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Per non reinventare la ruota

Written by Fabrizio Ghisellini Thursday, 01 September 2005 02:00 Print

Ciclo politico: il momento dell’efficienza paretiana Se possibile, il dibattito sulle grandi riforme di politica economica è attualmente ancora più povero di spunti e idee-guida di quanto non sia stato negli ultimi anni. Per quanto riguarda il governo, fioccano le critiche. Già prima della pausa estiva, il contenuto del DPEF è stato infatti valutato da molti commentatori come poco più di una serie di tabelle che riassumono/ribadiscono i numeri del piano di rientro concordato con la Commissione europea; sorte sostanzialmente analoga è toccata alla (bozza di) finanziaria, giudicata dalle parti sociali insufficiente ai fini di un significativo rilancio dello sviluppo.

 

Ciclo politico: il momento dell’efficienza paretiana Se possibile, il dibattito sulle grandi riforme di politica economica è attualmente ancora più povero di spunti e idee-guida di quanto non sia stato negli ultimi anni. Per quanto riguarda il governo, fioccano le critiche. Già prima della pausa estiva, il contenuto del DPEF è stato infatti valutato da molti commentatori come poco più di una serie di tabelle che riassumono/ribadiscono i numeri del piano di rientro concordato con la Commissione europea; sorte sostanzialmente analoga è toccata alla (bozza di) finanziaria, giudicata dalle parti sociali insufficiente ai fini di un significativo rilancio dello sviluppo.

Nella percezione dell’opinione pubblica la situazione di «apnea progettuale» riguarda peraltro anche l’opposizione. Al momento, non è infatti ancora dato conoscere quali saranno gli interventi-chiave che il centrosinistra si propone di porre in essere per imprimere una svolta positiva alla situazione della finanza pubblica e dell’economia.

Vi è naturalmente una chiave politica per spiegare questa situazione. Nessuno vuole rischiare di perdere consensi. Le fragilità e le incertezze interne ad entrambe le coalizioni non rendono quindi appetibile al momento l’esplicitazione di progetti di politica economica suscettibili di generare effetti socioeconomici negativi su parte dell’elettorato. Molti fra tali progetti sono infatti generalmente «non paretianamente efficienti»: possono migliorare la situazione della maggioranza dei cittadini (e quindi del sistema) solo intaccando i privilegi o le aspettative di minoranze forti.

Il problema per i cittadini è che nel frattempo la situazione va deteriorandosi ulteriormente, e aumenta quindi la possibilità che i piani, ancora chiusi nei rispettivi cassetti, non siano più sufficienti a far fronte alla situazione che il nuovo governo – qualunque esso sia – si troverà a fronteggiare a fine 2006.

Occorre quindi chiedersi se esiste una via d’uscita da questa spirale, o almeno un’iniziativa che consenta di «fermare le lancette» dell’orologio del deterioramento fino alla finanziaria per il 2007.

Come si è detto, la riluttanza a scoprire le carte è fortissima in entrambi gli schieramenti. Quello di cui non si tiene conto è tuttavia che non tutte le innovazioni sono necessariamente costose da un punto di vista elettorale. È infatti noto come possano esistere innovazioni «paretianamente efficienti» anche da un punto di vista politico, e che quindi: non abbiano connotazioni troppo politicizzate; siano facili da introdurre da un punto di vista normativo; non rischino di generare effetti controproducenti su conti pubblici/crescita; non ledano il benessere di fasce della popolazione; siano suscettibili di generare un elevato valore aggiunto nello specifico contesto italiano. Tale valore aggiunto va misurato (come ricordato recentemente da Giacomo Vaciago) in termini di capacità di migliorare strutturalmente i conti pubblici e/o di aumentare il tasso potenziale di crescita dell’economia.

Il riferimento al contesto è cruciale. Solo partendo dalle macrocaratteristiche più importanti del sistema-paese è infatti possibile individuare le aree sulle quali intervenire prioritariamente.

 

Una partnership Stato-enti locali?

Dal punto di vista macroistituzionale, uno dei processi più importanti in corso è quello del graduale spostamento di competenze e responsabilità di bilancio dallo Stato agli enti territoriali. In una situazione di ristrettezze finanziarie e fragilità politiche, questo spostamento è stato ed è tuttora assai problematico, perché effettuato all’interno del modello di funzionamento tradizionale centro-periferia.

