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La solitudine del riformista. A proposito di Federico Caffè

Written by Giuseppe Abbracciavento Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Partecipando nel giugno 1930 a una conferenza madrilena, John Maynard Keynes tenne una relazione opportunamente titolata «Conseguenze economiche per i nostri nipoti». In essa l’economista di Cambridge metteva in guardia dalle forme di pessimismo economico che attanagliavano le società capitalistiche post-1929, e in un passo divenuto famoso aggiungeva: «Voglio affermare che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari, i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti».

 

Partecipando nel giugno 1930 a una conferenza madrilena, John Maynard Keynes tenne una relazione opportunamente titolata «Conseguenze economiche per i nostri nipoti». In essa l’economista di Cambridge metteva in guardia dalle forme di pessimismo economico che attanagliavano le società capitalistiche post-1929, e in un passo divenuto famoso aggiungeva: «Voglio affermare che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari, i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti».1

La corrispondenza del passo di Keynes con l’articolo di Federico Caffè che qui si presenta è eccezionale, ma non è il caso di stupirsene più di tanto. Keynes fu, infatti, una fonte inesauribile di ispirazione per Caffè: la sua eredità non si esaurì mai nella rigidità immobile di un sistema codificato di regole, ma trovò nella ricerca continua del miglioramento sociale la sua linfa vitale.

Chi è, dunque, il riformista secondo Caffè? Il riformista, per vocazione, rifiuta ogni facile lettura che promette felicità a buon mercato, rifugge l’astrattezza di vacui e sterili «libri dei sogni», richiama ciascuno all’hic et nunc della concretezza; e sa, per averlo sperimentato sulla propria pelle, che il riformista è solo. Attaccato, in uguale misura ma per opposte ragioni, da destra e da sinistra, egli deve armarsi di una dose suppletiva di coraggio e determinazione se vuole riuscire nei suoi obiettivi. Deriso da chi non vuole che niente cambi e sbeffeggiato, invece, da chi ritiene che non vi sia niente da salvare, al riformista si chiede lo sguardo lungo e la chiarezza d’intenti di chi non è disposto a farsi travolgere dal conformismo prevalente, ma lotta per fare breccia nel muro dell’ortodossia. Federico Caffè fu, per dirla con Keynes, un economista «eterodosso» e «disubbidiente», riformista coraggioso e appassionato in un’Italia attratta da falsi miti e protesa verso inconsulte suggestioni. Ma fu anche un economista «solo». Tanto più solo e inascoltato quanto più violento si andò facendo negli anni Ottanta il clima di scontro frontale nel paese, culminato nella battaglia sul decreto di San Valentino. Le lancinanti tensioni politiche e sociali che percorrevano il paese da Nord a Sud consentivano spazi di manovra troppo stretti per una riflessione pacata e razionale come poteva essere quella di Federico Caffè. Il terrorismo brigatista poi (che colpì, tra gli altri, anche Ezio Tarantelli, uno dei suoi allievi più cari) segnò il tramonto di ogni speranza di poter tirare il paese fuori dai suoi avvitamenti involutivi.

Caffè, ordinario di Politica economica a Roma, già capogabinetto di Meuccio Ruini al ministero per la ricostruzione, vicino al gruppo di «Giustizia e Libertà» negli anni della clandestinità, è stato una delle voci più libere e autentiche di un riformismo progressista vissuto senza reticenze o subalternità. Gli anni che lo vedono collaboratore del «Manifesto» e di numerose altre testate («Il Mondo», «Rinascita», «Micromega», «L’Ora», «L’Espresso», «Sinistra 78») sono anni cruciali per l’economia e la società mondiale e italiana: dagli shock petroliferi al consolidamento delle politiche neoliberiste, dalla crisi del modello socialdemocratico agli attacchi violenti al welfare State, dai mutamenti della sinistra all’emergere dei primi fenomeni terroristici, dal punto unico di contingenza all’assenza di una politica economica «alternativa», non vi è argomento che non vede Caffè impegnato in un’appassionata attività di divulgazione, fiducioso che l’esercizio di un’attività critica responsabile possa aiutare i responsabili delle politiche economiche a un uso razionale delle risorse. Ognuno di questi temi costituisce nell’analisi di Caffè la trama e l’ordito di un percorso rigoroso di riflessione mai banale e diffidente verso ogni approssimazione culturale, capace di offrire strumenti e idee da opporre alle debolezze e ai conformismi della politica italiana del tempo.

