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Cina: dietro il "miracolo", il regime resta dittatoriale

Written by Jean Philippe Béja Monday, 03 January 2005 02:00 Print

Lo sviluppo dell’economia cinese impressiona gli uomini politici di tutto il mondo. D’altronde, come potrebbero non rimanere affascinati da tassi di crescita che sfiorano il10%, quando a casa propria hanno difficoltà a raggiungere l’1,5%? Il ragionamento che ne consegue è ovvio: un mercato che registri una simile espansione non potrebbe mai essere ignorato dai paesi occidentali, in particolare da quelli europei. Tale atteggiamento è condiviso sia dalle forze conservatrici che da quelle progressiste in seno all’Unione europea. Da qualche anno assistiamo a un arrembaggio al mercato cinese da parte degli uomini politici, dei diversi paesi europei, tanto di sinistra che di destra. Chirac, Berlusconi, Schroeder, Blair, tutti sono andati in pellegrinaggio a Pechino durante lo scorso anno. E tutti si sono meravigliati del successo di quella che non si chiama più la nuova Cina.

 

Lo sviluppo dell’economia cinese impressiona gli uomini politici di tutto il mondo. D’altronde, come potrebbero non rimanere affascinati da tassi di crescita che sfiorano il10%,1 quando a casa propria hanno difficoltà a raggiungere l’1,5%? Il ragionamento che ne consegue è ovvio: un mercato che registri una simile espansione non potrebbe mai essere ignorato dai paesi occidentali, in particolare da quelli europei. Tale atteggiamento è condiviso sia dalle forze conservatrici che da quelle progressiste in seno all’Unione europea. Da qualche anno assistiamo a un arrembaggio al mercato cinese da parte degli uomini politici, dei diversi paesi europei, tanto di sinistra che di destra. Chirac, Berlusconi, Schroeder, Blair, tutti sono andati in pellegrinaggio a Pechino durante lo scorso anno. E tutti si sono meravigliati del successo di quella che non si chiama più la nuova Cina. Ansiosi di assaporare quel «miliardo di consumatori» che gli uomini d’affari occidentali sognano da oltre un secolo e mezzo, i nostri fanno a gara a disfarsi delle ultime sanzioni che gravano sulla Repubblica popolare cinese dal massacro (ma che brutta parola! Bisognerebbe proprio non utilizzarla più) di Tiananmen. Come è possibile mettere a paragone la Cina col Sudan e con la Corea del Nord – sentiamo dire da tutti – dimenticando che il segretario generale del Partito comunista cinese HuJintao, in un discorso non divulgato, ha recentemente espresso la sua ammirazione per il regime di quest’ultimo paese, che è riuscito ad arginare le influenze ideologiche esterne?2

La recente morte di Zhao Ziyang permetterà forse ai nostri dirigenti di seppellire definitivamente la loro solidarietà con i democratici falcidiati dai fucili dell’armata popolare di liberazione?

O possiamo sperare che li condurrà a considerare con maggiore oggettività il regime della Repubblica popolare? Per quasi sedici anni, le autorità hanno mantenuto l’ex segretario del partito agli arresti domiciliari. Il giorno stesso della sua morte hanno inviato le forze di polizia sia in piazza Tiananmen che di fronte al suo domicilio, per evitare che semplici cittadini e vecchi colleghi andassero a esprimere la propria solidarietà a colui che aveva sempre rifiutato di fare autocritica in merito alla linea moderata adottata nei confronti del movimento per la democrazia del 1989. Ma soprattutto, consci degli effetti esplosivi prodotti dalla morte di Zhou Enlai nel 1976, così come di quella di Hu Yaobang nel 1989, che avevano entrambe generato manifestazioni di proporzioni imponenti,3 i vertici del partito hanno preferito far passare la notizia sotto silenzio. Questo atteggiamento mostra cionondimeno che i dirigenti che presiedono al «miracolo economico cinese» non sono poi così sicuri della propria legittimità. Tuttavia è possibile constatare che, dopo il massacro del 4 giugno, che pose fine al movimento della società urbana a favore della democrazia, il gruppo dirigente della Repubblica popolare è più unito di quanto non sia mai stato dopo l’ascesa al potere nel 1949. In effetti, nei primi quarant’anni di vita della Repubblica popolare, il partito è stato scosso da molteplici lotte di vertice.

