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L'Europe après (le) coup?

Written by Giorgio Ruffolo Monday, 02 May 2005 02:00 Print

Il colpo, un uno-due, in termini pugilisti, è stato durissimo. La bocciatura francese e olandese del progetto di Costituzione può pregiudicare l’intero processo di integrazione europea. Non intendo qui affrontare il problema delle cause e delle responsabilità, ma evocare, brevemente, i problemi che si pongono. Che fare? Un primo problema molto pratico riguarda il processo di ratifica. Continuare o interrompere? Ritengo che non si possa che rispondere positivamente, nel modo previsto dai Trattati in vigore, i quali esigono che tutti gli Stati debbano pronunciarsi. E tuttavia non si possono attendere i tempi lunghi delle ratifiche senza porre subito il problema esistenziale dell’Unione. Il voto francese e quello olandese impongono infatti scelte che non sono mai state fatte, e che è impossibile, oggi, rinviare.

Il colpo, un uno-due, in termini pugilisti, è stato durissimo. La bocciatura francese e olandese del progetto di Costituzione può pregiudicare l’intero processo di integrazione europea. Non intendo qui affrontare il problema delle cause e delle responsabilità, ma evocare, brevemente, i problemi che si pongono. Che fare?

Un primo problema molto pratico riguarda il processo di ratifica. Continuare o interrompere? Ritengo che non si possa che rispondere positivamente, nel modo previsto dai Trattati in vigore, i quali esigono che tutti gli Stati debbano pronunciarsi. E tuttavia non si possono attendere i tempi lunghi delle ratifiche senza porre subito il problema esistenziale dell’Unione. Il voto francese e quello olandese impongono infatti scelte che non sono mai state fatte, e che è impossibile, oggi, rinviare.

Un problema, immediatamente conseguente al primo, è la scelta, nel caso ormai certo di una conclusione negativa del processo di ratifica (numericamente o comunque politicamente), se rassegnarsi allo status quo. Questo significa, per esprimersi nei termini della lapidaria formula giscardiana, rassegnarsi all’Europa come «spazio», abbandonando l’obiettivo dell’Europa come «potenza». Si può pensare che, ridotta entro i termini di un grande mercato assistito da regole, tra le quali quella, fondamentale, dell’unanimità delle decisioni essenziali, l’Unione possa reggere. Non credo proprio. L’Unione si è spinta già molto oltre la configurazione di un semplice spazio economico. L’euro rappresenta una scelta federalista per la metà dei suoi attuali membri. Ma è una scelta zoppa. Dietro l’euro, niente. Alla lunga, una situazione instabile che potrà risolversi in due modi: o l’Unione monetaria si svilupperà in Unione economica, o la moneta europea, priva di una guida politica e quindi esposta alle fluttuazioni dei mercati, dovrà prima o poi agganciarsi al dollaro.

La terza questione si pone nel caso che un certo numero di paesi non accetti questa regressione. Inevitabilmente essa pone, per tali paesi, il problema di immaginare e costruire un futuro di integrazione politica nell’ambito dell’Unione. Questa scelta si pone oggi in termini non ideologici, ma pragmatici. Si tratta di sapere se l’euro deve restare un puro strumento di allineamento tra le politiche monetarie dei paesi che lo hanno adottato o debba diventare lo strumento di una politica economica attiva in Europa e una moneta di riserva mondiale allo stesso livello del dollaro.

