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Quel nesso inestricabile tra scienza e politica

Written by Massimiliano Panarari Tuesday, 01 March 2005 02:00 Print

A proposito di Marcel Mauss e del «riformismo» delle scienze sociali della Terza Repubblica

È ampiamente nota, anche in Italia, l’opera antropologica e di teoria e metodologia delle scienze sociali di Marcel Mauss, che ne fa uno dei fondatori dell’etnologia in quel fecondissimo crogiolo della cultura europea che fu la Francia della Terza Repubblica a cavallo tra i due secoli. Un periodo che possiamo considerare come l’autentico laboratorio della sociologia e delle scienze umane moderne, luogo di incontro di quella grande cultura borghese, che costituisce uno degli apporti più peculiari della Francia alla storia e alla civiltà del nostro continente, con i fermenti di innovazione e trasformazione verso un mondo meno iniquo provenienti dal socialismo e dal movimento operaio, il quale andava acquisendo organizzazione e rappresentanze. In poche parole, le radici stesse e le origini ante litteram del «modello europeo».

 

È ampiamente nota, anche in Italia, l’opera antropologica e di teoria e metodologia delle scienze sociali di Marcel Mauss, che ne fa uno dei fondatori dell’etnologia in quel fecondissimo crogiolo della cultura europea che fu la Francia della Terza Repubblica a cavallo tra i due secoli.1 Un periodo che possiamo considerare come l’autentico laboratorio della sociologia e delle scienze umane moderne, luogo di incontro di quella grande cultura borghese, che costituisce uno degli apporti più peculiari della Francia alla storia e alla civiltà del nostro continente, con i fermenti di innovazione e trasformazione verso un mondo meno iniquo provenienti dal socialismo e dal movimento operaio, il quale andava acquisendo organizzazione e rappresentanze. In poche parole, le radici stesse e le origini ante litteram del «modello europeo». Se, dunque, risulta ormai decisamente conosciuto il Mauss etnologo e quello «anticonsumista» e «comunitarista»2 à la française del «Saggio sul dono»3 – ovvero, lo studioso antieconomicista oggetto della riscoperta del movimento antiutilitarista dei Caillé e dei Latouche, il cui acronimo (Mauss, giustappunto) coincide «situazionisticamente» e «giocosamente» con il cognome del nostro – meno diffusa, fino a non molto tempo fa, era la coscienza del suo carattere di pensatore sociale impegnato e di intellettuale nella cui riflessione si dà un nesso indissolubile e inestricabile tra scienza e politica. Il merito di tale consapevolezza recente va attribuito a Marcel Fournier,4 il cui lavoro di rivisitazione e la cui antologia espressamente consacrata agli scritti politici ha dimostrato, come ha scritto Riccardo Di Donato5 – attento protagonista italiano di questa nouvelle vague di studi maussiani – che l’antropologo fu un «professore non impolitico» o, meglio ancora, un intellettuale «tutto politico» e decisamente militante, in senso culturale, naturalmente, anziché direttamente attivo. Sino agli anni Novanta del secolo scorso, dunque, periodo dell’uscita della monumentale e impegnativa antologia del canadese Fournier, si possono considerare la lettura e la ricezione di Mauss (che escludevano in toto la dimensione politica) come assai parziali, quando non assolutamente limitative.

Il nipote di Émile Durkheim6 («pontefice» della cultura francese tra Ottocento e Novecento), colui che ne fu il più prossimo collaboratore e, di fatto, il «secondo» al timone della straordinaria avventura della fondazione e della direzione dell’Ecole sociologique – e del suo organo ufficiale, «L’Année sociologique» – ci appare così finalmente, in tutta chiarezza e nitidezza, un pensatore politico.

 

Il «grande asistematico»

