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Europa e Stati Uniti e la governance dell'economia

Written by Ferdinando Targetti Monday, 03 January 2005 02:00 Print

Nei principali paesi europei crescono le preoccupazioni per il declino economico dell’Europa di fronte al dinamismo stupefacente dell’Oriente e di una superiore performance economica degli Stati Uniti d’America. Se la teoria ci aveva già preannunciato che paesi late comers potessero correre molto più svelti dei paesi maturi (e l’Italia stessa aveva goduto nel passato del vantaggio dell’ultimo arrivato), la stessa cosa non può dirsi del divario di performance con gli Stati Uniti. Questi ultimi, pur avendo un livello di reddito pro-capite superiore a quello dell’Europa, crescono più velocemente dell’Europa. Perché? Per cercare di avanzare qualche ipotesi interpretativa vanno stilizzati alcuni fatti e distinti tre periodi.

 

Nei principali paesi europei crescono le preoccupazioni per il declino economico dell’Europa di fronte al dinamismo stupefacente dell’Oriente e di una superiore performance economica degli Stati Uniti d’America. Se la teoria ci aveva già preannunciato che paesi late comers potessero correre molto più svelti dei paesi maturi (e l’Italia stessa aveva goduto nel passato del vantaggio dell’ultimo arrivato), la stessa cosa non può dirsi del divario di performance con gli Stati Uniti. Questi ultimi, pur avendo un livello di reddito pro-capite superiore a quello dell’Europa, crescono più velocemente dell’Europa. Perché? Per cercare di avanzare qualche ipotesi interpretativa vanno stilizzati alcuni fatti e distinti tre periodi.

Il primo periodo è quello che va dalla fine della guerra fino al 1975. In questi anni l’Europa è cresciuta di più degli Stati Uniti nel prodotto e nella produttività, convalidando la teoria del «recupero» (catching up). Il secondo periodo va dal 1975 al 1995, e può essere definito della «differenza occupazionale». La crescita americana è stata superiore di quella europea – circa il 3% medio annuo, contro circa il 2,5% in Europa – ma la produttività del lavoro è cresciuta solo dell’1,2% negli Stati Uniti, mentre in Europa è cresciuta di un punto percentuale in più. La differenza tra crescita del prodotto e della produttività è stata quindi in media dell’1,8% negli Stati Uniti e di circa lo zero in Europa. Questo spiega perché nel ventennio 1975-1995 gli Stati Uniti hanno creato 30 milioni di posti di lavoro, mentre l’Europa non ha quasi creato occupazione. Infine il terzo periodo, dal 1995 ad oggi, è quello del «balzo in avanti americano», in cui gli Stati Uniti crescono di più dell’Europa sia nel prodotto (4% contro 2,7% nel primo quinquennio), sia nella produttività del lavoro (2,2% contro 1,2%). Negli anni 2000 il fenomeno della maggior produttività americana rispetto a quella europea si accentua e nasce negli Stati Uniti il fenomeno della jobless growth.

Tre periodi quindi: del recupero, della crescita con differenziale di occupazione e del balzo in avanti americano. Questa sintetica periodizzazione serve a formulare alcune ipotesi esplicative. Nel primo, la diffusione in Europa dell’industrializzazione fordista, con il prevalere di economie di scala dinamiche secondo un modello di crescita che fonda Kaldor e Gerschenkron, spiega il fenomeno del recupero. Nel secondo periodo l’America conosce una crescita del prodotto indotta dalla crescita dell’offerta di lavoro, secondo un modello alla Solow: questa crescita è il risultato sul fronte della domanda di lavoro dell’espandersi dell’economia dei servizi, sul fronte dell’offerta di lavoro di una maggiore dinamica demografica (dal 1975 ad oggi in America il numero di figli per donna è cresciuto da 1,8 a 1,9, mentre in Europa è caduto da 1,9 a 1,3) e da una immigrazione più consistente (dal 1950 ad oggi l’Europa ha accolto molti meno immigranti che gli Stati Uniti nel complesso, e soprattutto come saggio di immigrazione rispetto alla popolazione). In Europa invece in quegli anni sono aumentati in relazione di più il prodotto per lavoratore, il reddito pro-capite e il welfare state. Nel terzo periodo si registra una crescita negli Stati Uniti indotta da progresso tecnico, la Information and Communication Technology, che fa sentire i suoi benefici in misura maggiore su quell’economia che ha maggiormente investito nel capitale umano e nel disegnare una società più ricettiva di tali innovazioni. Una sorta di modello di crescita endogena. Tuttavia questo modello teorico presenta un limite: non getta una luce adeguata sull’interrelazione tra condizioni di offerta e condizioni di domanda a livello macroeconomico. Un altro errore che si tende a compiere nel confronto Europa-Stati Uniti relativamente a questo periodo (chiamiamolo il «recente divario») è quello di ragionare in termini di trade-off crescita-diritti sociali e attribuire la migliore performance americana al posizionamento di quella economia lontano dagli obiettivi di perseguimento di diritti sociali.

