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Elezioni regionali: analisi e promesse del voto

Written by Paolo Segatti Tuesday, 01 March 2005 02:00 Print

Gli effetti sugli equilibri politici prodotti dai risultati delle elezioni regionali dello scorso 3/4 aprile sono sotto gli occhi di tutti. E lo saranno ancora di più nei prossimi mesi. In tali circostanze è probabile che l’attenzione degli osservatori finisca per concentrarsi sempre più sull’evoluzione delle dinamiche politiche nazionali, dando per risolto il problema di capire cosa sia effettivamente successo alle scorse regionali. Il che non è. I risultati delle elezioni scorse pongono infatti un problema tanto nitido e chiaro quanto non facile da risolvere. Anzi, proprio la nitidezza della sconfitta della Casa delle Libertà rischia di rendere ardua la comprensione di come essa si sia prodotta. I termini della questione sono illustrati dalla tabella 1.

 

Gli effetti sugli equilibri politici prodotti dai risultati delle elezioni regionali dello scorso 3/4 aprile sono sotto gli occhi di tutti. E lo saranno ancora di più nei prossimi mesi. In tali circostanze è probabile che l’attenzione degli osservatori finisca per concentrarsi sempre più sull’evoluzione delle dinamiche politiche nazionali, dando per risolto il problema di capire cosa sia effettivamente successo alle scorse regionali. Il che non è. I risultati delle elezioni scorse pongono infatti un problema tanto nitido e chiaro quanto non facile da risolvere. Anzi, proprio la nitidezza della sconfitta della Casa delle Libertà rischia di rendere ardua la comprensione di come essa si sia prodotta. I termini della questione sono illustrati dalla tabella 1.

Tabella 1

Dal 2000 al 2005, sia per la parte maggioritaria del voto che per quella proporzionale, il centrosinistra aumenta di circa due milioni di voti. Quasi altrettanti ne perde il centrodestra. Aumenti e perdite si verificano in presenza di una limitata crescita degli astenuti e di una stabilità dei voti non validi. I risultati sono netti e nella loro spiccata simmetria sembrano suggerire come ovvia l’ipotesi che si sia verificato un travaso di voti direttamente dalla Casa delle Libertà all’Unione. La nitidezza del risultato tuttavia può essere fuorviante, non perché sia in sé infondata l’ipotesi del travaso. Il fatto è che risultati così netti e simmetrici rischiano di oscurare il possibile contributo di altre determinanti del cambiamento elettorale, diverse cioè dal passaggio diretto di voti dallo schieramento di centrodestra a quello di centrosinistra. Inoltre a forza di discutere se queste elezioni rappresentano o meno una netta inversione di tendenza nei rapporti di forza tra i due schieramenti ci si dimentica di esaminare altri aspetti, come per esempio quello dei rapporti di forza tra l’ala «riformista» e quella «radicale» dell’Unione. Anche di questo parleremo in questa nota, ma partiremo dal primo quesito relativo alla genesi di un cambiamento così imponente, facendo però una premessa generale.

Di solito, quando da un’elezione all’altra gli equilibri mutano in misura così cospicua, entrano in gioco simultaneamente tre fattori diversi. In primo luogo occorre considerare il contributo del ricambio demografico. Di peso trascurabile se la distanza tra un’elezione e l’altra è minima, il ricambio può avere un impatto importante se l’arco temporale si distende, come è il nostro caso, per cinque anni. In effetti, come si può vedere dalla tabella 1, tra il 2000 e il 2005 il corpo elettorale è aumentato di circa 458.000 elettori. Si tratta di un saldo positivo tra il flusso in uscita di coloro che non sono ormai più tra noi e quello in entrata rappresentato dai nuovi elettori. In questo momento non è possibile fornire le dimensioni esatte di questo ultimo flusso. Tuttavia negli anni passati entravano nel corpo elettorale in media attorno a 400.000 nuovi elettori ogni anno. Il che significa che nell’arco di cinque anni i nuovi elettori potrebbero avere raggiunto i due milioni di elettori. Ai fini di un possibile cambiamento è ovviamente decisivo se tra i nuovi elettori prevale o meno un certo orientamento politico.

Il secondo fattore che andrebbe sempre preso in considerazione è rappresentato dagli interscambi tra l’area del non voto, l’insieme cioè delle astensioni e dei voti non validi, e l’area del voto valido. A questo proposito i dati aggregati, esposti nella tabella 1, mostrano una quasi stabilità tra il 2000 e il 2005. Occorre però ricordare che la stabilità del livello di non voto tra un’elezione e l’altra è comunque sempre il risultato di un saldo tra flussi di elettori che si mobilitano per recarsi a votare ed elettori che si smobilitano e non si recano a votare. Quindi il fatto che il non voto sia rimasto praticamente immutato dal 2000 al 2005 non esclude la possibilità che tale risultato sia stato prodotto da tassi di partecipazione elettorale dei due schieramenti diversi tra loro. Non si può dunque evitare di chiedersi quale sia stato il contributo del fattore partecipazione nel determinare il successo dell’Unione.