Tratto caratterizzante – e metodo di analisi – di Mauss fu, perennemente, il confronto e il lavoro di glossa all’opera altrui. Colui che non fece mai l’«antropologo sul campo», scrisse svariati saggi e numerosissime recensioni, effettuò curatele, elaborò progetti di libri, si trovò al centro di dibattiti e querelle, all’insegna di una sorta di «razionalità» o «ragione commentante» che, nel raffronto e nella comparazione o, se si preferisce, nel «corpo a corpo» con l’altro – questo sì molto «antropologico» dal punto di vista metodologico – seppe produrre sempre intuizioni originali e feconde e idee innovative, destinate a pesare come poche in quella fase pionieristica delle scienze sociali di Francia e d’Europa. E individuò nella «maieutica» e nell’insegnamento, come previsto dai precetti durkheimiani, una delle proprie attività più intense e significative. Onnivoro, proteiforme, contraddistinto da curiosità e interesse per moltissimi campi dello scibile, il Mauss che, nella sua continua – e faticosa – peregrinazione accademica dalla docenza di Sociologia delle religioni dei popoli non civilizzati (tenuta per diversi decenni) sino a una cattedra di Sociologia al Collège de France (vinta a duro prezzo dal suo «clan universitario » e dallo zio), paga la propria singolare e preziosa inquietudine intellettuale, si conferma un «grande asistematico» anche in politica. Con la benemerenza, insieme ai suoi «compagni di strada» della Scuola sociologica durkheimiana, di aver fatto entrare – ancora una volta in seguito a battaglie non facili – le nuove scienze sociali (e il loro retroterra politico) tra le fondamenta ideologiche della Terza Repubblica. Innanzitutto, in virtù del durissimo e terribile affaire Dreyfus, che vide la mobilitazione decisa e l’aggregazione dell’intellighenzia progressista – repubblicana, radicale e socialista – condotta principalmente proprio da Durkehim e da Jean Jaurès (la guida del socialismo democratico e non estremistico francese, normalien compagno di studi del grande sociologo e suo riferimento politico, come poi del giovane Mauss, il quale partecipò in prima persona alla battaglia con i gruppi di studenti socialisti). A quell’epoca, la nascente sociologia sconfinava spesso e presentava confini assai permeabili con il socialismo «scientifico» (basti ricordare che al tema del Socialisme dedicò il proprio corso del 1895-96, presso l’università di Bordeaux, lo stesso Durkheim); e, infatti, da subito, anche in termini di disciplina intellettuale e morale, Marcel Mauss fu socialista. Socialista moderato e riformista, dopo un’iniziale militanza giovanile di estrema sinistra e «gruppettara», come afferma Di Donato (nel guesdista Groupe des étudiants collectivistes e nella Ligue démocratique des écoles) e soreliana, dalla quale si distaccò con forza e veementemente. D’altronde, l’anarco-sindacalismo di Georges Sorel (con la sua impressionante influenza, ora pressoché dimenticata) divenne proprio uno dei maggiori oggetti di scontro nell’ambito delle epiche lotte ideologiche della Francia della crisi di fine secolo, e con esso il Mauss coerentemente riformista polemizzò e battagliò aspramente. Come pure, anni dopo, non nasconderà le sue perplessità e la sua marcata diffidenza nei riguardi degli animatori della complicata e compiaciuta esperienza del «Collège de sociologie» (i vari Bataille, Blanchot e compagnia varia, in buona parte suoi ex allievi) i cui approdi politici effettivi, spesso misticheggianti, quando non fascisteggianti, ci appaiono oggi quanto meno discutibili.

Intriso di suggestioni differenti – compresa una vena «movimentista» che permea il suo primo scritto «L’Action socialiste», ancora di ascendenza piuttosto soreliana – Mauss saprà, però, essere sempre un acuto esponente del socialismo democratico: membro sin dalla sua fondazione del Partito socialista francese, successivamente entrato nella SFIO (la Section française de l’Internationale Ouvrière), collaboratore de «L’Humanité» di Jaurès, si opporrà recisamente alla scissione del 1920 destinata a «dissanguare» largamente la formazione socialista e a portare alla costituzione del Partito comunista. La sua attività pubblicistica sulla stampa socialista fu estremamente intensa, con un’attenzione particolare alla cooperazione e al cooperativismo, visti alla stregua di un’alternativa non violenta al capitalismo e di una forma organizzativa capace di oltrepassare il mercato e il suo economicismo, mai amato dal Mauss recentemente riscoperto, per l’appunto, in chiave di antiutilitarismo. In tale ambito va collocata anche la sua partecipazione, insieme ad altre figure rilevanti della Scuola sociologica come Robert Hertz, François Simiand e Louis Fernet, all’esperimento dei «Cahiers du socialiste», sorta di trasposizione in terra francese della riflessione e del lavoro concettuale del fabianesimo inglese, ennesima testimonianza delle predilezioni riformistiche del nostro.