In questo modello i trasferimenti statali giocano un ruolo fondamentale a causa di una importante diversità strutturale fra il bilancio dello Stato e quello dei comuni per quanto riguarda le entrate (le spese sono più simili). Attraverso le imposte sui redditi e sulle imprese, infatti, il primo è correlato con il ciclo economico; il secondo è invece per la gran parte funzione di voci semistatiche (ICI, TARSU, ecc.) e deve quindi essere sostanzialmente integrato da flussi esogeni (trasferimenti statali e regionali).

Il bilancio «strutturale» degli enti locali è quindi intrinsecamente instabile. La mancanza di correlazione fra ciclo economico ed entrate rappresenta peraltro un aspetto particolarmente negativo se si pensa che ormai da qualche anno i comuni coprono la maggior parte della spesa pubblica per investimenti. Investimenti che non sono quindi suscettibili di generare ritorni di carattere economico.

A fronte di investimenti più «visibili» politicamente, questo può introdurre un disincentivo per gli enti a privilegiare quei progetti che potrebbero meglio contribuire ad elevare il tasso di crescita naturale dell’area (ad esempio i progetti infrastrutturali), ma che siano magari più impegnativi finanziariamente. In assenza di correlazione fra crescita economica dell’area e bilancio degli enti, diviene quindi difficile garantire a priori la qualità micro-macroeconomica degli investimenti pubblici.

In un momento nel quale il tasso naturale di crescita è diventato strutturalmente modesto e il risanamento dei conti pubblici rischia di avere ulteriori effetti negativi sullo sviluppo, occorre invece sfruttare al meglio le sinergie potenziali con gli enti territoriali ai fini di una maggiore competitività ed efficienza del sistema. A tal fine, è quindi fondamentale riequilibrare la struttura del bilancio degli enti locali, elevando la correlazione fra crescita locale ed entrate.

Senza reinventare la ruota, cominciamo col misurare il ritardo che ci separa da altri paesi in un settore così importante.

Paradossalmente, in un paese storicamente municipale come l’Italia, gli enti locali rappresentano una risorsa inutilizzata di politica economica. Ai comuni – le istituzioni che meglio conoscono problemi e potenzialità del territorio – non è affidata alcuna responsabilità né alcun incentivo per quanto riguarda l’attuazione locale della politica economica nazionale e il sostegno della crescita. Al contrario l’interazione Stato-enti locali in Francia e nel Regno Unito, ad esempio, è strutturata a cascata, attraverso una fitta rete di agenzie, e funziona sia bottom-up che top-down, per concertare strategie di politica economica miranti a rafforzare crescita e competitività del sistema-paese.

In particolare, nel Regno Unito sono appena entrate in vigore norme che garantiscono agli enti locali di avere significativi benefici tributari come risultato dell’adozione di politiche mirate alla crescita economica locale. Lo schema, denominato LABGI (Local Authority Business Growth Incentives), è operativo dall’inizio di aprile. Le autorità locali avranno diritto a trattenere il 70% del gettito tributario generato dalla crescita dell’economia locale nel caso in cui tale crescita sia superiore alla differenza fra lo specifico trend di crescita territoriale e un «fattore di correzione» fissato dal governo (il fattore sarà inizialmente pari all’1,4%). Ad esempio, con un trend del 3,4% i benefici scatteranno solo qualora la crescita superi il 2% (3,4%-1,4%). È stato stimato che in sede di prima applicazione il LABGI dovrebbe generare risorse aggiuntive per gli enti locali nella misura di circa 1,5 miliardi di euro. Il meccanismo non è quindi né perequativo né distorsivo: tutti i territori, ricchi e poveri, hanno le stesse chances di beneficiarne e possono dividersi con lo Stato risorse aggiuntive.

Uno schema analogo (che potrebbe chiamarsi CCC, Compartecipazione competitiva alla crescita) sarebbe adatto anche per l’Italia. Oltre a investimenti mirati, le cose che gli enti locali italiani potrebbero fare per favorire la crescita sono molte: promozione di fusioni/acquisizioni societarie (c’è accordo sul fatto che alle radici del «declino» vi sia anche la dimensione troppo piccola delle imprese), compartecipazione in iniziative di private equity, apposizione di garanzie su finanziamenti privati diretti ai progetti più validi, realizzazione di infrastrutture sinergiche allo sviluppo, valorizzazioni urbanistiche mirate, marketing intelligente del territorio sui mercati globali. Ancor più delle singole misure, sarebbe tuttavia importante cambiare l’ottica con la quale gli enti locali operano: come detto, considerazioni legate alla crescita sono al momento sostanzialmente secondarie nelle decisioni di politica economica degli enti locali.

