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La riforma economica cinese e il ruolo del credito

Written by Luigi Tomba Monday, 03 January 2005 02:00 Print

La Cina non è il solo paese al mondo il cui problema principale è quello di gestire una transizione economica. Spostare l’asse di un intero sistema economico da un’economia pianificata a un sistema decentralizzato, competitivo e flessibile può far tremare le ginocchia alla leadership di qualsiasi paese. In nessuno dei molti paesi ex-socialisti questo tipo di transizione è stata indolore, né è avvenuta senza una fondamentale trasformazione del sistema politico e una sostanziale transizione verso forme di governo alternative. Il caso cinese, con la sua anomala capacità di resistere al cambiamento politico, ha tuttavia messo in crisi quasi tutti i principali modelli di transizione, basati sulla diretta discendenza della liberal-democrazia dalla mercantilizzazione dei rapporti economici.

 

La Cina non è il solo paese al mondo il cui problema principale è quello di gestire una transizione economica. Spostare l’asse di un intero sistema economico da un’economia pianificata a un sistema decentralizzato, competitivo e flessibile può far tremare le ginocchia alla leadership di qualsiasi paese. In nessuno dei molti paesi ex-socialisti questo tipo di transizione è stata indolore, né è avvenuta senza una fondamentale trasformazione del sistema politico e una sostanziale transizione verso forme di governo alternative. Il caso cinese, con la sua anomala capacità di resistere al cambiamento politico, ha tuttavia messo in crisi quasi tutti i principali modelli di transizione, basati sulla diretta discendenza della liberal-democrazia dalla mercantilizzazione dei rapporti economici. La Cina insinua il dubbio che il capitalismo (inteso come sistema di relazioni economiche competitive in cui equilibri e rapporti di forza sono definiti dal mercato), anziché essere l’inarrestabile forza che determina il progresso globale, si possa adattare a qualsiasi sistema istituzionale, almeno fino a quando questo mantenga una sufficiente capacità politica e organizzativa per gestirne le incongruenze.

Per convincerci che la transizione non segue una traiettoria scritta negli astri, ma che piuttosto è il risultato di continui adattamenti e della determinazione a mantenere il controllo degli indicatori macroeconomici nelle mani del potere politico, la Cina ha dovuto sorprenderci per un quarto di secolo, con ritmi di crescita impressionanti, una straordinaria capacità di recupero nei momenti di crisi, una sorprendente flessibilità ideologica e una cultura politica iper-pragmatica.

La gradualità e la natura sperimentale delle riforme non hanno impedito che il sistema economico cinese abbandonasse le forme tradizionali di produzione socialista: solo nell’ultima revisione costituzionale nel marzo 2004 alla proprietà privata sono stati garantiti dignità costituzionale e lo stesso livello di protezione legale delle forme di proprietà socialiste (statale e collettiva). Ciononostante, nel 2002 il valore della produzione delle aziende di proprietà statale era già sceso al 41% del prodotto industriale lordo. Il resto era «non-statale». Allo stesso modo l’eliminazione della «ciotola di ferro» (il lavoro garantito a vita per i residenti urbani), o la riforma del sistema controllato dei prezzi dei prodotti e delle risorse, o ancora del sistema di rastrellamento del grano nelle campagne, sono proseguite a sbalzi fin dal 1978, e non sono ancora completate. Per molti aspetti la transizione sta giungendo a compimento solo in questi ultimi mesi, con l’adeguamento della Cina alle norme del Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui è diventata membro nel 2001. Il tutto mentre il governo del paese è (saldamente e con un crescente consenso popolare, soprattutto tra i ceti che più hanno da guadagnare da questo processo, come la classe media e i professionisti) nelle mani dello stesso Partito comunista che fece la rivoluzione nel 1949. Un miracolo di equilibrismo, ma anche un segnale che autoritarismo politico e mercato non vengono necessariamente alle mani.

Il vero nodo di questa strategia è stato quello della credibilità internazionale. A differenza di altri paesi in via di sviluppo, dove la deregulation e un costo del lavoro inferiore ai minimi di sopravvivenza erano sufficienti ad attrarre investimenti a breve termine, la Cina ha dimostrato che, nonostante un mercato «deregolato» e spesso privo di regole certe per gli investitori stranieri, il governo era in grado di garantire stabilità alla crescita economica e di evitare il caos che aveva caratterizzato la transizione nell’URSS e nell’Europa orientale.