Pacifista convinto, costretto a contemplare da vicino, come tutta quella meravigliosa e sfortunata generazione di intellettuali francesi (in gran parte sterminata nelle carneficine della guerra di posizione e di trincea), il primo conflitto mondiale, e internazionalista «cosmopolita» (poco innamorato, a differenza della tendenza prevalente in Francia, del «modello culturale tedesco», che, insieme alle baionette prussiane, aveva vinto a Sedan, ma attento al resto del mondo e a paesi come la Cina e l’India che attualmente riempiono le pagine dei giornali e i report degli analisti), Mauss ritiene il socialismo strettamente connaturato alla nazione (alla quale avrebbe dovuto dedicare un’opera, rimasta incompiuta) – e ci sembra di sentire le tante voci che (assai correttamente) richiamano la nostra attenzione sullo Stato-nazione quale spazio territoriale di esercizio dei diritti sociali, livello di interventismo collettivo e incarnazione del welfare State. Di qui, il rigetto del preteso internazionalismo rivendicato dal bolscevismo e dalla Rivoluzione d’ottobre, la critica dei quali, pur non volendo il nostro essere confuso con i controrivoluzionari, risulterà sempre radicale, a partire da quelli che registra come punti di contatto con il fascismo e le altre manifestazioni organizzate della reazione (in primis la pratica della violenza, così esaltata da quel sorelismo la cui eredità si distribuirà in maniera equanime in tutti i filoni antidemocratici, antiliberali e antiparlamentari). Il socialismo di Mauss è gradualista, antiautoritario e quasi «libertario», umanistico e non materialistico, contrario tanto all’individualismo borghese che al marxismo (impregnati entrambi dell’ossequio alle leggi dell’economia), un’ideale prosecuzione degli ideali della Rivoluzione del 1789 (un socialismo necessariamente citoyen) e lo strumento per realizzare una visione non metafisica (e, naturalmente, non «ottusamente» positivistica) di progresso (tema che, insieme a quello della civilisation, costituiva uno dei principali e più ricorrenti oggetti di discussione del ceto intellettuale europeo, smarrito e sentitosi precipitato nella crisi di civiltà dal consumarsi delle certezze un tempo assicurate dal positivismo e dallo scientismo ortodossi). Tutte caratteristiche ed elementi, questi, nei quali appare facile scorgere l’influsso della sua teoria e prassi antropologica. Un «riformismo riformatore», quindi, solidale (del solidarismo, difatti, «dottrina e ideologia ufficiale» della Terza Repubblica si avverte spessissimo l’eco), disponibile e incline alla garanzia della dignità degli individui e alla piena realizzazione dei loro desideri (in questo favorevole, come evidenzia il brano pubblicato, alla proprietà privata, corollario necessario e «naturale» del socialismo a differenza di quanto pensano i «vecchi e arretrati comunismi»), libero e mai costrittivo, nemico della rigidità dei grandi sistemi, aperto e inquieto, come la metodologia culturale che ha pervaso tutta l’opera del grande pensatore francese. Una figura di «grande asistematico» da rileggere con attenzione.

 

Marcel Mauss, Le idee socialiste. Il principio della nazionalizzazione

Il socialismo – abbiamo detto – non è altro che l’insieme delle idee, delle forme e delle istituzioni collettive che hanno per funzione quella di regolare tramite la società, socialmente, gli interessi economici collettivi della nazione.

Ne derivano due conseguenze. In primo luogo, il socialismo è legato all’esistenza delle nazioni: non era possibile prima che si fossero formate, cioè prima che la nozione di patria come cosa pubblica fosse divenuta fondamento di diritto pubblico e [quello] dell’individuo che abbia diritti su tutto quello che è pubblico. («Fortuna pubblica» era il titolo esatto romano e inglese di Res publica e Commonwealth). In altri termini, c’erano due condizioni alla sua nascita. Il socialismo non poteva apparire prima che si fossero proclamati i diritti dell’uomo e del cittadino, osservazione in generale trascurata dalle scuole socialiste che, anche quando non materialiste, trascurano soprattutto fuori di Francia questo punto di vista, al contrario ammirevolmente rappresentato fino allo scacco delle idee di democrazia sociale nella Repubblica del 1848. In secondo luogo, il socialismo non poteva avere interesse che quando il dominio economico della collettività divenne talmente grande che il suo abbandono a gestioni private non si comprendeva più, o piuttosto non era più compreso da un numero sempre più grande di persone. Altra osservazione trascurata egualmente dai legislatori frettolosi del socialismo che, intervenendo nel mondo intero, pretendono di [ambientarvi] un regime uniforme di proprietà. Le nozioni e istituzioni che meritano il nome di socialismo sono a mille leghe da queste utopie e da questi sommovimenti, e presuppongono al contrario, il pieno sviluppo dei regimi industriali, d’una proprietà privata, d’una proprietà collettiva, che si tratta precisamente di far passare dal fatto al diritto, o piuttosto si tratta di attribuire ai veri proprietari le diverse collettività da cui è composta la nazione.