In questo tracciato, così intriso di passione civile non meno che di rigore scientifico, il riformismo di Caffè si propone all’attenzione insieme come metodo e come contenuto. Come metodo, in quanto antidoto contro ogni forma di dogmatismo paralizzante sulla via della conoscenza e dell’elaborazione delle idee. Come dottrina, in quanto sistema di valori e politiche praticabili idonee a costruire una via per il futuro.

Nella visione riformista di Caffè i due aspetti si saldano al profondo nel tentativo di affermare e far prevalere non un progetto utopico irragionevole e irrealizzabile, ma una concreta utopia del possibile che parta dal superamento delle strettoie del presente. Contro le «sofisticate sterilità» della scienza economica, le retoriche mitizzanti delle varie «mani invisibili», contro le occasioni mancate della politica economica come costanti della storia italiana, i provincialismi culturali della classe politica, contro le improbabili «magie» del mercato, Caffè oppone una concreta pratica riformista per un capitalismo finalmente maturo, permeata dalla fiduciosa convinzione che alla fine, come sosteneva Keynes, saranno le idee a prevalere sugli interessi.

In questo contesto, la difesa appassionata dei principi fondanti dello Stato del benessere, la riproposizione accorata di un umanesimo del welfare come condizione essenziale per l’esercizio attivo dei diritti di cittadinanza, diventano l’effettivo spartiacque tra un riformismo davvero capace di progettare soluzioni che attenuino disuguaglianze sociali, privilegi, nuove e vecchie povertà e un malinteso «modernismo» che in nome dell’efficienza economica cede all’esaltazione acritica, e spesso ingenua, dei valori del mercato, delle privatizzazioni risanatrici e delle deregulations efficientiste.

Gran parte della filosofia economica e sociale di Caffè proviene in linea diretta dall’eredità intellettuale del riformismo anglosassone del secondo dopoguerra, che in grandi economisti come Sidgwick, Marshall, Pigou, Beveridge trovò i cantori di una moderna cultura del welfare State poco disposta a lasciarsi irretire dalle persuasioni retoriche dello «Stato minimo».

Le conclusioni del famoso «Piano Beveridge» («se la piena occupazione non viene conquistata e mantenuta, le libertà non saranno sicure, perché per molti esse non avranno abbastanza valore»),2 che legavano indissolubilmente l’orizzonte delle libertà politiche al raggiungimento dell’obiettivo di una piena occupazione, ritornano con insistenza nella riflessione teorica di Caffè: la realizzazione di una effettiva eguaglianza nelle condizioni di partenza, l’affermazione senza reticenze delle ragioni di una reale giustizia sociale, l’eliminazione di ogni ostacolo al raggiungimento di una vera dignità del lavoro percorrono, infatti, come una spina dorsale una riflessione portata a privilegiare più le ragioni degli uomini e dei suoi bisogni piuttosto che quelle dei numeri e dei bilanci.

Dello Stato del benessere Caffè conosceva i possibili abusi e le evidenti inefficienze, e da queste metteva in guardia. Tuttavia, riteneva inaccettabile che le critiche si concentrassero sull’idea di Stato sociale in sé, sull’idea di solidarietà che sostanziava tutto l’apparato del welfare invece che sulle sue deformazioni. Il riformismo lucido e coraggioso di Caffè vive, dunque, della difesa strenua della necessità dell’intervento pubblico nelle vicende economiche e della condanna delle presunte virtù vivificatrici del mercato lasciato a se stesso e ai suoi animal spirits. Negli anni del liberismo selvaggio e dell’edonismo reaganiano, dei primi fenomeni speculativi di borsa e delle collusioni tra politica e malaffare, Caffè fu il portatore sano di una «eresia» riformistica che non voleva essere la panacea di tutti i mali, ma il tentativo di offrire un punto di vista alternativo che incarnasse un bisogno forte di Stato, di rigore, di direzione.

Con Caffè il riformismo italiano conosce un nuovo modo di ragionare, laico, concreto, anglosassone, attento a non arenarsi in improbabili libri dei sogni, ma concentrato interamente sulle cose che si possono e si debbono fare subito. Sgombrato il campo da ogni ambiguità semantica, il riformismo di Caffè è un invito alle forze progressiste a rinunciare all’abitudine di «agire di rimessa» e al recupero di un’identità forte, un richiamo all’elaborazione di alternative aggreganti fondate su un solidarismo penetrante e non di facciata, un’invocazione a darsi obiettivi chiari e precisi evitando programmi tanto vasti da risultare, alla fine, vaghi e generici.

