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Il velo islamico e la spada di Dreyfus

Written by Massimo Nava Monday, 03 January 2005 02:00 Print

All’inizio del corrente anno scolastico è entrata in vigore in Francia la legge sulla laicità, approvata – a larghissima maggioranza – dall’Assemblea nazionale e dal Senato fra il febbraio e il marzo del 2004. I quattro articoli del provvedimento, le circolari e le disposizioni successive sono stati il risultato di un grande dibattito nella società francese e del complesso lavoro di ricognizione compiuto dalla Commissione Stasi, che ha preso il nome del suo presidente. Bernard Stasi, ex mediatore della Repubblica (la funzione del garante fra cittadini e istituzioni) ed eminente figura di giurista e intellettuale, è stato incaricato dal presidente Jacques Chirac di sintetizzare pareri e indagini di una articolata pattuglia di giuristi, intellettuali, sociologici, personalità religiose e politiche di varia estrazione.

 

All’inizio del corrente anno scolastico è entrata in vigore in Francia la legge sulla laicità, approvata – a larghissima maggioranza – dall’Assemblea nazionale e dal Senato fra il febbraio e il marzo del 2004. I quattro articoli del provvedimento, le circolari e le disposizioni successive sono stati il risultato di un grande dibattito nella società francese e del complesso lavoro di ricognizione compiuto dalla Commissione Stasi, che ha preso il nome del suo presidente. Bernard Stasi, ex mediatore della Repubblica (la funzione del garante fra cittadini e istituzioni) ed eminente figura di giurista e intellettuale, è stato incaricato dal presidente Jacques Chirac di sintetizzare pareri e indagini di una articolata pattuglia di giuristi, intellettuali, sociologici, personalità religiose e politiche di varia estrazione.

In Italia e nel mondo, l’eco del lavoro della Commissione e le disposizioni di legge hanno subito, per forza di cose, il torto delle semplificazioni di stampa e delle amplificazioni mediatiche, con inevitabili reazioni ideologiche e propagandistiche, soprattutto nel mondo musulmano. Ma anche con appendici in casa nostra e nei paesi anglosassoni, condizionati dal luogo comune e dal pregiudizio (che pure contengono una parte di verità) su una certa idea della Francia, della sua tradizione statalista e giacobina, del suo connaturato bisogno cartesiano di sistematizzazione della società civile, dei vecchi vizi dell’anticlericalismo radicale, dell’eredità culturale di Voltaire e della Rivoluzione.

Il risultato di queste semplificazioni è che la legge sulla laicità è stata considerata da buona parte dell’opinione pubblica e da frange di diretti interessati come un provvedimento proibizionista del velo islamico. E il divieto alle ragazze di portare il foulard è stato considerato da ambienti religiosi (musulmani e non) come un attacco appunto alle libertà religiose e da ambienti laici (liberali e non) come la deriva giacobina e non garantista della Francia repubblicana. Emblematici gli attacchi mossi alla politica francese da alcuni governi e leader religiosi musulmani e le critiche avanzate dai cantori del modello anglosassone come baluardo delle libertà individuali e quindi religiose.

La legge «contro» il velo islamico ha subito anche il riflesso condizionato del momento storico e delle oggettive ragioni sociali in cui si è collocata. La questione planetaria del terrorismo dopo l’11 settembre, i nervi scoperti del dibattito sull’immigrazione, i germi della xenofobia, la deriva comunitaristica delle società europee e in particolare delle grandi periferie francesi, la penetrazione dell’islamismo radicale, persino la questione dell’adesione della Turchia all’Europa hanno caricato di sensibilità distorte e ulteriori semplificazioni lo spirito della legge. Il provvedimento sulla laicità e il lavoro della Commissione Stasi sono stati considerati in una certa misura un ennesimo capitolo della secolare controversia fra credenti e laici, fra ruolo dello Stato e società civile, fra libertà individuali e regole collettive. Controversia in cui, ancora una volta, il «metodo» francese è apparso come un’illuministica e presuntuosa velleità piuttosto che come una pragmatica necessità di non lasciare insolute laceranti questioni di convivenza.

