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Risorse e obiettivi: alla ricerca di coerenza

Written by Marta Dassù e Stefano Silvestri Monday, 02 May 2005 02:00 Print

Molti dei punti fermi su cui l’Italia ha basato la propria politica estera, nell’ultimo mezzo secolo, sono alle prese con una difficile transizione: dalle istituzioni multilaterali (Nazioni Unite e NATO) all’Unione europea post-allargamento. La ragione è evidente: il sistema internazionale attraversa, dal 1989 in poi, una lunga e non facile fase di assestamento. In teoria, questo obbliga tutti i paesi, non solo il nostro, a ridefinire obiettivi e strumenti di azione. Nella pratica concreta, l’Italia non è ancora riuscita con successo ad «adattare» la propria politica estera ai cambiamenti internazionali, come risultato di scelte discutibili e della propria debolezza interna (istituzionale, politica, economica). Si direbbe, in qualche modo, che l’Italia soffra di una crisi nella crisi.

 

Molti dei punti fermi su cui l’Italia ha basato la propria politica estera, nell’ultimo mezzo secolo, sono alle prese con una difficile transizione: dalle istituzioni multilaterali (Nazioni Unite e NATO) all’Unione europea post-allargamento. La ragione è evidente: il sistema internazionale attraversa, dal 1989 in poi, una lunga e non facile fase di assestamento. In teoria, questo obbliga tutti i paesi, non solo il nostro, a ridefinire obiettivi e strumenti di azione. Nella pratica concreta, l’Italia non è ancora riuscita con successo ad «adattare» la propria politica estera ai cambiamenti internazionali, come risultato di scelte discutibili e della propria debolezza interna (istituzionale, politica, economica). Si direbbe, in qualche modo, che l’Italia soffra di una crisi nella crisi.

In parte almeno, ciò dipende da ragioni strutturali, che rendono comunque molto delicata la posizione internazionale dell’Italia. In particolare, se l’impatto della svolta del 1989 è stato di azzerare la «rendita di posizione» di cui aveva goduto l’Italia nel mezzo secolo precedente, l’effetto della nuova distribuzione del potere mondiale tende a ridimensionare l’importanza relativa del nostro paese quale una delle principali potenze industrializzate. Il primo fattore significa che la politica estera italiana non può più contare su una sorta di «protezione» automatica: invece di importare sicurezza dall’esterno, a basso costo e bassissimo rischio, l’Italia deve esportarla, a costi e rischi molto più elevati. Il secondo significa che la collocazione dell’Italia ai vertici della gerarchia economica mondiale è messa a rischio sia dall’esterno – l’ascesa di nuove potenze globali: la Cina anzitutto, seguita dall’ India – che dall’interno, e cioè dalle difficoltà di adattamento del sistema economico nazionale alla competizione globale.

Ancora: il primo fattore obbligherebbe l’Italia a una politica estera «pro-attiva», nei Balcani e nel Mediterraneo; il secondo segnala drasticamente i suoi limiti, quanto a capacità relative e strumenti di azione. Le possibilità di ridurre questo divario fra le pressioni esterne e le capacità interne – coerenza che è poi una della condizioni basilari di una politica estera efficace – sono in fondo soltanto due: o l’Italia ridimensiona le proprie aspirazioni e la rappresentazione di se stesso come uno dei «Grandi», o decide di investire risorse molto maggiori nella politica estera. La nostra tesi è che l’Italia deve in qualche modo agire su entrambi i versanti: deve cioè correttamente definire la propria posizione relativa in un contesto internazionale in rapidissima evoluzione, scegliendo pochi obiettivi prioritari su cui concentrarsi, coerenti ai propri interessi di fondo; e deve insieme costruire gli strumenti adeguati per perseguirli. In termini sintetici: velleitarismo, dispersione degli obiettivi, debolezza degli strumenti, abitudine alla delega, sono da sempre limiti negativi della nostra politica estera. Fino al 1989, erano limiti in qualche modo compensati dalla collocazione geopolitica cruciale dell’Italia nell’ambito della NATO e dell’Unione europea. Oggi, vengono piuttosto esaltati dai cambiamenti delle condizioni internazionali.