Da vivo, Mao si era spesso opposto ai propri compagni sostenitori di una linea politica più realista. Tali conflitti hanno poi trovato il culmine nella Rivoluzione culturale, sfociata nella morte del presidente della Repubblica Liu Shaoqi e nell’esilio interno di colui che era al tempo segretario generale del partito, Deng Xiaoping. Dopo la morte del «Grande timoniere», lo stesso Deng non esitò a mobilitare la società per eliminare il successore designato di Mao, Hua Guofeng. Inoltre, nel corso degli anni Ottanta, è una lotta sorda quella in cui si sono fronteggiati incessantemente i riformisti da una parte – divisi tra radicali, fautori di una riforma del sistema politico ed economico, e moderati, sostenitori di una riforma solo economica – e i conservatori dall’altra – desiderosi di mantenere intatte le basi essenziali del sistema socialista imperniato sulla pianificazione economica e di limitare l’apertura verso l’esterno. Fu di fatto l’uomo forte del partito, Deng Xiaoping, a scegliere tra le due fazioni. Nel maggio del 1989, a fronte della sfida rappresentata dagli studenti, appoggiati da intellettuali e operai, optò per le maniere forti. Zhao Ziyang, che si era opposto, fu rimosso.

 

Il consenso

Deng Xiaoping ha così chiuso la porta alla trasformazione democratica del sistema politico. Non ha capitolato, tuttavia, di fronte ai conservatori e, dopo due anni di marcia indietro in campo economico, ha espresso – durante un viaggio nel Sud della Cina nel 1992 – la propria volontà di perseguire una politica di riforma e di apertura dell’economia. Contrariamente a quanto sperato dai conservatori, che l’avevano aiutato a reprimere i democratici, Deng ha tutt’altro che abbandonato la propria politica tesa a uno sviluppo economico a tutti i costi. Riaffermando quel pragmatismo che è alla base dalla sua stessa reputazione, ha dichiarato la propria intenzione di proseguire sulla via della secolarizzazione del regime: senza lanciarsi in bizantinismi ideologici per appurare se tale misura rappresenti o meno un tradimento del marxismo leninismo. Nel febbraio 1992 Deng ha affermato esplicitamente che non è necessario domandarsi se una politica «debba essere definita socialista o capitalista» (xing she ying daoli), ma che «lo sviluppo costituisce l’unico argomento valido» (fazhanshi ying daoli). In poche parole, Deng Xiaoping ha ripreso quello che era  stato il sogno di tutti gli intellettuali e i dirigenti cinesi dopo la guerra dell’oppio del 1840: fare della Cina un paese prospero e potente (fuguoqiangbing) e renderle il posto che le compete sulla scena internazionale.

Eppure, per lanciarsi in questa corsa allo sviluppo, il patriarca aveva bisogno di appoggiarsi agli intellettuali e laureati delle università, destinati a divenire i quadri dell’apparato economico, soprattutto oggi che la ricchezza di un paese dipende dalla sua capacità di dominare le nuove tecnologie. Per raggiungere il suo scopo, Deng era pronto ad accordare loro non pochi vantaggi: se avessero sostenuto il suo progetto, avrebbero avuto la possibilità di creare imprese proprie, ottenendo così un drastico miglioramento del loro livello di vita. In cambio, avrebbero però dovuto abbandonare qualsivoglia velleità di rimettere in questione il regime. Questo è il secondo elemento del consenso: lo sviluppo dell’economia e tutte le possibilità di sperimentazione ad esso connesse erano indissolubilmente vincolate dall’accettazione dei «Quattro principi car-dinali»,4 tra cui il principale era la sottomissione alla direzione del partito. Deng decise inoltre di accantonare le riforme politiche che aveva incoraggiato, riforme difese da Hu Yaobang prima e da Zhao Ziyang durante gli anni Ottanta. Dicendo basta, ad esempio – come reclamato da Zhao al tredicesimo congresso del partito nel 1987 – con l’attuazione della separazione tra partito e Stato. Anzi, ritenendo necessario rinforzare la funzione di guida del primo nei confronti del secondo. Chiunque accettasse queste condizioni era dunque il benvenuto nella coalizione che sosteneva il potere.

