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Da Sigonella a Baghdad passando per il Cermis

Written by Domenico Cacopardo Monday, 02 May 2005 02:00 Print

Il succedersi dei drammatici eventi di quell’ottobre 1985 ebbe un ritmo incalzante: sembrò d’essere in una spy story (sostenne il «Corriere della Sera» del 13 ottobre che solo Ian Fleming avrebbe potuto immaginare una vicenda così straordinaria), per la molteplicità degli scenari evocati e per le forze messe in campo. Dopo il sequestro dell’Achille Lauro, nel corso del quale avvenne il barbaro assassinio nell’americano Leon Kinghofer, un paraplegico gettato in mare con la sua carrozzella, la resa dei fedain e la liberazione degli ostaggi, gli avvenimenti accelerano il loro corso. I quattro terroristi ottennero un salvacondotto per lasciare l’Egitto. Il volo sul quale, insieme al dirigente OLP Abul Abbas, furono imbarcati per dirigersi verso la Tunisia (sede dell’Autorità palestinese), venne dirottato da aerei USA (non è difficile immaginare un cooperazione «coperta» dei servizi egiziani) e costretto ad atterrare a Sigonella, una base NATO di importanza vitale nello scacchiere mediterraneo in tempi di guerra fredda, con la flotta sovietica dispiegata nel teatro, segno di un ardito superamento del vincolo dei Dardanelli.

 

Sigonella

Il succedersi1 dei drammatici eventi di quell’ottobre 1985 ebbe un ritmo incalzante: sembrò d’essere in una spy story (sostenne il «Corriere della Sera» del 13 ottobre che solo Ian Fleming avrebbe potuto immaginare una vicenda così straordinaria), per la molteplicità degli scenari evocati e per le forze messe in campo. Dopo il sequestro dell’Achille Lauro, nel corso del quale avvenne il barbaro assassinio nell’americano Leon Kinghofer, un paraplegico gettato in mare con la sua carrozzella, la resa dei fedain e la liberazione degli ostaggi, gli avvenimenti accelerano il loro corso.

I quattro terroristi ottennero un salvacondotto per lasciare l’Egitto. Il volo sul quale, insieme al dirigente OLP Abul Abbas, furono imbarcati per dirigersi verso la Tunisia (sede dell’Autorità palestinese), venne dirottato da aerei USA (non è difficile immaginare un cooperazione «coperta» dei servizi egiziani) e costretto ad atterrare a Sigonella, una base NATO di importanza vitale nello scacchiere mediterraneo in tempi di guerra fredda, con la flotta sovietica dispiegata nel teatro, segno di un ardito superamento del vincolo dei Dardanelli.

A bordo c’è anche un collaboratore di Abul Abbas. Intendimento dell’intelligence e delle forze armate americane presenti in aeroporto è trasferire i prigionieri su un aereo per farli volare sino agli Stati Uniti e sottoporli a un processo severo, che divenga monito per tutti i terroristi in circolazione nel mondo.

Correttamente il governo italiano (nel quale l’asse Craxi-Andreotti diresse le operazioni con grande disappunto dell’isolato Giovanni Spadolini, ministro della difesa) si pose di traverso al progetto, con una ineccepibile motivazione giuridica: il reato dei fedain è stato commesso in territorio italiano (la motonave Achille Lauro) e quindi l’arresto, l’istruttoria e il processo sono di competenza dell’autorità italiana.

È questo il punto di forza dell’atteggiamento di Craxi e Andreotti. E lo è tanto che quando sembrò concretizzarsi l’ipotesi che uomini della Delta Force si impadronissero dei ricercati per caricarli su un ve l i volo statunitense, i Carabinieri di stanza a Sigonella circondarono l’aereomobile egiziano, pronti – così sembrò a tutti i presenti in quei concitati momenti – allo scontro a fuoco pur di impedire che il blitz avesse successo.

E qui si può individuare il primo problema di carattere tecnico-giuridico: Sigonella è base NATO, sottoposta alla sovranità (derivata) dell’alleanza. Possono i Carabinieri italiani, in servizio di polizia militare – e quindi alle dipendenze dei responsabili NATO – rompere la catena di comando e operare su ordini del governo di Roma? Il problema non venne posto (né allora né dopo), perché i terroristi vennero sbarcati e consegnati alla polizia italiana e, quindi, all’Autorità giudiziaria che iniziò subito gli interrogatori.

Ciò è tanto più vero in quanto i risentimenti americani, se ci furono, non si manifestarono e la cosa sembrò avviata entro gli alvei del diritto nazionale.

Certo, c’è oggi da dire che il dirottamento dell’aereo egiziano da parte degli aerei USA fu esso stesso un atto contro il diritto internazionale, definibile, stricto iure, atto di pirateria. Per il vero, nel secondo dopoguerra furono realizzati numerosi atti in violazione del diritto internazionale: basti ricordare la cattura in territorio argentino da parte dei servizi segreti israeliani del noto criminale nazista Einrich Heichmann (ma in questo caso l’esecrazione da cui era circondato il personaggio aveva messo a tacere le ragioni del diritto). Non altrettanto giustificabili le numerose violazioni commesse dalle potenze egemoni USA e URSS: basti ricordare il bombardamento di Tripoli da parte di aerei americani, alla vana caccia del rifugio di Muhammar Gheddafi, con l’effetto collaterale e secondario (paradossi, queste definizioni, della cosiddetta «chirurgia militare» che, nel suo cinismo, non può che generare ripulsa e disgusto) di alcune decine di bambini morti, o l’invasione della Cecoslovacchia di Dubcek da parte dei carri armati sovietici.

