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PSI-PCI: l'ultimo duello

Written by Umberto Ranieri Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Bettino Craxi diventa segretario nel luglio del 1976 di un Partito socialista in crisi profonda. È un socialista di ferme convinzioni autonomiste. Fra i pochi, osserva Cafagna, che si erano sottratti alle molteplici peregrinazioni opportunistiche tra le correnti che caratterizzarono la decadenza socialista dopo l’insuccesso del tentativo nenniano. Giunge alla testa del partito «perché la nuova maggioranza di quei giovani che avevano imposto il ricambio generazionale lo riteneva scarsamente pericoloso, visti i pochi voti di cui disponeva».

 

Bettino Craxi diventa segretario nel luglio del 1976 di un Partito socialista in crisi profonda. È un socialista di ferme convinzioni autonomiste. Fra i pochi, osserva Cafagna, che si erano sottratti alle molteplici peregrinazioni opportunistiche tra le correnti che caratterizzarono la decadenza socialista dopo l’insuccesso del tentativo nenniano. Giunge alla testa del partito «perché la nuova maggioranza di quei giovani che avevano imposto il ricambio generazionale lo riteneva scarsamente pericoloso, visti i pochi voti di cui disponeva». Nessuno, in quella estate del 1976, nel gruppo dirigente del PCI, ritiene che la segreteria Craxi segnerà una nuova fase nella vita del socialismo italiano. Egli ha ottenuto la leadership interpretando l’aspirazione del partito alla riconquista dell’autonomia politica e culturale e alla ripresa del ruolo strategico che era andato perduto nelle paludi del centrosinistra.

Al Midas seguiranno gli anni del primum vivere, in cui il PSI cercherà di farsi strada tra le due «superpotenze» della politica italiana, nel tentativo di reagire a una prassi di rassegnata e talora persino teorizzata subalternità. Verrà definita politica corsara. In realtà fu qualcosa di diverso.

Facendo leva sul lavoro del gruppo di intellettuali che si raccoglie intorno a MondOperaio, diretto da Federico Coen, Bettino Craxi farà del confronto sul profilo ideale della sinistra il terreno su cui condurre la nuova battaglia autonomista. E sarà quel Partito socialista a porre, a cavallo degli anni Ottanta, la questione reale dello svecchiamento della cultura, dei programmi e del linguaggio della sinistra. Craxi apre il fronte del revisionismo: l’autonomia culturale che i socialisti rivendicano ha la propria ascendenza ideale nel socialismo liberale. Il confronto a sinistra non avviene sui mezzi, ma sui fini; non ha a che fare con un problema di metodo, ma di sostanza. La battaglia culturale liberalsocialista condotta da MondOperaio tra il 1978 e il 1982 segna un punto di non ritorno per l’evoluzione e la modernizzazione della sinistra italiana. Una stagione che può essere racchiusa in due eventi: il «Progetto socialista» del 1978, cui lavorano Amato e Ruffolo, e la Conferenza programmatica di Rimini del 1982, che riprenderà la formula dell’eguaglianza delle opportunità che era stata della Società Fabiana e del Labour Party, e che anticipa nei fatti il dibattito sulla riforma del welfare degli anni Novanta. Con la direzione di Coen, MondOperaio costituirà un centro di attrazione notevole di energie intellettuali intorno all’idea di un riformismo da «sinistra di governo». Polemiche come quelle avviate da Bobbio sul marxismo e lo Stato, o come quelle successive su Gramsci e l’egemonia, sul togliattismo e la democrazia conflittuale, sullo statalismo e la politica dei redditi, lasceranno un segno nella storia della sinistra.

La risposta che la cultura comunista oppose alla sfida apparve inadeguata. Essa si arroccò nella retorica difesa di un antiriformismo scolastico e anchilosato. Enrico Berlinguer liquidò con sufficienza la discussione come «roba da professori che non hanno letto neppure un rigo di Marx». Da parte di alcuni intellettuali comunisti ritornò, nella polemica, una sorta di opposizione tra tradizione socialista e formalismo liberaldemocratico; altri respinsero la critica sui rischi consociativi della politica del PCI insistendo sulla formula di una «ricomposizione unitaria» della società civile, che tradiva la persistenza di un residuo organicistico nel PCI e alimentava sospetti su una effettiva accettazione del pluralismo.

