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Ritorno in Italia 2

Written by Glauco Della Sciucca Tuesday, 01 March 2005 02:00 Print

L’imponente edificio del centro di Roma. La sede legale, e produttiva, della rete televisiva per la quale Aldo lavora. La novità sta tutta, però, nel suo nuovo lavoro. Il suo mestiere adesso non è più il giornalismo. Il suo nuovo contratto lo vede impiegato in qualità di autore televisivo. Eccolo dirigersi, in tutta fretta, alla sala regia dello studio televisivo mentre udiamo, nel medesimo frangente, e provenienti da tutt’altro contesto, amorosi gemiti di passione. E voci provenienti da una televisione accesa. Suoni che ci conducono all’interno della camera da letto del nuovo compagno di Diletta, Rodolfo. I due stanno facendo l’amore, proprio – ironia della sorte – davanti al televisore, unica fioca fonte di luce nella stanza. Il televisore sta trasmettendo il nuovo programma a cui Aldo lavora.

 

L’imponente edificio del centro di Roma. La sede legale, e produttiva, della rete televisiva per la quale Aldo lavora. La novità sta tutta, però, nel suo nuovo lavoro. Il suo mestiere adesso non è più il giornalismo. Il suo nuovo contratto lo vede impiegato in qualità di autore televisivo.

Eccolo dirigersi, in tutta fretta, alla sala regia dello studio televisivo mentre udiamo, nel medesimo frangente, e provenienti da tutt’altro contesto, amorosi gemiti di passione. E voci provenienti da una televisione accesa. Suoni che ci conducono all’interno della camera da letto del nuovo compagno di Diletta, Rodolfo. I due stanno facendo l’amore, proprio – ironia della sorte – davanti al televisore, unica fioca fonte di luce nella stanza. Il televisore sta trasmettendo il nuovo programma a cui Aldo lavora.

I due amanti, avvinghiati nel rifugio caldo della passione, non si curano del pur basso audio, con lo speaker che, sulla base di un brano da musical sta annunciando, sguaiato, il cast del programma.

«…‘Essere o non essere umani, questo è il dilemma!’ Tutto un programma… di Mario Bertini, Jepi Bassi e Aldo Branchi! Con un cast di comici unico nel suo genere… lo zio d’america, con le sue lacrime di coccodrillo, pronto ad abbracciare sua moglie, andata a fare la spesa nel luglio del novecentosettantanove e mai più tornata, il figlio della gallina bianca, le porno sorelle alzabandiera, i cani del vicolo miracolati, un parlamentare di destra, a vostra scelta, condito con pistacchio e funghi porcini, e tutti i gli indimenticabili protagonisti del grande fardello!!»

Dissoltisi i gemiti d’amore, cresciuti d’intensità quanto l’enfasi dello speaker televisivo, i due amanti, rimasti a letto tra il rifritto cliché di una sigaretta e una bottiglia d’acqua minerale presa per il collo per dissetarsi, iniziano una breve conversazione.

Diletta, all’inizio, ha acceso con un tasto le due abat-jour, per poi, supina, guardare pensierosa il soffitto.

«Diletta… a cosa stai pensando?»

«Niente, non ha importanza… sono solo un po’ triste… eppure non dovrei... non è giusto… sono con te... e, sì, insomma, lo sai…ti amo…»

«Io... io lo so a cosa stai pensando…stai pensando a lui, al tuo ex marito…»

«Si, è vero… pensavo a lui! …Prima,... dalla voce di quello speaker della televisione… m’è parso di sentire il suo nome… e, sai… se ripenso a tutti i compromessi a cui s’era dovuto piegare per uscire da quel mondo… lui che voleva solo smettere di scrivere quelle idiozie… per dimostrare al mondo di essere una persona… come diceva lui… seria! Un giornalista amato e stimato! Per la sua carriera,… abbiamo pagato tutti. Abbiamo regalato il nostro sistema nervoso…è questa la verità… e ora, rivederlo a distanza di tanti anni… tornare da dove era venuto... mi dà come un senso…».

«Pensi di amarlo ancora? Nel profondo, voglio dire…» l’interrompe lui.

«Amarlo? No, stupido…io amo te!... No,…ormai il rancore... inutile negarlo, ha preso il sopravvento… ma… è strano… come se dentro me…».

Diletta si alza da un lato, reggendosi la testa con una mano, poggiata non più supina, ma su di un gomito e, guardando dritto negli occhi del suo compagno, conclude enigmaticamente «è come se dentro... avessi…comunque l’intima sensazione di un uomo in fondo buono... uno che, nonostante sia una vittima impotente del suo stesso carattere… abbia poi... se solo volesse…la sensibilità di... capire, di comprendere a fondo la vita…! Non mi fraintendere, ormai non posso più dire di amarlo... ma... guarda…» intanto il suo tenero amico le accarezza le guance «lo sai… scusa se ti parlo di lui... lungi da me il desiderio di rivederlo ancora... ma, se lo conosco come credo... dopo questo suo nuovo programma tv, stasera tornerà dritto a casa, a meditare, chiuso e triste in quel salone… sai, un po’ già lo vedo, sprofondato in quel sofà… con quella cupezza irrisolta…i libri e i film su quegli scaffali impolverati».