Ma, insomma, nello scontro – discutibile per molti versi – tra alleati, alla fine venne a prevalere la ragione: l’Italia non poteva rinunciare alla cattura e al processo dei quattro terroristi, dal momento in cui questi, inopinatamente, erano in territorio italiano. Certo, il loro salvacondotto egiziano doveva avere avuto anche il consenso delle autorità italiane, protese alla salvezza degli ostaggi, e quello – peloso e tattico – degli americani, protesi a riscuotere la loro parte di accordo, quello che avrebbe permesso l’individuazione dell’aereo con il quale i quattro sarebbero stati in volo per la Tunisia. Ma, alla fine, per loro quid melioris di un periodo di carcere in Italia, in attesa di una grazia o di uno scambio al prossimo sequestro di persone innocenti?

E, poi, cosa avrebbero potuto opporre gli alleati d’oltreatlantico alla posizione giuridicamente ineccepibile del governo di Roma?

Diversa fu la sorte di Abul Abbas. L’uomo, una personalità di vertice dell’OLP, che partecipò alle fasi finali del sequestro, ottenendo la resa dei terroristi e il salvacondotto per loro, sembrò avere agito su mandato di Arafat, in piena intesa con le autorità italiane, con le quali – non è difficile immaginare – qualche accordo collaterale e non ufficiale plausibilmente era stato raggiunto. E se constatiamo che i terroristi avevano ottenuto il salvacondotto, non possiamo non ritenere che per il negoziatore Abbas e il suo assistente fossero previsti analoghi se non maggiori benefici, oltre quelli diretti verso Arafat e le casse dell’OLP.

Quindi, non vi può essere dubbio su ciò che l’OLP e Abbas si attendessero dal governo italiano: la sua immediata liberazione e il trasferimento in un paese sicuro.

Così, all’interno del feeling tra Craxi, Andreotti e Arafat – tutti nello specifico tra loro sodali per comuni interessi tattici e strategici – l’aereo egiziano venne autorizzato al decollo e, scortato da caccia italiani, raggiunse Roma.

Intanto tra Washington e Villa Taverna fervevano i contatti. Gli americani erano convinti, per informazioni acquisite dalla CIA e dai servizi segreti delle loro forze armate, che Abul Abbas non fosse il negoziatore della liberazione dei sequestrati dell’Achille Lauro, ma il capo del commando di terroristi che avevano sequestrato la nave. Quindi Abul Abbas era, secondo loro, non solo un dirigente OLP, ma un uomo dell’apparato terroristico dell’organizzazione, già allora sospettata – e forse non a torto – di doppiezza di comportamenti. Una doppiezza probabilmente necessitata in un contesto come quello palestinese, nel quale la disperazione si coniugava e si coniuga con un forte sentimento identitario nazionale. Per cui, il rapporto con i terroristi non poteva né doveva essere interrotto, pena l’allontanamento e la decadenza del ruolo dell’OLP nei confronti del suo proprio popolo.

Comunque sia, l’aereo di Abul Abbas arrivò a Roma e atterrò all’aeroporto di Fiumicino e qui sostò in una piazzola riparata, lontana dall’aerostazione e dai suoi movimenti operativi. Nelle stesse ore, l’ambasciatore Rabb si presentò a palazzo Chigi. Qui si rivelò disponibile a incontrarlo solo l’addetto diplomatico Badini, che ricevette una nota con la quale il governo americano informava quello italiano dell’imminente arrivo per le vie ufficiali di una richiesta di estradizione (sulla base dell’accordo diplomatico del 1984) nei confronti di Abul Abbas, formulata dal giudice federale del distretto di Columbia Charles Richey.

Ma Craxi e Andreotti non attesero l’arrivo della richiesta. Anzi, il suo semplice preannunzio sembrò accelerare l’evoluzione della crisi. Mentre il sostituto procuratore Franco Ionta – appositamente disinformato – attese un’intera giornata a Villa Savoia (la casa dei Savoia all’interno di Villa Ada, ormai di proprietà dello Stato egiziano che vi ha posto la propria ambasciata) per interrogare proprio Abul Abbas, questi rimase custodito nell’aereo egiziano e, sul far della sera, dopo che l’ambasciatore egiziano Rifeat Yeha si presentò sul posto con due biglietti aerei, fu trasferito su un velivolo di linea jugoslavo, lo JAT 407, che lo condusse, insieme a tanti normali passeggeri, a Belgrado, beffando la diplomazia togata che era entrata in azione per farlo raggiungere e bloccare dalla richiesta di estradizione.

Questo divenne il motivo della crisi nella crisi, poiché non solo la pubblica opinione americana si indignò per la liberazione di colui che era stato dipinto come il responsabile del sequestro e dell’assassinio di Leon Kinghofer, ma anche l’Amministrazione Reagan fu presa dal furore per l’accaduto, per la forma e per il riproporsi della «solita furbizia italiana», destinata a far sì che mai sia coerente il comportamento delle autorità, sempre ispirate dalla doppiezza e dall’immediato tornaconto. E, sulla questione, ancora oggi, non si può dare del tutto torto agli americani che si sentirono traditi dagli italiani, sui quali avevano fatto eccessivo conto.

Allo stesso tempo, non si può non ritenere giustificabile e giustificata l’azione italiana, in un contesto così drammatico da rendere necessari accordi segreti anche in violazione di norme interne e internazionali, nel superiore interesse della salvezza di oltre quattrocento ostaggi.

E, tuttavia, non si può non considerare un errore la mancanza di linearità e di chiarezza, almeno nelle sedi riservate nelle quali ciò sarebbe stato possibile. Il che è a maggior ragione confermato da quanto accadde successivamente: spiegazioni ufficiose, il prestigio dell’ambasciatore a Washington Petrignani, amico personale del presidente Reagan, e il fatto che l’accaduto era in qualche modo necessitato da accordi riservati e dalla posizione vulnerabile dell’Italia consentirono – a livello di governo – il rapido superamento del contrasto, sancito con l’invito di Craxi a Washington per una visita di Stato.

Gli effetti devastanti sulla pubblica opinione americana rimasero però tutti e protrassero i loro effetti nel tempo.