 

Faccia a faccia con la realtà: poche risorse per la politica estera

Nessuno dei paesi europei può a questo punto sperare di mant e n e re una influenza rilevante se non attraverso una distribuzione razionale dei suoi sforzi fra livello nazionale e livello dell’Unione europea. Il livello europeo, d’altra parte, non è «sostitutivo» degli sforzi nazionali: li combina, razionalizzandoli. Nel caso dell’Italia, questa relazione è ancora più evidente che nel caso di paesi con maggiori risorse di politica estera.

Basta guardare ad alcuni semplici dati per capire che esistono limiti oggettivi alla capacità dell’Italia di svolgere un’azione incisiva e continuativa, fino a quando le risorse disponibili resteranno così contenute. Il bilancio del ministero degli esteri (con 2.203 milioni di euro nel 2004) registra un andamento crescente dalla fine degli anni Novanta in termini assoluti, ma con un declino, se rapportato al bilancio dello Stato, rispetto agli anni Ottanta. Nel 2004 è pari allo 0,34% del bilancio totale; ma soltanto allo 0,24% se calcolato al netto dei fondi per la cooperazione allo sviluppo.1 Guardando al bilancio, i tre maggiori paesi europei ci precedono almeno del 50%. In termini di percentuale del PIL, ci superano Francia e Gran Bretagna, ma anche Spagna. Per numeri, i diplomatici francesi e tedeschi ci superano del 50% (circa 1.500 contro circa 1.000), e gli inglesi di tre volte (circa 3.000). Se si considera anche il personale non diplomatico, la differenza rimane altissima, con un totale di circa 15.000 per Gran Bretagna e Francia rispettivamente, e circ a 11.000 per la Germania, contro i circa 7.500 italiani. A questo va aggiunto che due paesi come Canada e Giappone (entrambi nel G8) riservano tradizionalmente ai rispettivi ministeri degli esteri percentuali del PIL molto più alte delle nostre.

Le spese italiane per la difesa sono stabili attorno all’1% negli ultimi anni, a fronte di un trend in aumento per la Gran Bretagna e la Francia, e di una situazione stazionaria per la Germania. Italia e Germania stanno incontrando serie difficoltà a rispettare gli impegni assunti. Va rilevata anche un considerevole aumento del peso delle spese per il personale, rispetto agli stanziamenti per investimenti. Nelle 23 missioni in cui sono attualmente impegnati, gli oltre 9.000 militari italiani si trovano spesso a fianco di paesi che spendono somme decisamente maggiori per la difesa. Va aggiunto che l’Italia assumerà contemporaneamente, nei prossimi mesi, il comando di tre missioni di rilievo (Afghanistan, Macedonia e Bosnia): se ciò dimostra tutta la rilevanza del ruolo ormai assunto dall’Italia nella gestione delle crisi, crea anche nuove pressioni (struttura e bilancio). In sintesi, il rapporto fra impegni e risorse appare ormai fisiologicamente squilibrato. La tendenza è tale da mettere in forse la credibilità dello strumento militare.

Gli aiuti allo sviluppo mostrano una tendenza al declino: sono infatti in contrazione come percentuale del PIL (lo 0,15% nel 2004, rispetto allo 0,17% del 2003, e allo 0,20% del 2002). Sarà molto difficile, quindi, che l’Italia possa rispettare gli obiettivi concordati a livello europeo (lo 0,51% nel 2010) e i nuovi impegni assunti nel G8.

L’Italia contribuisce al bilancio ordinario dell’ONU con una quota pari a quasi il 5%, che la colloca al sesto posto (la Germania è al terzo). È una quota percentuale in progressiva contrazione dal 2000 al 2004 (passando dal 5,43% al 4,88%), anche se lo stesso trend (con qualche variazione di intensità) si riscontra tra tutti i maggiori contribuenti, tranne la Gran Bretagna (che è invece in aumento, dal 5,09% al 6,13%). Attraverso il sistema delle Nazioni Unite l’Italia finanzia naturalmente anche vari programmi di sviluppo. Ed è ampiamente riconosciuto il nostro apporto alle operazioni di sostegno della pace, condotte a vario titolo sotto l’egida o in cooperazione con l’ONU. Tuttavia, le tendenze fanno prevedere una crescita del peso relativo di «potenze emergenti», fra cui due dei paesi candidati (Brasile e India) a quella ipotesi di allargamento del Consiglio di sicurezza che segnerebbe anche un declassamento dell’Italia.

La complessiva carenza di risorse aggrava, a sua volta, il ben noto fenomeno della relativa sotto-rappresentazione del paese nei maggiori organismi multilaterali (soprattutto ai livelli più alti). La debolezza strutturale del sistema-paese viene così in qualche modo fotografata.