La nuova scena del narrare, in netto contrasto con le parole di Diletta, ci mostra invece l’interno pomeriggio di una redazione illuminata a festa, dove un gruppo di autori, registi e collaboratori vari, sta festeggiando selvaggiamente il clamoroso indice d’ascolto raggiunto, e conquistato con la prima puntata del loro programma, al ritmo di un brano rock proveniente da un vecchio giradischi.

Le segretarie, con i loro petti vissuti e quelle professionali unghie rosse, sono preda delle allusioni, militaresche e a fondo perduto, degli autori. Uno squallore visto e rivisto. Una costumista, alta quanto il suo giallo metro da lavoro, e magra che ancora due chiletti ed è pronta per il sumo, sta abbracciandosi al collo di Aldo. Entrambi son’ora impegnati a saltellare, beoti, su una scrivania. I loro sederi sono ondeggianti in squallide mossette. Sculettamenti come pugni in un occhio. Cravatte snodate, e risatine grasse di bicchieri di carta, straboccanti di un’acquastra zuccherata, spacciata per il miglior spumante a disposizione.

Questa scena, ha le classiche gambe corte di una illusione effimera. Come certe bugie, o i volgari, catodici inganni della vita. E com’anche, d’altronde, la sbornia di Aldo. Un uomo il quale, scavalcato il ludico campo di quella urlata superficialità, intimamente vittima di uno stato d’animo mutato d’improvviso, va a impancarsi in un cantuccio seduto, a gambe chiuse e bicchiere in mano. La sua bocca è una già vista fessura. Amara. Proprio come i suoi inveleniti occhi.

Distrutto, e nel disagio, improvviso e realizzato, d’essere nel posto sbagliato, con le persone sbagliate, a festeggiare un programma – questo proprio sì! – sbagliato, resta impalato tra silenzi ruglianti di disprezzo e lacrime di desolazione. Eccolo lì, in fondo… È proprio lui. Seduto, e quasi nascosto, vicino alla porta della stanza. Roma ha lasciato i suoi tramonti colorati alla scintillante, tarda serata. Aldo scende in strada. Ora sta cercando di chiamare un taxi.

Sul telefonino, giunge l’attesa richiesta, da una suadente voce registrata. Una musichetta ricorrente rende l’attesa meno scomoda. O forse ne aumenta le ansie.

Un’auto accosta all’improvviso, clacsonando la distrazione di Aldo. Eccolo fermarsi, a cercar di comprendere chi possa esserci alla guida di quella rossa utilitaria. La grossa, pettoruta donna del festino in ufficio, lo sta invitando a salire: «Aldo, ehi! Sono io... che fai? Fai finta di non vedermi? Devi proprio averci dato a fondo con lo spumante, eh?? Dai, monta su che ti accompagno io a casa…perché tu stai andando a casa,... o sbaglio?».

Aldo, piegato ad angolo retto, con la testa quasi dentro il finestrino dell’auto, e con le mani poggiate sulle ginocchia a rispondere, timido, all’invito della felliniana donnona, accenna a un cordiale rifiuto, con la scusa di «…fare due passi a piedi… e poi, guarda, ti ringrazio, ma sono quasi arrivato a casa... grazie. Magari un’altra volta!».

Il motore parte, sgommando, come in un film di maniera. L’auto ospita ora un passeggero in più. Aldo non ha declinato l’invito, accettandolo passivamente. La fatticcia mano della donna, dopo aver scalato le prime marce, va arditamente a fermarsi sulla gamba di un Aldo inebetito. Una situazione grottesca.

Eccolo, poggiato di gomito sul bordo del finestrino, aperto, con la mano a reggersi la testa. Come se, vittima inerme della realtà, non trovasse più il fiato per le trombe della propria, straripante, personalità. Aldo non riesce a proferire parola, nemmeno quando Calista, accostata la macchina sotto il portone del malcapitato si propone, bavosa di antiche, digiune voglie, a compagna di una calda notte.

Il portone di casa. Aldo cerca goffamente di prendere tempo guardando l’orologio, e biascicando alla donna qualcosa tipo «io non so tu,... Calista, ma io, ahhh..» sbadiglia forzatamente, «…io ho un sonno!... sai, e domattina devo alzarmi presto».

Calista, vigore di grasso, rancori maschili e protratta astinenza, non sente ragione, né scuse. La grassona ha deciso che quella è la notte giusta per cullare, tra le sue braccia, l’appetitoso, solitario uomo. Appetitoso, è chiaro, per il solo fatto d’esser uomo.

«Calista,... non mettermi in questo imbarazzo…è una situazione strana…mi viene,... da ridere…o forse da piangere… io…non lo... non vorrei sembrarti scortese, ma sono reduce da un lungo periodo di amarezze, delusioni, sai… mia moglie, cioè, la mia ex moglie…Senti! Tutto quello che ora…desidero è un bagno caldo, e una bella dormita».