 

Cermis

Il 3 febbraio 19982 un aereo americano in volo addestrativo a bassa quota in prossimità di Cavalese3 impattò con i cavi della funivia del Cermis e tranciò quello portante, provocando la morte di venti turisti di varie nazionalità4 e il ferimento di un addetto all’impianto. L’aereo, nel corso del medesimo volo, scese per due tratte al di sotto dei mille piedi raggiungendo una velocità di 180 chilometri orari, ben superiore alla velocità massima consentita.5

L’incidente dette luogo a un acceso dibattito, anche per la reticenza delle autorità della NATO, che esclusero che il volo a così bassa quota fosse stato autorizzato. Tanto più che meno di un anno prima (il 21 aprile 1997), l’Aeronautica italiana aveva proibito voli a quota inferiore a 650 metri, proprio per allontanare i pericoli di impatto tra aerei e impianti fissi.

Da questa posizione NATO discendeva che l’accaduto non poteva essere stato causato che da una «bravata» dell’equipaggio e che, quindi, non potessero non esserci conseguenze d’ordine penale nei confronti dei suoi componenti.

Le incertezze di giurisdizione durarono poco. Vigeva e vige tuttora, infatti, il Trattato di Londra del 1951 (Convenzione sullo statuto delle forze-SOFA)6 fra gli Stati aderenti all’alleanza che prevede, in sostanza, la giurisdizione penale delle autorità del paese al quale il militare appartiene e la responsabilità civile del governo interessato, nella misura del 75% del danno accertato. In particolare le norme della convenzione stabiliscono con precisione le competenze dello «Stato che invia» e di quello che «riceve» le truppe. Nel caso di reati commessi al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni (militari) la competenza è dello Stato ricevente (quello cioè nel quale il reato viene materialmente compiuto), mentre nel caso di reati commessi nell’esercizio delle funzioni ufficiali la competenza sia dello Stato che invia.7

In questi termini si era regolata l’Italia – potenza inviante – in occasione del disastro aereo di Ramstein, in Germania, nel 1988. In quella circostanza, nonostante le autorità tedesche avessero richiesto al nostro paese la rinuncia all’esercizio della giurisdizione, il nostro paese scelse di esercitarla direttamente.

Nulla quaestio, pertanto, sull’esercizio dell’azione penale da parte di una Corte americana, nonostante le vibrate proteste dei legali incaricati di tutelare gli interessi dei parenti delle vittime: il trattato internazionale che prevedeva una tale riserva di giurisdizione aveva avuto costante applicazione e gli Stati Uniti non avevano mai accordato una deroga.

Al di là delle polemiche di stampa e del ricorrente pregiudizio antiamericano che percorre l’Italia con ondate ricorrenti, il Cermis non può essere considerato un caso nei rapporti tra Italia e Stati Uniti se non sotto un unico irrisolto profilo. Si tratta dell’assoluzione dall’imputazione di omicidio plurimo effettuata da una Corte marziale americana del pilota dell’aereo che causò la tragedia.

Sul punto Massimo D’Alema, presidente del consiglio dei ministri, ebbe a intervenire il 10 marzo 1999 alla camera dei deputati al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti e da un lungo e amichevole incontro con il presidente Clinton8 nei giorni immediatamente successivi all’assoluzione del pilota americano. Con inconsueta chiarezza e precisione, senza trincerarsi dietro formule più o meno equivoche o diplomatiche che dir si voglia, tali comunque da celare i veri termini del problema, D’Alema dichiarò in parlamento che «la sentenza di assoluzione non può che spostare il livello delle responsabilità (...) ho sottolineato, nel corso del colloquio con il presidente Clinton, l’esigenza irrinunciabile che eventuali responsabilità superiori (...) possano venire accertate prontamente, con il massimo di completezza (...) l’adesione convinta del presidente degli Stati Uniti a questa (...) richiesta significa che i nostri due governi convengono che le responsabilità della tragedia debbano (ancora) essere accertate in tutta la loro interezza».

Questa posizione, benché il clima fosse arroventato e le polemiche non mancassero, ottenne un esplicito apprezzamento del collegio degli avvocati dei congiunti delle vittime che, successivamente, formularono espliciti convincenti elogi al presidente D’Alema e ai sottosegretari Minniti e Brutti per l’azione svolta al fine di definire un’equa piattaforma per gli indennizzi.

Al termine della missione a Washington, il presidente del consiglio italiano poteva comunque registrare un indiscutibile successo. Per la prima volta – rara avis parvo – nella storia dei rapporti bilaterali e nella gestione dei rapporti con la NATO e gli altri paesi alleati, gli Stati Uniti d’America, con la sola proposta di uno stanziamento di due milioni di dollari per ogni vittima, ammettevano una sostanziale e formale responsabilità. Anche se una serie di successive votazioni (nelle quali il ruolo della lobby legata al Corpo dei Marines fu particolarmente efficace) insabbiò l’iniziativa, il governo americano, diretto dal presidente Clinton, fece sapere per le vie diplomatiche che il ministero della difesa di quel paese avrebbe provveduto a far fronte agli oneri derivanti dall’accaduto nella misura precisata dall’accordo del 1951. Una simile disponibilità da parte USA, non si è mai più verificata nel contesto NATO né in altri consimili.

Anche se rimaneva sul tappeto un margine di ambiguità derivante dalla decisione della Corte marziale USA per la dichiarazione di non colpevolezza del capitano Ashby (in qualche modo contenuta e, per le abitudini di quel paese, superata con il procedimento per intralcio alla giustizia e la successiva radiazione dal Corpo dei Marines dello stesso Ashby e di Scheiwtzer), non si poteva non constatare che il comportamento del presidente Clinton era stato ben diverso da quello tenuto dai suoi predecessori e dai suoi successori, manifestando uno straordinario spirito di amicizia e di cooperazione con il governo italiano.