La «semplificazione» e le lacerazioni del dibattito hanno oscurato sia lo spirito sia i termini tecnici della legge che, per quanto originata da oggettive preoccupazioni sociali (si potrebbe dire freudiane) per la diffusione dell’islamismo radicale nelle periferie, non aveva al centro delle proprie preoccupazioni il divieto del velo islamico, bensì la volontà di ribadire il principio della laicità e i valori della tradizione repubblicana nell’educazione nazionale. La legge non ha affatto intenti proibizionisti nella società civile, né nei confronti del velo islamico né nei confronti della simbologia e della libera espressione delle altre fedi. Si limita, al contrario, a interdire l’ostentazione di tutti i simboli religiosi all’interno della scuola pubblica, appunto laica e repubblicana. Per ostentazione s’intende un intento di visibilità o addirittura di provocazione: il che non vieta, ad esempio, il crocefisso al collo o la manina di Fatima e nemmeno una bandana. Il tutto – è bene tenerlo sempre presente – soltanto ed esclusivamente riferito alla scuola pubblica secondaria, il terreno in cui si esercita la responsabilità dello Stato rispetto all’educazione dei cittadini e il diritto dei genitori di confidare allo Stato la formazione dei propri figli, senza alcun tipo di condizionamento ideologico e religioso.

Si può discutere a lungo sulla praticabilità di una rigorosa applicazione del divieto. Lo spirito della legge e i frequenti richiami al buon senso andavano in una direzione tutt’altro che proibizionistica, ma piuttosto di liberazione e di eguaglianza, soprattutto nell’interesse dell’universo femminile e della tutela della gioventù, da sempre più soggetta a frequenti episodi d’intolleranza, razzismo, pressione culturale, antisemitismo. Come garantire ad esempio i diritti e la libertà educativa di migliaia di ragazze delle periferie metropolitane, dove il condizionamento delle famiglie, dei padri e dei fratelli maggiori comporta l’imposizione del velo?

Non è casuale che il provvedimento sia intervenuto quasi a un secolo di distanza da una legge fondamentale per la storia francese e, almeno nella genesi, ancora più lacerante: quella del 9 dicembre 1905, che sancì la separazione della Chiesa dallo Stato e che sotto molti aspetti fu la conseguenza dell’aspra battaglia politica seguita all’affare Dreyfus. La difesa del capitano ebreo ingiustamente accusato di spionaggio finì infatti per compattare un blocco radicale, democratico e anticlericale che sfociò in un disegno politico di sistemazione della società francese. Separazione della Chiesa dallo Stato non voleva dire attacco alle libertà religiose o alla spiritualità individuale, ma sancire la neutralità e gli obblighi giuridici dello Stato (a cominciare dall’educazione e dai servizi pubblici) rispetto a tutte le confessioni, libere tutte di esistere e di esprimersi con l’unico limite della non prevaricazione sulle altre. Era ed è un modo, un metodo, una via praticabile per garantire l’unità nazionale, il rispetto dei diritti di tutti, la libertà di coscienza e per evitare qualsiasi forma di discriminazione per questioni di razza e religione. Molti ritengono che l’affermare per legge la laicità significhi precostruirne una sorta di religione laicista a detrimento della spiritualità e delle confessioni. Nello spirito della legge s’intendeva invece affermare il contrario: la neutralità dello Stato e delle sue leggi rispetto alla coscienza individuale dei cittadini.

A ben vedere, ancora oggi, la «laicità alla francese» continua ad avere diverse applicazioni e una gamma piuttosto variegata di eccezioni (l’Alsazia, ad esempio, è sostanzialmente esclusa dal provvedimento). Ma in buona sostanza, la Francia fu il primo e unico Stato a inserire il concetto di laicità nella propria costituzione. Quella tedesca, è bene ricordarlo, comincia con il preambolo «il popolo tedesco responsabile davanti a Dio».

