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Ricetta imprenditoriale per un salto di qualità dell'Unione europea e dell'Italia

Written by Ugo Andrea Poletti Monday, 03 January 2005 02:00 Print

Europa sotto assedio L’Europa è assediata da giganti dell’economia – Cina, India e Stati Uniti – e non riesce a uscire da una fase di bassa crescita a causa delle sue debolezze di carattere economico, politico e demografico. Le previsioni degli specialisti dicono che il centro del mondo economico e finanziario si sposterà nel XXI secolo nell’area del Pacifico. La Cina, di cui si temeva la concorrenza sulle produzioni povere (tessile e abbigliamento) grazie al basso costo del lavoro, è invece oggi un agguerrito concorrente anche nelle produzioni ad alta tecnologia (computer e telefonini).

 

Europa sotto assedio L’Europa è assediata da giganti dell’economia – Cina, India e Stati Uniti – e non riesce a uscire da una fase di bassa crescita a causa delle sue debolezze di carattere economico, politico e demografico. Le previsioni degli specialisti dicono che il centro del mondo economico e finanziario si sposterà nel XXI secolo nell’area del Pacifico. La Cina, di cui si temeva la concorrenza sulle produzioni povere (tessile e abbigliamento) grazie al basso costo del lavoro, è invece oggi un agguerrito concorrente anche nelle produzioni ad alta tecnologia (computer e telefonini).1 L’India, sfruttando l’immensa disponibilità di manodopera qualificata con un buon livello d’istruzione e la conoscenza della lingua inglese, oltre a produzioni con elevato contenuto di manodopera, vanta attualmente un’offerta realmente competitiva nei servizi.2 Gli Stati Uniti mantengono il loro primato incontrastato di economia più dinamica al mondo, sostenendo il più alto tasso d’innovazione tecnologica grazie ai cospicui investimenti nella difesa e alla ineguale abilità del mondo universitario e scientifico di reperire risorse. Ne sono prova la capacità di attrarre cervelli da tutto il pianeta e il flusso degli investimenti, che trovano negli USA il mercato più attraente.

La debolezza europea è resa evidente da tre fenomeni. Primo di tutti, il calo dell’export. La quota di mercato dell’UE nel mondo arretra. L’Europa fatica a vendere i suoi prodotti e non riesce a compensare la riduzione di settori strutturalmente esposti alle produzioni dei paesi poveri (settore alimentare) con incrementi dei settori con produzioni più sofisticate. Secondo, la fuga di cervelli europei. Molti dei giovani più dotati per la ricerca scientifica emigrano negli Stati Uniti, attratti non solo da migliori condizioni di lavoro, ma soprattutto dalle maggiori possibilità di applicazione dei risultati delle loro ricerche. Questa emorragia è forse l’indicatore più preoccupante. L’Europa non riesce a tenersi i propri talenti. Infine, l’invecchiamento della popolazione. A causa dell’allungarsi della vita (positivo) e del calo della natalità (negativo), il nostro panorama sociale si avvia ad avere tra quindici anni una popolazione pensionata superiore a quella attiva. La gran parte degli economisti prevede che con questo andamento il sistema europeo, basato su un armonioso equilibrio tra ragioni dell’economia e istanze sociali, è destinato al collasso. Una minoranza di popolazione attiva non riuscirebbe a sostenere i costi delle pensioni per sostentare la maggioranza passiva.

Se il vecchio continente non può contrastare i vantaggi competitivi di Cina e India, può invece competere con gli Stati Uniti sul campo del l’innovazione tecnologica e della produttività. Per coloro che sono scettici, basti guardare a quei settori come il trasporto aereo (Airbus) e la telefonia cellulare (GSM) dove gli europei sono riusciti ad essere più competitivi degli americani. L’Europa ha teoricamente uomini, risorse e cultura necessari per reggere il confronto con l’America. Eppure, su scala economica globale tutti i paesi dell’UE insieme non riescono a stimolare la crescita e rimangono con un complesso di sudditanza dei giganti economici citati. E ciò avviene nonostante il PIL europeo complessivo sia superiore a quello statunitense. Come reagire a questo scenario poco confortante? Naturalmente ogni problema ha delle soluzioni e al Consiglio europeo di Lisbona del 2000 i governi europei avevano ideato un bel piano di azione.

