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Una politica estera à la Blair

Written by John Lloyd Monday, 02 May 2005 02:00 Print

La politica estera britannica, come quella di tutte le altre nazioni, è e sarà sempre soggetta a limitazioni esterne. Ma le limitazioni non sono il destino. Il Regno Unito, uno Stato europeo ricco, di medie dimensioni, si trova a dover fare, come altri nella medesima posizione, una serie di scelte che, in ragione della sua importanza relativa come Stato, influenzeranno in qualche modo le scelte degli altri. Tony Blair, nel corso dei suoi primi due mandati di governo, ha scelto due strategie che molti altri leader europei e non pochi commentatori hanno considerato, e tutt’ora considerano, contraddittorie: ha scelto di rafforzare i legami britannici con l’Unione europea e ha scelto, con l’invasione congiunta dell’Iraq, di essere molto vicino agli Stati Uniti.

 

La politica estera britannica, come quella di tutte le altre nazioni, è e sarà sempre soggetta a limitazioni esterne. Ma le limitazioni non sono il destino. Il Regno Unito, uno Stato europeo ricco, di medie dimensioni, si trova a dover fare, come altri nella medesima posizione, una serie di scelte che, in ragione della sua importanza relativa come Stato, influenzeranno in qualche modo le scelte degli altri. Tony Blair, nel corso dei suoi primi due mandati di governo, ha scelto due strategie che molti altri leader europei e non pochi commentatori hanno considerato, e tutt’ora considerano, contraddittorie: ha scelto di rafforzare i legami britannici con l’Unione europea e ha scelto, con l’invasione congiunta dell’Iraq, di essere molto vicino agli Stati Uniti.

La prima di queste impostazioni viene giudicata fallimentare, e in parte lo è: ma in gran parte a causa del fallimento dell’UE nel suo insieme, cosa che oggi diviene più che mai visibile e urgente.

La seconda potrebbe anche essere un successo: ma è troppo presto per dirlo.

Il divario più pronunciato tra il Regno Unito e gli altri Stati europei (e la maggior parte degli altri cittadini europei) è relativo all’Iraq. Il giudizio di Blair si articolava su tre versanti. Primo, e più importante, Blair riteneva che Saddam fosse un odioso tiranno, ma anche una minaccia a livello regionale (e forse anche internazionale). Secondo, era convinto che Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa, o almeno che stesse facendo in modo di entrarne in possesso. E infine, terzo, riteneva che quella con gli USA fosse l’alleanza più importante stabilita dal Regno Unito con qualsiasi altro singolo paese.

Molti dei commenti espressi, sia in Gran Bretagna che altrove, si sono concentrati sull’ultimo punto, così come sulla presunta aspirazione di questo Stato di spartirsi la ricchezza petrolifera irachena e i contratti per la ricostruzione post-bellica. Tuttavia, la decisione presa risulta incomprensibile se non si prende anzitutto in considerazione la prima ragione, ovvero il giudizio in merito a Saddam. Blair aveva creduto che Saddam fosse una minaccia da eliminare fin dall’inizio del suo incarico: l’aveva dichiarato sia in pubblico che in privato. Desiderava che il presidente Clinton prendesse più sul serio la minaccia irachena, ed era rimasto deluso per il fatto che ciò non fosse avvenuto. Blair non poteva agire da solo. La forza militare britannica, seppure più ingente di qualsiasi altra in Europa, non era comunque sufficiente a invadere l’Iraq, e gli altri leader europei non avrebbero certamente consentito di sferrare un’azione militare contro il paese. Doveva dunque aspettare un presidente americano che fosse d’accordo con lui: e dopo l’11 settembre, lo ha trovato con l’arrivo di George W. Bush.

I leader di Francia e Germania, i paesi dominanti nell’UE, dissentivano. Silvio Berlusconi invece era d’accordo, ma ciò di fatto andava controcorrente sia rispetto all’atteggiamento nazionale sia rispetto alla posizione del Vaticano, il che significava che tale adesione non avrebbe potuto essere accompagnata da alcun intervento in forze fino a dopo l’invasione. Anche il primo ministro spagnolo Aznar avrebbe aderito, ma anche lui ha dovuto affrontare l’ostilità della maggioranza del proprio elettorato, ed è stato sconfitto alle elezioni nazionali (sebbene per altri motivi).

