tema delle sanzioni e della loro gradualità è cruciale. Si potrebbe prendere esempio anche da buone pratiche comunitarie, introducendo l’apertura di procedure di infrazione che portino a interventi sanzionatori via via più pesanti, fino anche al commissariamento nei casi più difficili.

Spetterà poi ad un’Agenzia nazionale o ad un’Autorità garante della qualità del sistema universitario il compito di coordinare, guidare e rendere pubbliche le attività e i risultati della valutazione della qualità delle attività universitarie. L’Agenzia dovrà garantire totale terzietà e quindi essere indipendente sia dal ministero che dagli atenei. Per essere precisi, il lavoro di esperti universitari presso l’Agenzia sarà esclusivamente a tempo pieno e con distacco dagli atenei di appartenenza, con esclusione quindi di impegni didattici, di ricerca e gestionali che inevitabilmente comporterebbero un conflitto di interessi tra valutatori e valutati.

Sia ben chiaro che la valutazione ha come obiettivi fondamentali il continuo miglioramento degli atenei e la trasparenza della valutazione qualitativa e quantitativa delle loro attività didattiche e di ricerca, non quello di ripartire il finanziamento pubblico o di dare indicazioni cogenti sui criteri della ripartizione, rischiando di deformare la valutazione per tener conto delle complesse problematiche del sostegno pubblico alle università. Sarà quindi il ministero che giudicherà e stabilirà come e quanto tener conto dei risultati della valutazione nella ripartizione del finanziamento, rispondendone politicamente. Viceversa si garantirà in questo modo che la ripartizione del finanziamento non diventi implicitamente il criterio unico di valutazione della qualità, deformandone significato e portata innovativa.

La sempre maggiore importanza delle università come attori sociali principali e punti di forza economico-sociali del territorio, addirittura in termini di marketing territoriale, richiede di superare l’attuale inefficace modello dei comitati regionali di coordinamento per passare invece a vere e proprie forme di governo universitario regionale, sia in tema di offerta didattica che di ricerca e trasferimento tecnologico, senza naturalmente intaccare la natura nazionale e internazionale del sistema universitario, ma responsabilizzandolo e sostenendolo rispetto agli obiettivi regionali. Non sembri una contraddizione. Come mostrano molti esempi stranieri, la qualità internazionale di un ateneo ha sempre alle spalle anche un forte radicamento nel suo territorio, quel global-localismo già individuato in altri ambiti dagli studiosi dell’economia e della società globalizzate.

Da ultimo, come è tipico di ogni sistema di autonomie, non mancheranno le loro rappresentanze a livello nazionale. Il sistema universitario è essenzialmente un sistema di atenei e quindi la Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) è il luogo naturale dove gli interessi degli atenei in quanto istituzioni autonome vengono rappresentati rispetto al governo, al ministero, all’opinione pubblica.

D’altra parte, il docente universitario sente fortemente l’appartenenza alla propria area disciplinare, oltre quella al proprio ateneo. Piuttosto che l’attuale Consiglio universitario nazionale (CUN), di composizione frammentata e categoriale, sarebbe interessante sperimentare una pluralità di comitati disciplinari nazionali che aggreghino aree disciplinari affini con funzioni di consulenza e proposta su tutte le materie dell’organizzazione dei saperi relative alla didattica e alla ricerca. In un tale quadro, si potrebbe sperimentare la compresenza in questi comitati disciplinari nazionali anche di rappresentanti dei ricercatori che lavorano presso gli enti pubblici di ricerca, con l’obiettivo di ricomporre tutto il comparto della ricerca pubblica anche dal punto di vista delle presenza delle competenze disciplinari nelle politiche nazionali della formazione e della ricerca.

Il Consiglio nazionale degli studenti universitari (CNSU) permarrà come luogo di elaborazione e confronto delle proposte riguardanti le materie della condizione studentesca nelle università e come luogo sovrano di garanzia nazionale dei diritti degli studenti.