Infine il terzo fattore da prendere in considerazione è quello di cui tutti oggi discutono: il travaso di voti direttamente da una coalizione e un’altra. Va preso in considerazione per ultimo per una ragione sostanziale. Di norma è quello meno probabile. In tutte le democrazie il comportamento di voto ha un carattere fortemente inerziale e gli spostamenti di voto tendono a essere limitati. Il che non significa che ciò accada sempre. Tutt’altro, ma è saggio considerare il contributo di questo fattore mettendolo in relazione al contributo dato dagli altri due fattori. Peraltro, se vogliamo valutare il carattere strutturale o meno del cambiamento elettorale, sarebbe anche importante tenere conto che il travaso diretto di voti può assumere due forme profondamente diverse. Una cosa infatti è il cambiamento di voto di un elettore motivato da un qualche suo mutamento di orientamenti politici. Altra, e diversa, cosa è il cambiamento di voto di un elettore determinato dalla circostanza che il politico sempre votato, e al quale è magari stretto da vari legami, decide di cambiare bandiera. In questo secondo caso gli spostamenti di voto sono più simili a viaggi organizzati da qualche agenzia di turismo politico che a un autentico mutamento delle opzioni politiche. Che cosa è allora successo il 3 e 4 aprile?

Sembra che a determinare i risultati elettorali delle scorse regionali abbiano concorso tutti e tre i fattori elencati, anche se in misura diversa tra loro nelle varie parti del paese.

Quanto agli effetti del primo fattore – il ricambio demografico – numerosi studi, tra cui quello di Piergiorgio Corbetta, pubblicati all’indomani delle ultime politiche, hanno mostrato che i nuovi elettori sono orientati in tutta Italia prevalentemente verso il centrosinistra. Tale orientamento si sarebbe manifestato con chiarezza già nel 2001. È dunque possibile che si sia manifestato anche alle scorse regionali. Va tenuto conto però che i giovanissimi non mostrano una propensione alla partecipazione elettorale particolarmente elevata, per cui è difficile stabilire come alle scorse regionali il fattore ricambio elettorale abbia interagito con il fattore non voto. Certo è che in elezioni ad alta mobilitazione questo effetto può risultare incisivo. Tanto più se siamo in presenza di elezioni a mobilitazione fortemente selettiva, cioè relativamente alta per il centrosinistra e relativamente bassa per il centrodestra, come forse si è verificato alle scorse regionali. E qui arriviamo al cuore del problema. Quali indizi abbiamo che l’effetto di mobilitazione selettiva è stato importante?

Per rispondere a questa domanda è opportuno allargare il campo visuale e prendere in considerazione anche le elezioni politiche. È vero che i confronti devono essere sempre fatti tra elezioni dello stesso tipo. Ma in questo caso considerare le elezioni politiche è utile per due motivi connessi tra loro. Le elezioni politiche sono elezioni ad alta mobilitazione per tutte le forze politiche. Ne segue che il non voto, l’insieme cioè di astenuti e voti non validi, è sempre più basso di quanto lo sia nelle elezioni di secondo ordine, come sono le elezioni regionali. Ciò vuole dire allora che i risultati delle elezioni politiche sono in grado di indicare quali sono stati in passato i livelli massimi dei consensi elettorali raggiunti da tutte le forze politiche. In altre parole esse ci forniscono una indicazione del potenziale di mobilitazione di una forza politica, così come accade per le scale idrometriche che indicano fin dove sono arrivate in passato le piene dei fiumi.

Guardiamo ora la tabella 2 che mostra l’andamento, in Italia e nelle diverse aree del paese, dei consensi elettorali (nella parte maggioritaria del voto) ai due schieramenti e alle altre formazioni e del non voto dalle elezioni regionali del 1995 a quelle dello scorso 3 e 4 aprile, passando per le politiche della Camera. Nei due schieramenti sono stati inclusi i voti della Lega e di Rifondazione che in talune elezioni correvano da sole.