Quanto al merito dell’azione penale nei confronti dei responsabili, nei mesi successivi nessun passo in avanti venne compiuto e i governi che si sono succeduti dopo quello D’Alema non hanno ritenuto di coltivare ulteriormente il contenzioso. La pressione della pubblica opinione, del resto, s’era attenuata dopo che i risarcimenti ai congiunti delle vittime e all’unico sopravvissuto, nell’aprile del 2000, erano stati tutti erogati.

Ma, a questo punto, a otto anni di distanza, non ci si può non interrogare ancora sulle responsabilità.

Accantonate le osservazioni sulla protervia di cui fanno sovente sfoggio le autorità militari statunitensi, nell’erronea convinzione che il ruolo di unica potenza mondiale del loro paese consenta comportamenti arroganti e il dispregio delle regole all’interno dell’alleanza atlantica (come dimenticare le informazioni errate e le reticenze di alcuni comandi NATO durante la guerra del Kossovo?), non si può che ribadire che nella tragedia del Cermis esistono responsabilità di rango più elevato che non possono non essere individuate, appunto, nei competenti comandi dell’alleanza. Del resto, è acquisito negli atti dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Trento che l’operazione nel corso della quale avvenne il grave incidente era programmata nell’ambito dell’attività addestrativa in corso in vista dell’attacco al territorio serbo-jugoslavo, un territorio montuoso dalle caratteristiche non dissimili da quello alpino, in particolare dolomitico. Ed è quindi possibile ritenere che la responsabilità dell’accaduto potesse essere rinvenuta nei comandi operativi dell’alleanza, che spesso e abusivamente si attribuiscono autonomie e poteri di rango nettamente superiore a quelli specifici riconosciuti nella nazione ospitante.

 

Baghdad

La fine del dottor Calipari sulla strada dell’aeroporto di Baghdad non può che essere esaminata nel contesto della missione affidata alle truppe italiane nel teatro iracheno, un teatro difficile e complesso che ha visto, in passato, un esercito come quello inglese – per non parlare di quello turco – ripetutamente battuto. Una popolazione divisa per etnie e per credi religiosi, in difficile convivenza in un territorio tracciato con la matita dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, senza tenere conto, appunto, delle talora inconciliabili differenze tra coloro che lo abitavano.

La considerazione apparente che animava i negoziatori di Versailles era che, comunque, si trattasse di arabi e di musulmani che avrebbero alla fine trovato nel collante islamico e in quello tribale un modus vivendi accettabile.

La considerazione sostanziale era che le rivalità razziali e tra clan avrebbero consentito alla potenza assegnataria della primazia di teatro, cioè la Gran Bretagna imperiale, di governare più facilmente, giocando gli uni contro gli altri.

E così è stato per diversi decenni, finché le elites militari e borghesi, venute in contatto con le ideologie liberale, socialista e comunista, riuscirono a organizzarsi per tentare di recuperare al mondo arabo autonomia e indipendenza. Nacquero i «Fratelli musulmani» in Egitto, nacque il partito Baath in Siria e in Iraq e, dalla loro lotta, discese l’estromissione della Gran Bretagna dal teatro mediorientale e il recupero di sovranità da parte della cosiddetta nazione araba.

Insomma, tornando all’Iraq, non può essere sotteso il ruolo liberatore e unificante che il partito Baath e la sua ideologia ebbero nella conquista della piena e reale indipendenza. Un riferimento corretto è quello al nostro Risorgimento: un moto di elites che costruì l’Italia e da una cui costola furono generati i movimenti nazionalistici, precursori e matrici del fascismo. Nonostante il fascismo, la dittatura e la guerra, il Risorgimento rimane ancora oggi nel patrimonio genetico dello Stato italiano e nella weltanshauung d i gran parte della popolazione di questo paese. D’altra parte, basta ricordare Stalin e la lotta patriottica del popolo sovietico per dimostrare come l’aggressione esterna è capace di saldare cittadinanza e dittatura in un solido blocco capace di sconfiggere l’invasore. Il che non avvenne in Italia proprio per merito della lotta clandestina antifascista, che non declinò nel suo impegno nemmeno durante i fasti della conquista dell’impero, oltre che per le deficienze intrinseche al regime e dell’azione politica del dittatore.

In questa prima valutazione sta la forza del resistere di un numero considerevole di iracheni, che non possono essere classificati né come terroristi né come ribelli. E ci vorrà del tempo, uno spirito autenticamente democratico e una politica accorta e illuminata delle attuali autorità di quel paese per dissipare la sindrome-sensazione di Salò, la sensazione cioè che il governo dell’Iraq sia costituito da un gruppo dirigente al servizio degli interessi di una forza occupante nemica (e ovviamente anche la religione degli occupanti diviene un detonatore. Non a caso Bin Laden parla di nuova crociata).

Se questo, in prima approssimazione, è lo scenario, non possono essere eluse alcune fondamentali domande che riguardano l’Italia e il suo ruolo in Medio Oriente.

Il nostro paese non ha partecipato alla seconda guerra del Golfo. Una scelta condivisibile, visto che il casus belli era particolarmente incerto e labile. Nella prima guerra del Golfo si trattava di rispondere all’invasione di un paese sovrano (anche se illiberale e governato da una dinastia asservita agli Stati Uniti), nella seconda si trattava di deporre – aggredendo un’altra nazione sovrana – un dittatore che era il riconosciuto legittimo capo dello Stato iracheno. In qualche modo, nella seconda guerra del Golfo, gli alleati interpretavano il ruolo che gli iracheni avevano interpretato nell’aggressione al Kuwait.

Ma era di tutta evidenza che non bastava deporre Saddam Hussein per risolvere ogni problema. Sia per il motivo storico (il partito Baath interprete e realizzatore della reale indipendenza del paese), sia per la generale ripulsa che l’invasione produce nel popolo degli invasi, l’aggressione nel popolo degli aggrediti.