 

Una nuova docenza universitaria

Molto è cambiato nel mondo universitario e nella società dopo la legge del 1980 che regola tuttora il lavoro dei docenti. La centralità degli atenei autonomi rispetto a quella delle corporazioni disciplinari nazionali, la nuova attenzione agli studenti portata dalla riforma della didattica, l’auto-imprenditorialità nel campo della ricerca generata in tutti i campi disciplinari dalla necessità di reperire risorse anche fuori dai canali tradizionali di finanziamento, le nuove responsabilità gestionali e sociali richieste ai docenti all’interno degli atenei e nella società sono tutti esempi di mutamenti profondi che impongono un ripensamento delle regole della professione docente nelle università.

Non c’è studente universitario, preside di facoltà, direttore di dipartimento o rettore che non riconoscano l’assoluta incertezza normativa che ormai regola – o, meglio, non regola – la prestazione lavorativa dei professori e che consente la coesistenza, accanto ad una maggioranza di docenti che fa molto più del proprio dovere per serietà e passione, di una minoranza che si limita al minimo indispensabile e che è comunque restia a qualsivoglia tipo di impegno innovativo e di coordinamento.

Il professore universitario costituisce una ben definita figura professionale unitaria, caratterizzata dalla capacità di compiere autonome ricerche originali e di guidare l’alta formazione nella propria disciplina, con inscindibilità di queste due funzioni fondamentali. Ha il diritto-dovere sia di insegnare che di far ricerca, godendo di piena libertà accademica entro un quadro di coordinamento dei compiti e dei programmi affidato agli organi di autogoverno delle strutture universitarie.

L’unitarietà della professione non toglie però il fatto che i singoli professori posseggono talenti differenti e raggiungono risultati differenti nelle loro attività, maturando nel tempo differenti livelli di maturità e di autorevolezza scientifiche e didattiche. È quindi tempo di introdurre una vera «carriera» per i professori, in cui si venga reclutati con un concorso pubblico serio e competitivo e che si percorra poi per merito, passo dopo passo, vincolando le promozioni a frequenti e stringenti valutazioni della qualità e quantità delle attività svolte: una carriera unitaria, anche se articolata su più livelli successivi corrispondenti non a differenti funzioni, bensì a talenti e meriti personali differenti e a maggiori responsabilità.

Il percorso di carriera non avrà alcuna cadenza temporale predefinita, perché nel campo della ricerca le persone molto giovani e molto dotate devono poter raggiungere rapidamente le posizioni di vertice; ma si tratterà pur sempre di una carriera da percorrere sequenzialmente, anche se a diverse velocità.

All’interno della carriera unitaria, uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei professori che avranno raggiunto risultati di importanza e notorietà internazionale per riconoscimento della comunità disciplinare interessata e che sono in grado quindi, non solo di far la propria ricerca ad altissimo livello, ma anche di indirizzare e guidare la ricerca altrui, soprattutto dei più giovani.

Una volta separato il problema del reclutamento da quello delle promozioni, diventa cruciale il concorso di ingresso che, per principio, dovrebbe contemperare le esigenze della comunità disciplinare che coopta al suo interno il nuovo professore con quelle dell’università che lo assumerà e del dipartimento che lo accoglierà. Tutte esigenze legittime, che richiedono una normativa moderna e flessibile, attenta tanto alle procedure selettive a priori quanto a un sistema a posteriori di incentivi efficaci della qualità del lavoro di ricerca e di insegnamento.

Certo non si può rimanere indifferenti davanti al vasto discredito che colpisce gli attuali concorsi universitari introdotti nel 1998, forse ben oltre i loro reali demeriti, e che indebolisce l’intero sistema universitario rispetto all’opinione pubblica. Senza illudersi che esista un sistema miracoloso capace di evitare tutte le patologie, si potrebbe certamente migliorare la legge vigente.

Ad esempio, ciascun settore scientifico-disciplinare potrebbe eleggere ogni due anni una lista di «commissari nazionali» (con opportune regole di non immediata rieleggibilità) e la commissione di ciascun concorso sarebbe formata semplicemente sorteggiando cinque «commissari nazionali», con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato. Si otterrebbero subito alcuni vantaggi: omogeneità di giudizio nel biennio, aleatorietà nella composizione della commissione, responsabilizzazione della comunità disciplinare chiamata a scegliere una volta ogni due anni i suoi commissari e non concorso per concorso. Inoltre, dal punto di vista procedurale, la commissione sarebbe obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di revisori stranieri e a tenerne conto nello stabilire chi sia il candidato più meritevole.