Non si deve negare l’importanza, nella spiegazione del «recente divario», del fatto che gli Stati Uniti presentino una società ricettiva della conoscenza e della trasformazione della medesima in attività economica, più di quanto non avvenga mediamente in Europa (gli investimenti in ICT sono in Europa il 15% degli investimenti totali rispetto al 30% degli Stati Uniti, e anche le spese in R&S sono inferiori in Europa, così come il numero degli ingegneri, ricercatori, scienziati ecc.). Sarebbe tuttavia errato sostenere che questa caratteristica sia intimamente connessa con la struttura distributiva e con il carico fiscale. La dimostrazione che ampie tutele sociali che comportano un elevato onere fiscale sono compatibili con elevati investimenti privati e pubblici in conoscenza e innovazione e un consistente saggio di crescita del reddito è offerta dalle economie dell’Europa del Nord (Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca). Inoltre è necessario tenere presente che gli obiettivi di crescita economica e dei diritti sociali possono risultare complementari e non conflittuali. Il caso più emblematico è quello della sanità americana. Fintanto che negli Stati Uniti crescita economica significava occupazione e occupazione significava un reddito mediamente elevato (i primi due periodi di crescita) era socialmente tollerabile che la sanità fosse privata e coperta dal reddito percepito dal lavoratore nell’impresa. Oggi, di fronte a una crescita senza occupazione (jobless growth) e alla presenza di working poors (redditi da lavoro che non garantiscono il mantenimento di una famiglia oltre la soglia della povertà relativa), la situazione è diventata socialmente ed economicamente molto più difficile, perché le imprese, per non pagare le crescenti coperture assicurative private, sono indotte a delocalizzare l’attività di impresa e a ridurre i salari e/o l’occupazione.

In realtà una parte rilevante della spiegazione del «recente divario» Europa-Sati Uniti risiede altrove. Gli Stati Uniti, pur apparendo rispetto all’Europa dotati di uno Stato più leggero, in realtà dispongono di una direzione economica del paese, una «governance economica», dotata di maggiori poteri. Questo si manifesta su tre terreni: spesa pubblica che induce innovazione, gestione macroeconomica e disinteresse benevolo (bening neglect) del vincolo esterno.

Innanzitutto quindi il ruolo dell’intervento pubblico. Il governo americano compie interventi che agevolano le applicazioni economiche della scienza, di rilievo molto maggiore di quelli europei. Il Congresso ha recentemente stanziato grandi somme per finanziare programmi di ricerca e investimenti nelle nanotecnologie; internet è una ricaduta della ricerca in campo militare; Clinton e Al Gore lanciarono il programma reinventing government che fu alla base dello sviluppo della Information and Communication Technology negli Stati Uniti. Nell’Unione il Trattato di Lisbona, che si pone l’obiettivo di trasformare l’economia europea in un’economia della conoscenza, individua degli obiettivi, ma non individua né strumenti, né istituzioni deputate alla realizzazione di questi obiettivi.