Un errore di valutazione marchiano compiuto dalle autorità di governo italiano fu quello di ritenere che, conquistata Baghdad, non si trattasse che di operare in peacekeeping, in una missione, cioè, di tutela della gran parte della popolazione – quella pacifica e favorevole agli occupanti per intenderci – e di contenimento e isolamento di ristretti gruppi di ribelli e terroristi. C’era altro e si è visto ben presto.

L’attacco alla base italiana di Nassirya è la prima dimostrazione dell’errore commesso. Anche se non si è voluto dare corso a un’inchiesta parlamentare sulle responsabilità dell’accaduto (ma la Procura militare sta andando avanti con il suo certosino lavoro per individuarle), è di tutta evidenza che se l’attacco terroristico è riuscito, esso non poteva non riuscire. Nel senso che non erano state poste in essere tutte le misure occorrenti (ben note e collaudate anche dagli italiani, a iniziare dal teatro libanese. Bastava domandare al generale Angioni e a chi partecipò a quella missione) per impedire che uno o più automezzi carichi di esplosivo si avvicinassero alla base italiana sino al punto in cui la loro esplosione avrebbe provocato una strage. Certo, i comandi dei Carabinieri, responsabili della base, si sono giustificati dicendo che erano acquartierati in città per svolgere compiti di polizia e di assistenza alla popolazione. Ma è altrettanto certo un difetto di cautela e una implicita accusa a chi – governo e vertici militari – aveva disposto la missione senza chiarire sino in fondo la sua natura e la natura del teatro (di guerra guerreggiata) nel quale si stava operando. Qualcosa di simile era accaduto in Somalia, quando, per gli equivoci sulla natura della missione e per le improvvide intromissioni dei vertici della difesa (che, sembra, vietarono il ricorso all’aiuto degli americani), un gruppo di soldati italiani venne mandato allo sbaraglio e massacrato.

Così si è andata sviluppando la missione irachena, sulla base cioè di un equivoco insormontabile se non con una operazione di chiarezza da svolgere in parlamento e di fronte alla pubblica opinione, in modo che il da farsi divenga patrimonio della collettività, non di una maggioranza disavveduta, di un ministro insufficiente e di vertici militari sostanzialmente irresponsabili. Solo il succedersi di «incidenti» e l’aggiungersi di caduti ha costretto le Forze armate italiane ad adeguare l’armamento delle truppe in Iraq, inviando gli elicotteri Apaches e i carri armati di nuova generazione Ariete.

A ciò va aggiunto il ritorno della tradizionale «furbizia» italiana, il cui massimo interprete è il presidente del consiglio dei ministri, capace di annunciare il ritiro delle truppe per poi smentirlo un minuto dopo. E questo ritorno della tradizionale «furbizia» italiana dissipa il credito che faticosamente era stato acquistato dal paese sul piano internazionale sia con la politica di sacrifici che ci consentì di partecipare sin dal primo minuto alla istituzione dell’euro, sia con la difficile e coraggiosa scelta di partecipare alla guerra del Kossovo, che si colloca nella storia dell’Italia moderna come la guerra di Crimea: eventi entrambi che ci conferirono l’autorevolezza d’essere presenti e protagonisti della politica internazionale, partners affidabili, alleati efficienti e sicuri.

In questo ambito vanno collocate le azioni dell’intelligence italiana, da ultima l’operazione per la liberazione della signora Sgrena. Azioni alle quali, nonostante tutto, non è mancato il sostegno del paese sia in parlamento – sede nella quale la minoranza si è assunta la responsabilità di dare adesione alle azioni volte alla liberazione dei connazionali sequestrati – sia nelle piazze – nelle quali decine di spontanee manifestazioni dettero alla comunità internazionale il senso di un paese interamente schierato per la libertà degli ostaggi senza se e senza ma. Ma qui, in questa riflessione, occorre eliminare il «nonostante tutto», l’inespressa riserva, per valutare in termini spietati, ma corretti, per quanto possibile, l’accaduto.

Dalle scarse notizie circolate a mezza voce, sembra in primo luogo che i sequestri nei confronti degli italiani siano stati operati da bande appartenenti alla delinquenza comune. Certo, una delinquenza comune che si veste di motivazioni politiche, ma questo travestimento non è sfuggito né poteva sfuggire ai servizi di informazione italiani, americani, inglesi e iracheni (oltre che polacchi, autori di una brillante operazione per la liberazione di un loro connazionale). L’unica vittima di un sequestro politico sembra essere stato Baldoni. E questo conferma che le forze ribelli e terroristiche organizzate non solo non puntano ai riscatti, ma tendono a essere – per motivi religiosi e ideologici – inesorabili, «giustiziando» coloro che finiscono nelle loro mani.

C’è una logica indiscutibile in queste considerazioni: la guerra contro gli invasori occidentali «deve» essere totale e volgersi verso di essi e verso coloro – i collaborazionisti – che li aiutano. Al vasto mondo della delinquenza va lasciata mano libera perché essa giova ai resistenti, in quanto accentua il senso di caos e di insicurezza che ha investito il paese.

Non si può poi dimenticare che esistono due espliciti divieti alla trattativa con i sequestratori: il primo è quello posto dall’alleanza militare che occupa l’Iraq (della quale, nonostante tutto, fanno parte le truppe italiane) e che mutua le scelte politiche di Stati Uniti e Gran Bretagna; il secondo ha natura nazionale. L’Italia, infatti, per combattere il fenomeno dei rapimenti di persona, si è dotata di una legge che non solo vieta il pagamento dei riscatti, ma che consente anche il sequestro dei beni dei congiunti delle vittime di rapimenti.

Tale è il quadro di riferimento occorrente per valutare l’azione dei servizi segreti italiani nel teatro iracheno. E con questo non si vuole sostenere che lo Stato italiano doveva abbandonare i sequestrati al loro destino, rendendoli vittime sacrificali dello stesso principio che rese, ventisette anni fa, vittima Aldo Moro. Tanto è vero che in parlamento – unica sede responsabilmente deputata alla definizione della politica nazionale – la questione è stata accantonata. Risultava concorde il paese nel chiedere che si procedesse con ogni mezzo – «con ogni mezzo» – su una strada che consentisse la liberazione delle varie vittime di sequestro.