È anche opportuno provvedere, con attenta gradualità temporale, a rendere obbligatorio il possesso del dottorato di ricerca per l’accesso alla carriera universitaria. Il dottorato costituisce il livello più avanzato della formazione universitaria, destinato a formare «alla» ricerca (non solo nelle università, ma anche negli enti pubblici e nel settore privato), ma anche a formare le professionalità più alte «tramite» la ricerca, come capita nei paesi dove il dottorato ha più lunga storia. Però non v’è dubbio che l’università dovrebbe fare i conti innanzitutto con se stessa, chiedendo che i suoi docenti posseggano il suo livello formativo più alto.

Un dottore di ricerca trentenne, che ha alle spalle otto e più anni di formazione e che si è cimentato con successo nella ricerca autonoma, è da ritenersi persona matura per concorrere a entrare nel grado iniziale della carriera di professore universitario, come succede nelle altre carriere pubbliche di analoga importanza e responsabilità. Abbiamo in Italia un bisogno disperato di giovani professori universitari, che insegnino e facciano ricerca con grande libertà anche nel decennio più produttivo della vita intellettuale, quello tra i trenta e i quarant’anni, invece che penare in posizioni incerte e subalterne che finiscono anche col limitare l’originalità di pensiero e l’indipendenza di azione con conseguenze drammatiche sullo sviluppo culturale del paese.

Stiamo correndo il rischio di veder scomparire interi filoni del sapere. I professori più esperti non trovano più giovani ai quali trasmettere prestigiose tradizioni di ricerca. Persino la positiva abbreviazione dei tempi medi di laurea, che riduce la collaborazione dei laureandi, sta giocando contro le potenzialità di ricerca delle università. La dialettica generazionale è una forza decisiva per lo sviluppo della conoscenza e per l’apertura di nuove strade di ricerca; quando viene a mancare, il sistema langue.

Per quanto riguarda i doveri e i diritti, il professore universitario che garantisce una esclusività di impegno per la sua università è la figura centrale della docenza. Non mancheranno però i professori a tempo parziale che, con parità di diritti, ma non di tempo dedicato e quindi di stipendio, garantiscono all’università l’apporto scientifico continuo e regolare di persone che svolgono anche una libera professione o comunque un’altra professione non esclusiva.

La legge darà solo linee generali per quanto riguarda i doveri didattici e l’impegno orario di presenza chiesto ai professori universitari. I dettagli saranno lasciati ai regolamenti di ateneo e dovranno comunque prevedere la massima flessibilità tra le due funzioni fondamentali della didattica e ricerca, che potranno rappresentare quote diverse del lavoro di ogni singolo professore in diversi momenti temporali della sua carriera.

 

I nuovi studenti

Una società che non investe sui suoi giovani è destinata a deperire. Le università hanno una responsabilità enorme per garantire che gli anni trascorsi negli studi universitari formino al meglio professionisti e cittadini. Le università devono essere insieme palestre e pilastri del sapere e della democrazia.

Serve una nuova cittadinanza studentesca che inglobi e potenzi il diritto costituzionale degli studenti capaci e meritevoli di arrivare ai più alti gradi degli studi anche se provenienti da famiglie non abbienti, ma che non si fermi qui. Serve quindi ampliare una politica di borse di studio e, soprattutto, di servizi abitativi e logistici per chi ne ha diritto, soprattutto se fuori sede, rimediando a un’impressionante arretratezza italiana rispetto agli altri paesi. Un maggior legame tra servizi agli studenti e atenei sarebbe forse utile per caratterizzare l’offerta formativa di un ateneo e per rendere più consapevoli le scelte degli studenti. Ma va immaginata anche una nuova politica di supporti alla cittadinanza studentesca, affinché gli studenti universitari possano esprimere e dare il meglio di sé. Le città, universitarie e non, dovrebbero farsi forti dei loro studenti universitari, della loro freschezza intellettuale e capacità innovativa, offrendo loro spazi di presenza e di cittadinanza attiva che li facciano crescere e ne orientino aspirazioni e bisogni. Servono anche nuovi rapporti istituzionali tra città e università su questi temi. L’università non può essere vissuta dagli studenti come un mondo senza regole. Le città non possono vivere le comunità studentesche universitarie come enclaves senza legami.