Il secondo terreno di direzione economica afferisce alla politica macroeconomica. Gli Stati Uniti dispongono di strumenti monetari e fiscali potenti, molto più potenti di quelli europei per il controllo del ciclo economico, non solo quando sono necessarie politiche di contenimento, ma anche quando sono necessarie politiche, monetarie e fiscali, espansive. La recente crisi di crescita degli Stati Uniti ha riguardato solo il 2001, perché nel 2002 già crescevano del 2,2%, nel 2003 del 3,1%, nel 2004 del 4,4% e le previsioni dell’«Economist» per il 2005 sono del 3,5%. Per la produttività vale la stessa cosa: la produttività del lavoro cresceva del 2,2% nella seconda metà degli anni Novanta e, dopo il dato prossimo allo zero del 2001, ha iniziato a riprendersi e a crescere in modo straordinario negli anni successivi (circa 4% nei due anni 2002 e 2003 e circa 3% nell’ultimo anno), al punto da allarmare quegli osservatori e quelle forze politiche preoccupate di una crescita senza occupazione (jobless growth), sconosciuta fino ad allora negli Stati Uniti. Peraltro questa forte dinamica della produttività e questa modesta crescita dell’occupazione tengono molto contenute le spinte inflazionistiche. Anche per gli investimenti si può dire la stessa cosa: la loro crescita è stata negativa solo dal secondo trimestre del 2001 fino al primo trimestre del 2003, da allora crescono in ogni trimestre a un tasso su base annua del 10% circa. La posizione finanziaria delle imprese è molto solida, cosa che da un lato consente l’autofinanziamento dei robusti investimenti e dall’altro rende contenuto il tasso di insolvenza. Quindi la bolla non ha lasciato gravi strascichi sulla finanza privata. Questo risultato è stato conseguito grazie alla forza dell’economia americana, ma anche grazie alla loro politica economica, che è stata efficace perché il paese è uscito dalla crisi del 2001 in modo rapido e senza strascichi né finanziari, né inflazionistici. È stata una politica sia monetaria sia fiscale di segno espansivo: come era logico che fosse. La Federal Reserve ha praticato un taglio deciso dei tassi (che sono scesi dal 6% del gennaio 2001 all’1% dell’inizio 2004). E ora, a ripresa avviata, Greenspan può permettersi di ritoccarli verso l’alto. Anche la politica di bilancio è stata molto espansiva: gli Stati Uniti sono passati infatti da un leggero attivo di bilancio dell’Amministrazione Clinton a un disavanzo attuale di circa il 5% del PIL.

Per valutare l’importanza del fattore «politica macroeconomica di sostegno alla domanda» bisogna tenere presente che tale politica non solo manifesta i suoi benefici nel ridurre nel breve periodo l’ampiezza del ciclo e la perdita di reddito e occupazione rispetto alla crescita potenziale, ma manifesta i suoi effetti anche nel lungo periodo, attraverso l’operare delle aspettative sulla creazione di capitale. Le imprese investono quando le aspettative di lungo periodo volgono al «bello stabile»; un’economia con lunghi periodi di stagnazione o con cicli brevi e ripetuti non crea un contesto in cui si radichino aspettative di crescita della domanda che induca le imprese ad accrescere la capacità produttiva. Gli investimenti d’altra parte portano con sé aumenti di produttività, perché sono il veicolo di economie di scala dinamiche, economie organizzative e introduzione delle ultime tecnologie.1

Alcuni potrebbero obiettare che l’inizio del boom di Clinton prese l’avvio nel 1992 con una fuoriuscita dalla recessione (ereditata del governo Bush senior) attraverso una politica di taglio delle spese, un aumento delle imposte e una riduzione del deficit. Tuttavia, Joseph E. Stiglitz, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Clinton, è dell’avviso che «le circostanze del 1992 sono state insolite; normalmente la riduzione del deficit non porta alla ripresa economica (…) e può essere negativa anche per la crescita economica a lungo termine».2 In realtà dietro al boom del decennio di Clinton c’era stato un lungo periodo di investimento e di investimento in settori science-based in un periodo di deficit pubblico delle Amministrazioni repubblicane. Peraltro non va rigettata la tesi contraria (cara al FMI) che gli investimenti si contraggono anche qualora venga meno la fiducia della business comunity sulle condizioni di salute della finanza pubblica, quando cioè i disavanzi creano inflazione o debito pubblico «insostenibile». Ma siccome i mercati finanziari hanno parametri molto diversi nel loro giudizio sulla «sostenibilità» di un debito, questo rischio è molto grande per le economie piccole (come l’Italia prima dell’adesione alla UME) o per i paesi in via di sviluppo, e molto più piccolo per le grandi economie.

