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Antonio Giolitti, un intellettuale illuminista

Written by Luciano Cafagna Monday, 03 January 2005 02:00 Print

In quello splendido libro di ricordi e riflessioni che è «Lettere a Marta», Antonio Giolitti anticipò singolarmente una sua soluzione del problema delle «radici storiche» dell’Europa, quel problema che è stato di recente oggetto di vivaci polemiche in occasione della stesura del preambolo al Trattato costituzionale europeo. Si tratta delle pagine finali delle «Lettere a Marta», proiettate verso il futuro (tutto il libro lo è, e non a caso è dedicato alla giovane nipote, simbolo, appunto, di futuro). In quelle pagine Antonio Giolitti ammonisce che «la politica riformatrice», sostanza del moto europeo, ha bisogno soprattutto di «idee».

 

In quello splendido libro di ricordi e riflessioni che è «Lettere a Marta»,1 Antonio Giolitti anticipò singolarmente una sua soluzione del problema delle «radici storiche» dell’Europa, quel problema che è stato di recente oggetto di vivaci polemiche in occasione della stesura del preambolo al Trattato costituzionale europeo. Si tratta delle pagine finali delle «Lettere a Marta», proiettate verso il futuro (tutto il libro lo è, e non a caso è dedicato alla giovane nipote, simbolo, appunto, di futuro). In quelle pagine Antonio Giolitti ammonisce che «la politica riformatrice», sostanza del moto europeo, ha bisogno soprattutto di «idee». E ricorda che le origini dell’Europa dei nostri giorni, la linfa vitale che la sospinge verso il futuro, stanno nelle idee: sono le idee dell’illuminismo che hanno contribuito a formare l’identità europea. «Mi riferisco – dice Giolitti – alle idee del Settecento riformatore, di cui ha scritto la storia Franco Venturi nella sua opera monumentale». Quell’opera monumentale – egli aggiunge – «dovrebbe essere un basic book per gli europeisti».

L’idea che del riformismo ha sempre avuto Giolitti è, in effetti, una idea illuministica. E Giolitti stesso è un illuminista. In una lettera a Vittorio Foa dell’agosto 1981 scriveva di sé: «Sono sempre quell’intellettuale che si è trovato suo malgrado a far politica per colpa della Resistenza».2 Riecheggiano in queste righe le parole dell’indimenticabile ultima lettera di Giaime Pintor: «senza la guerra» (e qui Pintor con la parola «guerra» intendeva l’intero enorme rivolgimento che aveva toccato, nel giro di un paio d’anni, animi e convinzioni di milioni di italiani) sarei rimasto uno studioso di Rilke…

La parola «illuminismo», spesso usata in senso limitativo, va in effetti oggi radicalmente rivalutata. La lettura limitativa di quella parola, se da un lato è sempre stata propria del più vieto vivere alla giornata, in politica e in ogni altro tipo di azione, dall’altra è stata pur propria di quella singolare forma di pragmatismo tattico e di utopismo che ha caratterizzato la sinistra dell’età del comunismo. La produzione di idee, nel clima culturale dell’età del comunismo, era in effetti considerata inutile, deviante e presuntuosa, perché tanto le idee c’erano già tutte. Qualcuno le aveva formulate, a immagine e somiglianza delle «masse». E le «masse», incarnandole, quelle idee le inceravano, verificavano e legittimavano al tempo stesso. Qualcosa di non tanto dissimile, insomma, dal modo in cui un certo tipo di clericalismo tende a stabilire un equivoco rapporto fra la religiosità fresca e profonda delle masse dei credenti e la validità dei dogmi teologici e non teologici che vengono fissati dalle gerarchie ecclesiastiche. Quel che viene strozzato, appunto, in questo genere di rapporto, sono le «idee». E sono le élite: un qualcosa che non deve essere confuso con le militaresche, o burocratiche, gerarchie.

Le pagine finali di «Lettere a Marta» sono di uno straordinario interesse, perché sfondano esplicitamente lo strumentale (pseudodemocratico perché invece clericale e gerarchico) mito delle «masse» ed esprimono drammaticamente la contraddizione che ferì gravemente la Resistenza, imbrigliandone la forza vitale, che era fatta di cultura e di idee.