La seconda conseguenza è il corollario del principio posto per primo, si tratta, a nostro avviso, del fatto che tutte le società che non sono ancora delle nazioni dovranno diventarlo prima di potersi mutare in Repubbliche sociali. In altri termini, è verosimile che potranno evitare di mettersi in democrazie, almeno nei prossimi decenni, ed è inverosimile che esse possano fare quello che pretendono di fare i russi, una rivoluzione che sarebbe solo sociale e non democratica. C’è utopia, su questo argomento, in tutti i giovani partiti comunisti di tutte quelle giovani nazioni in cui il bolscevismo «rampante» ha nel frattempo acquisito una incontestabile autorità. Noi ci sbagliamo molto o queste nuove Repubbliche non potranno che una cosa: evitare le concessioni e gli sfruttamenti ai quali si sono sottomesse le nazioni più antiche. Esse sapranno forse riservare al dominio pubblico le ricchezze pubbliche e non commettere gli errori dei due ultimi secoli, ma non faranno così altro che accelerare, grazie ai capitali forniti dalle vecchie nazioni, una evoluzione che consiste solo nella realizzazione economica della democrazia e non nella sostituzione di questa con un regime ancora non concepito e soprattutto non praticato.

Altro punto di vista sullo stesso fatto: laddove il dominio pubblico è ancora, data l’insufficienza dello sviluppo economico della nazione, inesistente o debole, anche in grandi società rappresentanti d’immensi interessi come la Russia, la Cina o l’India, è chiaro che può essere questione solo di socialismo di Stato. Non c’è in realtà socialismo industriale da realizzare, classe operaia da cambiare dallo stato di salariato a quello di gerente d’interessi: ci sono solo virtualità di tutto questo e la politica non può tenerne conto che come fatti futuri da scontare, da non trascurare nei calcoli. Ma l’applicazione sociale delle dottrine di Marx o dei precetti di Rathenau, alla Russia o alla Cina, arrivano o arriveranno alle conseguenze più folli e deplorevoli.

Da queste due osservazioni possiamo dedurne subito un’altra importante: lungi dall’essere un avversario della proprietà individuale – come lo è stato sempre e lo è ancora il comunismo utopico – il socialismo la presuppone. In primo luogo questo è costante nella dottrina, da Saint-Simon e soprattutto Proudhon, tende a realizzarla e a dare ai lavoratori la proprietà – collettiva nella forma anonima, ma individuale per il titolo di godimento – dei mezzi di produzione e dei frutti del lavoro. (Vedremo che cosa pensare di queste formule classiche ma inesatte). In secondo luogo, il socialismo ha sempre rivendicato la proprietà individuale degli oggetti di consumo. È una grandissima assurdità dei dottrinari che criticano il socialismo rimproverargli una teoria che è solo quella dei più vecchi e arretrati tra i comunismi. La libertà di godere a propria guisa d’un minimo di proprietà, di usarne e abusarne, è lo scopo della rivendicazione operaia d’una «vita decente», e nelle dottrine correnti o classiche, che siano perenti o in fiore, i cambiamenti nel regime della produzione hanno il solo scopo d’assicurare a ciascuno il benessere e la proprietà assoluta della sua home e delle cose necessarie a questa vita decente. Che l’idea non sia sempre chiara in quelli che chiacchierano di queste cose, è inteso: si tratta nondimeno del punto in cui si traccia il discrimine tra le scuole anarchiche e comuniste da una parte, e quelle socialiste dall’altra. Le une assicurano che basta mettere tutto in comune per ché ciascuno secondo i propri bisogni possa godere di tutto, le altre riconoscono i diritti di ciascuno secondo il proprio lavoro, ma lo riconoscono a fondo e danno poi un titolo di proprietà veramente [quiritario] su quelli che si chiamano «i frutti del lavoro».