Il crollo dell’Unione Sovietica ha rafforzato enormemente la posizione di Deng Xiaoping. In effetti, a coloro che reclamavano un ritorno alla pianificazione, il patriarca ha rinfacciato che proprio la pianificazione aveva condotto «il grande fratello del Nord» a una catastrofe economica tale da disgregare il regime. Ai partigiani della democrazia, Deng faceva invece presente che se avesse accettato di accogliere i loro suggerimenti, come aveva fatto Gorbaciov, la Cina si sarebbe incamminata sulla stessa via dell’URSS e  oggi sarebbe allo sfacelo. Ora, essendo gli intellettuali democratici prima di tutto dei patrioti, era inconcepibile che desiderassero avviare il proprio paese a tale destino.

Questo discorso non solo sortì l’effetto di portare una maggioranza schiacciante dei vertici del partito ad allinearsi con la sua posizione, ma convinse anche una gran parte degli intellettuali che avevano partecipato al movimento per la democrazia. Anzi, alle argomentazioni di Deng questi ne aggiunsero un’altra, ispirata da un marxismo comune. Secondo loro, il fallimento del movimento del 1989 era dovuto alla mancanza di una base socio-economica adeguata. Data l’insufficiente estensione del mercato, era di fatto impossibile sviluppare una società civile autonoma. E senza una società civile era a sua volta impossibile instaurare la democrazia. In queste condizioni, la volontà espressa da Deng Xiaoping di sviluppare l’economia di mercato rappresentava un passo nella giusta direzione. Una volta che il mercato avesse raggiunto un’ampiezza sufficiente, le circostanze favorevoli a un cambiamento di regime si sarebbero automaticamente materializzate. Appoggiare il progetto di Deng permetteva dunque di operare a favore della democrazia.

Il patto sociale sulla base del quale si è cristallizzato il nuovo consenso all’interno del partito è espresso in modo quanto mai eloquente dalla formula delle «tre rappresentatività» creata da Jiang Zemin. Il Partito comunista rappresenta «le forze produttive più avanzate», ossia non già la classe operaia, come detta il dogma marxista, ma gli ingegneri e gli esperti di tecnologie di punta, e «la cultura più avanzata», cioè gli intellettuali, i docenti universitari, i ricercatori, ma anche gli scrittori, i cineasti e tutti i creatori pronti ad accettare l’egemonia del partito. Infine, per bilanciare il tutto, rappresenta «gli interessi di tutto il popolo». Attraverso la sua capacità di sviluppare l’economia, il partito è dunque in grado di migliorare la sorte di tutti i cittadini. Il senso profondo di questa nuova formula è che il Partito comunista cinese non fa neppure più finta di rappresentare operai e contadini, ma si afferma rappresentante dell’élite. Ecco dunque il contenuto del nuovo consenso: egemonia del partito in campo politico, sviluppo dell’economia, divieto di rimettere in discussione la linea adottata. Su questa linea tutta la direzione si trova d’accordo.

Come la repressione da parte di Godefroy Cavaignac delle sommosse operaie di Parigi nel giugno 1848 avrebbe sigillato l’alleanza della borghesia industriale attorno a colui che sarebbe poi divenuto Napoleone III, generando un consenso tra forze politiche diverse che fino a quel momento si erano date battaglia, per lanciare poi una politica di sviluppo economico in cui l’espressione autonoma degli operai non aveva spazio alcuno, così anche la repressione del movimento per la democrazia  del 1989 ha sancito l’alleanza tra fazioni diverse che negli anni precedenti si erano fronteggiate in seno al Partito comunista cinese. Questa alleanza persiste anche oggi. Ed è così che, per la prima volta nella storia della Repubblica popolare, la successione ai vertici del PCC è avvenuta in un clima di perfetto ordine, fatto eccezionale per un regime comunista. Non si può certo azzardarsi a parlare di istituzionalizzazione, ma il modo in cui Jiang Zemin ha ceduto le sue cariche a Hu Jintao, che nel 1992 era stato designato da Deng Xiaoping come suo successore, dimostra pienamente che i dirigenti cinesi non sono più inclini a rimettere in questione il consenso solo per soddisfare le proprie ambizioni personali. E Jiang, di cui si diceva volesse conservare la propria carica di presidente della Commissione militare del Comitato centrale per continuare a vigilare sul paese, ha finito invece per lasciare il posto il 19 settembre 2004, ovvero due anni dopo aver ceduto la poltrona di segretario generale in occasione del sedicesimo congresso del partito. Va segnalato che la transizione è avvenuta senza purghe.