 

Le lezioni da apprendere

Se sommiamo la fine della rendita di posizione con la scarsità di risorse, una conseguenza appare chiara: è sempre meno facile (e utile) difendere il ruolo/rango dell’Italia attraverso la  tradizionale «politica della sedia», caratterizzata da uno sforzo costante per salvare l’immagine di «grande potenza» dell’Italia grazie alla sua inclusione in tutte le «riunioni che contano». Di fatto, nella situazione attuale, ogni partecipazione, prima ancora di offrire vantaggi, comporta costi anche molto alti (politici e/o finanziari) e responsabilità difficili da sostenere.

È invece inevitabile che l’Italia decida di concentrare la sua azione; data la limitatezza delle risorse, una politica estera coerente non può che basarsi su un criterio di «specializzazione» del ruolo internazionale dell’Italia, in senso geografico e funzionale. Andrebbe quindi operata una doppia revisione degli obiettivi di politica estera: primo, definendo più chiaramente le priorità nazionali, in base a un criterio di selettività; e, secondo, investendo di più nello sviluppo (anche industriale) della PESC/ PESD, dal momento che la cooperazione europea – nel settore diplomatico e della sicurezza – va vista anche come un’economia di scala.

Vedremo subito quali potrebbero essere i criteri per una ridefinizione delle priorità. Prima, è il caso di sottolineare che entrambi i riferimenti strategici della politica estera italiana – i famosi due cerchi concentrici della guerra fredda, atlantismo ed europeismo – sono esposti a tensioni interne (dalla campagna anti/euro all’anti-americanismo): sia sull’Europa che sull’America, il consenso nazionale è meno solido di un tempo. Per poterlo ricostruire, e insieme per limitare lo spazio di posizioni demagogiche, è importante capire le lezioni degli ultimi anni. Una prima lezione – figlia della crisi dell’Iraq – è che la politica estera italiana risulta fortemente indebolita ogni volta che il problema del rapporto con gli Stati Uniti divide l’Unione europea. In casi del genere, infatti, l’interesse tradizionale dell’Italia a una relazione privilegiata con Washington entra in contraddizione con il parallelo e altrettanto tradizionale interesse italiano a evitare una conventio ad excludendum da parte dei maggiori partner europei, Parigi e Berlino in particolare. Non solo: dal momento che centro-destra e sinistra italiana tendono a interpretare in modo opposto la gerarchia fra queste due priorità – atlantismo ed europeismo – la politica estera non può più contare su un «cuore» condiviso. A maggior ragione in caso di uso della forza.

Una seconda lezione è che la gestione della politica europea è diventata in ogni caso molto più complicata. Non solo per il fattore appena menzionato, ma anche per le conseguenze dell’allargamento: come si vedrà meglio poi, la realtà dell’Europa a venticinque è fatta di allineamenti variabili fra i principali paesi europei, con una tendenza molto chiara alla costruzione di direttori informali. Se l’Italia ha sempre sofferto di un complesso di emarginazione, le vicende degli anni scorsi hanno dimostrato che due vecchie «leggi» della tradizione italiana non reggono più: non è più vero che una relazione speciale con Washington rafforzi necessariamente – comunque e in tutti i casi – la posizione italiana in Europa; e non è più vero che possa essere data per scontata la convergenza degli interessi nazionali con quelli del vecchio nucleo fondatore della Comunità europea. Da questo punto di vista, sia governo che opposizione hanno fondato le proprie preferenze su una scelta pregiudiziale di collocazione (che potremmo definire ideologica, prima che politica) rispetto a uno sforzo di ridefinire chiaramente – dopo il doppio choc del 1989 e del 2001 – quali fossero concretamente i migliori interessi del paese. In un gioco competitivo europeo diventato più «libero» e insieme più ampio, il problema di come ripensare il gioco di alleanze dell’Italia non può insomma essere risolto attraverso una contrapposizione datata fra atlantismo ideologico ed europeismo nostalgico. Va fra l’altro tenuto conto che una parte largamente dominante dell’opinione pubblica italiana individua istintivamente – nella combinazione fra rapporto atlantico e integrazione europea – il contesto ambientale migliore possibile per la nostra politica estera. Il fatto è che l’atlantismo non è più quello della guerra fredda – anche per la perdita di centralità dell’Europa nella visione strategica americana; mentre i tradizionali assetti europei, nell’Unione allargata, appaiono decisamente in discussione.