La politica «sperimentale» delle riforme economiche cinesi è iniziata nel 1980 con l’introduzione delle cosiddette Zone Economiche Speciali (ZES), una sorta di isole capitalistiche nel mare della proprietà pubblica, concentrate nelle zone costiere del paese. Per attrarre i necessari investimenti stranieri in questi luoghi le autorità erano disposte a concedere vantaggi fiscali e un più morbido approccio alla gestione delle relazioni industriali. Oggi il sistema delle ZES non ha più senso e i vantaggi concessi in alcune delle città costiere sono divenuti regola comune, o hanno cessato di essere necessari ad attrarre investimenti stranieri nel più dinamico mercato del mondo. La Cina è il secondo ricettore di investimenti diretti nel mondo (60,6 miliardi di dollari nel 2004), ma la maggior parte di questi continua a concentrarsi proprio in quelle regioni costiere che ospitarono le ZES negli anni Ottanta. Il vantaggio concesso alla costa orientale nei primi anni è uno dei motivi di una crescente disparità tra le economie e i potenziali di crescita delle diverse aree del paese, dove un mancato sviluppo infrastrutturale e un più difficile accesso alle risorse stanno rallentando la corsa allo sviluppo. Il solo Guangdong, nel Sud del paese, ha ricevuto nel 2002 11,3 miliardi di dollari di investimenti (il 24% del totale nazionale per quell’anno) e ha coperto da solo il 36% degli scambi del paese. Lo Henan, invece, una provincia rurale dell’interno dove vivono 96 milioni di persone, ha collezionato la «miseria» di 405 milioni di dollari in investimenti e un magro 0,6% degli scambi commerciali con l’estero.

Oggi, per mantenere la credibilità internazionale e continuare a stimolare tassi di crescita che molti considerano insostenibili, la Cina ha bisogno di venire a capo del proprio sistema del credito. Non soltanto perché i debiti insoluti delle proprie banche rischiamo di trascinare in basso tutta l’economia, ma anche perché a politiche di stimolo della produzione si sono progressivamente sostituite politiche per lo stimolo del consumo, sul quale, in maniera sempre più marcata, il paese fa affidamento per mantenere la crescita nei prossimi anni. 

 

Banche e riforma

Il sistema bancario, all’inizio delle riforme nel 1978, era costituito unicamente da tre banche: la People’s Bank of China, la Bank of China e la Construction Bank of China. Il limitato sistema del credito era interamente nelle mani dello Stato, ad eccezione di un gran numero di inefficienti cooperative di credito rurale, la cui proprietà era collettiva. Da allora il panorama del sistema bancario è cambiato almeno quanto la prospettiva economica del paese.

La People’s Bank of China (PBC) è divenuta, durante l’ultimo decennio, un vero e proprio istituto centrale, con funzioni tanto di supervisione dei mercati valutari quanto di regolamentazione del sistema bancario. L’idea di fondo di questa trasformazione era quella di creare un istituto di emissione per quanto possibile autonomo dal potere politico e dai poteri finanziari forti e di ridurre l’influenza dei poteri regionali. Gli uffici provinciali della PBC sono stati accorpati in grandi gruppi sovraprovinciali, per evitare che l’intervento diretto di singoli governatori o governi provinciali (in un paese dove alcune province sono grandi come la Germania) potesse determinare la vera direzione delle politiche finanziarie. Allo stesso modo la Banca centrale ha abbandonato i propri servizi «commerciali», inizialmente convogliati in una nuova banca: la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC).

Il mercato del credito è rimasto saldamente nelle mani di quattro grandi istituti di credito di proprietà pubblica: Bank of China, Construction Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China e Agricultural Bank of China. A un decennio di distanza, e nonostante una rapida diversificazione e localizzazione delle attività bancarie, il capitale di queste quattro banche costituisce oggi il 60% dell’intero capitale bancario del paese. Nonostante la formale trasformazione di questi istituti in «banche commerciali» (sempre di proprietà pubblica, ma con una gestione orientata a realizzare profitti piuttosto che a soddisfare le politiche del governo e della Banca centrale), la loro reale libertà di movimento sul mercato è rimasta fortemente limitata e i loro conti non sono particolarmente in salute. Il sistema del credito si trova ancora a fare i conti da una parte con i vecchi debiti insoluti delle grandi aziende di Stato, che costituivano la loro clientela principale, e dall’altra con le pressioni dei governi locali e centrale per mantenere in vita grandi e inefficienti ma strategiche aziende di Stato. Restrizioni sulla fluttuazione dei tassi di interesse e una naturale inclinazione verso crediti garantiti implicitamente dallo Stato, ad esempio, hanno fatto sì che il credito ai privati si sviluppasse molto lentamente (secondo stime ufficiali ancora vicino all’1%, ma probabilmente un po’ più alto). Negli ultimi anni lo Stato ha continuato a ricapitalizzare le quattro banche pubbliche e, in linea con la nuova politica di sviluppo dei mercati di consumo, le ha incoraggiate a rivolgersi a clienti meno rischiosi, in particolare il mercato del consumo e le imprese di medie dimensioni.