 

La sfida ingenua della Strategia di Lisbona

Di fronte a questi scenari complicati la politica europea aveva elaborato l’Agenda di Lisbona, cioè una lunga lista di obiettivi economici e strutturali da raggiungere per tutti i paesi membri dell’UE con lo scopo di realizzare nel vecchio continente il mercato più dinamico e tecnologicamente avanzato del mondo entro il 2010. L’idea forte alla base del progetto era che l’Europa può uscire dal ciclo di bassa crescita solo se riesce a valorizzare il suo patrimonio di cultura, intelligenza ed esperienza, creando un’economia dei talenti e l’ambiente più favorevole possibile alla nascita e allo sviluppo delle imprese. In pratica un unico mercato europeo dove le economie di tutti gli Stati membri confrontano le loro eccellenze e liberano quelle energie necessarie per creare una prosperità diffusa per i propri cittadini. Per mettere in atto questo grandioso progetto di conquista della leadership economica mondiale l’Agenda di Lisbona prevedeva una lista di provvedimenti concentrati in cinque campi. 1) Realizzazione della società della conoscenza, cioè affrontare le cause della fuga dei cervelli, edificando un sistema che attiri risorse nella ricerca e faciliti le applicazioni industriali delle scoperte; nonché una più ampia diffusione dell’ICT in tutti i settori economici. 2) Rimozione degli ultimi ostacoli a un mercato interno efficiente, come i ritardi di molti paesi (tra cui il nostro) nell’applicazione delle normative europee, spingendo in particolare la liberalizzazione dei servizi finanziari e delle professioni. 3) Creazione dell’ambiente ottimale per l’attività delle imprese, per diminuire i costi delle imprese europee e i tempi amministrativi per il lancio di nuove iniziative economiche. 4) Impulso al mercato del lavoro, favorendo la mobilità dei lavoratori tra i diversi paesi e aumentando l’occupazione delle donne e delle persone con più di sessant’anni. 5) Tutela e promozione dell’ambiente, attraverso l’investimento in fonti di energia alternative e la regolamentazione a difesa dell’ambiente mondiale.

Il punto dolente è che il lavoro per raggiungere tutti gli obiettivi fissati nell’Agenda (circa un centinaio) è stato lasciato alla responsabilità di ogni governo, con la raccomandazione di impegnarsi a fondo per il bene comune. Questo metodo si è rivelato ingenuo. Come era prevedibile, numerosi esecutivi hanno attuato solo i provvedimenti facili e indolori e hanno trascurato quelli con un alto costo politico. Il risultato è che siamo molto in ritardo rispetto all’appuntamento fissato nel 2010 e non si sono ancora visti benefici,3 mentre i giganti dell’economia non si sono fermati, ma hanno intensificato il loro tasso di sviluppo. Che fare? Come si può invertire il trend?

 

Se l’Europa piange, l’Italia non ride

I problemi di competitività che l’Europa incontra a livello mondiale sono ben più acuti nel nostro paese. Infatti, alcuni paesi europei come la Germania, sebbene in una fase di grave difficoltà economica, continuano ad aumentare il loro export (+10% nel 2004) grazie alla specializzazione in produzioni tecnologicamente più avanzate (come si evidenzia nel Grafico 1). L’Italia ha un concreto interesse che l’Europa si attivi in una strategia di successo per stimolare la crescita. Qualcuno potrà rimproverarci di avere un’ottica troppo europea, ma solo una strategia europea può aiutare l’Italia a uscire dalla fase di declino che sta attraversando. Inoltre, senza l’Europa la capacità del nostro paese di autoriformarsi è stata nel passato alquanto ridotta. Senza l’Europa non avremmo avuto le privatizzazioni che hanno ridotto i confini dell’inefficienza gestionale del settore pubblico. Né saremmo passati dalla politica della dissipazione del denaro pubblico a quella della disciplina del bilancio, senza la vigilanza richiesta dai parametri di Maastricht. E non avremmo avuto dei vantaggi diretti per il cittadino, come le tariffe aeree alla portata di tutti, grazie alla liberalizzazione del trasporto aereo, imposta dalle politiche comunitarie, come la libertà di scelta tra diverse bollette telefoniche. Questo dimostra quanto possa essere salutare per l’Italia il pungolo delle politiche comunitarie.

Grafico 1

Tanto per restare nei canoni dei cinque campi d’azione individuati dall’Agenda di Lisbona, il nostro è uno dei paesi maggiormente colpiti dall’emorragia di cervelli che vanno a studiare e lavorare all’estero. È una magra consolazione quella che proviamo quando uno scienziato italiano viene premiato a livello internazionale per un successo ottenuto in America. Preferiremmo a questo punto che i nostri cervelli facessero fortuna in Germania o in Francia: almeno ne beneficerebbe l’economia europea e, indirettamente, anche le nostre imprese. In Italia c’è un sistema bancario protetto, non aperto alla concorrenza di gruppi stranieri e il risultato è una minore offerta di servizi finanziari. In altri paesi europei è infatti più facile reperire capitale di rischio per le imprese dal sistema finanziario. Solo quando dovremo adeguarci agli standard europei potremo ridurre le competenze dei notai (professione sconosciuta in Gran Bretagna), con un significativo risparmio di costi amministrativi superflui per imprese e cittadini. È noto che l’Italia è uno dei paesi europei meno appetibili per investimenti stranieri, segno che bisogna fare ancora molta strada per creare un’ambiente più favorevole alle imprese. Infatti, sono ancora tanti gli ostacoli alla concorrenza da abbattere; come il sistema di tariffe a forcella obbligatorie per i trasporti di merci su strada, approvate dal ministero dei trasporti su proposta del Comitato centrale per l’albo nazionale degli autotrasportatori, caso unico in Europa di limitazione alla concorrenza, proprio nel paese dove è maggiore il trasporto delle merci su strada.