L’Europa è un’economia grande e sopravvaluta questi rischi. Il processo di unificazione monetaria, una esigenza politica quindi, ha imposto l’adozione di politiche economiche finalizzate a limitare l’entità del disavanzo pubblico e in questa parte del mondo si è andata diffondendo l’idea che l’austerità fiscale (e la maggior flessibilità del mercato del lavoro) avrebbe ristabilito la fiducia e rimesso in moto l’economia. Quanto invece emerge sempre più chiaramente è che i traguardi della politica europea – mercato unico, moneta unica, politiche di coesione e allargamento – non sono sufficienti a stimolare adeguatamente la crescita economica. Oltre a questi l’Europa avrebbe bisogno di un coerente e consapevole obiettivo politico di orientamento e guida dell’economia, di una governance dell’economia, analogo a quello americano.

Il terzo fattore esplicativo del divario di crescita Europa-Stati Uniti relativamente sia al secondo periodo (1975-95), sia al terzo periodo considerato (1995-2004), risiede nell’assenza del vincolo esterno sulla crescita dell’economia americana. Siccome i consumi, gli investimenti e la spesa pubblica in disavanzo in questo quarto di secolo sono cresciuti negli Stati Uniti più del risparmio interno, gli americani hanno importato in tutto questo periodo beni e servizi dal resto del mondo in maggior misura di quanto non ne abbiano esportati. E così, se fino al 1982 le partite correnti americane furono in attivo, da allora hanno cominciato a registrare un passivo annuo che è passato da 3 a 500 miliardi di dollari e ha raggiunto oggi il 6% del PIL americano. Ne deriva che il resto del mondo ha offerto risparmio agli Stati Uniti: gli Stati Uniti, il paese più ricco del mondo, stanno assorbendo circa il 75% dell’extra-risparmio di Giappone, Cina, Germania e altri paesi con attivo delle partite correnti. Questo ha significato un decumulo di attività degli Stati Uniti verso il resto del mondo e un accumulo di passività. La differenza dal 1989 ha preso la forma di debito estero (net foreign liabilities), che oggi ha superato i 3.000 miliardi di dollari, il 24% del PIL americano. Se gli Stati Uniti non avessero il vantaggio, loro offerto dal «signoraggio» di emettere la moneta accettata internazionalmente come moneta di riserva internazionale, sarebbero in gravi difficoltà. Ma così non è stato per ora, perché il disavanzo estero (offerta di dollari) è stato coperto da un flusso costante di investimenti negli Stati Uniti (domanda di dollari). Negli anni Novanta gli investimenti esteri si sono indirizzati negli Stati Uniti attratti da alti guadagni della Borsa di Wall Street e da alti guadagni speculativi che derivavano dalla rivalutazione del dollaro. Negli anni 2000 invece più della metà dell’incremento di debito pubblico americano è stato acquistato dalle banche centrali asiatiche e in particolare dalle Banche centrali di Giappone e Cina. I cinesi, per mantenere fisso il cambio tra la propria moneta e il dollaro, in presenza di un forte attivo commerciale cinese, hanno scelto di spendere i dollari guadagnati con le loro esportazioni comprando titoli di Stato americani.