«Bene, un bagno caldo è proprio quello che mi ci vuole!» replica la donna, spingendo Aldo dentro il portone, chiuso, ma sbattuto di gravosa forza.

Roma è andata a coricarsi, tra luci ed ombre, sonni profondi del riposo, o sensuali intenti. L’eco di una sirena della polizia. Poi, il rumoreggiare, distante, di qualche autobus elettrico della linea urbana notturna. Buonanotte. Al mattino, ecco il portone di casa Branchi. Un edificio fermo su di sé, quasi esso sia nell’attesa di sapere come il suo inquilino tornerà, quel nuovo giorno, alla luce. Sarà stato costretto alla consumazione dei grossolani istinti di quella donna? O invece avrà potuto salvarsi, dormendo solitario sulla poltrona del salone?

Aldo appare sul ciglio della strada, immobile e già infreddolito, proprio davanti l’ingresso in legno verde della sua abitazione. Scarpe da tennis di nuovo acquistate, tuta yankee, volontà da vendere, e l’inizio di una timida corsetta.

Quello che egli stesso sta pensandolo come fosse «jogging», è in verità una corsa pesante, e affannosa. È una di quelle giornate che sembra domenica. In realtà, l’andirivieni, autorizzato, di motori su vario numero di ruote, e i negozi aperti, lo risvegliano dall’illusione di un vivibile giorno festivo.

Ma cosa ne è stato di Calista? Aldo ora corre, e corre ancora. Ci prova. Alla fine, tra un saluto al pizzicagnolo, il commento, risposto di circostanza, all’edicolante tifoso, il nostro giunge in una libreria, nei pressi di Campo de’ Fiori. Un tipico interno fatto di scaffali, pagine sfogliate silenziosamente, commessi sulla scaletta ad infilar i nuovi arrivi del mese, e vocii soffusi di clienti o lettori. Aldo, ritemprato dalla corsa fatta, e dall’ebbrezza di una ricavata giornata di pausa ottenuta, vi entra, come si confà all’ambiente, in modi silenti e discreti.

Pochi lunghissimi attimi, e il suo latente nervosismo, provoca la caduta massi di una imponente pila di romanzi. La commessa, minuta e incattivita da anni di rimpianti senza costrutto, lenti a fondo di bottiglia, e voglia di ingiustizie promiscue da infliggere a padri di granitiche famiglie, risparmia, scocciata, l’imbarazzato Aldo dal raccogliere i libri.

Proseguendo per lo stretto corridoio, piuttosto malilluminato, lo vediamo arrivare, ancora sudato e agitato, al casuale reparto dei libri illustrati erotici. Qui, sentendosi squillare chetamene il telefono mobile, risponde sottovoce. È Calista la grassa! Cosa mai potrà volere ancora? Aldo era stato chiaro, a riguardo.

«Qua…Quante volte ti ho ripetuto ‘sta notte, che non avresti mai dovuto chiamarmi!? Abbiamo deciso di non dare seguito a quell’errore… sì, va bene, l‘ho deciso io…! È stato solo un errore figlio dei fiumi dell’alcool della festa, forse anche della mia depressione, sì! Cosa dici? Senti, saranno pure affari miei se sto mollando le redini della ragione, come dici tu… in questo frangente della mia vita! Devo renderne conto a te? Ehi,... Calista! Noi... in fondo... non ci conosciamo! Non costringermi a... diventare..» intanto Aldo va ad urtare il gomito di un distinto signore, chiedendoli a labiali gesti, la venia per l’accaduto «…non costringermi… a diventare scortese. Non mi chiamare più… Che significa che hai preso il mio numero di telefono dall’elenco in ufficio? E allora? No, oggi non lavoro… ora devo salutarti!».

Aldo, nervoso, spegne il telefono, stiracchiando, ora, un ghigno sorridente a due signore, visibilmente scandalizzate dalla mala creanza di un telefonino acceso in quel sacro luogo. Aldo, imbarazzato, va a spostarsi repentino di poco, afferrando, ancora distratto, e pensoso, un libro fotografico di erotismo, spinto e patinato.

«Cos’è? Ti sei dato alla pornografìa?» una voce, suadente e offuscatamene familiare, gli si rivolge ironica. Aldo, riportato alla realtà da una voce che non sia la propria, alza gli occhi, spalancando al momento la bocca, come un inebetito babbalocco. Il suono di quelle corde vocali è inconfondibilmente la voce della sua ex moglie, Diletta.

«No, ciao…Diletta,… ti trovo davvero bene… No, è che cercavo saggi sulla televisione ed ho trovato questo libro di pornografìa soft… è magnifico, sai»

«Cosè? Vuoi dire che pornografìa e televisione sono diventati sinonimi? O per caso..», risponde sarcastica la donna.

«Dai! Ancora questa facili ironie! Non credi siano un tantino banali?… Io… io…ho solo detto che stavo qui, cercavo un libro…e ho preso quello sbagliato..»