Di fronte a una ideologia liberista e conservatrice, dalla fisionomia ben definita e teoricamente agguerrita (vedi, da ultimo, le elezioni presidenziali americane), la ripresa dei temi di Caffè (le disuguaglianze sociali, la solidarietà, l’urgenza della giustizia, la dignità del lavoro, l’umiliazione della disoccupazione) possono ancora oggi aiutare a risolvere le reticenze e i tentennamenti di un riformismo che appare talvolta poco sicuro delle sue ragioni e della sua identità.

La rievocazione del ruolo irrinunciabile di quel tanto di Stato sociale «che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale» forse può sembrare, come pure avvertiva Caffè, poco «vendibile sul mercato delle idee correnti», ma è, al contrario, essenziale nell’imprimere il senso, la direzione e il movimento di un progressismo riformatore che non abdichi alla sua più profonda autenticità e identità. Per dirla con Caffè, «ogni auspicabile guadagno di efficienza richiede (...) una riaffermazione senza equivoci dei principi sui quali si fonda lo Stato del benessere. Non la sua crisi ci porta, oggi, a considerare gli indici di malessere, ma il fatto di aver sempre trovato argomenti per non realizzare in pieno una garanzia valida del benessere sociale, o per ridimensionare quel tanto che era stato faticosamente ottenuto. Una nuova epoca di scelte si apre: ma essa non può comportare opportunistici arretramenti, bensì ferma fedeltà agli ideali del progressismo riformatore; siano essi o meno “vendibili” sul mercato delle idee correnti».3

Il riformista sa che per tutto questo c’è un prezzo altissimo da pagare, e le circostanze mai chiarite della scomparsa di Caffè4 forse possono restituirci l’intensità, autentica e tragica insieme, dell’isolamento che ne può derivare. Ma solitudine o incomprensione che sia, rifiutare le insocievoli spinte al particolare, sfuggire ai comodi conformismi, ribadire le ragioni della razionalità e dell’impegno è un compito meno gravoso sino a quando si è sorretti nella propria azione dall’inesauribile fiducia che alla fine saranno le idee a prevalere sugli interessi costituiti.

 

Federico Caffè, La solitudine del riformista

Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematica mente distrugge. È agevole contrapporgli che, sin quando non cambi il «sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che: «Vi sono due modi di amare la libertà; (...) Vi è il modo nostro: amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (...) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato per la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».5

Più che essere colpito dagli strali del retoricume neo-liberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di uscire dal «sistema». Egli è, tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare alla sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di doversi occupare di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.

Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose: «Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente, (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie facciano presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».6

Caffè, La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri, Torino 1990.7

 

Chi è Federico Caffè?

Federico Caffè (Pescara, 1914) iniziò la sua carriera di economista presso l’Ufficio Studi della Banca d’Italia per poi divenire ordinario di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza, dove costituì un’importante scuola di sudi economici di ispirazione neo-keynesiana. Autore di numerosi studi teorici e commentatore attento delle principali vicende economiche e politiche italiane da posizioni di sinistra, il suo pensiero si connotò per un convinto sostegno ai principi dello Stato sociale. È scomparso in circostanze misteriose dalla sua abitazione romana nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987. Valgano per lui le celebri parole di Alfred Marshall: «E se l’appassionarsi allo studio dell’economia consistesse nella speranza che la povertà e l’ignoranza possano essere gradualmente eliminate?»

 

Bibliografia

1 J. M. Keynes, La fine del laissez-faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 58.

2 W. Beveridge, Il pieno impiego in una società libera, Einaudi, Torino 1946.

3 F. Caffè, L’assistenza negata, in «Rinascita», 13 luglio 1985.

4 Caffè è misteriosamente scomparso dalla sua abitazione romana di via Cadlolo nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987. Di lui non si è saputo più nulla. La sua complessa, appassionante vicenda personale e professionale è stata descritta con passione e rigore da Ermanno Rea nel bel libro L’ultima lezione, Einaudi, Torino 1992.

5 F. Ferrara, Discorsi e documenti parlamentari (1867-1875), in Caffè (a cura di), Opere complete, IX, Bancaria editrice, Roma 1972, p. 307.

6 Keynes, Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, UTET, Torino 1953, p. 340.

7 Il testo raccoglie alcuni degli articoli più significativi dell’attività pubblicistica di Federico Caffè. Originariamente in: «Il Manifesto», 29 gennaio 1982.

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