Questo significa forse che non esiste alcuna divergenza in seno al gruppo dirigente? Nient’affatto, naturalmente.

 

Persistono differenze

All’interno di questo consenso, si osservano chiaramente differenti sensibilità. Il gruppo dirigente, di certo unito in merito alle questioni essenziali, è però pervaso da alcune contraddizioni. Prima di tutto di ordine regionale. Jiang Zemin, prima di andare a Pechino nel 1989, aveva fatto tutta la sua carriera a Shanghai, città che intendeva riportare alla condizione di metropoli economica tra le maggiori del paese. Dopo la sua nomina alla carica di numero uno, aveva promosso un gran numero di dirigenti provenienti dalla metropoli orientale, i quali hanno conseguentemente promosso lo sviluppo delle industrie di punta, concentrando gran parte degli investimenti dello Stato in questo campo e nella suddetta regione. Altri alleati di Jiang erano i dirigenti della provincia dello Shandong, le cui industrie rurali avevano conosciuto un momento di relativa espansione nel corso dei suoi mandati. Tale concentrazione di risorse su Shanghai e Shandong ha naturalmente acceso la gelosia delle regioni che maggiormente avevano beneficiato della prima ondata di riforme, ossia Sichuan e Guangdong. Quest’ultima si è vista accantonare a vantaggio di Shanghai, e paradossalmente il ritorno di Hong Kong tra le braccia della madrepatria nel 1997 non ha contribuito a migliorare le cose. Jiang Zemin si è organizzato per staccare il governatore Ye Xuanping dalla propria base, affidandogli la carica onorifica di vicepresidente dell’Assemblea nazionale popolare a Pechino. E giacché Ye era considerato uno dei personaggi più vicini all’ex segretario generale Zhao Ziyang, si può dire che Jiang abbia così preso due piccioni con una fava.

Ma, naturalmente, il predominio di coloro che vengono definiti «la banda di Shanghai» non ha mancato di scioccare numerosi rappresentanti delle altre regioni. Già prima del proprio pensionamento, Jiang, che si era soprattutto interessato dello sviluppo delle regioni più avanzate, era stato costretto a occuparsi di quelle province che non avevano beneficiato del boom economico seguito al viaggio di Deng nel Sud. Così, nel 2001, Jiang ha finito per lanciare la politica di sviluppo del grande Ovest, cercando di attirare gli investimenti delle province ricche, di Hong Kong e dei paesi stranieri verso queste regioni prive di sbocco esterno. Tuttavia, non è riuscito a ottenere l’appoggio dei loro dirigenti.

L’ascesa di Hu Jintao al potere ha modificato una serie di orientamenti politici. Avendo sviluppato la parte essenziale della propria carriera nelle province povere del Gansu e del Tibet, ed essendo guardato con diffidenza da tutti i personaggi promossi da Jiang, Hu ha tentato di porre l’accento sullo sviluppo di altre regioni. Ergo, fin dal suo arrivo ha affermato la necessità di preoccuparsi della riconversione delle antiche province industriali del Nord-Est, bastioni dell’industria socialista i cui operai hanno sofferto non poco a causa dell’intensa politica di mercato che aveva caratterizzato gli anni di Jiang. Alle «tre rappresentatività», che sottolineano l’importanza di contare sull’appoggio delle élites, Hu ha aggiunto la necessità di «prendere come base il popolo», principio in virtù del quale i quadri devono rifarsi alle tradizioni comuniste, che li vogliono servitori del popolo. Si è impegnato a lottare contro la corruzione che corrode il partito, rischiando di minare la sua legittimità agli occhi della popolazione. Riprendendo le iniziative lanciate da Jiang nel 2002, ha ribadito la propria intenzione di operare a favore dei «gruppi vulnerabili» (ruoshi qunti), senza per questo mettere in discussione la  politica di alleanza con le élites e, soprattutto, la possibilità offerta ai capitalisti di aderire al Partito comunista.