 

L’Europa della flessibilità

Chiediamoci allora quali equilibri europei convengano all’Italia oggi, partendo da un dato di fatto innegabile: dopo il doppio choc degli ultimi due anni – allargamento e congelamento del Trattato costituzionale – gli assetti europei sono in piena crisi. Visti i referendum francese e olandese, sembra molto difficile prevedere – con le attuali leadership, entrambe in grandi difficoltà – vere ipotesi di rilancio del vecchio asse franco-tedesco. Paesi come la Gran Bretagna avranno evidentemente maggiori margini di manovra; ma è poco credibile pensare che possano esercitare una funzione generale di leadership. È più probabile che la politica europea tenderà a coagularsi, a seconda delle materie, attorno ad allineamenti flessibili. Il congelamento della ratifica, combinato alla stagnazione economica europea, avrà probabilmente delle conseguenze sulla stabilità dell’euro, che tenderanno però a restare limitate – a condizione che venga salvaguardata la credibilità della moneta comune. Ciò implica la conferma del Patto di stabilità (seppure re-interpretato) e quindi la necessità per l’Italia e per gli altri paesi meno virtuosi di concentrarsi sulle riforme interne. Paradossalmente, la soluzione della crisi apertasi nell’Unione europea sembra passare anzitutto da sforzi di rilancio nazionali, prima che da nuovi progetti comuni. Per l’Italia è una strada non semplice ma comunque obbligata; non solo in chiave interna ma anche per non pregiudicare una propria credibilità complessiva nella politica europea. Più in dubbio è il futuro del processo di allargamento. Teoricamente, l’adesione di Bulgaria e Romania non viene rimessa in discussione da nessun paese; ma è evidente, dopo i referendum di Francia e Olanda, che la filosofia dell’allargamento ha subito un serio colpo. Ciò vale, in particolare, per le prospettive del negoziato con la Turchia, e tanto più in caso di un’ascesa al governo della CDU – partito da sempre contrario alla possibilità di un’adesione piena da parte di Ankara. Per l’Italia, l’arresto del processo di allargamento avrebbe maggiori svantaggi che benefici; se non altro perché squilibrerebbe il centro di gravità dell’Unione verso Nord e verso Est, penalizzando il quadrante mediterraneo e balcanico, di interesse primario per Roma.

Nell’insieme, la non ratifica del Trattato tenderà a coincidere con una fase di forte incertezza, che lascerà spazio a iniziative intergovernative, più che comunitarie. L’Italia oggi non fa parte di nessuno dei gruppi in via di formazione (in particolare sembra essere progressivamente esclusa dai tre «grandi», che in alcuni casi le preferiscono la Spagna). Né l’Italia ha funzioni direttive in uno dei «secondi cerchi», quali quello dei «piccoli» (perché è troppo grande) o quello dei «nuovi» (perché non è un sistema post-comunista). L’unico gruppo di cui l’Italia fa parte è quello dei paesi fondatori, che tuttavia appare, nell’Unione allargata, meno rilevante e coeso di un tempo.

Restare nei gruppi di nostro interesse strategico richiede un impegno chiaro e continuativo. È indispensabile che l’Italia si assicuri una posizione solida in tre sotto-insiemi: il gruppo euro; il gruppo Schengen; il gruppo PESC/PESD. Perché ciò sia possibile, conterà anzitutto lo stato del nostro sistema economico. Ma conterà anche – punto che interessa questo articolo – la capacità di definire un progetto nazionale sull’Europa, basato su alcune priorità e sulla scelta di alleanze preferenziali.