È ovviamente molto difficile stimare il potenziale impatto di uno strumento del genere, soprattutto per quanto riguarda l’effetto (positivo) della «competizione per crescere» sul tasso naturale di crescita dell’economia nel suo complesso e quindi sulle entrate tributarie dello Stato.

Utilizzando le serie storiche 1995-2002 sul valore aggiunto provinciale contenute in uno studio effettuato da Unioncamere-Istituto Tagliacarne è possibile tuttavia simulare1 il possibile impatto della riforma sul PIL e sugli aggregati di finanza pubblica più rilevanti. Da notare che la ricchezza prodotta a livello di provincia può essere un indicatore utile anche in considerazione del fatto che, realisticamente, proprio i 103 capoluoghi di provincia – piuttosto che gli ottomila comuni – potrebbero avere le dimensioni e le competenze adatte per rendere significativa e gestibile la riforma.

Dato che le variabili di bilancio si riferiscono all’insieme della PA, non è necessario specificare il tasso di compartecipazione per i comuni relativo al gettito addizionale che verrebbe creato. Occorre tuttavia quantificare il livello complessivo di pressione tributaria applicabile e soprattutto la misura dell’aumento del tasso naturale di crescita derivante dall’introduzione della riforma.

Quest’ultima è, ovviamente, non suscettibile di identificazione univoca. Ai fini illustrativi, l’ipotesi utilizzata è quella di tassi di crescita superiori solo del 10% a quelli effettivamente realizzati nel periodo. Ipotizzando l’avvio del meccanismo a fine 1998 e grazie all’effetto cumulativo dei delta di crescita annuali, l’effetto positivo sul PIL sarebbe arrivato a circa 45 miliardi nel 2002. Il miglioramento del rapporto deficit-PIL sarebbe cresciuto nel periodo da circa 0,5% a 0,9%; la discesa del rapporto debito-PIL avrebbe acquistato progressivamente velocità (il rapporto sarebbe stato di circa 2 punti inferiore allo storico nel 1999 e di circa 5 punti inferiore nel 2002).

Scongelare la ricchezza Dal punto di vista microsocioeconomico, una peculiarità dell’Italia sono le dimensioni della ricchezza patrimoniale della popolazione in un contesto di erosione dei redditi reali per parti importanti della classe media e quindi di incertezza per quanto riguarda le prospettive del sistema pensionistico e di assistenza sociosanitaria.

L’Italia è il paese in cui il rapporto ricchezza privata-ricchezza pubblica è più alto rispetto a tutti gli altri paesi OCSE: la ricchezza netta delle famiglie è pari a circa otto volte il PIL, quasi diecimila miliardi di euro. Gran parte di questa ricchezza – in parte generata dall’impennata del mercato immobiliare registratasi negli ultimi anni – è rappresentata dalla proprietà della casa di abitazione ed è ad oggi congelata, dato che non esistono strumenti che la rendano «liquida» senza incidere negativamente (come fanno i mutui ipotecari) sui flussi di reddito. Dopo il fenomeno di erosione dei redditi delle famiglie che ha avuto luogo negli ultimi anni, l’italiano è infatti sempre più house rich/cash poor. Solo che, trattandosi di disponibilità illiquide, non si materializza quell’«effetto ricchezza» che è stato fondamentale nel sostenere ad esempio la crescita degli Stati Uniti negli ultimi anni.

Nel mondo anglosassone (ma sempre di più anche in Francia e Germania) non vi è invece separazione netta fra ricchezza immobiliare e ricchezza mobiliare. Attraverso una miriade di strumenti (second mortgages, equity release mortgages) il cittadino può ottimizzare in ogni momento, in funzione della sua fase di vita, la ripartizione flussi-stock della sua posizione finanziaria. Il risultato ultimo di questa spinta verso la modernizzazione è stato negli anni scorsi un forte aumento del reddito nazionale. Si calcola che, grazie alla monetizzazione parziale del valore delle prime case, l’Australia abbia aumentato il proprio PIL di un punto percentuale in ciascuno degli ultimi quattro anni. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno fatto di più. Qui l’incremento annuo è stato di due punti percentuali.