Nel clima di consenso imperante, si osservano dunque divergenze tra i dirigenti a seconda delle regioni e dei settori d’interesse che essi rappresentano. Si può naturalmente immaginare che queste diverse sensibilità possano sfociare in conflitto quanto alla definizione delle priorità. Tuttavia, fino ad oggi, e malgrado i contrasti, i vari dirigenti hanno evitato di scannarsi pubblicamente.

 

Fattori d’instabilità

Il persistere di un consenso al vertice non impedisce comunque alla società cinese di continuare ad essere travagliata da molteplici fattori d’instabilità. È evidente che una trasformazione economica pari a quella che scuote la Cina non può aver luogo nella calma più assoluta. Una delle minacce più inquietanti, riconosciuta peraltro dalla dirigenza, è la crescente polarizzazione sociale. Oggi il coefficiente GINI raggiunge lo 0,49, ossia un livello d’ineguaglianza che la maggior parte dei politologi considera esplosivo. A fronte dello sviluppo di una classe media che appoggia fermamente il regime, si assiste all’emarginazione di fasce estremamente cospicue della popolazione. Dopo il 1997, quando il partito ha deciso di riformare le imprese di Stato per renderle più competitive, un gran numero di operai e impiegati ha perso il posto di lavoro. Si stima che siano stati una quarantina di milioni tra il 1997 e il 2003. Seppure un certo numero di questi abbia continuato a fruire dei benefici sociali per due o tre anni dopo il licenziamento, il loro tenore di vita ha registrato una caduta sostanziale. Spesso già oltre i quarant’anni queste persone non hanno praticamente alcuna possibilità di riuscire a riconvertirsi. Inoltre, un tempo considerati come l’avanguardia della classe operaia occupata nelle grandi fabbriche che simboleggiavano il socialismo, hanno subito una grave perdita di prestigio e sono stati presentati dalla stampa come un ostacolo alla modernizzazione del paese. Spesso sono costretti a organizzare proteste per ottenere dalle autorità il pagamento dei loro assegni di disoccupazione, della pensione, o semplicemente dei loro salari, per quelli che ancora lavorano. Sono traumatizzati dal comportamento dei dirigenti di queste imprese, che di frequente si arricchiscono vendendo gli stabilimenti ai promotori immobiliari. Impressionati dalla corruzione dei quadri, demoralizzati dalla perdita di prestigio, inquieti per il futuro dei propri figli, spesso manifestano il proprio scontento. Ed è così che in molte città del Nord-Est della Cina le manifestazioni contro i governi locali e i dirigenti delle imprese pubbliche sono cosa di tutti i giorni.5 Il partito ha scelto nei loro confronti una linea morbida: soddisfa in parte le rivendicazioni materiali, ma condanna i «sobillatori» a pesanti pene detentive. Ma soprattutto, rimane vigile affinché tali episodi di protesta non coinvolgano più di una fabbrica e che gli operai licenziati non creino sindacati capaci di rappresentare una qualche sfida per il potere.

Dopo la fine degli anni Ottanta, i contadini – grandi beneficiari della prima ondata di riforme – hanno cominciato a lamentare il relativo degrado del proprio tenore di vita. Questa sensibilità si è acuita in modo particolare a partire dalla metà degli anni Novanta. Dopo il 1997 i prezzi di mercato dei cereali hanno fatto registrare una diminuzione del 30%, mentre i prezzi d’acquisto da parte dello Stato rimanevano stabili.6 A causa del calo dei prezzi dei prodotti agricoli, il reddito degli agricoltoriè diminuito di 1.600 miliardi di yuan tra il 1997 e il 2000.7 Al contempo, la pressione fiscale non ha mai cessato di aumentare. Considerando solo le imposte legali, il carico fiscale è passato da 12,574 miliardi di yuan nel 1993 a 39,88 nel 1998, ossia con un incremento annuale di 5,46 miliardi di yuan.8

E ciò non rappresenta che una parte della pressione fiscale: le autorità locali, infatti, continuano a moltiplicare tasse di ogni sorta che soffocano i contadini. A partire dal 2003, le autorità centrali hanno deliberato di intervenire contro questo tipo di tassazione, e oggi i moti di popolo per ragioni fiscali sono meno frequenti. Ma i dirigenti locali non hanno per questo posto fine agli abusi. Da circa un paio di anni i contadini si ribellano contro l’esproprio delle proprie terre. In effetti, nella loro frenesia di arricchirsi, i membri dei governi cantonali requisiscono le terre per costruirvi immobili e fabbriche. Le compensazioni accordate ai contadini sono ridicole. Questi ultimi cercano di ottenere risarcimenti dai vari uffici delle lettere e delle visite, organizzazioni ufficiali incaricate di risolvere i contenziosi.9