Vale la pena di ricordare alcuni elementi, di cronaca e di storia, per la comprensione del problema e della stessa legge. Innanzitutto, anche per una valutazione serena, le sue conseguenze al primo anno di applicazione. Le proteste e le manifestazioni di piazza sono state poche e limitate. I provvedimenti di espulsione da scuole pubbliche sono stati 43 e i casi discussi dalle autorità scolastiche 534. Nel 2003, circa 1.500 studentesse frequentavano le scuole con il foulard. Nel 2004, 639 studenti si sono presentati a scuola con segni religiosi «ostensibili» cioè evidenti. In secondo luogo, oltre al concetto di «ostentazione» di cui si è parlato, la Commissione Stasi ha inteso fare una sorta d’inventario sociale del problema religioso, attualizzando il concetto e il valore della laicità nel panorama odierno, molto più complesso e internazionalizzato rispetto al tempo dell’affare Dreyfus e della separazione degli affari religiosi da quelli pubblici. Pur mantenendo una forte componente cristiana e cattolica, la Francia è, con la Germania e la Gran Bretagna, il paese più multiconfessionale d’Europa, con alcuni dati che ne accentuano la specificità: è il paese con la più forte tradizione laica e agnostica; è il paese con la più imponente immigrazione musulmana (oltre cinque milioni, il 10% della popolazione, con un’ulteriore specificità, perché in buona parte – per effetto della decolonizzazione e della guerra d’Algeria – sono cittadini francesi di seconda e terza generazione); è infine il paese con la più importante comunità ebraica d’Europa, oltre seicentomila persone.

È partendo da questi dati, peraltro in evoluzione e in alcuni ambiti in pericolosa confrontazione, che la Commissione Stasi ha inteso offrire al legislatore gli strumenti per riaffermare il concetto di libertà religiosa e di laicità dello Stato in un panorama sociale e spirituale molto più complesso e cambiato. La «semplificazione» della lettura della legge ha completamente oscurato i principi attivi che si sono messi in moto nella società francese, quali ad esempio la necessità di introdurre nei programmi scolastici l’insegnamento della cultura religiosa, la proposta di istituire altri giorni di festività (sia pure con qualche riserva per le conseguenze sull’economia nazionale) in ossequio ad altre religioni, l’invito a permettere quanto più possibile, anche in ambiti pubblici, il rispetto di tradizioni alimentari, momenti di preghiera, espressioni culturali. D’altra parte – ecco un altro elemento di laicità ribadita – si è inteso affermare il principio della neutralità degli ospedali pubblici e il prevalere del diritto-dovere alla cura e alla salute rispetto alla pretesa di alcune componenti radicali di non permettere la visita delle donne da parte di personale sanitario maschile.

La legge sulla laicità ha poi avuto l’effetto di mettere in moto, nel dibattito politico, altre riflessioni e provvedimenti che investono più complessivamente la società francese. È curioso che i principali protagonisti – il presidente della Repubblica Jacques Chirac e l’ex ministro degli interni Nicolas Sarkozy, oggi presidente del Partito neogollista e principale pretendente all’Eliseo – si siano trovati in varie circostanze su sponde opposte, anche con evidenti preoccupazioni elettorali e di consenso. Ma qui interessa notare l’ampiezza e la profondità di una riflessione collettiva che è sostanzialmente mancata in Italia e in altri paesi europei, dove pure i termini del problema non sono dissimili. Da noi si è assistito a risse da cortile o a epigoni del genere don Camillo e Peppone sul crocefisso in classe, sui presepi a scuola, sulla benedizione di una sezione di partito. In Francia, piaccia o meno, si sono cercate risposte percorribili alla più importante questione del nostro tempo, di cui il fatto religioso è soltanto il primo capitolo o il nervo più scoperto di problematiche più generali: convivenza, tolleranza, immigrazione, integrazione, modernità, valori condivisi nella cittadinanza europea. Naturalmente, è tutto da discutere e da dimostrare che la via francese sia percorribile ed estensibile in un’Europa che fa fatica a sciogliere i nodi del dibattito sulle radici cristiane, ma il caso francese, depurato dalla presunzione di dar lezioni di civilizzazione al mondo, resta un punto di vista fra i più interessanti e coraggiosi.

Se andiamo a vedere principi costituzionali e legislazioni dei singoli Stati europei e li confrontiamo con le realtà di fatto, aggiustamenti locali, disposizioni e compromessi raggiunti sull’eco di un caso giudiziario o di cronaca, si scopre che nessuna società europea ha trovato il modo di codificare in assoluto l’insegnamento religioso, con le sue implicazioni sull’identità spirituale degli allievi e sul modo di esprimerla in pubblico, anche con il proprio abbigliamento.