Tabella 2

Come possiamo vedere nelle righe della tabella relative al non voto, tanto sia sul piano nazionale che sub-nazionale, il livello di questo insieme è minore nelle regionali rispetto a quanto di norma accade alle politiche. È interessante osservare anche che la differenza tra il livello di non voto delle politiche e quello delle regionali è sensibilmente minore nelle regioni del Sud rispetto a quanto è accaduto nel resto del paese. Il che indica che in queste regioni esiste in occasione di elezioni di secondo ordine, peraltro non da oggi, una capacità di mobilitazione da parte di tutte le forze politiche e una disponibilità a mobilitarsi da parte degli elettori maggiore che nel resto del paese. Ma il punto direttamente interessante per la nostra domanda sta nel fatto che nelle regioni del Nord il non voto alle scorse elezioni è aumentato di ben quattro punti percentuali rispetto alle elezioni regionali del 2000. Questo aumento significa che si è si è verificata una estesa emorragia di elettori. Nel regioni della «zona rossa» l’aumento del non voto rispetto alle precedenti regionali è stato modesto. Mentre allo stesso livello è rimasto il non voto nelle regioni del Sud e in quelle dell’Italia centrale è addirittura diminuito di quasi due punti.

Ora, se osserviamo l’andamento dei due schieramenti principali dal 1995 al 2005, in Italia e nelle diverse macro-aree, emergono alcuni dati di rilievo.

In tutto il paese tranne che nelle regioni meridionali, alle elezioni regionali del 2000 le forze di centrosinistra hanno avuto un rendimento minore di quello ottenuto nelle elezioni precedenti. Il che significa che l’incremento di consensi verificatosi dal 2000 al 2005 ha preso le mosse da un punto particolarmente basso. Il secondo dato è che nelle regioni del nord e della «zona rossa», alle scorse elezioni l’Unione recupera nettamente rispetto alle regionali del 2000, ma non raggiunge i livelli delle politiche del 2001. Non raggiunge dunque il livello massimo del suo potenziale di mobilitazione. Questo andamento è meno netto nelle regioni del centro, mentre non si verifica nelle regioni del Sud. Qui il centrosinistra avanza sia rispetto alle regionali del 2000 che alle politiche del 2001. Per quanto riguarda il centrodestra, i suoi consensi invece scendono ovunque, sia rispetto alle elezioni regionali del 2000 che alle politiche del 2001.

Traiamo una prima conclusione. Il fatto che nelle regioni settentrionali e della «zona rossa» il centrosinistra avanzi oggi rispetto al 2000, ma non sino al punto di raggiungere il massimo del suo potenziale di mobilitazione, mentre il centrodestra perda sempre, fa pensare che in questa parte del paese a determinare i risultati abbia pesato il maggiore tasso di partecipazione degli elettori di centrosinistra rispetto a quelli di centrodestra. Del resto questa ipotesi è in grado di spiegare anche l’aumento forte del non voto nelle regioni settentrionali. Tutto ciò non esclude ovviamente l’esistenza di un passaggio diretto di voti dallo schieramento di centrodestra. Ciò che si intende mettere in evidenza è che in questa parte del paese dei due fattori (mobilitazione selettiva e travaso diretto di voti) è il primo ad avere pesato di più. Del resto, chi sostiene l’ipotesi contraria, ovvero che in queste regioni la crescita di consensi per l’Unione è ascrivibile interamente a un forte travaso diretto di voti tra schieramenti dovrebbe spiegare dove sono finiti nel 2005 gli elettori che hanno votato nel 2001 per il centrosinistra, facendo aumentare di ben dieci punti percentuali il suo pacchetto di voti rispetto alle regionali del 2000.

La seconda conclusione è che quanto detto non vale per le regioni del sud. Qui, per spiegare l’incremento di voti realizzato dall’Unione nel 2005 anche rispetto alle elezioni politiche precedenti, oltre quindi al livello massimo di mobilitazione raggiunto nel passato, occorre ipotizzare un effetto maggiore del travaso diretto di voti da uno schieramento all’altro. Rispetto a tutto ciò il quadro è meno chiaro nelle regioni del centro Italia.

In sintesi, a determinare i risultati elettorali dello scorso aprile hanno probabilmente concorso tutti e tre i fattori che abbiamo indicato (ricambio demografico, differenti tassi di partecipazione elettorale e passaggio diretto dei voti) ma il peso di ognuno di questi fattori è stato forse diverso da area e area, soprattutto ben inteso il peso degli ultimi due. Una conferma che le cose potrebbero essere andate così ci viene da un’analisi svolta dall’istituto di ricerca SWG di Trieste su un campione di oltre 40.000 elettori intervistati prima delle elezioni che riguardava il movimento elettorale tra le politiche del 2001 e le regionali del 2005. Dal loro studio emerge che i flussi diretti tra i due schieramenti sono stati sensibilmente maggiori nelle regioni meridionali che nelle regioni del centro-nord. Mentre le regioni del centro Italia sembrano collocarsi a metà strada tra questi due estremi. Viceversa, la componente di mobilitazione selettiva è maggiore nel centro-nord che nel sud.