Poiché molto raramente ottengono soddisfazione, spesso appiccano il fuoco alle sedi dei comitati di partito del cantone o del distretto, o si recano a protestare collettivamente nella capitale provinciale o a Pechino. Nel corso del 2004, molteplici moti contadini si sono svolti in tutta la Cina, malgrado l’impegno assunto dalla nuova dirigenza a risolvere i problemi dei «gruppi vulnerabili».

Infine ci sono i mingong, cioè quegli operai con status rurale che lavorano nelle fabbriche e nel settore dei servizi nelle zone urbane, anch’essi vittime di discriminazione. Non disponendo del diritto di risiedere incittà (hukou), non possono fruire degli stessi diritti accordati ai cittadini urbani. Fino al 2003 le autorità hanno adottato ogni sorta di misura per impedir loro di creare scuole private per la scolarizzazione dei propri figli. Le cose sono in qualche modo migliorate da un anno a questaparte, e i figli dei mingong detengono teoricamente il diritto di frequentare le lezioni nelle scuole pubbliche. Debbono però pagare per questo un prezzo più elevato degli scolari residenti in città, e sono di fatto autorizzati a iscriversi solo qualora i genitori dispongano di un atto di conferimento del diritto a risiedere in città, cosa che spesso non si realizza. Collocati molto in basso nella scala sociale, questi lavoratori spesso privi di contratto non dispongono di alcuna forma di protezione sociale. La debolezza dei salariati è tale che in talune città del delta del Fiume delle Perle si sono organizzati scioperi ed è talvolta difficile reclutare manodopera. Ciononostante le autorità collaborano con i dirigenti d’azienda, tanto cinesi quanto esteri, per impedire la creazione di sindacati e oggigiorno, malgrado le condizioni di lavoro siano estremamente dure, le proteste sono poco numerose e restano comunque circoscritte.

Tuttavia, il potere si preoccupa per queste tensioni sociali che si moltiplicano. Si cerca soprattutto di evitare che scrittori, giornalisti, avvocati e professori aiutino questa manovalanza bruta del miracolo cinese a difendere i propri diritti. A partire dall’inizio del 2000, un certo numero di intellettuali hanno cominciato a interessarsi a tali questioni. La morte di un designer originario dello Hubei a Canton ha suscitato una levata di scudi tra gli intellettuali dotati di un qualche senso morale. Sun Zhigang era stato arrestato per strada e avendo dimenticato a casa il proprio certificato di residenza era stato condotto in un centro di accoglienza e rimpatrio per contadini in situazione irregolare. Nonostante avesse proposto di chiedere a un amico di andare a prendere i suoi documenti, gli agenti non hanno voluto ascoltarlo e lo hanno incarcerato. È  morto per maltrattamenti tre giorni dopo. Alcuni docenti di diritto di Pechino hanno lanciato una petizione su internet, petizione che ha ottenuto un sostegno così imponente da costringere le autorità, che inizialmente avevano interdetto ai giornali di menzionare la faccenda, a reagire in qualche modo. Ed è stato così che nell’agosto 2003 hanno annunciato la chiusura dei centri d’accoglienza e rimpatrio.

 

L’irrigidimento del potere

Questo incidente mostra che le cose cominciano a cambiare. Quindici anni dopo la repressione del movimento per la democrazia, comincia a far sentire la sua voce in Cina un movimento per la difesa dei diritti degli oppressi. Riuscirà a condurre i nuovi dirigenti a lanciare una riforma del sistema politico? Non è assolutamente detto. Corre l’obbligo di sottolineare che è durante il periodo di transizione tra Jiang Zemin e Hu Jintao che questo movimento per i diritti civili ha potuto svilupparsi. Chiunque abbia osservato la vita politica della Repubblica popolare dal 1949 in poi sa bene che è proprio quando i dirigenti sono divisi, quando c’è una lotta per il potere al vertice, che la società riesce a trovare qualche spazio per esprimersi. I nuovi arrivati hanno infatti bisogno di sostegno per eliminare o indebolire i propri rivali, mentre gli uscenti tendono anch’essi a concedere una maggiore libertà d’espressione al fine di lasciare un miglior ricordo di sé ai posteri.