«Non ti difendere come sempre…non c’è niente di male…Comunque, senti…Ho saputo che il tuo programma sta riscuotendo un successo enorme, complimenti…ho letto da qualche parte che i maggiori rotocalchi scandalistici stanno contendendosi a suon di bigliettoni i vostri protagonisti… » insiste la donna, interrompendo con tono vagamente inquisitorio Aldo.

«Bigliettoni? Diletta!? Sei buffa…ora ti sei messa a parlare come uno di quei... duri... dei vecchi film americani? Stai recitando, o questa è davvero la tua vita…?»

«Aldo, Aldo…ti prego…Non fare lo stronzo…per favore…te lo chiedo per favore..!»

«Diletta,... dai, tu lo sai,... c’è che in realtà non ho avute altre proposte… sto solo prendendo tempo, magari poi torno a fare il corrispondente…sai, pensavo a te, l’altro ieri…»

«Che ne è stato della poltrona da direttore? O avevo capito male?... Hai rinunciato... alla tua famiglia, a me…al nostro amore…ad una vita normale… per andare in America, e alla fine torni per scrivere questa immondizia in prima serata?»

Diletta, sarcastica nelle sue parole, si fa nervosa, non riuscendo a trattenere una muta lacrima.

«Che c’entra?» replica seccato Aldo «…dai… adesso che fai, piangi? Non fare così… lo so, sembra che tutta la mia ambizione mi si sia rivoltata contro,... ho sbagliato,... sono stato un arrivista e alla fine, com’è che mi hai detto quella volta? Ah, si… la dea bendata mi ha voltato le spalle…»

Aldo, irritato, forza volgarmente i toni, finendo con una, stupida, stiracchiata risata di autocompiacimento «… ma se lo ha fatto, forse è perché voleva essere sodomizzata…Ah, ah…Questa me la raccontò un tizio a New York…Ah, ah!»

«Sei un idiota, lo sai? Ma da dove cavolo sei uscito fuori? Eh? Io ti disprezzo…». Diletta, alla infelice, volgare stupidità di quella gratuita battuta, esce via dalla libreria. Aldo sta mangiandosi le unghie nervosamente. A mezza bocca, comincia a ripetersi «La dea bendata…cosa…ma cosa ho detto?! Deve avermi dato di volta il cervello… Di cosa stavo parlando? Cosa mi è successo?..oddio…».

Eccolo poggiare casualmente il libro, ed uscire in tutta fretta, alla spasmodica ricerca della ex moglie. Una ricerca vana. Diletta ha gia lasciato la zona, e di lei nemmeno l’ombra. Eccolo entrare in una cabina del telefono, cercare sulla rubrica del suo telefono mobile un numero, e comporlo dopo aver infilato una moneta.

«Pro…Pronto?! Scusi, mi passa l’interno del dottor De Monti? Sono Aldo Branchi… si, grazie,… lo vedrà anche lei stasera? Grazie, sì.. è un gran programma, sì..grazie! Bene, ora mi passa il dott… Pronto! Ciao Giulio… ti disturbo? Ah, sei in riunione? A... quest’ora? Senti… potremmo vederci per un caffè… vorrei parlarti…Bene! Certo, Lungotevere,... do...dove? Bene, ti ringrazio!! Come ‘cos’ho’? Niente…è che poco fa ho visto Diletta… sì! Va bene, poi ne parliamo. Sì, a più tardi, e ti ringrazio tanto…ciao…».

Il sole di quel giorno sta abbandonando la Capitale, esausto di scaldarla coi suoi colori di tutte le sfumature del giallo. Aldo e Giulio passeggiano lentamente. Il dottor Giulio De Monti, fumatore flemmatico d’un sigaro toscano, ha lo sguardo dritto e impassibile, come se al suo fianco non ci fosse nessuno. Questi sta ascoltando il parlare di Aldo, certo, e anche quell’animato gesticolare. Ma il suo sguardo è dedicato alla strada, alle macchine, al Tevere.

All’improvviso, l’uomo interrompe la confusa espressione di Aldo, rimbrottandolo paterno. Intanto, Alberto sta confessandosi a Marta. Eccoli muoversi discreti tra gli scaffali di un grande Store di dischi. «Mio padre è tornato in città,... pare debba fare il direttore qua a Roma…io, io sono preoccupato…»

«Perché? Non sei felice…mi hai sempre detto che ti pesava saperlo a New York, così distante da tutto…da te..»

«Si, è vero…Ma lui è il classico tipo che ti manca quando non c’è…poi lo vedi,… e soffri…»

«Tua mamma come l’ha presa?»

«Non so cosa dire, davvero…io credo che lei gli voglia bene ancora…ma loro due sono troppo uguali per stare insieme… E poi lui lo sapeva…Avrebbe potuto cambiare lavoro, fare qualche altra cosa, starsene a far televisione qui a Roma…Lo sai…la mamma lo provocava…gli chiedeva sempre cosa avrebbe fatto se lo avessero costretto a scegliere tra il suo lavoro e la sua famiglia…»

«E lui cosa rispondeva?».