In tal caso (quarto problema) si pone a questi paesi il passaggio da un’Unione monetaria a un’Unione economica, passaggio che fu completamente rimosso a Maastricht. Il primo e fondamentale compito di una Unione economica sarebbe certamente quello di uscire dall’attuale stato di stagnazione dell’economia europea. È infatti, in grande parte, la condizione attuale di stagnazione economica che costituisce la causa fondamentale della crisi politica del progetto europeo. Le tappe di quel progetto per molti aspetti miracoloso – unione doganale, mercato unico, moneta unica – si sono realizzate su uno sfondo di crescita abbastanza regolare e continua. Il successo dell’approccio «funzionalista» (passaggio per così dire «indolore» dall’integrazione economica all’integrazione politica) rispetto a quello federalista, era legato – ce ne accorgiamo oggi – a quella condizione. Il processo di integrazione si svolgeva su un tapis roulant. Il che facilitava il superamento di molti conflitti, attriti, contraddizioni. Il consenso politico era legato alla fortuna economica dell’Europa che lo stesso processo aveva, almeno nelle fasi iniziali, contribuito a generare. Se quella fortuna fosse durata, il trapasso «funzionale» dalla integrazione economica a quella politica – dallo «spazio» alla «potenza» – molto probabilmente si sarebbe compiuto, certo con conflitti e attriti, ma governabili. È il rallentamento della crescita economica che ha fatto precipitare tutte le contestazioni e le opposizioni al progetto europeo in una ventata antieuropeista che ha tutta l’aria di investire l’intero continente, proprio all’indomani della sua unificazione geografica e di fronte alla prima prova apertamente impegnativa di unificazione politica.

Se questo è il problema principale di Eurolandia, esso comporta una scelta tra due visioni strategiche. Quella di coloro che attribuiscono l’attuale stagnazione economica a cause strutturali, intendendo con questo termine l’intralcio alla competitività economica costituito dalla rigidità del mercato del lavoro e dall’eccessivo costo della protezione sociale. E quella di coloro che lo interpretano, soprattutto (non del tutto) come problema di difetto di domanda.

Il ragionamento dei sostenitori di questa seconda tesi, che mi sembra più convincente è, in termini molto schematici, il seguente. La debolezza economica europea discende dai vincoli che l’Unione monetaria ha posto alla politica monetaria e alla politica fiscale dei paesi europei. Il divario con l’America si è prodotto non a causa della diversa flessibilità dei costi, ma principalmente a causa della diversa dinamica della domanda: un divario tra una politica americana iper-espansiva, sia sul piano monetario che su quello fiscale, e una politica europea iper-restrittiva. Tra una politica, quella americana, che ha sinora sfruttato pienamente la potenza mondiale del dollaro, consentendo alla domanda interna di valicare largamente i limiti posti dalle risorse interne, rastrellando il risparmio mondiale; e una politica, quella europea, che ha utilizzato l’euro solo in funzione antinflazionistica quando l’inflazione era da tempo sparita dall’orizzonte; e ha sterilizzato la politica fiscale in un patto «stupidamente» restrittivo, ribadendo in tal modo la totale dipendenza della economia europea dalla domanda americana.

Immaginiamo che un certo numero di paesi, appartenenti all’area dell’euro, intendano rilanciare il progetto dell’ Europa-potenza. Immaginiamoci che essi perseguano l’obiettivo di rilancio della integrazione non soltanto sul terreno istituzionale (un nuovo progetto di Costituzione, più snello) ma, almeno nella prima fase del «rilancio», soprattutto sul piano macroeconomico. Questi paesi, ovviamente, devono appartenere all’area di Eurolandia: un uso «attivo» dell’euro è infatti la condizione preliminare di un rilancio economico della crescita europea. E devono costruire una «forza d’urto» capace di imprimere una forte spinta alla crescita europea, senza pregiudicare gli equilibri monetari e finanziari.

Questa «forza d’urto» può essere creata riprendendo, ovviamente in una chiave adattata alle mutate circostanze, gli obiettivi enunciati da Jacques Delors a Maastricht e del tutto ignorati. In termini estremamente sintetici, si tratta di un piano di investimenti concordati e coordinati nei campi delle grandi reti infrastrutturali, della ricerca e dell’innovazione tecnologica: insomma, gli obiettivi solennemente enunciati a Lisbona, ma del tutto sprovvisti dei mezzi e degli strumenti necessari alla loro realizzazione; e del finanziamento di questo piano attraverso il ricorso (in euro) al mercato finanziario mondiale. Non si tratta dunque, di contrapporre una politica della domanda a una politica dell’offerta. Si tratta di integrare le due strategie in una politica della crescita. Le riforme strutturali enunciate a Lisbona richiedono un’economia in espansione. E viceversa, una politica di espansione richiede riforme strutturali che rimuovano gli ostacoli economici e istituzionali alla crescita. Un piano di questo tipo potrebbe essere affidato, per la sua realizzazione, alla Banca europea degli investimenti, e in particolare a quel Fondo di sviluppo europeo che si è finora distinto per la sua inesistenza.