In modo molto schematico, abbiamo sostanzialmente tre interessi: Primo, e vista la limitatezza delle nostre risorse di azione internazionale, è nostro interesse che la politica estera e di difesa comune continui in ogni a caso a svilupparsi, permettendoci economie di scala attraverso una razionalizzazione (fine delle duplicazioni, specializzazione, etc). L’Italia dovrà quindi sostenere l’attuazione delle innovazioni relative alla PESC/PESD – anche senza ratifica del Trattato (scelta possibile per quel che riguarda la figura del ministro degli esteri, l’istituzione del Servizio diplomatico comune, gli sviluppi dell’Agenzia degli armamenti). Secondo – data la nostra specifica collocazione geopolitica, le pressioni migratorie, gli sviluppi internazionali post-11 settembre – è nostro interesse che gli equilibri interni all’Unione non sacrifichino la componente mediterranea dell’Europa. Il che significa mantenere aperta comunque la prospettiva di avvio dei negoziati con la Turchia; e più in generale aggiornare la logica, in buona parte fallita, del Processo di Barcellona. Un’Unione che sia in grado di agire più efficacemente in Medio Oriente è del resto la condizione perché l’Europa, dal punto di vista americano, resti rilevante. Gli obiettivi diventeranno più coerenti (lotta al terrorismo, non proliferazione, democratizzazione, sicurezza energetica); le posizioni rispettive sui modi per raggiungerli potranno divergere, ma non è escluso in via di principio che possano dimostrarsi complementari.

Terzo, è nostro interesse che la leadership della politica estera dell’Unione europea tenga insieme i tre principali paesi europei – la partecipazione inglese è condizione di una politica di sicurezza e difesa di un qualche rilievo – ma non escluda il fronte meridionale costituito da Italia e Spagna. È molto probabile, lo ha dimostrato il precedente della gestione della crisi Ucraina, che la politica estera dell’Europa seguirà almeno parzialmente un criterio di suddivisione delle responsabilità geografiche. Vista la proiezione degli interessi italiani – lungo un arco di instabilità Est-Sud: dallo spazio ex-sovietico, ai Balcani, al Mediterraneo – l’Italia non ha naturalmente nessun vantaggio a pensare che la politica estera europea sia gestita (come nel caso del precedente dell’Iran) da un cuore informale a tre (più Solana). Avrebbe invece interesse a una leadership informale allargata, secondo criteri di responsabilità geografiche primarie, e comunque collegata alle istituzioni comuni.

 

Quali priorità? Se i «macro-interessi» dell’Italia sono schematicamente questi, il nostro paese deve prepararsi a giocare un ruolo propulsivo su alcuni dossier strategici. In particolare: Rapporto fra l’UE e la Turchia. Il punto è di non chiudere la porta, perché abbiamo bisogno di ancorare saldamente Ankara a una prospettiva virtuosa (interna e di politica estera). Questa scelta, fra l’altro, ancorerebbe chiaramente l’Unione al Mediterraneo ed estenderebbe verso il Medio Oriente la frontiera comune. C’è chi sostiene che importeremmo instabilità; è secondo noi più probabile che rafforzeremmo invece la nostra sicurezza e insieme otterremmo una nuova via di accesso al Medio Oriente, al Caucaso e alle grandi aree strategiche degli approvvigionamenti energetici. Per l’Italia, l’importanza strategica della posta in gioco è rilevante; è quindi nostro interesse guidare il partito dei paesi favorevoli all’apertura del negoziato fra Turchia ed UE, trattando da subito condizioni, concessioni e progressi.

 

Balcani

L’Italia, con l’importanza delle forze che ancora spiega nella regione, deve puntare a favorire una progressiva integrazione di questi paesi nell’Unione europea, sulla base di una road map che preveda il mantenimento degli impegni con Romania e Bulgaria, la soluzione dei problemi ancora aperti con la Croazia e una decisione unitaria sul problema dello status finale del Kossovo.

 

Nord Africa e Medio Oriente

Rischiamo di perdere l’iniziativa sia con la Libia che con l’Iran, e non abbiamo in fondo una posizione propositiva così solida sulla democratizzazione, i diritti umani, il Grande Medio Oriente. Siamo di fatto al rimorchio degli eventi anche in Palestina e ora in Siria/Libano, a fronte della nuova iniziativa franco-americana (malgrado il fatto che l’Italia sia il secondo partner economico di ambedue questi paesi). Dobbiamo sviluppare un nostro discorso «caratterizzante» che ci serva da linea guida: potrebbe essere quello della cooperazione di sicurezza, della lotta alla criminalità e delle politiche migratorie, unito al rilancio della cooperazione economica. È certamente necessario un nostro maggiore impegno nel Golfo.

Esistono naturalmente altre aree e settori di iniziativa sul piano diplomatico e della sicurezza. Ma si deve avere il coraggio di riconoscere che l’Italia deve adottare una gerarchia di priorità, nel campo della politica estera e di sicurezza. E che deve insieme differenziare gli strumenti di azione internazionale, privilegiando in altri casi strumenti di politica economica. Si tratta di scelte non facili, ma è proprio nella modulazione degli impegni che si misura la capacità di essere selettivi.