 

Il Tallone di Achille di Lisbona

Di fronte al preoccupante scenario europeo e italiano è indispensabile lanciare una strategia ambiziosa, che renda l’economia europea capace di rispondere a una concorrenza sempre più agguerrita. Senza un’economia forte e indipendente, non si può avere voce in capitolo in nessun’altra questione di rilievo mondiale: dall’ambiente, alla politica estera, alla risoluzione dei conflitti mondiali. La Strategia di Lisbona del 2000 è tuttora l’unica proposta seria e credibile. La questione centrale è quindi come rilanciare il progetto, risolvendo le cause del ritardo. Se la tormentata situazione internazionale con cui è iniziato il millennio (attentato alle Torri gemelle, guerra in Iraq, rallentamento dell’economia globale) non ha aiutato l’attuazione di riforme strutturali impegnative, bisogna comunque rendersi conto che nessun progetto ha molte probabilità di successo senza un sistema di incentivi e sanzioni, insieme a un programma di lavoro concordato tra gli Stati. Solo di fronte al preciso impegno preso in sede europea un esecutivo potrà spiegare ai suoi cittadini la ragione di alcune riforme onerose.

Allo stesso tempo, occorre elaborare un sistema premiante per i paesi più meritevoli nel progresso dell’agenda, magari con agevolazioni nel budget UE e con un riconoscimento internazionale. Un interessante premio può anche essere l’assegnazione della sede di qualche istituzione europea. È prevedibile che in un prossimo futuro vengano create un’Agenzia europea per la ricerca e una Commissione di vigilanza delle borse europee. Sarebbe un’occasione da non perdere per l’Italia, unico dei paesi fondatori a non avere in casa una sede istituzionale comunitaria (Commissione, Consiglio, Parlamento, Corte di giustizia, Corte dei conti, Banca centrale). Accanto ai premi non possono mancare le sanzioni, almeno nella forma di comunicazione pubblica dei comportamenti viziosi. Manca per esempio, in sede di Consiglio europeo, un momento di verifica del numero delle direttive non ancora recepite negli ordinamenti nazionali. Sarebbe opportuno che, con cadenza bimestrale, ogni governo desse spiegazioni ai partner sui ritardi nell’applicare le direttive e si impegnasse pubblicamente sui tempi per sanare l’inadempienza. Tutto questo deve partire dalla consapevolezza che, se gli Stati dell’Unione non riusciranno a completare l’Agenda di Lisbona nei tempi determinati, l’Europa prenderà la strada verso un ruolo sempre più marginale nel mondo.

 

La nobiltà perduta dell’Italia

L’appoggio deciso al rilancio della Strategia di Lisbona sarebbe per l’Italia non solo un’occasione per affrontare il problema strutturale della competitività, ma un’opportunità politica per conquistare uno spazio maggiore nella leadership europea. Nella situazione attuale di 25 Stati membri, l’Unione è diventata un organismo plurale assai complesso da gestire, rispetto all’Europa dei dodici, cioè quella di appena 10 anni fa, quando la regia dei paesi fondatori aiutava a indicare il cammino. Ancora oggi il nostro paese sarebbe in teoria uno dei maggiori azionisti dell’Europa, per le seguenti ragioni: l’Italia è uno dei sei soci fondatori del club (Trattato di Roma del 1957); siamo una delle tre economie maggiori dell’eurogruppo (non dimentichiamo che la Gran Bretagna non ne fa parte e la Spagna ha un PIL che è metà di quello italiano); siamo uno dei tre paesi che maggiormente contribuisce al bilancio UE (grazie a Margaret Thatcher la Gran Bretagna gode ancora di uno sconto ingiustificato). Nonostante questi primati, la leadership europea, fatta di alleanze in continua evoluzione, può anche permettersi di non consultare l’Italia e lo ha fatto già diverse volte. Uno degli aspetti che caratterizza il nuovo assetto europeo è la tendenza a premiare le diplomazie più propositive nell’arena politica di Bruxelles. Un esempio è stato il processo di elaborazione della Costituzione europea, dove le diplomazie francese e britannica hanno condizionato in maniera decisiva i contenuti e il disegno istituzionale nella proposta della Convenzione di Giscard d’Estaing. Se un governo porta avanti un’iniziativa politica utile per tutta l’Unione, riuscendo a raccogliere un largo consenso tra gli Stati, conquista quindi una posizione di maggiore rilievo alla guida dell’Europa.4

