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I novant'anni di Antonio Giolitti, lungimirante e impolitico

Written by Giuliano Amato Monday, 03 January 2005 02:00 Print

Il tratto umano e la ricchezza culturale della personalità di Antonio Giolitti mi hanno accompagnato quasi ininterrottamente lungo gli oltre cinquant’anni della mia vita di adulto. Ne avevo poco più di diciotto quando mi iscrissi al PSI e a farmi decidere (ci pensavo da tempo) fu la rottura del patto d’unità d’azione con i comunisti dopo i fatti d’Ungheria. Giolitti allora non lo conoscevo, ma fu largamente lui a contribuire alla mia decisione, con la fermezza e la limpidezza delle posizioni che espresse nel motivare la sua uscita dal PCI, legittimando l’autonomia socialista come veicolo degli ideali che professava e nei quali mi riconoscevo io stesso.

 

Il tratto umano e la ricchezza culturale della personalità di Antonio Giolitti mi hanno accompagnato quasi ininterrottamente lungo gli oltre cinquant’anni della mia vita di adulto. Ne avevo poco più di diciotto quando mi iscrissi al PSI e a farmi decidere (ci pensavo da tempo) fu la rottura del patto d’unità d’azione con i comunisti dopo i fatti d’Ungheria. Giolitti allora non lo conoscevo, ma fu largamente lui a contribuire alla mia decisione, con la fermezza e la limpidezza delle posizioni che espresse nel motivare la sua uscita dal PCI, legittimando l’autonomia socialista come veicolo degli ideali che professava e nei quali mi riconoscevo io stesso.

Lo conobbi poco dopo, in circostanze che non riguardavano direttamente la politica. E rimasi sorpreso e colpito dalla sua attenzione e gentilezza verso un giovane sconosciuto, come io ero allora per lui. Era il 1958, io mi stavo addentrando nella mia tesi di laurea sui partiti politici e da Pisa pensai di scrivere a lui perché rispondesse alle mie domande e mi aiutasse a trovare materiali di prima mano. Mi rispose, mi dette un appuntamento a Roma, passò ore con me e mi aprì le porte di biblioteche (a partire da quella della Camera) a cui da solo non avrei mai avuto accesso. Era chiaro, e mi fu chiaro sempre di più con il passare degli anni, che stavo conoscendo una persona nella quale la forza della cultura, e il disincanto che essa porta necessariamente con sé, si fondeva con la passione politica e la rendeva ragionante, mai bassamente partigiana, incapace di barare. Non erano rari, in quegli anni, i politici colti, gli intellettuali della politica. Ma Giolitti lo era di più, tanto che anni dopo avrebbe lui stesso confessato di sentirsi più intellettuale che politico e costretto dalla politica ad andare oltre la sua natura. Una natura, fra l’altro, gentile, come sperimentai in quel primo contatto da studente; e anche questo in politica lo deve aver messo più volte a disagio.

Ci ritrovammo successivamente in occasioni create appunto dalla politica (fra l’altro, accettò un invito a Lucca che gli feci io stesso a nome della Federazione socialista). E poi, alla metà degli anni Sessanta, dopo il mio trasferimento a Roma, venni cooptato nel gruppo che lui aveva creato attorno a sé al ministero del bilancio e che aveva come punta di diamante Giorgio Ruffolo, con Luciano Cafagna, Giuseppe Carbone, Federico Coen, Manin Carabba, Ettore Carettoni, Giancarlo D’Alessandro, Massimo Guerrieri, Aldo Li Castri, Giorgio Li Puma. Quando venni cooptato, per la verità, lui già aveva lasciato il governo (nel quale era prevalsa, contro di lui, la cosiddetta linea Carli-Colombo) e al suo posto era subentrato Giovanni Pieraccini. Ma buona parte di quel gruppo era rimasto al ministero e con lui il gruppo nella sua interezza manteneva i contatti. In quel periodo Giolitti era e rimaneva l’uomo che si era opposto a una politica economica che riteneva recessiva e ingiusta. Ma tutto era fuorché un demagogo di sinistra, e ben consapevole che, se a tanto si era arrivati, lo si doveva anche e in primo luogo al rifiuto che da sinistra, e dalla CGIL di allora, era venuto contro una politica che oggi definiremmo concertata in sede di programmazione. Nato alla politica nel PCI, aveva fatto sua più di tanti altri la lezione di Turati. E sapeva che i successi della destra passano molto spesso dai varchi aperti dagli errori della sinistra.

Da quegli anni il nostro sodalizio non fece che stringersi. Fummo insieme quando tornò al governo, sempre al bilancio, agli inizi degli anni Settanta (ero suo consigliere giuridico e lavoravo in una stanzetta accanto alla sua). Fummo insieme nella piccola corrente che si costituì intorno a lui nel partito e quindi nel piccolo ufficio che mettemmo su in Piazza Nicosia. Fummo insieme nella battaglia che, dopo il Midas, lo vide come contro-candidato in opposizione al segretario neo-eletto Bettino Craxi. La battaglia si svolse nel Comitato centrale, e la perdemmo. E mai come in quell’occasione provai tanto affetto per Antonio. Ero io che andavo a prenderlo in macchina a casa per portarlo all’Eur, dove si svolgevano i lavori. E fui io che colsi nel suo viso e nei suoi cenni la consapevolezza dell’intellettuale di essere spinto da una oggettiva responsabilità in una battaglia nella quale occorrevano anche armi che non aveva; ma nella quale doveva esporsi comunque.