Nell’insieme, questa prima scelta di priorità – europee e nazionali – appare compatibile con un rapporto solido con Washington (se il new deal transatlantico di Bush2 reggerà). Non solo perché un’Europa che continui ad operare come fattore di stabilità regionale rientra ormai, e molto chiaramente, negli interessi americani; ma anche perché le aree di interesse strategico dell’Italia sono aree «sensibili» nel contesto delle priorità americane post-11 settembre.

Si tratta, d’altra parte, di aree decisive anche per la relazione con la Russia, che costituisce a sua volta (per ragioni economiche e di dipendenza energetica) una priorità della politica estera italiana. Per l’Italia, come del resto per la Germania, il problema è di impostare il rapporto con Putin in modo meno acritico; se l’evoluzione interna accentuerà i segnali preoccupanti dell’ultimo anno, la democrazia illiberale russa diventerà un interlocutore problematico per l’Europa nel suo complesso, complicando i rapporti in un «vicino estero» ormai condiviso.

 

Conclusioni

Nessuna scelta di priorità avrà efficacia senza che venga parallelamente affrontato il problema della scarsità di risorse. Non si tratta di cifre enormi, ma non si tratta neanche di stanziamenti indifferenti, specie in un momento di inevitabile austerità di bilancio. Tuttavia, il paese dovrebbe considerare con molta attenzione la redditività dei suoi investimenti in questo settore: senza una politica estera e di sicurezza più attiva, sarà molto difficile difendere gli interessi italiani e soprattutto difendersi dalle iniziative altrui. Come è stato sottolineato, i bilanci degli esteri, della cooperazione allo sviluppo e della difesa sono stati sacrificati al di là di ogni razionalità. Sarebbe indispensabile programmare un aumento progressivo annuale delle spese relative agli investimenti e all’esercizio (per la difesa) e delle spese di esercizio e per altro personale specializzato (per gli esteri) oltre a una inversione di tendenza per le spese destinate alla cooperazione economica e all’aiuto allo sviluppo: ciò darebbe un segnale di immediato interesse e di efficacia, probabilmente superiore all’effettivo valore delle somme impegnate. Tra tutto, potrebbe trattarsi di circa mezzo punto del PIL, almeno nel primo periodo: non impossibile se si riconosce la priorità della spesa.

Intervenire soltanto con un aumento delle risorse non basterebbe. È anche necessario assicurare maggiore continuità alla politica del governo: nell’attuale quadro internazionale, come si è visto, l’azione esterna non può più essere solo reattiva ma deve diventare propositiva e capace di impostare e perseguire strategie di medio e lungo termine (come del resto fanno i nostri maggiori alleati e concorrenti). A questo fine, sembrano essenziali la riforma e il potenziamento – troppo a lungo rinviati – degli strumenti a disposizione della  presidenza del Consiglio. Il perno dell’azione internazionale dei paesi europei continuerà a spostarsi verso il capo del governo: l’Italia, a differenza degli altri grandi paesi europei, ha assecondato questa evoluzione ma senza darsene gli strumenti. Nasce anche da qui lo scarto evidente fra i grandi annunci retorici e le capacità di attuazione; fra la politica dei «grandi eventi» e la politica estera, che è poi un’azione concreta e continuativa nel tempo.

Fra le riforme necessarie per un migliore coordinamento, rientra la necessità di un centro strategico di programmazione e monitoraggio delle politiche e degli strumenti di intervento nel campo dell’internazionalizzazione e della politica economica estera. Si può pensare ad esempio a un dipartimento che serva da struttura di collegamento tra i vari ministeri, al pari di quanto avviene negli Stati Uniti con il National Economic Council o nel Regno Unito con il National Economic

Development Office che coordina le decisioni in tema di politica economica estera.

Dobbiamo recuperare molto terreno perso e ciò deve spingere a colmare anche un’ultima lacuna, quella nel settore della public diplomacy. L’Italia è troppo sporadicamente presente nel dibattito internazionale ed è priva di qualunque immagine propositiva. È un limite cui rimediare sia nel settore della presenza culturale che nel settore del grande dibattito internazionale sui temi politici, economici e della sicurezza.

 

 

Bibliografia

1 Dati tratti da «La Farnesina in cifre», la pubblicazione ufficiale del MAE per il 2004.

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