Naturalmente, occorre trovare per l’Italia il meccanismo più adeguato al contesto di un paese diverso rispetto al mondo anglosassone e nel quale – nonostante il debito delle famiglie sia di recente cresciuto – vi è minore familiarità con gli strumenti finanziari.

Tenendo conto di questi aspetti, uno schema a cui ispirarsi potrebbe essere quello degli equity release mortgages. Potrebbe chiamarsi VIA (Valorizzazione immobiliare anticipata): il proprietario dell’immobile – tipicamente sono eleggibili gli ultrasessantenni – riceve dalla banca una somma o una annualità esentasse pari cumulativamente al 20-40% del valore di mercato dell’immobile. Essendo un meccanismo zero-coupon, non vi è ammortamento di nessun tipo fino a quando alternativamente: a) l’ultimo dei cointestatari originali muore; b) l’immobile viene venduto. Solo in quel momento è necessario rimborsare la VIA per un ammontare che non può comunque in nessun caso essere superiore al valore dell’immobile se lo stesso viene venduto. Da tener presente che vi è in ogni momento la possibilità di rimborsare anticipatamente il debito maturato.

Al contrario di quanto avviene nelle vendite di nuda proprietà, non vi è quindi trasferimento di titolarità dei diritti (ove si saldi in cash, neanche in caso di morte o vendita) e si può in ogni momento disporre totalmente dell’immobile. Rispetto al mutuo ipotecario standard, il profilo di rischio è legato in modo univoco al mercato immobiliare (gli aspetti reddituali del mutuatario sono pressoché irrilevanti). Attraverso un’erogazione che rappresenta una frazione minoritaria del valore dell’immobile, il rischio immobiliare viene tuttavia minimizzato. Questo consente di contenere il livello dei tassi d’interesse applicabili.

In una società con elevata patrimonializzazione immobiliare, modesti tassi di natalità e un sistema pensionistico inadeguato, la VIA potrebbe rappresentare uno strumento estremamente popolare al fine di sostenere consumi e investimenti degli ultrasessantenni e delle loro famiglie senza – cosa molto importante in Italia – intaccare la proprietà.

Grazie a meccanismi di solidarietà intergenerazionale, che in Italia sono particolarmente forti, la VIA potrebbe essere inoltre estremamente utile per contribuire a risolvere un problema sociale ed economico molto grave. Con i prezzi degli immobili cresciuti del 50% in tre anni e il mercato dell’affitto praticamente inesistente, l’accesso alla prima casa per giovani di reddito medio è infatti diventato quasi impossibile.

Oggi il problema dell’accesso alla proprietà coincide con quello dell’accesso al credito. Anche in presenza di bassi tassi d’interesse, il prezzo degli immobili è infatti talmente elevato da rendere problematica l’acquisizione di mutui ipotecari anche per chi dispone di un reddito medio, specialmente nel caso in cui sia privo di disponibilità liquide da utilizzare a parziale copertura dell’acquisto della casa.

Ipotizziamo che un «giovane» CO.CO.CO. titolare di un reddito di 20-25.000 euro voglia acquistare un monolocale periferico che costa 200.000 euro. Alla luce dei rapporti rata-reddito abitualmente usati dalle banche, difficilmente sarà considerato eligible per un mutuo. Attraverso la VIA, il genitore abitante in un immobile di sua proprietà del valore di 400.000 euro potrebbe però incassare 100.000 euro e utilizzarli per ridurre della metà il «fabbisogno di mutuo» del figlio. A quel punto quest’ultimo potrà tranquillamente accedere al mutuo (di 100.000 euro e non più di 200.000 euro) necessario per l’acquisto della sua prima casa.

Anche se interessasse una frazione minima del patrimonio immobiliare di famiglie che sono house rich/cash poor, la VIA potrebbe mettere in circolo decine di miliardi di euro (come ricordato, la ricchezza patrimoniale netta privata in Italia è pari a circa otto volte il PIL), e contribuire ad un aumento del tasso naturale di crescita del paese.

 

Altre strade: il principio dell’ampliamento delle possibilità di scelta

Alla fine, l’elemento concettuale comune, presente sia nella CCC sia nella VIA, è la capacità di fornire – alle istituzioni e alle persone – più strumenti, più alternative, più scelte senza che questo comporti un costo né per i soggetti interessati né per lo Stato. Da notare che i vantaggi non starebbero soltanto nella creazione di ricchezza aggiuntiva, ma anche nella capacità di allocare in modo più efficiente la tempistica e la tipologia delle proprie decisioni di spesa.