Ciò è accaduto ripetutamente e tutti hanno finto di accettare la verità ufficiale che nessun pagamento di riscatto era stato effettuato, mentre tutti sapevano, si comunicavano cifre e luoghi (il Dubai) nei quali valige di denari erano stati consegnati ai mediatori, probabilmente sempre gli stessi.

E anche questo è un elemento inquietante.

Non vi è alcun dubbio che pure gli alleati abbiano finto di tollerare, nonostante non si conoscano i passi ufficiosi e non che sono stati compiuti per lamentarsi con gli italiani di azioni svolte in contrasto con le norme stabilite in Iraq in questi casi.

Nessuna autorità italiana, a cominciare dal presidente del consiglio, ha avuto il coraggio, la spina dorsale e la forza di dire all’amico G. W. Bush che su questo tema l’Italia, presente in Iraq con il terzo contingente militare, intendeva operare in modo diverso e autonomo e che avrebbe preteso collaborazione e assistenza nelle operazioni riguardanti cittadini italiani.

Una posizione auspicabile che avrebbe di sicuro aperto una crepa nell’amicizia, ma che non si sarebbe potuta che meritare il rispetto degli alleati americani.

Ma questo non è accaduto e si è preferito giocare su più tavoli: una formale collaborazione con gli alleati; i contatti permanenti con la criminalità irachena; un’ambiguità costante che ci rendeva infidi a entrambe le parti in causa.

La convinzione che la morte di Calipari sia figlia di questi errori, di queste ambiguità, di queste furbizie, mentre non assolve i responsabili materiali dell’uccisione (la pattuglia posta sul campo senza adeguata preparazione, senza adeguate istruzioni, senza adeguate informazioni), coinvolge pesantemente coloro che hanno diretto, a Roma e sul posto, l’operazione. E non rende omaggio ai rappresentanti italiani nella commissione mista, la cui opera è stata giustamente descritta da Giuseppe D’Avanzo su «La Repubblica» come viziata da una visione burocratica – da incidente stradale – dell’accaduto.

Che ci siano state gravi mancanze di informazione da parte italiana è fuori dubbio. Ma queste mancanze erano in qualche modo obbligate e conseguenti all’equivocità delle posizioni del governo italiano.

Le ragioni dell’arrivo di Calipari e di un suo collaboratore a Baghdad sono state tenute celate (anche se di certo i servizi americani avevano capito tutto). Un’esplicita assistenza alla missione di Calipari non è stata mai chiesta (né poteva esserlo, non essendoci mai stata chiarezza sul modo in cui gli italiani intendevano affrontare il caso). Così una inequivoca domanda di assistenza, dopo la liberazione della Sgrena e sul percorso per l’aeroporto, non è stata formulata. Infine, non è stato chiarito perché, una volta sottratta la signora Sgrena ai suoi sequestratori, non si sia provveduto al suo trasferimento nell’ambasciata italiana a Baghdad, visto che di giorno il suo viaggio verso l’aeroporto sarebbe stato meno insicuro.

Queste domande senza risposta, alla fine, danno credito alle voci – in qualche modo riferibili alle varie fazioni che animano il complesso mondo dell’intelligence nazionale – che americani e iracheni pretendessero di interrogare la signora Sgrena per individuare i luoghi e i responsabili del sequestro; che gli italiani avessero dato assicurazioni in tal senso, nell’eventualità – dichiarata non imminente – di una liberazione; che gli italiani avessero viceversa assicurato ai sequestratori che la signora, una volta posta in libertà, sarebbe stata rapidamente portata fuori dall’Iraq. E il rispetto di questo impegno era essenziale per non tagliarsi la possibilità di ulteriori liberazioni nel caso di successivi sequestri.

Insomma, rimangono troppi dubbi sull’accaduto e rimangono troppe reticenze da parte del governo di questo paese. Dubbi e reticenze che andrebbero spazzati via per rendere un vero e sostanziale omaggio alla memoria delle vittime, e di Calipari in particolare. Probabilmente, un’operazione chiarezza getterebbe ulteriore cattiva luce sull’operato del governo. Ma ciò in un grande paese democratico non dovrebbe fare paura, nemmeno al governo responsabile dell’accaduto. Altrove le operazioni «chiarezza» (in Gran Bretagna per esempio) sono state effettuate e il bilancio, alla fine, si è rivelato per tutti positivo. La forza della verità e l’onestà della verità rappresentano un paradigma irrinunciabile per una moderna democrazia.

E, in fondo, resta la domanda iniziale: qual è la missione che gli italiani in Iraq stanno compiendo? C’è un’utilità internazionale e, consentiamocelo, nazionale nella nostra permanenza in Iraq? Le nostre regole d’ingaggio sono così lontane (e attenuate) da quelle degli alleati da rendere «inutile» anche per loro la presenza di truppe poco operative e, nell’economia del teatro, piuttosto marginali? E non c’è da riflettere sullo spending delle nostre forze armate, alla luce delle prese di posizione del Capo di Stato maggiore dell’esercito, preoccupato per l’intensificarsi degli investimenti in veri e propri strumenti di guerra, in contraddizione con il rifiuto costituzionale della forza come mezzo per la definizione delle controversie internazionali?

Queste domande, a oltre due anni dall’inizio della missione, attendono una convincente risposta che questo governo e questa maggioranza non ci daranno mai: alla fine verrà annunciata, in perfetta sintonia con l’evolversi della campagna elettorale, la decisione del ritiro delle truppe.

Un conto pubblicitario ed elettoralistico al quale, ormai, gli italiani sanno fare e al quale faranno la tara.