Ne vivemmo altre di esperienze comuni, compresa quella che lo vide sfiorare il Quirinale nel 1978, quando poi la scelta finale cadde su Sandro Pertini. E più tardi mi volle ancora una volta al suo fianco nella sua ultima e prolungata esperienza istituzionale, quella di commissario europeo per le politiche regionali, nel corso della quale fui suo consigliere speciale. Ma da quando io deposi le armi contro Craxi, dissi in pieno Comitato centrale che era meglio «prenderlo per le corna» e accettarlo e mi misi quindi a lavorare lealmente con lui, i nostri rapporti si diradarono e divennero a lungo silenti. Antonio capiva bene il valore aggiunto che Craxi stava portando all’autonomia socialista: il radicamento europeo del partito, la scelta dei modelli di governo delle socialdemocrazie, la scelta dell’alternanza. Erano esattamente le cose che noi stessi avevamo predicato per anni. Ma c’era troppa distanza fra gli stili di vita dei due uomini perché Antonio non se ne sentisse distante e non si sentisse tenuto a distanza. In più, col passare degli anni anche le scelte politiche presero a divaricarsi e Antonio ebbe il coraggio – perché di coraggio si trattò – di lasciare il PSI e di riavvicinarsi da indipendente al suo ex-partito.

È chiaro che egli non condivise mai la mia scelta. Eppure la rispettò e continuò a volermi bene, a fidarsi di me. E questa la considero oggi la prova forse più alta della sua amicizia e della sua nobiltà d’animo. Non soltanto perché penso, e ho sempre pensato provando molte delusioni, che i rapporti personali debbono resistere alla diversità delle scelte politiche. Ma perché penso altresì, e ho sempre pensato, che la lealtà verso il proprio partito ben può coesistere con la lealtà verso il gruppo di cui si fa parte nello stesso partito; e che lavorare con altri, oltre che con gli esponenti del proprio gruppo, è prova di una tale lealtà, non è prova di tradimenti. Ma questo pochissimi leader politici sono capaci di capirlo e disposti ad ammetterlo. E Antonio è dunque uno di questi pochissimi.

Detto questo, devo anche aggiungere che le critiche che egli prese a formulare nella seconda metà degli anni Ottanta su quanto nel PSI stavamo facendo furono critiche giuste. Le enunciò in diverse occasioni e insieme a Vittorio Foa curò un volumetto, «La questione socialista», pubblicato da Einaudi nel 1987, nel quale insieme a tanti altri mise il dito sul ritardo che stavamo accumulando rispetto a un percorso storico ormai avanzato e che poi – ma allora certo non lo sapeva neanche lui – avremmo pagato con il cataclisma che travolse il partito nei primi anni Novanta. Giolitti non era tenero con il PCI e ad esso, non alla conventio ad excludendum, imputava la sua esclusione dal governo, se non nelle forme blindate dell’unità nazionale, dell’emergenza nazionale o dei compromessi storici. Ma il  tempo era giunto – egli scriveva – perché anche il PSI siponesse il problema della «reinvenzione» della sinistra e della sua stessa uscita da un’ambiguità che era stata felice anni prima, quando aveva assicurato la governabilità promettendo di costruire una alternativa futura, ma che stava ormai diventando chiusura senza orizzonti entro i confini del pentapartito. Era convinto – e lo diceva – che il PCI da solo non fosse in grado di reinventarla la sinistra e che l’impulso del PSI fosse essenziale.

Aveva ragione. Ed ex post quella diagnosi è stata ripresa da molti, l’ho ripresa anch’io. Tutta la nostra storia sarebbe stata diversa, anche quella di oggi, anche le vicende della FED e della GAD, se ci fossimo mossi per tempo. Non trovammo il coraggio di farlo. O forse la rete di cui ci eravamo circondati nel corso degli anni fu più forte di noi.

L’impolitico Giolitti, l’intellettuale Giolitti si rivela così, nei tardi anni Ottanta, non meno lungimirante di quanto lo era stato negli anni Cinquanta, quando aveva indicato al PCI un corso ineludibile della storia che il PCI non fu in grado di seguire. Per questo avrebbe meritato, nel suo cursus honorum, quei posti più alti che gli sono stati invece negati. Ma forse è proprio per questo che li ha potuti soltanto sfiorare. Al punto a cui è giunto della sua bellissima vita, non ha tuttavia ragione di rammaricarsene. Conta di più aver capito più e prima degli altri. E aver saputo cogliere, offrendolo a chi fosse in grado di avvalersene, il senso della storia.

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