Ma c’è di più. Non è solo la proprietà individuale di titolo anonimo e quella della casa, del mobilio, delle riserve e cose familiari ad essere presupposta dal socialismo, ma è anche la proprietà individuale del tipo che si dice borghese, competitivo, anarchico, per servirci dei termini del socialismo dei pamphlet, di tipo romano per parlare da storico e giurista. Da una parte si tratta di nazionalizzare o municipalizzare, o collettivizzare solo cose che sarebbero state abbandonate per errore ad altri proprietari rispetto ai veri interessati alla gestione che devono diventarne i veri proprietari. Si lascia anche fuori da ogni progetto di nazionalizzazione, o di socializzazione, ogni proprietà o quella artigianale e dei piccoli contadini. […] I progressi economici delle tecniche o delle morali delle nazioni moderne non impongono affatto queste alternative rivoluzionarie e radicali, queste scelte brutali tra due forme di società contraddittorie, ma si fanno e si faranno attraverso dei procedimenti di costruzione di gruppi e d’istituzioni nuove a fianco e al di sotto delle antiche. Le visioni drammatiche e romantiche della storia non hanno niente da fare con la realtà. La decadenza di un regime e la rinascita di un altro non hanno necessariamente l’aspetto catastrofico e tragico delle rivoluzioni: è piuttosto la caduta lenta dei vecchi denti e la crescita oscura dei nuovi che sopravviveranno al suo aspetto in generale. Che certi conflitti siano possibili e anche violenti, sarebbe assurdo negarlo nel passato e non prevederlo nell’avvenire, ma è assurdo concepire che il conflitto e la violenza siano lo scopo e la successione delle istituzioni, che ne siano il semplice risultato. Pensare così è confondere il modo di un’azione, confondere l’accidente con l’azione stessa. È abbassare al rango di semplici eventi umani, storici, comici, e spesso tragici, le maestose e considerevoli alterazioni e le nascite e le distruzioni degli esseri di ragione infinitamente reali che sono le istituzioni delle nazioni. Il socialismo, quello dei fatti, non fa dunque mestiere di sostituire una società nuova alle nostre, di trasportarci in una società ideale, in una Salente alla Fénelon o alla russa. Il socialismo è il movimento economico che edifica una proprietà nazionale e delle proprietà collettive per giunta, a fianco o al di sotto delle altre forme di proprietà e di economia. È inutile negare tutto per costruire: bisogna costruire verso e contro tutto, se si vuole, ma costruire prima di tutto. È ciò che si fa del resto nelle nostre società occidentali […].

da M. Mauss, I fondamenti di un’antropologia storica, Einaudi, Torino 1998.

 

Chi è Marcel Mauss?

Etnologo, antropologo sociale, sociologo delle religioni, pensatore sociale e politico, animatore e innovatore dell’École sociologique (della quale seppe forzare e oltrepassare alcuni «steccati» culturali) e della rivista di riferimento del gruppo, «L’Année sociologique», Mauss (Épinal, 1872–Parigi, 1950) è stato uno dei pionieri e fondatori delle scienze sociali francesi ed europee. Intellettuale dalla vita inizialmente dandy e serena, si trovò successivamente a vivere un’esistenza tormentata e dura, soprattutto dopo la tragica decimazione ad opera della prima guerra mondiale della coetanea generazione dei promettenti trentenni provenienti dall’École Normale. Autore prolifico e versatile, privilegiò formule non sistematiche di espressione (e non realizzò mai un «libro completo»).

 

 

Bibliografia

1 Per una panoramica della storia intellettuale del periodo si rimanda alle introduzioni al libro antologico di un altro grande autore «durkheimiano», il filosofo del diritto Léon Duguit: A. Barbera, C. Faralli e M. Panarari (a cura di), Le trasformazioni dello Stato, Giappichelli, Torino 2003; e al volume di M. Battini, L’ordine della gerarchia, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

2 F. Fistetti, Comunità, il Mulino, Bologna 2003.

3 M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002.

4 Mauss, Écrits politiques, (a cura di M. Fournier), Fayard, Parigi 1997.

5 Mauss, I fondamenti di un’antropologia storica, (a cura di R. Di Donato), Einaudi, Torino 1998.

6 G. Poggi, Émile Durkheim, il Mulino, Bologna 2000.

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