Gli Stati Uniti sono in grado quindi, data la dimensione e il dinamismo della loro economia e la forza politica che deriva loro dall’essere l’unica superpotenza mondiale, di perseguire delle politiche economiche loro convenienti a prescindere degli effetti che queste hanno sul loro equilibrio esterno (bilancia dei pagamenti) e a prescindere degli effetti che queste hanno sul dollaro. Essi adottano una politica di bening neglect del vincolo estero e in particolare del tasso di cambio del dollaro con le altre valute. Il dollaro è passato da una fase di apprezzamento verso l’euro a una di deprezzamento a causa del diverso atteggiamento dei mercati di fronte a una accelerazione dello squilibrio esterno. Dal 2000 la dinamica del disavanzo esterno e del debito esterno americano ha subito una accelerazione, un fenomeno che non stupisce se si considera che il paese è passato da una situazione (Amministrazione Clinton) in cui il disavanzo esterno (bilancia delle partite correnti) si accompagnava a un avanzo interno (bilancio dello Stato) a una situazione invece (Amministrazione Bush jr) di disavanzo sia esterno che interno (situazione cosiddetta di twin deficits). Non stupisce quindi che nei mercati dei capitali sia venuta a prevalere l’opinione che anche per gli Stati Uniti il cambio debba farsi carico della funzione di riequilibrio dei conti esteri e che quindi debba deprezzarsi. Se il deficit esterno americano si stabilizzasse intorno al 5%, fra una decina d’anni il debito esterno supererebbe il 50% del PIL. Il debito estero che cresce rispetto al PIL può diventare insostenibile, a causa di un processo di crescita cumulativa (così come accade per il debito pubblico) e dare origine a una fuga dalla moneta (e questo è esattamente quello che succede nelle economie piccole o in via di sviluppo). Così come per stabilizzare il debito interno è necessario aumentare l’avanzo primario (e gli italiani lo sanno bene), per stabilizzare il debito esterno gli americani devono ridurre il disavanzo commerciale. Per farlo hanno due vie. Devono infatti o aumentare il risparmio interno e portare in attivo il bilancio pubblico (a costo di creare disoccupazione e/o di rinunciare a fare costose guerre in giro per il mondo) o modificare la composizione della domanda interna e aumentare la domanda di prodotti interni (non messi in commercio sui mercati internazionali) e diminuire quella di prodotti esterni. Per  ottenere questo risultato le ragioni di scambio devono modificarsi e il dollaro deprezzarsi. Un deprezzamento rispetto alle altre monete (ponderate per le quote di commercio internazionale) che può raggiungere il 40%. Questo significherebbe che gli enormi capitali denominati in dollari detenuti da stranieri si svaluterebbero di tale ammontare e questa enorme perdita non potrebbe che chiamarsi «crisi finanziaria».

Un dollaro debole non solo ha conseguenze che possono essere negative sulla stabilità del sistema finanziario internazionale, ma anche conseguenze negative, che già si stanno manifestando sulla ripresa europea, la quale, a fronte di un euro così forte rispetto al dollaro, difficilmente potrà basarsi su una crescita tirata dalle esportazioni nette. Si noti che il deprezzamento del dollaro è molto più pronunciato rispetto all’euro (che dal picco del 2001-2002 si è svalutato del 50%) che non rispetto a un più ampio paniere di monete (nei cui confronti si è deprezzato solo del 15%). L’Europa ha tre vie per uscirne. La prima è attraverso la politica monetaria. Per indebolire l’euro la BCE dovrebbe abbassare i tassi di interesse, che da metà del 2001 sono più alti di quelli americani, e indurre in questo modo un aumento della domanda di dollari per due vie: sia perché alcuni investitori internazionali sarebbero indotti ad acquistare titoli americani e, al margine, a venderne di europei, sia perché la domanda interna europea aumenterebbe e quindi anche quella di merci americane e di dollari. Ma la BCE non ha come obiettivo statutario la stabilità del tasso di cambio, ma solo la stabilità dei prezzi (articolo 105 del Trattato) e l’inflazione europea è più alta di quella ufficiale, la liquidità è abbondante e le spinte inflazionistiche per l’aumento del prezzo del petrolio sono latenti e contenute da un euro forte. Per cui questa è una strada difficilmente percorribile.