La stampa ha sottolineato con enfasi che queste elezioni rappresentano una discontinuità forte rispetto a quelle del passato e ci si è interrogati se esse siano elezioni di riallineamento, elezioni cioè che segnano un cambiamento stabile nella storia politicoelettorale di un paese. Sul primo punto credo sia saggio attendere qualche analisi in più prima di poter affermare con sicurezza che la quota di elettori in movimento tra i due schieramenti tra le elezioni del 2000 o quelle del 2001 e le ultime è sensibilmente cresciuta rispetto a quanto accadeva in passato. Il secondo punto è un fatto certo. Tutti i fattori che promuovono il cambiamento elettorale sembrano spingere in alto le fortune dell’Unione in questo ciclo elettorale. Il ricambio gioca a suo favore. Lo stesso accade per la capacità di mobilitazione. Da alcuni studi preliminari condotti da Giacomo Sani emerge anche che, nei flussi diretti con la Casa della Libertà, l’Unione guadagna più voti di quanti ne perda. Insomma il vento da qualche tempo sta spirando a suo favore. Tutto ciò basta per pensare che le scorse regionali siano state elezioni di riallineamento? Forse no, per due ragioni.

Anzitutto un riallineamento si verifica di solito in elezioni a elevata politicità. Le scorse regionali sono state ovviamente un terremoto politico di primaria grandezza. Ma non sappiamo ancora quanti elettori abbiano modificato la loro scelta elettorale spinti da un effettivo mutamento di orientamenti politici. Soprattutto, ed è la seconda ragione, laddove è stato probabilmente maggiore il travaso diretto di elettori dalla Casa delle Libertà all’Unione, questo flusso sembra aver preso la forma dei viaggi organizzati da un moltiplicarsi di agenzie specializzate nel turismo politico da un capo all’altro dello spettro. Ma perché ci sia un riallineamento non basta che cambi il comportamento di voto. È necessario che mutino stabilmente anche gli orientamenti politici di fondo. In definitiva più che di riallineamento forse sarebbe meglio parlare di elezioni in cui molti elettori di centrodestra, in modi che vanno dalla astensione al voto all’altro schieramento, si sono presi la briga di far capire a chi vuole ascoltarli che l’attuale leader non è più di loro gradimento o lo è di meno di quanto lo fosse tempo fa. In definitiva un’elezione in cui molti hanno deviato dai loro comportamenti di voto abituali, ma non si sono affatto «convertiti» a una nuova fede.

Infine nel dibattito nei giorni a ridosso del voto è rimasto in ombra un altro tema importante. Quello dei rapporti di forza tra le due componenti dell’Unione, quella che muove verso la costituzione di un soggetto unitario e quella che si definisce in termini più radicali, cioè Rifondazione, il PdC e i Verdi. Prima delle elezioni alcuni osservatori avevano sostenuto che la decisione di presentare alle elezioni la lista «Uniti per l’Ulivo» rischiava di favorire le componenti più radicali dello schieramento. I risultati delle scorse elezioni hanno mostrato che si trattava di un rischio infondato. Lo si vede con chiarezza confrontando le elezioni regionali del 2005 con quelle europee del 2004. È un confronto in realtà problematico, perché condotto tra due elezioni con sistemi elettorali profondamente diversi. In particolare il sistema elettorale delle regionali consente agli elettori di esprimere anche il solo voto al presidente. Per di più in un certo numero di regioni erano presenti liste civiche intitolate al candidato presidente dell’Unione. Quindi non è chiaro che cosa mettere a confronto con le europee. Ma anche se ci teniamo a una regola di conto molto stretta, e consideriamo per le regionali del 2005 solo i voti della Lista Uniti per l’Ulivo, nelle regioni in cui era presente, e la somma dei voti dei partiti componenti dove non si era presentata, emerge che la differenza tra la componente riformista e quella radicale del centrosinistra è rimasta sostanzialmente inalterata nel passaggio dalle europee alle regionali. Lo smottamento a favore di opzioni più radicali non si è dunque verificato.

In particolare è interessante il caso della Puglia. In questa regione Rifondazione Comunista non è riuscita a beneficiare del fatto che il candidato presidente fosse un esponente di spicco del partito, rimanendo inchiodata ai livelli modesti delle europee dello scorso anno e delle politiche del 2001. Del resto, a ben vedere, c’erano ragioni per aspettarselo. L’elezione diretta, associata poi con la possibilità di poter votare il solo presidente, offre un’opzione di voto fortemente semplificata, che incontra il favore di un certo numero di elettori. Non si vede perché tra loro non vi debbano essere anche elettori di Rifondazione a cui importa forse di più premiare o eventualmente punire qualcuno, piuttosto che preoccuparsi che un particolare cromatismo della variegata identità politica di centrosinistra rimanga bene in luce.

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