Il problema, in realtà, non è drasticamente semplificabile, e tutta la vita di Antonio Giolitti ne è stata attraversata: minoranze illuminate senza seguito sono indubbiamente condannate al rischio di sterilità. Ma limitarsi a questo significa ripetere la stessa logica dei grandi classici del conservatorismo post-rivoluzionario e restaurazionale, per i quali – fossero credenti o meno – la religione era necessaria, comunque, a mantenere quell’ordine sociale, senza il quale la società stessa sarebbe impossibile. Ma l’equivoco sull’illuminismo è sostanzialmente questo: l’illuminismo non serve a illuminare se stesso, ma gli altri. L’illuminismo è un frutto dell’età rivoluzionaria della comunicazione.

«Le idee, anche quelle che hanno acceso le grandi rivoluzioni e ancor oggi sono prodotte dalle élite, non dalle masse» conclude Giolitti.3 (Del resto, lo diceva anche Lenin, in un testo che fu spesso imbarazzante per i comunisti). Dal tempo dell’illuminismo sono cambiati, e parecchio, i modi della loro diffusione. Ma la rivoluzione della comunicazione contiene, come ogni forma di progresso tecnico, le sue insidie. Badiamo bene: l’illuminismo è comunicazione di luce per leggere con i propri occhi – si potrebbe dire con una metafora – cioè perché ciascuno possa farsi luce e leggere per suo conto, per farsi individuo e non molecola di massa. Giolitti è esplicito in questo suo ritrovamento dell’individualismo (liberale?). Egli postula «un processo di diffusione della cultura tra le “masse” affinché vi si formino degli individui: vale a dire un processo di educazione delle “masse” alla cultura e perciò di “demassificazione”».

L’intellettuale sparato dalla Resistenza nella politica ha vissuto l’esperienza totalitaria dell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Ha vissuto l’uso strumentale del concetto di «massa» per la creazione di macchine dispotiche di dominio politico. Osserva oggi con preoccupazione – che vorrei dire tocquevilliana (anche se Tocqueville non sembra essere una delle letture preferite di Giolitti, che pur sono davvero tante e ben scelte) – i pericoli della «democrazia di massa» e della omologante (come si dice oggi) «tirannia della maggioranza». Vede bene come, anche in questo contesto non totalitario, e invece democratico, vi siano possibilità di uso prevaricatorio, vuoi commerciale vuoi politico, della rivoluzione comunicazionale. Questi pericoli oggi sono in tanti a lamentarli. Ma c’è chi li presenta quasi come portato inesorabile del progresso tecnico e sottintende che si stava meglio senza. Oppure chi, parimenti ma in seno opposto, considera inevitabile la caratteristica di potere dei mezzi di comunicazione e li vorrebbe solo dominati da un «potere buono».

Il messaggio di Antonio Giolitti è, invece, un messaggio «illuministico», di battaglia di élite per la diffusione della cultura. È una battaglia che egli propone, per andare avanti, non per tornare indietro, né per rimettere tutto nelle mani di un nuovo e migliore tiranno. C’è un soggetto, nel ragionamento giolittiano, ed è una élite combattiva, non schiava di miti e utopie, ma solo della convinzione della bontà della cultura che si diffonde, della forza dei «lumi». È una utopia? No, come non lo è l’opera dei missionari e dei volontari in terra di miseria e malattia: in condizioni però, qui da noi e nel nostro caso, parecchio più facili.

Aleggia in tutto il libro di riflessioni e memorie di questo politico creato malgré lui dalla Resistenza – lo si sarà capito – il mito del «partito d’azione». Giolitti non fu mai nel partito d’azione: scelse quella via del collegamento «a priori » con le masse di cui ho parlato prima. Ma ben presto si rese conto che lo spirito della Resistenza stava nelle idee e che il circuito virtuoso fra idee e «masse» era stato bruciato. Senza dirlo, e forse senza saperlo subito, diventò, in ritardo, l’azionista che in realtà era sempre stato. E il suo messaggio del 1992 è un messaggio per il ritorno della sinistra al fervido azioniamo dei resistenziali, al loro bisogno di idee per l’Italia: per la costruzione di una soggettività che non può più essere riconosciuta da «masse» ormai cresciute, nell’inganno della utopia. Ma vuole idee, vuole illuminismo. Chissà, potrebbe volere proprio – accanto agli stadi e alle discoteche che già ci sono – una grande politica della cultura, dagli asili ai maxilaboratori della ricerca, fino a una diaspora nelle case di schermi «illuministici» (non ci vengano a raccontare che Piero Angela non fa audience).

 


Bibliografia

1 A.Giolitti, Lettere a Marta, Il Mulino, Bologna 1992.

2 Ivi, p. 207.

3 Ivi, p. 243.

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