Ampliare la capacità di scelta responsabile dei singoli nella gestione intertemporale del portafoglio di entitlements disponibile induce di per sé un aumento di efficienza del sistema. Come si è detto, nei paesi anglosassoni la liquidità generata da schemi equity release è ad esempio spesso utilizzata dai beneficiari più anziani per coprire le spese connesse con assistenza domiciliare e/o sanitaria.

Più in generale, il finanziamento dell’assistenza sanitaria rappresenta per molti paesi – fra i quali l’Italia – un ulteriore tema di cruciale rilevanza, rispetto al quale una adeguata utilizzazione del principio di capacità di scelta dei cittadini può risultare estremamente efficace.

Il problema è quello di garantire l’accesso di tutti ai servizi essenziali. Come rilevato dall’Adam Smith Institute, questo problema storicamente non è stato tuttavia risolto né da chi (paesi europei) promette un’assistenza sostanzialmente gratuita finanziata dalla fiscalità generale, né da chi (Stati Uniti) prevede il ricorso a schemi assicurativi individuali di carattere privatistico. Dato il carattere onnicomprensivo della copertura sanitaria, in ambedue i casi si registra un eccesso di domanda; in pratica, si tende a ricorrere all’assistenza sanitaria in maniera indiscriminata anche per patologie di entità trascurabile. Ne consegue un gonfiamento dei costi generali che, sia pure per strade diverse, conduce in ambedue i sistemi ad uno stesso esito: il sostanziale razionamento dei servizi essenziali. Nel modello europeo, il razionamento prende la forma di scarsità di strutture e risorse umane e di lunghe liste d’attesa; in quello statunitense, i costi crescenti delle polizze assicurative tagliano fuori fasce sempre più estese di popolazione dall’assistenza in caso di patologie gravi.

Per recuperare efficienza (ed equità) alcuni Stati americani hanno iniziato a introdurre un approccio misto, nel quale lo schema assicurativo copre soltanto le patologie gravi, mentre per il resto i cittadini possono attingere ad un «conto corrente sanitario» dal trattamento fiscale privilegiato. In tal modo, da un lato si contengono i costi delle polizze assicurative e si garantisce quindi a tutti l’accesso immediato all’assistenza in caso di reale necessità, dall’altro si attinge al conto corrente sanitario in maniera mirata e si riduce l’eccesso di domanda per i servizi sanitari minori (si stima che i costi globali della sanità possano così ridursi di circa il 20%). A Singapore è in vigore con successo da circa quindici anni uno schema ancora più innovativo, che combina assistenza sanitaria e previdenziale. I cittadini devono versare annualmente il 6-8% del loro reddito (fino ad un massimo di circa 3.000 euro) in un conto chiamato Medisave, destinato a finanziare l’assistenza ospedaliera. Se il saldo inutilizzato del conto raggiunge un totale di 12.000 euro, i contributi addizionali sono girati ad un conto diverso, finalizzato all’integrazione del trattamento pensionistico. In tal modo il contribuente è chiamato a scegliere: qualora decida di utilizzare il conto per finanziare ospedalizzazioni non effettivamente necessarie, automaticamente ridurrà il suo monte-risparmi destinato all’integrazione pensionistica. Dopo i 55 anni, il conto Medisave minimo scende a circa 8.000 euro; tutte le disponibilità in eccesso possono essere liberamente ritirate. È anche previsto che, in caso di necessità, i membri di uno stesso nucleo familiare possano mettere in comune i propri conti Medisave per far fronte alle necessità di un singolo.

Naturalmente, il modello Medisave non è perfetto. Molti conti individuali non sono abbastanza capienti per far fronte ad eventi «catastrofici» (trapianti di organi, ad esempio), e lo schema è stato quindi integrato con altri più tradizionali. Al di là della sua validità intrinseca, Medisave è tuttavia un esempio ulteriore di un approccio innovativo ai grandi temi di public policy che valorizza la capacità di scelta e la responsabilità dei soggetti interessati, e riesce nei fatti a garantire meglio di quanto non avvenga altrove la corresponsione di servizi essenziali.

E qui torniamo alla congiuntura italiana. Si è detto dell’attuale sostanziale latitanza dei due schieramenti politici a sbilanciarsi su quelle che saranno le dolorose scelte di politica economica che dovranno in ogni caso essere adottate subito dopo le elezioni previste per il prossimo anno. Al di là degli schemi «zero costo-zero rischio» come CCC e VIA, un’applicazione più ampia possibile del principio dell’ampliamento della capacità di scelta dei cittadini – specie in un contesto di risorse pubbliche scarse – potrebbe risultare decisiva nel minimizzare i costi sociali delle future politiche economiche.