Deng Xiaoping, ad esempio, ha lasciato che la società si esprimesse quando voleva eliminare Hua Guofeng e i neomaoisti alla fine degli anni Settanta. E, nello stesso modo, è proprio mentre infuriava la lotta tra i conservatori raggruppati attorno a Li Peng e i riformatori di Zhao Ziyang che sono scoppiate le manifestazioni della primavera 1989.

Sembra, ancora una volta, che la storia si ripeta. Fin quando Jiang Zemin conservava la propria posizione di presidente della Commissione militare del Comitato centrale, Hu Jintao e Wen Jiabao hanno dichiarato il proprio interesse nei confronti di un’eventuale riforma dell’esercizio del potere. In occasione del sedicesimo congresso del novembre 2002 hanno ribadito l’intenzione di emendare la Costituzione per inserivi un articolo che garantisse la proprietà privata, e un altro che sancisse la difesa dei diritti umani. Iniziative confermate dall’Assemblea popolare nazionale che seguì, nel marzo 2003. Parecchi osservatori occidentali pensarono addirittura che Hu Jintao e Wen Jiabao avrebbero finalmente rilanciato la riforma politica abbandonata nel 1989. Guidata dai  nuovi dirigenti, si diceva, la Cina avrebbe diretto i propri passi verso lo Stato di diritto. Lo stesso hanno creduto tanti avvocati, scrittori e giornalisti cinesi. Così, per la prima volta dopo la repressione del giugno 1989, un gran numero di intellettuali eterodossi, trai quali alcuni noti dissidenti, hanno organizzato una riunione del pen club per conferire a Zhang Yihe, figlia di un ministro condannato come destro nel 1957, un premio per il libro da lei scritto (vietato dal Dipartimento della propaganda) e dedicato alla storia di suo padre. In quell’occasione, il presidente del pen club, il dissidente Liu Xiaobo ha preso la parola in pubblico. Questo significava forse che il partito avrebbe autorizzato un’estensione della libertà d’espressione? Ahimè, una volta sbarazzatosi di Jiang Zemin, Hu Jintao si è sentito molto più sicuro. Prima di tutto, i sostenitori del vecchio segretario generale, invece di mettere i bastoni tra le ruote del suo successore, hanno accettato il fatto compiuto. Una volta solidamente istallato al potere, Hu ha potuto mettere in atto la propria linea politica, incarnata dalla decisione adottata dal quarto plenum del Comitato centrale nel settembre 2004. La decisione affermava la necessità per il Partito comunista di modernizzare il proprio «governo, riaffermando il primato dell’ideologia». I quadri comunisti hanno il dovere, vi si affermava, di servire il popolo, «opporsi alla dittatura del denaro, dell’edonismo (…) resistere all’erosione dell’ideologia e della cultura corruttrice del capitalismo»10 e  dare l’esempio…

Non contento di riaffermare questo primato dell’ideologia per lottare contro la corruzione che minaccia il potere del partito, il segretario generale ha preso di mira, per l’ennesima volta, gli intellettuali eterodossi. Proprio come ai bei tempi della Rivoluzione culturale, è stato un giornale di Shanghai, nella fattispecie lo «Jiefang ribao» (Liberazione), a dare il calcio d’inizio alla campagna con un articolo intitolato, nella più pura tradizione maoista: «Guardare la tradizione attraverso le apparenze: l’analisi del discorso sugli ‘intellettuali’ pubblici». Il tono è chiaro: «suscitare il dibattito sul concetto di ‘intellettuale pubblico’ equivale di fatto a seminare zizzania nei rapporti degli intellettuali con il partito e con le grandi masse popolari».11 E poi, proprio come ai tempi della  Rivoluzione culturale, dieci giorni dopo, «il Quotidiano del Popolo» neha ripubblicato il testo.12 Con intellettuale pubblico s’intende l’intellettuale che si esprime pubblicamente in merito a problemi politici. Questa espressione ha cominciato a circolare nel 2003 nelle università e sui mezzi di comunicazione. Il Dipartimento della propaganda (espressione che non pochi giornalisti occidentali servili, applicando le consegne ufficiali, traducono con «Dipartimento della pubblicità») ha fatto sì che si evitasse di parlare di temi particolarmente delicati. E tanto per far le cose a regola, tre degli organizzatori della riunione del pen club, tra cui Liu  Xiaobo, sono stati convocati alla stazione di polizia, costretti a fare autocritica e seriamente molestati dagli agenti in borghese.