Aldo e Giulio sono nel pieno della loro passeggiata. E dell’intimo confronto.

«Ma Aldo, Aldo…Aldo! Io so…volevi fare il direttore. Prima volevi fare l’autore…e l’hai fatto! Poi ti sei messo in mente di fare il giornalista, e l’hai fatto... Sognavi New York e l’hai ottenuta, sei tornato per fare il direttore ma… ma dovevi aspettartelo a cinquant’anni che non tutto ciò che desideriamo poi si avvera… la tua percezione della realtà è talmente distorta…Ahhh! Invece di pensare un po’ alla tua famiglia… a tuo figlio… alla cara Diletta… Ma cosa ti è accaduto? A un certo punto il tuo senso critico è….Senti,... fatti una vacanza… che ne dici? Oppure, guarda…ma non te la prendere… prova con la psicoterapia…! Senti…»

Giulio poggia le proprie mani sulle spalle di Aldo, un uomo ora suonato, e livido. Proprio come un pugile suonato, e vicino al liberatorio k.o.

«Aldo... Io non so chi ti abbia boicottato nella rincorsa alla poltrona di direttore… ma forse ora stai avendo la possibilità di capire qualcosa della vita, della tua personalità… e, sai.. a alla tua età, sarebbe anche un tantino tardi… ma io sono ottimista… torna a parlare con tua moglie… fatti conoscere per quello che sei… cioè, no…! Voglio dire, fatti conoscere nella tua nuova maturità conquistata, prima conquistala, anzi, meglio, cerca di rincorrerla…Perché è questo l’importante per un uomo, rincorrerla… altrimenti… Lascia perdere quei sogni della direzione… e poi sei l’autore di un programma di successo… Dai, Aldo, com’è che si dice? Ah, sì… non si può avere sempre tutto nella vita…Sarà banale,…ma…»

«Hai ragione, Giulio, non si può avere tutto nella vita, e poi le ciambelle non sempre riescono col buco, e le mezze stagioni? Dove vogliamo metterle le mezze stagioni? Tu che ne dici, ci sono esistono ancora…? E chi trova un amico? Chi trova un amico cosa fa…?»

«Ma Aldo…»

L’immagine del loro discorrere si allontana sempre più dai due protagonisti, abbandonando quelle parole, sostituite dai suoni di quel luogo. Ora Aldo e Giulio stanno gradualmente diventando due puntini, perduti nel traffico, nelle luci della sopraggiunta sera, e nel sempre più largo totale – cinematografico – di questa città.

L’interno della casa di Rodolfo, il nuovo, fascinoso compagno di Diletta. Un ambiente freddo, muri bianchi, stampe pregiate, di grigi e colori seppia ottocenteschi. Pochi libri sugli scaffali. Rodolfo ha il portamento e la somatica d’acciaio di un uomo che alla vita ha chiesto tutto, tranne una moglie e dei figli. E dalla vita tutto ha ricevuto. Tranne l’impegno di una vera famiglia.

Rodolfo, seduto in poltrona, gambeaccavallate, sta aspettando Diletta e, sfogliando distrattamente una rivista, guarda l’orologio «Diletta.. sei pronta? Guarda che facciamo tardi». Alberto, il figlio di Aldo e Diletta, è in piedi, invece.

Il giovane sta pensando alla vita. Guardandone frammenti approssimativi, attraverso i vetri della finestra di quello che, a lui, risulta essere un estraneo salone. Pensieroso, tiene discostata, con una mano, tanto per non farla chiudere, la tenda. Rodolfo e Alberto si ignorano. Gli occhi del giovane, tagliati d’allegria brillante, sono tristi, e cupi. Fuori le macchine scorrono. Ci sono luci accese, nelle abitazioni di fronte. Tra poco andranno tutti e tre a cena fuori. Sempre che Diletta si sbrighi con la doccia, il trucco e il vestirsi.

«Diletta? Diletta? Cos’è?... Non mi senti? Ti manca ancora molto?»

«No, Sì…insomma…ho quasi finito! Cinque minuti!» risponde, da un’altra stanza, la voce squillante, e ora priva di negative sfumature, di Diletta.

Splendida e tenera nel suo corpo nudo, Diletta invece, sotto lo scroscio di una doccia calda ed avvolgente – come l’abbraccio di un padre, o di un vero, affettuoso marito – sta piangendo, muta di intima disperazione.

La donna piange perché, nel suo profondo – non possiamo esimerci dall’immaginarlo – ama ancora Aldo, al quale è legata da una viscerale solidarietà, istintiva ed irrazionale.

La tenerezza insita nell’uomo errante.

Diletta piange perché la soluzione, all’inizio provvisoria, di andare a vivere con Alberto nella tana di Rodolfo, sta sempre più assomigliando a qualcosa di definitivo. Una soluzione innaturale. Dove l’affinità sessuale è andata a mescolarsi con l’angoscia della solitudine. Un amaro compromesso, questo, che sempre meno spiragli lascia, al sentimento di un amore profondo.