 

It takes two to tango

Anche dal punto di vista normativo e attuativo, né la CCC né la VIA presentano particolari problematiche.

Il metodo che ha portato all’introduzione della CCC nel Regno Unito è stato infatti quello della concertazione fra Tesoro ed enti, con tanto di questionari inviati e – ferma restando l’ultima parola del governo – tenace lavoro di valutazione/riconciliazione delle diverse preferenze espresse dagli enti locali interessati. Nelle more della definizione dei concreti meccanismi operativi, al momento sarebbe quindi sufficiente una norma che facesse partire una analoga concertazione e prevedesse una proposta finale del ministro entro un periodo di tempo predefinito.

Per quanto riguarda la VIA, non sarebbe necessaria neanche una legge. Nel contesto di un suo supporto attivo al progetto, il governo (per essere precisi, il CICR) dovrebbe semplicemente introdurre la VIA nell’elenco degli strumenti per i quali è prevista la capitalizzazione degli interessi.

Vi è però un problema di fondo, che ha a che fare con la capacità del governo di interagire costruttivamente con il mondo esterno a monte del processo di decision-making.

Prendiamo il caso dei rapporti Stato-enti locali. L’Italia è forse l’unico grande paese europeo privo di una struttura ministeriale che abbia la missione di interagire con gli enti territoriali per «fare politica economica». In Francia, in Germania, nel Regno Unito uffici statali ed enti locali dialogano in modo sistematico e prendono iniziative per ottimizzare la performance del sistema-paese. È ragionevole ipotizzare che le maggiori difficoltà dell’Italia di ottenere tassi di crescita soddisfacenti siano spiegabili anche con l’assenza di questa concertazione.

Creare una struttura «dedicata» al dialogo con gli enti locali in ambito economico-finanziario è quindi urgente. Oltre all’introduzione della CCC, va rivista – come detto – la normativa sull’accesso ai mercati degli enti. Dal punto di vista gestionale, occorre inoltre disegnare modi e forme di una pianificazione territoriale che è necessaria per massimizzare il recupero di competitività del paese (una strategia efficiente di attrazione degli investimenti esteri va supportata con la scelta di specifiche locations da individuare e ottimizzare con gli enti). Occorre infine fornire supporto attivo agli enti nell’accesso ai mercati, nell’utilizzo dei derivati e nelle operazioni di finanza innovativa (per private equity, creazione di società miste supportate da valorizzazioni immobiliari e urbanistiche, finanza di progetto).

Al di là del settore enti locali, vi è tuttavia una più ampia esigenza di arrivare ad un potenziamento delle strutture. Accade infatti spesso che le proposte avanzate al governo dall’esterno, anche quelle di cui non si discute la validità intrinseca, si arenino perché, semplicemente, risulta difficile trovare interlocutori. Nell’ambito dei ministeri competenti in tema di politica economica, infatti, la quantità di risorse umane qualificate a livelli adeguati di responsabilità è ancora razionata dalle regole burocratiche tipiche di tutta la PA. È evidente come questa situazione non sia compatibile con l’attuale necessità di valutare rapidamente il numero più ampio possibile di opzioni di politica economica.

E, naturalmente, l’inadeguatezza quantitativa delle risorse qualificate pesa su tutta l’attività di politica economica e finanziaria. Paesi come Francia e Germania, con una situazione di finanza pubblica considerata da molti migliore della nostra, hanno da tempo costituito entità autonome e quantitativamente adeguate per la gestione del debito. In Italia – paese con il terzo debito pubblico del mondo – si parla da dieci anni della creazione di una agenzia del debito pubblico senza che succeda nulla. Nel frattempo, la gestione del debito è stata comunque curata da un numero ristrettissimo di persone estremamente valide. Vi è tuttavia ragione di ritenere che la portata delle sfide epocali che il paese ha di fronte non sia compatibile con il permanere di modelli organizzativi di questo tipo. Senza reinventare la ruota, à la guerre comme à la guerre.

 

Note

1 Il valore aggiunto è una proxy lineare ragionevolmente stabile del PIL. Negli ultimi anni il PIL è stato di circa il 30% superiore al valore aggiunto nazionale.

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