Le università e le città devono essere messe in grado di competere positivamente per attrarre gli studenti, pur senza dimenticare che non si deve rischiare di privare intere regioni dei giovani più ricchi di talento e di coraggio innovativo (una sorta di brain-drain interno), ma anzi sostenere la crescita dei territori svantaggiati proprio investendo nella formazione e ricerca «in loco» dei loro giovani. La mobilità studentesca territoriale, sia nazionale che internazionale, è un fattore potente di sviluppo e di competizione, ma va guidata e coniugata con la coesione sociale.

In questo quadro di intervento pubblico equilibratore e di salvaguardia dei ceti deboli, è certamente pensabile far corrispondere a maggiori servizi agli studenti un loro maggiore contributo economico alle università, anche differendolo nel tempo tramite i vari possibili meccanismi di prestiti e rimborsi.

Un altro aspetto cruciale è l’attenzione agli studenti più bravi. L’Italia ha un sistema di scuole universitarie d’eccellenza di grande prestigio, ma quantitativamente poco sviluppato. Oltre che investire gradualmente sull’ampliamento di questo sistema, piuttosto che immaginare di istituire nuove università d’eccellenza, sarebbe conveniente stimolare in tutte le università, ognuna nei suoi campi di maggior prestigio e sviluppo, la messa a punto di iniziative destinate a individuare e sostenere gli studenti che ottengono i migliori risultati.

 

La nuova università

La nuova architettura didattica universitaria introdotta nel 1999 sta dando i primi frutti positivi. Europea per modello, flessibile per durata e contenuti, affievolirà nel tempo gli effetti più perversi del tradizionale valore legale dei titoli, che pure non può essere abbandonato ex abrupto per varie e serie ragioni. Aiuterà le università a maturare la loro nuova missione, cioè rispondere responsabilmente ad aspirazioni e necessità di intere generazioni di giovani e del mondo del lavoro, all’interno di un sistema di formazione che si estenderà lungo tutto l’arco della vita di ciascuno.

Ma per fare una buona università, anche dal punto di vista della didattica, occorre assolutamente dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. Un’attenzione tutta particolare deve essere riservata alla ricerca universitaria libera, nel senso di ricerca proposta autonomamente dal ricercatore e guidata dalla sua curiosità. La storia insegna che la curiosità del ricercatore e la sua libertà di azione sono, senza eccezioni, i fattori fondamentali di successo.

La ricerca universitaria libera non riguarda solo quella nelle discipline di base, ma anche quella nelle discipline tecnologiche e applicate. L’università deve certamente rispondere alla domanda di ricerca che viene dal mondo esterno e dalle imprese in particolare, giustamente  orientata all’innovazione e alla produzione, ma deve essere sostenuta nel suo campo più naturale, la ricerca libera, caratterizzandone meglio regole e competitività, senza mortificare o asfissiare finanziariamente alcun settore della conoscenza.

Non va nemmeno trascurato il fatto che la ricerca pubblica si svolge in Italia sia nelle università che negli enti pubblici di ricerca. Separare questi due comparti è un errore, occorre integrarli sempre più nella convinzione che entrambi possono rispondere alla domanda di ricerca della società, ma anche che entrambi possono offrire alla società il contributo strategico fondamentale della ricerca libera.

L’università italiana ha da tempo iniziato un percorso evolutivo di innovazione e di adeguamento ai tempi. Occorre riprenderlo con lena in un quadro di autonomia e di svecchiamento normativo. Compito della politica e delle leggi è accompagnare intelligentemente quest’evoluzione senza mai perdere di vista i valori fondanti millenari delle università.

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