 

Poche considerazioni finali

La sintetica esposizione di quanto accaduto nel corso di tre vicende che hanno visto il governo italiano protagonista di fasi delicate dei rapporti con gli Stati Uniti, ci consente alcuni raffronti e poche considerazioni finali, senza ritenere che essi siano esaustivi di una complessa materia del tutto opinabile e variamente opinata dai vari commentatori.

Certo, questo lavoro riflette le mie posizioni, né potrebbe essere altrimenti, per un malinteso spirito di imparzialità: la verità storica, se e quando emerge, è il frutto di un processo, di un travaglio nel quale le varie posizioni si confrontano senza preclusioni e timidezze. Ma tuttavia ho cercato di rileggere documenti e fonti giornalistiche scevro da pregiudizi e convinto che i contenuti e gli aspetti storici dell’alleanza tra Italia e Stati Uniti vadano trattati senza servilismi per la potenza imperiale né ipocrisie nei confronti di tanta parte della sinistra politica di questo paese abituata più a condannare sempre e comunque gli americani.

Il caso Sigonella, con i suoi aspetti delicati involgenti la politica, le relazioni bilaterali, la NATO e il diritto penale internazionale ha visto il governo italiano muoversi con qualche ambiguità nell’ambito di un percorso in qualche modo obbligato. Infatti, gli impegni assunti per la liberazione degli ostaggi sequestrati nella motonave Achille Lauro aveva carattere prioritario e non era re vocabile in dubbio. Poiché non era effettivamente passato per la mente a nessuno di dare il via a un blitz del genere di quello di Entebbe (e la mobilitazione delle forze speciali disposta da Giovanni Spadolini era più per salvare la faccia al ministero della difesa, che non per effettiva convinzione sulle capacità operative dei militari italiani) era evidente che il governo non poteva che negoziare con l’OLP le modalità di liberazione degli ostaggi e il destino dei sequestratori. C’erano due esigenze in conflitto: quella degli Stati Uniti di vedere i colpevoli processati da una corte americana e quella dell’Italia di rispettare i patti – sia pure negoziati con una pistola alla tempia – stipulati con l’OLP.

E la conclusione indolore della crisi con la visita di Craxi a Washington dimostra che l’alleato d’oltreoceano era ben consapevole che l’Italia non aveva scelta e che la politica del Far-West poco si attagliava alla complessità dello scenario mediorientale.

Il Cermis mostra una condotta assolutamente lineare del governo italiano e, invece, una serie di incertezze e di contraddizioni delle autorità militari statunitensi. Non del presidente Clinton del quale abbiamo constatato coerenza e decisione (nel contesto della vigente divisione dei poteri).

Bisogna dare atto, quindi, a D’Alema, ai suoi ministri e sottosegretari di avere condotto la questione con serietà e fermezza, evitando che gli errori e le omissioni delle autorità militari americane diventassero il casus per un deterioramento dei rapporti tra alleati. E la felice conclusione degli aspetti civilistici della vicenda, con l’erogazione del contributo da parte del Dipartimento della difesa, dimostra che, al di là degli aspetti formali connessi al procedimento giudiziario penale, gli Stati Uniti hanno ammesso la loro responsabilità onorando gli impegni dell’alleanza.

Ben diverso l’apprezzamento dell’azione del gove rno italiano nel caso iracheno. Qui incertezze, doppiezze ed errori di impostazione hanno determinato disastrose conseguenze sul campo, l’ultima delle quali, la morte di Nicola Calipari – come i morti di Nassirya – testimonia come la mancanza di una linea coerente, di un indirizzo convincente possano condurre a tragiche conseguenze.

Scontate le colpe della pattuglia americana dislocata sulla strada dell’aeroporto di Baghdad, non si può dimenticare che lo scopo della missione italiana sia mal definito; che le operazioni di intelligence condotte in Iraq e degli Emirati siano state caratterizzate da una mancanza di chiarezza politica interna e verso i comandi alleati sul campo; che con questa bivalenza di comportamento l’Italia abbia consumato gran parte del credito conquistato in Kossovo; che, infine, sia giunto il momento di una riflessione serena e bipartisan sulla nostra permanenza in Iraq, che non ha mai avuto un preciso significato e che oggi appare più dannosa di ieri, sia per gli oneri finanziari ai quali dobbiamo fare fronte in un momento di crisi economica profonda come l’attuale, sia per la mancanza di prospettive nel teatro e di peso specifico nell’ambito delle attività anglo-americane.

Che si dia attuazione al precetto costituzionale del divieto di ricorso alla forza, rinunciando alle ipocrisie che hanno spinto il governo a dichiarare peacekeeping la partecipazione a una vera e propria azione di guerra.

 

 

Note 

1 La finanziaria del 1987 è l’argomento che domina le pagine politiche di lunedì 7 ottobre 1985. Gianni Goria, ministro del tesoro, cerca di evitare un ennesimo allentamento delle difese delle «compatibilità», come si definivano a quel tempo le spese, anche quelle finanziate in deficit, purché fossero all’interno degli impegni politici assunti durante l’anno. Andrea Monorchio, vice ragioniere generale dello Stato, presidia la commissione parlamentare seguendo passo passo le mosse del presidente Paolo Cirino Pomicino, uno specialista nell’inventare le formule più astruse a beneficio dei propri amici potenti. Al ministero dei lavori pubblici si sta studiando il modo di far arenare l’abolizione della revisione prezzi (una vera e propria manna per i costruttori) e l’introduzione del prezzo chiuso per tutti i lucrosi appalti di cui ha la gestione. Verso le 18.30, il ministero degli esteri, sonnacchioso come tutti i lunedì, viene scosso da un’inattesa e drammatica notizia messa in onda da un radioamatore svedese che ha captato una trasmissione proveniente dalla motonave Achille Lauro: un commando di terroristi palestinesi l’ha sequestrata mentre è in navigazione nel Mediterraneo. A bordo si trovano 454 persone (350 membri dell’equipaggio e 104 passeggeri). Il numero così ridotto di passeggeri è dovuto alla circostanza che poco prima, nella tappa di Alessandria d’Egitto, 677 persone sono sbarcate per compiere un breve giro in terraferma, visitando Il Cairo, le piramidi e la Sfinge. Il ricongiungimento dei crocieristi sarebbe dovuto avvenire a Porto Said. Nel primo pomeriggio di quel lunedì 7 ottobre, la nave era salpata da Alessandria per dirigersi proprio a Porto Said. Allora, non appena fuori dalle acque territoriali egiziane, i terroristi, guidati da un sedicente Oman, si sono impadroniti dell’imbarcazione chiedendo la liberazione di una cinquantina di palestinesi detenuti delle prigioni di Israele. Solo verso le 21 il ministero degli esteri riesce ad avere le necessarie conferme e dirama l’allarme. A quell’ora va in scena al teatro Eliseo di Roma l’Enrico IV nella magistrale – e ultima – interpretazione di Salvo Randone. Al cinema Brancaccio viene proiettato il successo americano del momento, Witness, un film giallo ambientato nella comunità Amish. Finalmente, anche palazzo Chigi si sveglia. Si accendono le luci del primo piano: arrivano il ministro degli esteri Andreotti e, accompagnato da un ignoto amico su una Opel Corsa, il presidente del consiglio Craxi.