Al di là del principio fondamentale della libertà religiosa, nemmeno la Costituzione europea ha indicato un orizzonte condiviso. Una spiritualità e un’etica comuni, secondo la concezione del teologo Hans Kung, stentano a trovare un completo approccio normativo. Di conseguenza, l’insegnamento della religione in Europa è un po’ come il codice della strada: a seconda dei paesi si può guidare a destra o a sinistra e a diverse velocità, con i fari di giorno spenti o accesi. Solo il semaforo della libertà è adottato da tutti, come la bandiera blu con le stelle.

La realtà di oggi è anche il prodotto di secolari controversie. Nemmeno le più importanti concezioni culturali e civili di riferimento, a volte scambiate per principi ideologici, soddisfano pienamente la complessità di bisogni e paure. In Francia, la pretesa d’«integrazione» a valori e principi costituzionali ha il suo rovescio nel rifiuto dell’assimilazione, con il drammatico fenomeno di comunità etniche aggrappate alla religione come una difesa o una bandiera.

In Gran Bretagna, e in generale nei paesi di cultura anglosassone, si è seguita la strada opposta, tanto che il sindaco di Londra è arrivato a definire «reazionaria» la legge francese. È un modello più pragmatico, ispirato al principio di non-discriminazione e poggiato sulle libertà individuali e di gruppo sociale, purché non contrastino con le leggi del paese. In molti istituti è prevista la divisa, ma gli allievi possono portare un copricapo o un segno di appartenenza religiosa, il cui divieto contrasterebbe con il famoso Bill of Rights contro tutte le forme di discriminazione. Successive disposizioni e la riforma del 1988 hanno introdotto nel sistema il confronto paritario fra diverse religioni come materia scolastica. Lo Stato interviene sotto varie forme nel finanziamento di scuole confessionali di diverse religioni, comprese le scuole musulmane, sikh ed ebraiche, anche se sono preponderanti quelle anglicane. È bene ricordare che dal 1534 il sovrano d’Inghilterra è anche il capo della Chiesa anglicana. Nelle comunità, la domanda di scuole e insegnamento confessionale è in forte crescita, tanto che ci s’interroga sul rischio che le diversità si polarizzino e su un comunitarismo religioso che può diventare etnico e politico.

In Francia, giovani musulmane si sono iscritte in scuole private cattoliche per poter frequentare le lezioni con il foulard. In Spagna si è avuto il caso opposto: una giovane marocchina esclusa dalla scuola privata è stata accolta dalla scuola pubblica, con immancabile e lacerante dibattito nazionale.

Guardare in casa altrui aiuta e consola. Si possono frenare pregiudizi spesso all’origine di scelte e atteggiamenti sbagliati. Si possono confrontare soluzioni, con la consapevolezza che non veniamo al mondo tolleranti, ma lo possiamo diventare.

Proprio il contrasto di vedute fra Chirac e Sarkozy, cui si accennava in precedenza, rende ancora più interessante il caso francese. Facendosi promotore in prima persona della legge sulla laicità, il presidente si è fatto paladino della tradizione e dei valori repubblicani, con l’ambizione di recuperare le drammatiche spinte centrifughe nella società civile francese: a dispetto della tanta conclamata integrazione e dei colossali investimenti pubblici nel corso degli anni, la cosiddetta «frattura sociale» si è ulteriormente aggravata, con il risultato che l’emarginazione economica e sociale di milioni di individui costituisce il detonatore di auto-emarginazioni religiose e culturali.

Un giovane immigrato su tre è disoccupato. Un rapporto del ministero dell’interno ha censito trecento quartieri a rischio, quasi due milioni di cittadini confinati in una società a parte, al di fuori delle leggi della République. Per la Francia la diversità etnica e culturale non è la somma di tante identità, ma un progetto di cittadinanza, con uguali diritti e doveri. I dati però dimostrano due categorie di cittadini: i francesi e gli altri. E un recente rapporto della Corte dei Conti denuncia il fallimento e la confusione un po’ ipocrita di leggi e interventi che hanno prodotto risultati opposti: sul lavoro, nelle scuole, nella società civile. «SOS racisme» ha raccolto centinaia di casi di discriminazione nell’assegnazione degli alloggi popolari e nei criteri di assunzione. Sui giornali diventa una notizia la nomina di un dirigente d’impresa o di un alto funzionario che non sia francese e bianco. Così come è stato un caso nazionale la nomina del primo prefetto musulmano.