Il problema principale rimangono i crediti insoluti, che si aggirano intorno al 25% secondo stime ufficiali, ma intorno al 50% secondo meno ottimistiche valutazioni internazionali che applicano standard più rigidi. Le più recenti stime ufficiali, tuttavia, segnalano un rapido miglioramento della situazione, con una riduzione dei crediti in sofferenza al 19,2% nei primi mesi del 2004. Per cercare di risolvere questo problema, che rischia di trascinare in basso l’economia e la credibilità del sistema economico cinese, dal 1999 sono state costituite quattro Asset management companies, una per ciascuna delle banche commerciali. A queste è stato trasferito il corrispondente di 170 miliardi di dollari in debiti insoluti. Mentre l’osservatore disincantato continua legittimamente a chiedersi se questi nuovi istituti non siano in realtà solo un buco nero, in cui i crediti insoluti vengono solo stornati, segnali incoraggianti sembrano venire dalla strategia di scambiare crediti per quote di proprietà (580 aziende hanno accettato questo tipo di accordo). Una strategia valida tuttavia solo per aziende che presentino possibilità di rilancio, fusione o acquisizione.

Al di fuori delle quattro grandi banche di Stato, un vivace gruppo di cosiddette «banche secondarie» si sta sviluppando rapidamente. Queste (attualmente undici) rimangono prevalentemente di proprietà pubblica e sono spesso nate per iniziativa di governi locali. Fa eccezione la Mingsheng Bank, la prima banca privata in Cina. A queste è stato recentemente consentito di quotarsi sui mercati finanziari locali(ma la Bank of China sta anch’essa cominciando a mettere sul mercato proprie azioni). Mingsheng Bank, Pudong Development Bank e Shenzhen Development Bank sono state le prime ad accedere alla raccolta di capitali sui mercati finanziari cinesi.

Nonostante queste banche abbiano un volume di crediti notevolmente inferiore a quello delle Big Four, in virtù della loro autonomia sul mercato finanziario e di un meno oneroso fardello di debiti pregressi, la percentuale di crediti insoluti che grava su di esse rimane notevolmente più bassa (in media intorno al 7%). Per questo motivo questi nuovi e dinamici istituti hanno attratto l’attenzione di investitori stranieri interessati a entrare nel mercato. L’opzione, fino a poco tempo fa impensabile, è divenuta possibile – anche se in modo ancora molto limitato – solo dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, e l’impegno preso in quella sede di consentire investimenti stranieri nel tradizionalmente chiuso settore finanziario.

Gli investitori non si sono fatti attendere: la Hang Seng Bank di Hong Kong ha acquisito il 16% di una banca secondaria del Fujian, l’Industrial Bank; Citigroup ha acquisito il 5% della Pudong Development Bank, mentre HSBC sta trattando per una quota di Bank of Communications, e Standard Chartered per una quota di Everbright. Lo sviluppo recente più carico di prospettive, tuttavia, sembra essere quello legato all’operazione di una equity firm statunitense, Newbridge Capital, che ha acquisito il 18% di Shenzhen Development Bank. In virtù del fatto che la SZDB ha già messo sul mercato il 70% delle proprie quote azionarie, Newbridge è divenuto il primo investitore straniero a detenere una quota sufficiente a controllare una banca cinese. Newbridge sta anche trattando una partecipazione in Mingsheng, la banca privata che fino ad oggi è stata vista come un modello per il settore bancario cinese, con bassissimi livelli di insoluti e standard di corporate governance a livello di banche internazionali.

Nonostante questi passi avanti, tuttavia, il ruolo delle banche straniere è tuttavia ancora molto limitato. Le 64 banche straniere hanno in totale solo 200 uffici in tutto il paese e di queste solo 13 hanno una licenza QFII (Qualified Foreign Institutional Investor) per trattare in valuta locale. La concorrenza con le banche locali è ancora pressoché impossibile, in particolare in settori come la raccolta di capitale: la sola Industrial and Commercial Bank of China ha 25.000 sportelli! Esistono poi ancora limiti che gli accordi per l’OMC non hanno rimosso. Con un limite alla quantità di investimenti da parte di banche straniere fissato tra i 50 e gli 800 milioni di dollari, la raccolta di capitali appare un esercizio ancora in parte futile.

 

Banche e consumo

Il ruolo delle banche sta cambiando rapidamente con il mutare della struttura economica, delle strategie per la crescita economica e delle politiche del governo. Durante gli anni Novanta il problema principale è stato, per il sistema del credito, quello di mantenere un compromesso tra le necessità di sostenere il processo di ristrutturazione del settore di Stato e quella di evitare crisi finanziarie che avrebbero compromesso il processo di sviluppo dell’economia e creato ulteriori tensioni sociali. Lo Stato si è trovato spesso a reagire a questi problemi con investimenti strutturali che hanno sostenuto la crescita economica e con iniezioni di capitali nelle banche pubbliche che hanno mantenuto il settore finanziario sopra la linea di galleggiamento.