E gli anni migliori della sua anagrafia, stanno comunque passando inesorabili.

All’interno dell’auto di Rodolfo, una regnante freddezza nell’atmosfera, accompagna i tre al ristorante. L’affresco generale del locale del ristoro, ci descrive il caotico ordine di un luogo troppo poco intimo per permettere il benché minimo straccio di dialogo fra i tre. Un locale per famiglie. Uno di quei posti cioè, in cui le coincidenze tra chiasso e cattiva cucina vivono una magica contemporaneità.

Una scelta, è ovvio, fatta senza amore né interesse, dal distacco corrotto di Rodolfo.

Eccoli là, in fondo alla sala, muti come pesci, tra l’odioso chiasso dei bambini – odioso a causa di genitori tanto accondiscendenti quanto triviali – e la solitudine e il disagio di un quadrettino familiare ove il capo famiglia non è esattamente quello che, nemmeno tanto inconsciamente, Diletta e Alberto ambirebbero di avere.

Nello studio televisivo del programma di Aldo, le immagini a bassa frequenza che arrivano da un monitor ci mostrano l’eterogeneo viavai di persone e nani, maghe e ballerine. Mentre tecnici e operai stanno sistemando cavi e telecamere. Dietro le quinte, Aldo discute con Mario Bertini, tesi al percorrere d’un corridoio pieno di movimento indaffarato, e fogli in mano a segretarie, di tacchi alti, e civetti occhiali vestite.

Due ragazze dall’aria svedese di chi la sa lunga, vestite dovunque tranne che sulle spalle e sui seni – dritti come i tipi che le hanno scritturate – interrompono la discussione di Aldo e Mario, chiedendo loro se hanno notizie di dove sia collocata la sala trucco.

«…Perciò Mario, sai… credo sia necessario eliminare il numero della gallina parlante in politichese mentre fa le uova… è troppo ridicolo, non ha senso e il nostro pubblico non è tanto scemo come si vuol far credere…» commenta Aldo, mentre invita a leggerne alcuni appunti su di una cartellina.

«Aldo, il pubblico capirà! E ci premierà anche stasera…rilassati!... stiamo per andare in onda, la scaletta è fatta.. di cosa ti vuoi ancora preoccupare? Goditi la vita!»

«Scusate, sapete mica dov’è la sala trucco? Ci siamo perse, hi, hi, hi, hi…!» chiedono le due ragazze in topless.

«Ma qu…quelle tizie chi sono? Vestite così, poi…» chiede esterrefatto Aldo, sbarrando gli occhi con un’espressione tra lo sgomento e l’irato «Hei, cosa ti prende? Quelle erano i leader dei due schieramenti politici, venuti a scontrarsi sul terreno delle riforme! No, senti, Ehi, scherzo! Dai…non cominciare…quelle erano solo tre donzelle del corpo di ballo..!... E che corpo…ehhhhhh!? Ah, aha, ah»

«Ah, ah, ah…che ridere! Dimmi che non andranno in onda in quelle condizioni… andranno in onda con quella roba di fuori?! Mario, no.. senti.. è finita, io me ne vado…io non posso firmare un programma del genere, lo capisci? Buttare così tutta la mia carriera... No, no… me ne vado»

Aldo scende ascensori e di corsa attraversa studi e corridoi, redazioni e vocii diffusi. Tempesta di immagini e dialoghi di scandalosa fattura. Il mondo sommerso dalla cattiva televisione. Aldo sta uscendo dall’edificio.

Mario, sghignazzo folle e sadico lo sta rincorrendo, sventolando dei fogli.

«Aldo, dove stai andando, vieni, dai… Aldo!…Non fare lo stronzo! Dai che stiamo per andare in onda! Lo sai che ti becchi una multa dalla direzione generale, in questo modo?».

«Io ho chiuso!». Aldo è perentorio.

Aldo sembra tornato, magicamente, alla incisività del passato. Quasi si fosse risvegliato da un lungo e apatico letargo, fatto di irrazionalità e squilibrio. L’occasionale circostanza delle pin-up in topless, gli ha regalato la insostenibile realizzazione di una situazione al punto di non ritorno. Bisogna fare qualcosa! Non è più il tempo di limbi e mezze misure. Aldo s’infila in un taxi digitando nervosamente i tasti del telefonino. Qualcosa sta per accadere. Il taxi e il suo tassametro continuano la loro corsa, mentre Aldo riesce a prendere la linea.

«…Ciao!... Co…come stai? Senti, non abbassare… ti prego… Come chi sono? Sono l’ex marito della tua migliore amica… sai dirmi mica dove posso trovarla? So che tu lo sai…sai tutto quello che fa… o no? Dai, Magda… vorrei tanto parlarle… Ti prego….Si….!».