Ciò ha allontanato il Regno Unito dal ruolo centrale che stava cercando di guadagnarsi in Europa. Ma l’importanza di tutto questo oramai è svanita: l’ Europa non è divisa dalla propria posizione rispetto all’America, bensì dalle proprie tensioni interne. La mancata ratifica della Costituzione europea da parte di Francia e Olanda è stato un colpo con cui il Regno Unito non ha nulla a che fare. Le conseguenze non sono ancora chiare, ma difficilmente non lo saranno. Tutte le costruzioni politiche democratiche dipendono, in ultima analisi, dall’assenso del proprio elettorato: l’UE non lo ha, e non ha neppure un meccanismo evidente che gli permetta di ottenerlo. I principali capi di governo – e questo include lo stesso Blair – probabilmente non tarderanno a lasciare le proprie poltrone, e nessuno detiene la volontà politica, né tantomeno il mandato dei propri elettori, per rinnovare e guidare l’Europa.

Blair è partito dal presupposto di un’Europa dinamica, un’Europa che prosperasse economicamente e che fosse sufficientemente sicura di sé da incorporare un ampio numero di paesi candidati – paesi un tempo comunisti – nonché la Turchia. Ma l’Europa è stata tutt’altro che brillante in campo economico: gli Stati membri, soprattutto l’Italia e la Francia, hanno tardato ad attuare le riforme interne e l’«Agenda di Lisbona», adottata allo scopo di proiettare l’Europa verso un ruolo di leader economico del mondo, non è stata tradotta in realtà. Ora, sulla scia del voto francese e olandese, la spinta ad accogliere nuovi paesi sul fronte orientale si fa fiacca: è molto probabile che né la Germania né l’Italia appoggeranno la candidatura della Turchia. L’Europa si richiude in se stessa. I suoi Stati membri fanno lo stesso. E giacché la situazione economica non potrà far altro che peggiorare, visto l’intensificarsi della concorrenza cinese e indiana, le possibilità di una ripresa economica europea sembrano esigue.

In parte tutto ciò si conforma all’opinione che il Regno Unito ha sempre tradizionalmente nutrito nei confronti dell’Europa. Sempre ostile al federalismo, la nazione è anche da sempre scettica quanto a un maggior grado di integrazione: i risultati del voto sulla Costituzione sembrano confermare che l’UE non possa divenire e non sia destinata a divenire nulla di simile a uno Stato nazione, con un elettorato incline a sostenerla. Ed è anche chiaro che la decisione di ritardare l’adesione all’euro è stata con molta probabilità assai saggia: l’euro non si è ancora concretizzato come valuta consolidata. E mentre la prospettiva, propugnata soprattutto dalla Lega Nord, che un grande Stato come l’Italia esca dall’euro è ancora improbabile, rimane chiaro che una valuta comune a cui manchino leve macroeconomiche e politiche comuni continua a costituire un fattore di pericolo.

Blair non voleva questo risultato. Immaginava la Gran Bretagna in seno all’Europa: uno Stato sovrano, ma uno Stato che condividesse l’euro come valuta comune e che progressivamente condividesse le politiche, incluse quella estera e di difesa. Ma ha dovuto rinunciare a questa visione: il primo ministro più europeista dai tempi di Sir Edward Heath non ha fallito, come accadde a quest’ultimo, ma ha dovuto prendere atto della realtà di un’Europa la cui dinamica viene a mancare, e che non risponde alla leadership britannica così come a quella di qualsiasi altro Stato.

Le grandi sfide, infatti, sono fuori dall’Europa. Esse possono essere ricondotte alla minaccia del terrorismo e della proliferazione nucleare; alle minacce a carico dell’ecologia del pianeta; all’ascesa della Cina; al dinamismo economico di Cina e India; all’egemonia degli USA.

La prima voce della lista è anche la più urgente. Il coacervo di problematiche che si affollano attorno al terrorismo e alla proliferazione del nucleare e di altre armi di distruzione di massa (come quelle chimiche e biologiche) consuma oggi l’attenzione delle forze di sicurezza di tutti gli Stati. I calcoli divengono più difficili di mese in mese, e anche se ci sono esempi di successo – quali la sempre maggiore intesa tra Pakistan e India, promossa in larga parte dagli Stati Uniti – rimangono tante incognite reali. Prima fra tutte, le intenzioni della Cina: è immaginabile un conflitto per Taiwan? Altrettanto preoccupante è la possibilità che una leadership Nord Coreana autoisolatasi dal resto del mondo decida di lanciare un missile contro uno Stato vicino, e promuova le vendite di materiale nucleare a chiunque si faccia avanti.