 

Un nuovo Atto Unico europeo per un salto di qualità dell’UE

Poiché abbiamo evidenziato che il Tallone di Achille di Lisbona è stata l’ingenuità di affidarsi alla buona volontà dei governi nazionali, vale la pena ricordare un altro metodo sperimentato con successo in passato: l’Atto Unico europeo di Milano. Nel giugno 1985 fu convocato un Consiglio europeo straordinario a Milano per fissare le nuove sfide della CEE: la creazione di un mercato unico interno e la scelta riguardo alla moneta unica europea (con l’autoesclusione di Regno Unito e Danimarca). Il Consiglio era presieduto da Bettino Craxi, allora presidente del consiglio, mentre era ministro degli esteri Giulio Andreotti, abile regista dell’evento. Due circostanze storiche che avevano reso necessario questo vertice: nel 1982 un manifesto firmato dai diciassette principali gruppi industriali europei, formalmente costituiti nello «European Round Table» (ERT), chiedeva ufficialmente alla politica europea di adoperarsi per far fare un salto di qualità all’Europa in termini di competitività mondiale; e nel 1984 il Parlamento europeo votava a stragrande maggioranza nel giorno del 14 febbraio (San Valentino) il primo testo di Costituzione europea, su proposta del grande leader federalista Altiero Spinelli. Quel progetto di Costituzione europea realizzava una pericolosa fuga in avanti per il potere politico ancora largamente detenuto dai governi nazionali. La politica europea doveva quindi dare una risposta seria alla richiesta che proveniva dal mondo della grande industria e alla spinta federalista verso un trasferimento di maggiori poteri a Bruxelles.

Da quel Consiglio nacque l’Atto unico europeo: l’accordo di tutti i Governi per una seria strategia di integrazione economica e commerciale dell’Europa e l’implicito riconoscimento dell’autorità della legge europea sulle leggi nazionali. E fu un capolavoro della politica estera italiana. Se l’Italia, con l’Atto unico europeo di Milano del giugno 1985, fu allora protagonista, oggi ha un’occasione molto promettente nell’appoggiare la politica del presidente della Commissione portoghese, incentrata sul rilancio dell’Agenda di Lisbona. Sempre che, mettendo a parte polemiche e gelosie tra diversi Stati dell’UE, Barroso riesca a trasformarsi in un nuovo Jan Sobieski, il condottiero polacco che nel 1683, sotto le mura assediate di Vienna, sconfisse con la sua cavalleria i giganti di allora – i turchi – e cambiò la storia d’Europa. La proposta di un nuovo Atto Unico cade nel momento giusto, poiché la necessità di un rilancio economico del vecchio continente è ormai avvertita sia dalla politica che dall’industria europea. Il primo Stato che saprà abilmente farsi portavoce di questa esigenza, saprà conquistarsi un posto privilegiato alla guida dell’Unione.

 

 

 

Bibliografia

1 Nell’autunno scorso è stata clamorosa l’acquisizione nel settore personal computer della IBM da parte della cinese Lenovo, che diventa il terzo colosso mondiale dopo Dell e Hewlett Packard. In Cina vi sono oltre 300 milioni di utenti di telefonia mobile e solo nei primi cinque mesi del 2004 il paese ha prodotto 51 milioni di cellulari, per un valore di 4,9 miliardi di dollari.

2 A Hyderabad, in Andhra Pradesh c’è la più alta concentrazione di call center del mondo, mentre Chennai (Madras) è diventata l’interfaccia finanziaria degli USA. Il trasferimento di servizi da Stati Uniti e Gran Bretagna è una strada assai percorsa. Ad esempio la British Airways ha dato in outsourcing in India gran parte dei suoi servizi amministrativi. Un’azienda americana può risparmiare fino al 55% dei costi. Gli ingegneri indiani sono tra i più ricercati specialisti nella Silicon Valley, in California. Compagnie petrolifere cinesi e indiane hanno iniziato a fare concorrenza alle tradizionali detentrici del mercato energetico e tra una decennio potrebbero guidarlo.

3 Nel novembre del 2004 un gruppo di esperti europei, guidati dall’ex-premier olandese Wim Kok, ha presentato un rapporto per fare il punto della situazione sulla Strategia di Lisbona, evidenziando risultati, ritardi e le loro cause. Il rapporto «Facing the challenge» è disponibile su: http://europa.eu.int/comm/lisbon_strategy/pdf/2004-1866-EN-complet.pdf.

4 Per un approfondimento su questa teoria della leadership europea: U. A. Poletti e M. Fantini, EuroRisiko! Strategie, alleanze e interessi nazionali nel grande gioco dell’Unione europea, Etas, Milano 2003.

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