Magda e Aldo stanno difficoltosamente comunicando, mentre l’uscita repentina dal ristorante di Diletta, Alberto e Rodolfo, ci offre la contemporaneità di altri aridi avvenimenti. Un taxi, infatti, è stato chiamato. Non per Rodolfo, il qual’uomo sta dirigendosi alla sua macchina. Diletta, e suo figlio Alberto, stanno salendo sull’auto gialla del tassì.

Aldo, seduto sul sedile posteriore dell’altro taxi, il suo, è alla ricerca della formula giusta a convincere una scettica Magda – dall’altro capo del telefono – di quanto sia decisivo il sapere, ora e in questo preciso istante, dove sono Diletta e Alberto. Aldo sta comprendendo cosa, nella vita di un uomo, davvero conta.

«…Lo so che ce l’ha con me e cose del genere,... sì, anche tu ce l’hai con me… ma… senti, devo parlarle urgentemente… vuoi aiutarmi o no? Sono disperato… Ho capito tante cose, sai… ti prego... Ti stai chiedendo se magari faresti un favore anche a lei, dicendomi dove si trova ora Diletta!? Grazie, grazie davvero, Bene… Ristorante…Via? Perfetto, ti ringrazio tanto… bene, sì, sì, non preoccuparti, ciao, ciao».

Magda, a casa sua, è arroccata sulla perplessità di un repentino pentimento. Eccola spegnere il telefono in preda al dubbio di aver fatto una cosa sbagliata. Gira e rigira su stessa. Ora sfoglia un libro, accende la televisione, si siede e poi si rialza. Alla fine prova a chiamare Diletta sul telefono mobile.

La donna, purtroppo, ha il segnale del telefono che laconicamente ripete «non raggiungibile». Alberto, suo figlio, le è vicino. I due si abbracciano, guardandosi malinconici, ma solidali. Nell’altro taxi, Aldo sfreccia deciso, direzione ristorante.

«Via dei Monti Parioli, grazie!» chiede Diletta, perentoria, al tassista.

«Ristorante del vicolo cieco, Via martegani sedici, grazie.. e faccia presto» Aldo è smanioso di svolte epocali. Una smania di coraggio e sentimenti nuovi. Gli occhi gli vedon brillare l’anima. Sommersa per lunghi anni. «Piu’ veloce, la prego…» intima Diletta, mentre il taxi abbandona l’isolato.

«Può andare più svelto? Sa, avrei una certa fretta! Ehi, mi sente? Le ho detto che ho fretta! Acceleri, acceleri!» insiste Aldo, asciugandosi la fronte con un fazzoletto bianco. Roma scorre veloce nel suo regolare traffico della sera. I destini di una famiglia, divisa su due taxi, continuano ad alternarsi, incrociandosi idealmente nell’ansiogena suspence di un incontro che proprio, sembra, non possa, o non debba realizzarsi.

Giunti in prossimità di un incrocio, uno dei due taxi non rispetta lo stop dei segnali stradali. L’impatto non è violento, ma l’urto tra parafanghi è sufficiente a creare un certo malumore stordito nei passeggeri dei due taxi. Eccoli scendere, ignari dell’incontro che stanno per fare.

I due conducenti, ora, si scambiano maledizioni a titolo personale, nella promessa, recitata in slang romanesco, di recare l’uno alla mandibola dell’altro qualche sorta di pugna minaccia.

Alberto, Diletta e Aldo non credono ai propri occhi. Il loro è un barcollante incontro, ma avviene in realtà! Nella circostanza meno pronosticabile, certo, e contro ogni ipotesi e volontà razionale, ma avviene! Ognuno è artefice del proprio destino. Perché non tutti i tamponamenti vengono per nuocere.

La strada, di pioggia bagnata, e desolata nel vedersi violata per l’ennesimo incidente, rallenta il passaggio delle altre macchine. Quella strada, teatro ora di un magico, inaspettato incontro, ora scintilla di colori riflessi sull’asfalto. E il cielo, non ha più un solo posto libero per le stelle.

Diletta, Alberto e Aldo si abbracciano. Un incidente stradale. La possibilità, invero, che questa famiglia ha casualmente, di «ritrovarsi», senza cadere nelle mentali trappole delle colpe e dei demeriti. Senza intrappolare, insomma, l’istinto nelle cattive abitudini. Perché il trascorso passato, non porta fardelli.

Se tutte le famiglie in crisi tamponassero fra loro, il mestiere di avvocato matrimonialista scomparirebbe. Le luci dei lampioni riflettono sulla strada bagnata, mentre una autoambulanza carica uno a uno i provati, ma felici passeggeri di quei due taxi. A proposito, i due tassisti stanno ancora decidendo di chi è la colpa, e a chi doveva essere lasciata la precedenza.

Il giorno seguente, radioso anche nel sole ch’entra ottimista in quella candida camera di bianchi e strumenti elettronici, eccoli vicini fra loro, Alberto, Aldo e Diletta. La famiglia Branchi. Tutti distesi, a scopo cautelativo, nei comodi, candidi letti di una stanza d’ospedale.