Con un settore pubblico oggi molto più snello e un progressivo miglioramento della complessiva situazione dei conti delle aziende ancora in mano allo Stato (con una crescita annua del valore aggiunto tra il 14 e il 20%), una maggiore differenziazione degli interessi economici sul mercato e un crescente ruolo dell’economia privata e delle aziende a investimento straniero, il ruolo delle banche è divenuto molto più complesso. La necessità di pratiche più trasparenti e regole più efficienti è oggi un obiettivo tanto degli organismi di regolamentazione (la China Banking Regulatory Commission è il principale) quanto degli istituti medesimi.

Un esempio in particolare descrive meglio di qualsiasi teoria la natura dei nuovi rischi e delle nuove opportunità che si presentano a chi opera nel settore del credito. L’esplosione del mercato immobiliare, a partire dalla fine degli anni Novanta, ha avuto numerose e drammatiche ripercussioni non solo sul mercato del credito ma anche sulla capacità di consumare dei cinesi e sulla loro necessità di accedere a servizi finanziari. Il mercato dei prestiti ipotecari esiste in Cina solo a partire dal 1998. Fino ad allora la quasi totalità dei cinesi aveva accesso alla casa solamente attraverso la propria unità di lavoro. A partire dal 1988 una massiccia privatizzazione del mercato immobiliare ha trasformato la popolazione urbana cinese in proprietari. A Pechino (ma la situazione è simile in altre grandi città) la percentuale di proprietari sfiora il 90%, anche se in alcuni casi i diritti di proprietà rimangono parziali (la terra rimane di proprietà dello Stato, che la affitta per 70 anni, e alcune forme di acquisto agevolato rimangono vincolate per alcuni anni o legate alla durata del contratto di lavoro del dipendente). Dal 1998 nessuna unità di lavoro può più assegnare case ai propri dipendenti e l’acquisto è divenuto l’unica opzione disponibile. Lo Stato e le unità di lavoro hanno tuttavia continuato ad aiutare in vario modo i propri dipendenti nella loro corsa alla proprietà, favorendo l’accesso al credito agevolato (fondi per la casa) o costruendo e usando immobili come incentivi per componenti chiave della propria forza lavoro.

Con la fine dell’assistenza diretta, le banche hanno iniziato rapidamente a entrare nel mercato. Un gruppo crescente di impiegati, professionisti e lavoratori salariati in grado di garantire un reddito costante ha goduto da una parte delle politiche dello Stato per favorire la crescita dei consumi come nuovo motore della crescita economica, e dall’altra dell’interesse degli istituti finanziari a trovare clienti più affidabili e meno rischiosi delle grandi aziende di Stato. Con il declino delle tradizionali forme di welfare socialista e la crescita di una cash economy per servizi e beni di consumo, il mercato del credito è divenuto un elemento fondamentale per determinare la stabilità del sistema economico. Con la rapida crescita dei redditi familiari nelle città e con un crescente interesse per beni di consumo durevoli (oltre a case, mobili e auto, ma anche turismo), tutte le banche hanno cominciato a competere per questa nuova fascia di mercato, spesso lasciando che la domanda prevalesse sulle pratiche e sulla sicurezza del credito. Gli organi di regolamentazione sono recentemente dovuti intervenire in numerose occasioni per ridurre i rischi legati a questa espansione e al rilassamento delle pratiche di concessione del credito nella corsa ai nuovi clienti.

Il mercato sta crescendo sotto l’impulso delle nuove politiche del governo. L’acquisto della casa stimola nuovi stili di vita, la necessità di mobilità individuale e di beni di consumo durevoli. La crescita dei redditi tocca oggi fasce molto più vaste di popolazione, soprattutto nelle città, nonostante il livello dei consumi privati in Cina sia solo al 46% del PIL (uno dei più bassi del mondo, concentrato su una ancora limitata popolazione urbana, la cui capacità di consumare è definita non solo dal reddito, ma anche dall’accesso a risorse attraverso le politiche di supporto al consumo del presente governo).

L’adagio, cantato in molti altri paesi prima che in Cina, dice che sono i mutui a fare e disfare la classe media e a renderla un elemento chiave per la pacificazione delle società post-industriali. La cristallizzazione e la localizzazione degli interessi materiali e l’esposizione al credito sono considerati elementi di stabilità nel rapporto tra Stato e società. Ciononostante, l’accesso al credito sta rendendo molte famiglie cinesi (così come quelle di molti altri paesi) dipendenti dal sistema finanziario e sta lavorando in favore di una maggiore ineguaglianza nell’accesso alle risorse. Tra coloro che vedono per le proprie famiglie un brillante futuro da consumatori e coloro che si sentono solo destinati, inesorabilmente, a uscire dal gioco dello sviluppo, spesso si trova una banca.

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