L’altra via è quella di una politica europea di bilancio espansiva. Questo ridurrebbe l’attivo commerciale europeo e indebolirebbe l’euro. Ma poiché sia le famiglie, sia le imprese sono reticenti a spendere in una fase di quasi-stagnazione, dovrebbero essere gli Stati a farlo, che a loro volta non sono nelle condizioni di farlo individualmente perché si sono impegnati in un Trattato che lega loro le mani. Né possono farlo collettivamente dato che non dispongono di una politica di bilancio europea che richiederebbe istituzioni sopranazionali che gli europei non si sono dati neppure con il recente Trattato di riforma costituzionale.3

La terza via è quella di prendere atto della forza dell’euro e sfruttarla, rendendo l’euro moneta di riserva internazionale. In altre parole si tratterebbe di far godere anche all’Europa di quel diritto di «signoraggio» che ha consentito agli Stati Uniti di crescere senza che il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti condizionasse la crescita degli investimenti al reperimento di risorse interne. Anche in questo caso tuttavia l’Europa non potrebbe porsi questo obiettivo senza un’accelerazione di integrazione politica ed economica. Dal punto di vista economico il terreno sul quale una maggiore integrazione dovrebbe aver luogo è quella della regolamentazione dei mercati bancari e finanziari. Tuttavia questo obiettivo è ostacolato dal fatto che l’omogeneizzazione dei mercati e delle istituzioni è accolta con enorme diffidenza, per evitare che essa possa risultare nel prevalere nell’Unione di un modello nazionale sugli altri. Nei paesi europei prevale la logica del campione nazionale: «Poiché la gran parte dei settori produttivi è ora caratterizzata da condizioni di oligopolio, tutte le fusioni e acquisizioni cross border sono estremamente visibili e vengono percepite come sconfitte o vittorie da parte delle nazioni partecipanti. Quando dai prodotti si passa ai servizi, questo diviene ancor più vero. In particolare, per quanto concerne i servizi finanziari, la coscienza nazionale sembra incline a ribellarsi di fronte alla possibilità che una o più delle principali banche del paese possano essere assorbite da quelle di un altro paese dell’Unione europea».4 Bisogna per contro rendersi conto che una moneta unica che deriva da un sistema economico nel quale i sistemi bancari e finanziari hanno regole diverse a seconda dei diversi Stati dell’Unione non dà la stessa fiducia di una moneta di un paese nel quale il sistema finanziario e creditizio è integrato e sottoposto alle stesse leggi e standard di concorrenza, trasparenza e stabilità, come negli Stati Uniti.

I passi avanti da compiere sul terreno politico sono ancora maggiori. La moneta infatti non solo è mezzo di scambio, ma è fondo di valore. Detentori internazionali privati e pubblici di una moneta (o di attività detenute in quella moneta) sono poco propensi a esporsi al rischio di detenere un titolo di credito di un’entità politica multistatale che oggi esiste, ma che domani può essere posta in dubbio da scissioni o da referendum di non adesione di alcuni Stati all’Unione. Tuttavia, nemmeno se il progetto di Costituzione europea fosse ratificato da tutti i paesi l’Europa dei 25, essa diventerà un soggetto capace di agire in politica estera. E finché l’Europa non sarà visibile come attore sulla scena mondiale, i suoi cittadini non potranno sentirsi e riconoscersi come cittadini europei, né tantomeno i cittadini del resto del mondo saranno convinti di detenere una moneta dietro la quale c’è uno Stato e una sua riconoscibile politica economica.

In conclusione, la migliore performance degli Stati Uniti non va ricercata tanto nelle diverse condizioni economico-sociali (società sciencebased, ricettiva delle innovazioni in quanto dotata di mercati flessibili con basso carico fiscale), ma nelle diverse condizioni di governance dell’economia. L’Europa dovrebbe seguire gli Stati Uniti più su questo secondo che sul primo piano. Su questo terreno la volontà egemonica degli Stati Uniti non può essere tirata in ballo come spiegazione della lentezza dei progressi dell’Europa sulla strada di una maggiore integrazione. L’Europa ha il suo destino nelle proprie mani e deve trovare al suo interno la forza di realizzarlo.

 

 

Bibliografia

1 S. Biasco, Solo la crescita può salvare il modello sociale europeo, in «Italianieuropei», 5/2004.

2 J. E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, Torino 2004, p. 51.

3 Per una proposta di riforma si veda: R. Tamburini e F. Targetti, Il patto instabile, in «Il Mulino», 1/2004.

4 L’economia europea: prospettive di sviluppo e i rapporti interatlantici. Difficoltà e opportunità, cfr. NENS, aprile 2004.

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