«Papà, dici che ‘sta volta tu e mamma comincerete ad andare d’accordo?», chiede l’estasiato Alberto, supino nel suo sguardo al soffitto, e felice di essere, comunque vada, nella sua famiglia, tra il suo papà e la sua mamma.

«Saremo felicissimi, è vero Aldo?» risponde una radiosa Diletta, cercando lo sguardo del marito. Aldo è impetrito da un immobile ghigno di felicità.

«No… Non ci divideremo mai più…. Diglielo anche tu, Diletta, che non ci divideremo mai più»

«Papà, non ci pensare, se hanno nominato qualcun altro al tuo posto, nella direzione…»

«Alberto, piantala... ma cosa ti viene in mente?» l’ammonisce sorpresa la madre

«No, no, Albè…m’hai fatto una bella domanda… No! Tuo padre, ormai, non se frega proprio più niente di quella direzione… acqua passata…! Nessuna direzione varrà mai una famiglia come la nostra! O no…? Co…Cosa ne diresti se ce ne andassimo a vivere a New York? Diletta.. Cambieremo vita… io potrei scrivere libri, …abbiamo abbastanza soldi per cambiare tutto, questa storia della televisione per me è... finita… proprio a tarallucci e vino… Ecco, potremmo aprire un ristorantino tipico…!»

«Ma io non so cucinare! Potrei mangiare»

«Ah, ah, ah, ah…ah!» I tre ridono di cuore.

«…Io potrei fare del volontariato» aggiunge fiera Diletta.

«… Siii!! Io imparerei a giocare a football, come nei films americani…» chiude Alberto, leggero come un bambino al quale finalmente è stato concesso di sognare. Alberto è con Marta. I due stanno facendo l’amore. Lei è decisa e rassicurante.

«Se tu parti con i tuoi…io capisco…Vorrà dire che chiederò ai miei se posso fare, il prossimo anno, l’Università a New York… sono così contenta per te, per i tuoi…»

«Ti amo tanto»

«Ti amo anch’io».

Area «voli internazionali» dell’aeroporto Leonardo Da Vinci. Tre rinnovate persone, chiamate famiglia Branchi. Son tutti sudati di fatica e bagagli, mentre fanno per avviarsi, in fretta e furia, al check-in. Tre biglietti per New York City li stanno aspettando, liberatori di una nuova vita promessa.

Uno speaker, intanto, attraverso gli altoparlanti, sta annunciando ripetutamente la partenza del loro volo. È davvero molto tardi. Eccoli scansare persone, hostess, turisti e carrelli.

«Come sono felice, Aldo, è tutto così bello… noi, uniti, finalmente…» dice dolcemente Diletta, stampando un umido bacio sulla bocca di Aldo. Le grandi falcate fino al check-in. La fila da consumare.

«Eh si, e poi sono talmente felice di lasciare Roma… Poi, chissà, tra qualche anno… E poi possiamo sempre venirci a Natale, o d’estate…! No? Dai, amore, che siamo in ritardissimo! Alberto, ce la fai con quella borsa?»

È il loro turno. Aldo raccoglie i passaporti di Diletta e Alberto.

«Signorina, faccia presto che il volo sta per partire, eccole i documenti…» La hostess cerchia, sul biglietto, il numero del Gate oltre la quale avviene l’imbarco del volo Roma-New York.

«Bene, dia qua, grazie…» Aldo, cordiale ma risoluto, saluta la signorina, intimando bonariamente ai suoi una certa lestezza.

«…Bene, uscita 36, muoviamoci…!» Aldo confronta l’ora del suo orologio, con quella del segnale orario appeso alla parete.

Una voce interrompe la fretta della famiglia Bianchi. È Mario Bertini, in procinto di imbarcarsi nuovamente per Londra. Si dirige da gran camminatore verso Aldo, agitandogli il cappello per farsi notare.

Mario Bertini, sorridente di glacialità a trentadue denti, va a stringere la penzolona, esanime mano di Aldo. L’uomo, complimentandosi caldamente, esordisce schietto. «Bravo Aldo, ho saputo, complimenti! Ora te ne vai con la famigliola in vacanza, eh? Giusto, bene, bene…»

«Bra…bravo per che cosa? Ma di cosa stai parlando?» chiede Aldo, spalancando la bocca. I tre sono ora confusi e interrogativi. Sì, anche Diletta e Alberto, adesso sono due statue di cera.

«Ho saputo… Ma, cosa sono quelle facce? Non era quello che volevi?Ho letto l’articolo sul giornale di stamattina… ti hanno nominato direttore…!»

Signore e signori, ecco a voi il Dottor Aldo Maria Branchi. La sua faccia ora non ha muscoli. Ed è immobile, come in un fermo immagine di quelli che sanciscono, perentori, un finale da film.

Immaginiamola dall’altro, questa scena. Perché nessuno saprà come andrà a finire. Titoli di coda. O la parola fine, se preferite.*

 

 

 

Nota: Il racconto è la seconda parte di «Ritorno in Italia 1» pubblicato su «Italianieuropei» 1/2005.

* Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

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