La crisi di un paese si vede quando s’incrinano i valori di riferimento. La sua grandezza quando si ha il coraggio di adattarli, anche se scritti nella propria storia. Il governo ha proposto un’«autority» contro le discriminazioni a carattere etnico e religioso, allargando il concetto alle discriminazioni sessuali, ivi compresa l’omofobia. Decine di grandi imprese hanno adottato il principio anglosassone della «discriminazione positiva», criteri di assunzione che favoriscano giovani immigrati o provenienti da quartieri difficili. Claude Bebear, ex presidente del colosso assicurativo Axa, ha sostenuto la discriminazione positiva nella sua società e ha contribuito a un progetto di legge per introdurre il curriculum vitae anonimo, dattiloscritto e senza fotografie per le imprese con più di 250 dipendenti.

Nicolas Sarkozy ha sfidato Chirac anche sul terreno di una certa idea della Francia, molto cara al presidente e all’establishment. Per Sarkozy, anche la religione è un capitolo fondamentale dell’integrazione ed è quindi necessario rivedere i sacri principi della laicità. Sarkozy era contro la legge sul velo islamico («mi preoccupa l’espulsione di giovani studentesse dalle scuole pubbliche»), vorrebbe riformare quella del 1905, propone forme di finanziamento per la costruzione di moschee e la formazione dei rappresentanti del culto. L’integrazione, secondo Sarkozy, fallisce proprio perché intere comunità rafforzano la loro identità religiosa ed etnica e si separano dai valori repubblicani. «Occorre far emergere un Islam francese prima che un Islam in Francia», è un suo slogan ricorrente, che bene esprime il timore di influenze esterne, anche le più oscure. Recentemente sono stati scoperti luoghi di culto e scuole islamiche clandestine.

Le tesi di Sarkozy, nel clima di aspra rivalità con Chirac, si prestano anche a una lettura politica. Una certa idea della Francia, per l’ex pupillo con origini ungheresi, significa «non considerare normale che le élites si assomiglino e che, a parte Zidane e i campioni sportivi, i giovani immigrati non possano identificarsi in magistrati, giornalisti, dirigenti d’impresa, alti funzionari». Una certa idea della Francia, come ha scritto in un libro che ha fatto scalpore, è anche comprendere che l’ideale repubblicano «non risponde alle questioni spirituali».

Chirac e Sarkozy, come l’opinione pubblica francese e l’opinione pubblica europea, si sono divisi anche sulla Turchia e, a ben vedere, il dibattito sull’adesione di Ankara è stato fortemente condizionato da preoccupazioni di ordine religioso e identitario, più che da una rigorosa e oggettiva valutazione dei presupposti economici e degli standard democratici della società turca. Sposando la causa dell’adesione, Chirac ne ha fatto una questione di principio, quasi di coerenza. In sintesi, se vogliamo un modello di società europea integrata, se diamo lezioni d’Islam moderato, se predichiamo laicità e multipolarità del pianeta, quale miglior esempio di un paese che ha adottato i codici repubblicani francesi e ha imposto la laicità della Repubblica?

Il dibattito sulla Turchia può essere preso a paradigma delle nevrosi del presente e del preoccupante ritorno dell’ideologia a scapito della ragione. Un dibattito apertamente collegato alla preoccupazione di vedere in qualche modo contaminate le radici cristiane dell’Europa. Un dibattito all’insegna dell’isteria e dell’irrazionalità, perché, qualunque siano le convenienze o gli svantaggi politici o economici di una Turchia europea, l’oggetto della discussione e la vera materia del contendere non sono stati gli standard della democrazia turca, gli indicatori economici, il rispetto dei diritti civili e nemmeno la comprensibile preoccupazione che il futuro gruppo turco al Parlamento europeo possa essere, per ragioni di proporzione demografica, il più numeroso. Si parlava anche di questo, ma molti – dai presidenti ai deputati, dai giornali alla gente comune – pensavano ad altro. Un dibattito segnato in partenza dall’ipocrisia, dalle nostre paure nascoste, dal pregiudizio.