In questo contesto, il ruolo di guardiano globale svolto dagli Stati Uniti è indispensabile, e la Gran Bretagna rimarrà il suo sostenitore più affezionato. L’opinione di Blair – che probabilmente sarà anche quella di Gordon Brown se e quando questi gli succederà come primo ministro – è che nessun altro Stato o gruppo di Stati sarà in grado a breve termine di far altro se non assistere gli Stati Uniti nello svolgimento di questo ruolo. Perché in questo gli USA non possono essere sostituiti. La retorica messa in moto da Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, secondo la quale un’Unione europea forte può controbilanciare il dollaro USA, non troverà eco nel Regno Unito.

I terreni sui quali Blair intende sfidare gli USA sono invece l’ecologia e gli aiuti, soprattutto all’Africa. A questo proposito, nei prossimi sei mesi di presidenza inglese dell’UE e nel corso del suo periodo di leadership parallela dei paesi del G8, Blair sottolineerà l’urgenza di intraprendere misure indirizzate a ridurre il riscaldamento del pianeta e a dare fondamento allo sviluppo economico dell’Africa. In che misura gli altri paesi faranno qualcosa di concreto in merito all’uno o all’altro di questi due temi è tutto da vedere.

L’egemonia americana è stata vista, un po’ ovunque, come il maggior problema dei nostri tempi. Ma si tratta di una questione grossolanamente gonfiata. Gli USA sono rimasti per caso l’unica superpotenza e torneranno, con il passare del tempo, a dover dividere il proprio potere con altri. Se non con un’UE unita e determinata, allora con la Cina, che a questo ritmo sarà in grado di diventare un concorrente in non più di due decenni. La sfida per gli altri Stati, soprattutto per gli alleati degli USA in Eu ropa, è quella di persuadere l’Amministrazione americana della necessità di cooperare e agire di concerto: una strategia che l’America ha avuto la tendenza a ignorare, ma alla quale non ha mai veramente voltato le spalle. Blair si è sempre considerato il principale interprete degli USA per gli europei: non ci è riuscito del tutto, ma né lui né qualsiasi futuro primo ministro smetterà mai di provarci.

Curiosamente, Blair è approdato alla parte più rivoluzionaria della propria politica estera per puro caso, e a dire il vero non l’ha ancora articolata pienamente. In un discorso pronunciato a Chicago nel 1999 è sembrato delinearne un abbozzo: si trattava di una schietta presa di posizione a favore dei movimenti democratici del mondo, spinta al punto di intervenire militarmente contro tiranni e assassini laddove ciò fosse possibile. Fu un discorso concepito al fine di sostenere l’intervento in Kossovo, ma è anche la ragion d’essere dell’intervento in Iraq e degli sforzi per sostenere un cambio democratico in tutto il Medio Oriente.

Forse Blair riuscirà a mettere insieme un quadro articolato in merito a queste tematiche entro la fine del suo mandato, o forse no. Abbiamo fiducia che ci riesca. In fondo, questa rimane la sfida maggiore per coloro che stanno a sinistra della scena politica: sviluppare una risposta alle idee dei neoconservatori (soprattutto a quelle di Paul Wolfowitz, attualmente a capo della Banca Mondiale), che offrono al proprio elettorato e al mondo la nozione che il cambio democratico debba essere sostenuto con la forza.

Molto deve ancora essere chiarito in questo senso, soprattutto se si parla del sostegno, ancora esistente, fornito dagli USA e da altri Stati occidentali a regimi come quello dell’Uzbekistan. Ma cercare di liquidare le sfide che si propongono come la mera espressione di una volontà di dominio statunitense nei confronti del mondo intero, come la sinistra europea (ed elementi della destra, soprattutto dell’estrema destra) ha voluto fare, significa fraintendere tanto la leadership americana che il fine ultimo della sinistra in sé. Blair, solitamente (e correttamente) visto come un uomo di centro, potrebbe lasciare dietro di sé un’eredità di inestimabile valore per la sinistra: il bisogno di riesaminare le proprie fondamenta storiche, così come la sua attuale missione.

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