Così, nonostante l’interesse che i dirigenti del partito manifestano nei confronti della socialdemocrazia, il PCC non è prossimo a trasformarsi in  un partito socialdemocratico. Teniamo a mente che nel termine «socialdemocrazia » è contenuta «democrazia», la caratteristica cioè di un regime che rispetta la libertà d’espressione, d’associazione, di stampa, l’indipendenza della giustizia. Un regime, insomma, che garantisce i diritti umani fondamentali. Ora, il segretario generale del Partito comunista cinese, che è anche il presidente della Repubblica popolare, ha affermato che questi principi non sarebbero stati rispettati, giacché in un discorso pronunciato in occasione del 50° anniversario della fondazione dell’Assemblea popolare nazionale, ha dichiarato che «la democrazia occidentale è una strada senza uscita», e non ha mai cessato di ribadire la necessità di rafforzare l’influenza del partito sulla società.13 Oggi, coloro che  osano criticare il regime sono braccati dalla polizia, e i sindacati autonomi continuano a essere proibiti. Ci vorrà ancora molto tempo e molte lotte prima che il PCC si trasformi in DS.

 

 

Bibliografia

1 Il tasso ufficiale di crescita per il 2004 è del 9,4%. Notizia di Xinhua citata nel in «South Cina Morning Post», 25 gennaio 2005.

2 Vedi discorso di Hu Jintao, citato in Yu Wenxue, Nel proprio discorso per l’assunzione della carica, Hu Jintao adotta un atteggiamento bellicoso, in «Kaifang-Open Monthly», 216, dicembre 2004, p. 13.

3 Il 5 aprile 1976 un centinaio di migliaia di abitanti di Pechino si recò a rendere omaggio al primo ministro Zhou Enlai, deceduto nel mese di gennaio, approfittando dell’occasione per denunciare la dittatura di Mao Zedong. La morte di Hu Yaobang avvenuta il 15 aprile 1989 fu la causa diretta dell’insorgenza del movimento per la democrazia. Sui suddetti temi, vedi J. P. Béja, A la recherche d’une ombre chinoise, Ed. du Seuil, Parigi 2004.

4 Enunciati da Deng Xiaoping nel marzo del 1979, sono il socialismo, il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong, la dittatura democratica del popolo e, soprattutto, la direzione del Partito comunista.

5 Vedi ad esempio Human Rights in China, The Liaoyang protest Movement of 2002-2003, and Arrest, Trial and Sentencing of the «Liaoyang two», disponibile su www.china-labour.org.hk/iso/article.adp?article_id=4403.

6 Lu Xueyi, La situazione generale dell’agricoltura cinese e le cause dei problemi esistenti, in Ru Xin, Lu Xueyi, dan Tianlun (a cura di), La situazione sociale della Cina: Analisi e Previsioni 2001, Shehui kexue wenxian chubanshe, Pechino 2001, p. 159.

7 Ivi, p. 162.

8 Ivi, p. 161.

9 Vedi ad esempio: J. Yardley, Chinese appeal to Beijing to Resolve Local Complaints, in «NewYork Times», 8 Marzo 2004; Human Rights in China, Refugee Land Confiscation Leaves Thousands Homeless, 11 Giugno 2004, o E. Cody, China’s Land Grabs Raise Specter of Popular Unrest, in «Washington Post», 5 Ottobre 2004.

10 Il PCC s’impegna a difendere il marxismo come ideologia direttrice, in «Il Quotidiano del Popolo», 26 settembre 2004.

11 Guardare la realtà dietro le apparenze: a proposito degli intellettuali pubblici, in «Jiefang Ribao», 15 novembre 2004.

12 In «Renmin Ribao», 25 novembre 2004.

13 Vedi ad esempio: Shi Ting, Party tightens grip on top state firms, in «South China Morning Post», 25 gennaio 2005.

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