2 Il velivolo, un E6B Prowler del Corpo del Marines, reca a bordo un equipaggio di quattro uomini, al comando del capitano Richard Ashby. Navigatore era il capitano Joseph Schweitzer. Il 20 aprile 1998, l’attorney militare competente apre il procedimento nei confronti dei quattro componenti dell’equipaggio per omicidio colposo plurimo. Il 7 ottobre 1998, la Procura della Repubblica di Trento termina la sua inchiesta chiedendo l’incriminazione del responsabile italiano della base di Aviano. Il 4 marzo 1999 si conclude il processo militare americano: estromessi dal processo due dei membri dell’equipaggio, nel corso dell’istruttoria i capitani Ashby e Schweitzer ammettono di avere distrutto il video girato poco prima dell’impatto con la funivia. La corte marziale dichiara «non colpevole» il capitano Ashby. Qualche giorno dopo, il 29 marzo 1999, alla vigilia del processo per ostruzione alla giustizia indetto nei loro confronti, il capitano Schweitzer ammette di avere intralciato l’attività giudiziaria. Il nuovo procedimento si conclude con la radiazione dei due ufficiali. Il 24 marzo 1999, il Senato degli Stati Uniti stanzia due milioni di dollari per indennizzi ai parenti aventi diritti di ognuna delle venti vittime della tragedia. Ma il provvedimento, dopo vari emendamenti, si arena. Con la legge n. 497 del 21 dicembre 1999 il parlamento italiano adotta disposizioni «per la corresponsione di indennizzi relativi all’incidente della funivia del Cermis». Lo stanziamento ammonta a 76 miliardi di lire. Tra il marzo e l’aprile del 2000 viene corrisposta ai familiari degli aventi diritto la somma di 3 miliardi 640 milioni di lire, al netto di quanto anticipato dal ministero della difesa italiano (200 milioni di lire). All’unico superstite, il signor Marino Corte, vengono erogati 1.459.894.600 di lire. Il 29 aprile 2004, la Provincia di Trento approva la transazione stipulata con il ministero della difesa italiano con la quale viene riconosciuto alla stessa un indennizzo per danni a strutture pubbliche o di uso pubblico di 9 milioni di euro, il cui 75% è a carico degli Stati Uniti.

3 Già il 9 marzo 1976 Cavalese aveva vissuto un altro incidente: la cabina della funivia era uscita fuori dalla sua carrucola ed era precipitata a valle, provocando la morte di quarantasei persone.

4 Due italiani, due austriaci, sette tedeschi, due polacchi, due olandesi, cinque belgi. A essi va aggiunto il signor Marcello Vanzo, manovratore, rimasto seriamente ferito.

5 L’autorità giudiziaria di Trento riuscì a condurre in porto il sequestro del velivolo dell’impatto, ma la «scatola nera» era stata asportata e riapparve un paio di giorni dopo. «Per il gesto maldestro di qualcuno», i dati di volo del Prowler erano stati cancellati. Nell’abitacolo dell’apparecchio fu rinvenuta una telecamera con inserito un nastro vergine e l’involucro di un altro nastro. La mancanza di questo secondo nastro risultò determinante nei successivi sviluppi giudiziari negli Stati Uniti (cfr. nota 2).

6 Art. 3 della legge n. 497 del 21 dicembre 1999. Al fine di consentire la corresponsione di indennizzi in conseguenza di incidenti sul territorio italiano che hanno coinvolto unità delle Forze armate operanti nell’ambito della NATO, sulla base di quanto previsto dall’articolo VIII, paragrafo 5, della Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato Nord-Atlantico sullo statuto delle loro Forze armate, firmata a Londra il 19 giugno 1951 e resa esecutiva ai sensi della legge n. 1335 del 30 novembre 1955, per ogni persona deceduta e per i superstiti nell’incidente della funivia del Cermis del 3 febbraio 1998 a Cavalese, in provincia di Trento, è previsto un indennizzo pari nel massimo a lire 3,8 miliardi, da corrispondere secondo le procedure e alle condizioni indicate dalla presente legge.

7 La proposta di legge del deputato Luigi Olivieri e altri fu assegnata alla Commissione difesa della camera dei deputati e ottenne l’immediato appoggio del governo. Fu approvata il 16 novembre alla camera e il 29 novembre al senato.

8 Non appena accaduta la tragedia, il presidente Clinton intervenne duramente, azzittendo le fonti ufficiali del Corpo dei Marines che cercavano di stendere una cortina fumogena sull’accaduto. In una sua dichiarazione ufficiale riportata dal quotidiano «La Stampa», disse: «Capisco la rabbia dell’Italia, ha diritto alla verità».

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