Pochi hanno ricordato che la Turchia ha raggiunto standard economici e strutturali non ancora realizzati da paesi dell’Est europeo che hanno già fatto il loro ingresso in Europa. Il che non deve rappresentare di per sé un semaforo verde. Tuttavia le problematiche dovrebbero essere viste da altre angolature, valutando valori civili e progetti che possono unire la Turchia in futuro e non soltanto la questione della tradizione religiosa, che sa tanto di pregiudizio antimusulmano, come il detto «mamma li turchi!» della tradizione popolare, come se i turchi appunto si preparassero, come tre secoli fa, all’assedio di Vienna.

Proprio la storia della nazione turca e il suo processo di secolarizzazione dimostrano una soluzione originale del problema e possono persino rappresentare un modello percorribile per i paesi islamici, nei quali auspichiamo il consolidamento delle componenti moderate e ai quali diamo lezioni di secolarizzazione. Basti dire che in Turchia è tutt’ora in vigore il codice napoleonico e che la Turchia, prima della Francia, è l’unico paese «europeo» nelle cui scuole pubbliche la laicità dei costumi, e quindi il divieto del velo islamico, è stabilita per legge.

È sintomatico della complessità dei problemi che proprio la Francia abbia mostrato i segni di nervosismo più vistosi, che hanno lacerato le forze politiche e la maggioranza di governo. Un nervosismo peraltro surreale, se si considera che l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’Europa non significa l’ingresso domani, ma un processo che potrebbe vedere il suo sbocco fra una decina d’anni come minimo. È talmente evidente il riflesso condizionato dalla religione che passano in secondo piano la storia della Turchia, dei rapporti di quel paese con l’Europa, delle relazioni importanti proprio con Parigi, come la «scandalosa» alleanza fra Francesco I e Solimano il magnifico per arginare l’Impero asburgico.

Il fatto che l’Amministrazione americana sia favorevole all’ingresso della Turchia, soprattutto per ragioni strategiche (Ankara nella NATO è un alleato prezioso ai confini con l’Iraq), e che Israele abbia ottime relazioni con i turchi fa scattare un altro riflesso condizionato, questa volta nei confronti della Casa Bianca. La tesi semplificata e diffusa dello scontro di civiltà condiziona dibattito e comportamenti. Nel caso dell’adesione della Turchia, c’è chi ha intravisto una strategia americana per indebolire economicamente e rendere ancora più complicata e quindi impotente la governabilità dell’Europa. C’è questo rischio, con l’ingresso di cento milioni di turchi e della più numerosa rappresentanza al Parlamento europeo. Ma il rischio più grave è proprio quello di ridurre anche questo dibattito alla divisione fra bene e male, fra Occidente e Islam.

La Turchia – come l’Albania, la Bosnia e le grandi comunità musulmane che vivono in Europa (Berlino è la più grande città «turca» dopo Istanbul) – rappresenta quella parte di Islam che l’Europa può contenere, in una logica di tolleranza e laicità che tende a includere e non a escludere le popolazioni in maggioranza secolarizzate. La teoria dello scontro di civiltà tende a considerare l’Islam come un monoblocco, o al massimo a distinguere fra Islam moderato e Islam fondamentalista, con le sue derive terroristiche.

Altra cosa, e più serio argomento di riflessione, è la questione turca in rapporto alle ambizioni di potenza politica e militare integrata, all’ideale federalista dei padri fondatori, alla tendenza attuale di una grande zona di libero scambio dotata di poteri centrali limitati e regolatori. C’è chi sostiene, come l’economista e storico Nicolas Baverez, che l’Europa senza la Turchia resta un fine, mentre l’Europa con la Turchia diventerebbe un mezzo. In altre parole, l’ingresso della Turchia, allargando a dismisura i confini, arrivando alle porte dell’Asia centrale e aprendo inevitabilmente quelle del Maghreb, diluirebbe di molto il progetto originario e la disponibilità degli Stati nazionali a sostenere l’interesse comunitario. Ma non è questa la sede per riaprire il dibattito. Qui interessa richiamare i condizionamenti in buona parte fuorvianti di cui è stato permeato. Una Babele di pregiudizi e preoccupazioni, anche legittime. Comunque una Babele molto poco laica.

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