Il ministro Tremonti ha ripreso sostanzialmente l’idea di Delors con una sua proposta. Benissimo! C’è però da dire che essa mal si concilia con il comportamento di euroscetticismo mascherato che contraddistingue il suo governo. Soprattutto, mal si concilia con le «pensate folkloristiche» dei suoi amici leghisti – come quella dell’abbandono dell’euro e del ritorno alla lira – dietro le quali c’è una grande nostalgia di svalutazioni competitive. E, soprattutto, mal si concilia con la campagna nazional-populista contro l’euro, capro espiatorio di una gestione inconsistente della politica economica di questo governo: un euro che ha fatto da scudo alle offensive speculative che si sarebbero scatenate su una lira solitaria, preda immediata e facile della speculazione: una gazzella dispersa fuori del branco.

La proposta, così sommariamente descritta ha, naturalmente, bisogno di essere sottoposta al processo critico di «falsificazione», sotto almeno tre aspetti.

Il primo è quello tecnico. Quale sarebbe il soggetto istituzionale promotore e gestore del Piano? La Banca europea degli investimenti? Quale lo strumento finanziario? Il «vecchio» (esiste ancora?) Fondo europeo di sviluppo? Quali le risorse proprie di riserva? (Il capitale, aumentabile, del Fondo?).

Il secondo è quello economico. Quale dovrebbe essere la portata del Piano? E del prestito? La forma. Le garanzie. Il collegamento con il bilancio comunitario.

Il terzo è quello istituzionale. Quale cornice istituzionale è necessaria per sostenere quello che, ad ogni effetto, diventerebbe finalmente, dopo la BCE, il secondo strumento di una politica economica comune?

La proposta va, inoltre, inquadrata in un ragionamento politico più vasto.

Il voto francese e olandese hanno innescato un ciclo negativo. Con le loro contraddizioni. Come quella vistosissima (come evidenziato da Panebianco sul «Corriere della Sera») della persistenza storica degli Stati come soggetti politici fondamentali, e della loro impotenza nel mondo globalizzato. Contraddizione apparente, tuttavia. Perché la soluzione sta nella proposizione fondamentale: levatevi dalla testa un modello sociale europeo. Il modello che funziona è uno solo: quello del capitalismo anglosassone. L’implicita e ovvia conseguenza è chiara: l’Europa può esistere soltanto in quanto alfiere degli Stati Uniti d’America e imitatrice del modello economico del capitalismo anglosassone. Un modello di produttività e competitività. Se però questo della produttività e della produzione è il solo metro, ci sarebbe un modello molto più trionfale: quello cinese.

Concludendo. Lo choc franco-olandese pone il problema, finora schivato, dell’identità dell’Unione europea. «Europa spazio» o «Europa potenza»? O tutte e due le cose: la potenza dell’Europa, soggetto politico mondiale all’interno dell’attuale Unione? Questa soluzione del problema comporta un processo dinamico di integrazione. Utopia? Non più di quella miracolosamente realizzata (un’utopia concreta) di un’Europa pacificata, dopo secoli di guerre e di stragi. Non si può attendere la fine del processo di ratifica per affrontare questo problema fondamentale: sul piano istituzionale e sul piano economico.

Il primo comporta necessariamente tempi più lunghi del secondo, e un poderoso sforzo di immaginazione e di passione politica. Con britannica insolenza l’«Economist» suggeriva di «buttare nel wc» il volumone del progetto costituzionale (con conseguenze idrauliche immaginabili) e di sostituirlo con un testo «tascabile». Senza giungere fino a questo estremo, è necessario riformulare il testo in una forma democraticamente leggibile.

Il secondo è cruciale e imminente. Si tratta, ovviamente per i paesi che vogliono andare avanti con l’integrazione politica, di passare dall’Unione monetaria all’Unione economica, con tappa fondamentale dell’Unione politica. E di affiancare alla BCE, guardiana della stabilità, una BEI impegnata nella realizzazione del progetto Delors.

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