In realtà, osserverà onestamente alcuni anni dopo Biagio De Giovanni, «noi non sapevamo bene cosa obiettare, come muovere al contrattacco (…) e mi parve allora che il PCI subisse una sconfitta culturale».

Nella vicenda del PCI di quegli anni, un capitolo a parte meriterebbe la funzione regressiva, per l’identità e le ambizioni della sinistra italiana, cui assolveranno alcuni intellettuali. Costantemente un passo indietro rispetto ai gruppi dirigenti politici del partito, contrabbanderanno l’ignoranza di ciò che avveniva in Europa con la pretesa di coltivare un caso italiano più avanzato. In un delirio di presuntuosa autosufficienza, si baloccheranno con autentici «raggiri definitori» pur di non fare i conti con la socialdemocrazia.

Alla fine degli anni Settanta, si esaurirà la politica di solidarietà nazionale. Il PSI l’ha vissuta con l’assillo di essere ridotto a forza ininfluente tra DC e PCI. I comunisti, dopo trent’anni di opposizione, si sono misurati concretamente, anche se indirettamente, con il tema del governo e con i compiti e le responsabilità che ne derivano: dal rigore in politica economica e sociale, alla fermezza nella difesa dell’ordine democratico. Hanno ispirato la loro politica, ricorderà Gerardo Chiaromonte, a una visione degli interessi nazionali rispetto alla quale ogni altra considerazione è passata in secondo piano. Sono stati anni in cui è stato possibile, con l’unità d’azione dei sindacati, frenare l’inflazione attraverso una politica dei redditi negoziata. Impresa tutt’altro che semplice. In realtà il governo di solidarietà nazionale dedicherà quasi tutta la sua attenzione a un solo tema, quello del terrorismo. E nel corso della drammatica vicenda del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro si manifesteranno diversi punti di vista tra i due partiti della sinistra. È arduo ancora oggi discernere ragioni e torti nel modo in cui fu affrontata quella vicenda. Anche se, a distanza di tanti anni, la linea adottata appare ancora l’unica possibile. E tuttavia, ripensando alla condotta del PSI in quella fase, emerge in modo indiscutibile che tra i socialisti si manifesterà una più acuta sensibilità all’ascolto delle inquietudini che si vanno diffondendo in ambienti e settori del paese, rispetto a una tendenza forte nel PCI a concepire in termini eccessivamente organicisti l’evoluzione della società italiana.

Ciò del resto susciterà una incomprensione che si accentuerà sempre di più tra la politica e la cultura del PCI e strati giovanili influenzati da domande e bisogni generati dalla rivoluzione nel costume e nelle aspettative da cui è investita l’Italia della fine degli anni Settanta. In ogni caso, con la scomparsa di Aldo Moro il tentativo di incontro tra DC e PCI si conclude. Un ciclo politico si chiude. In realtà, la formula del compromesso storico avrebbe potuto rivelarsi funzionale se fosse stata intesa come premessa per una democrazia compiuta. Il PCI l’ha vissuta in modo diverso. Per i comunisti il compromesso storico è lo sbocco di tutta la storia precedente del partito. La stessa vittoria elettorale del 1975-76 è stata interpretata come qualcosa che veniva da lontano, il risultato di un lungo processo politico. Gerardo Chiaromonte scriverà che quella politica fu intesa da tutti, e dallo stesso Berlinguer, come la continuazione e lo sviluppo della linea di unità democratica e antifascista. E sarà De Giovanni a sostenere, riflettendo su quel passaggio della storia d’Italia, che «in una situazione non togliattiana si seguì una strategia togliattiana, e (…) in quella situazione si vide la massima legittimazione e quasi il successo di quella strategia». Il compromesso storico costituirà il tentativo estremo del PCI di assumere il ruolo di forza di governo senza un ripensamento di fondo del proprio impianto ideologico. E sarà la spia di una difficoltà del PCI ad acquisire una visione della democrazia come dialettica di schieramenti alternativi in un quadro istituzionale comune.

Passeranno quasi due anni dalla rottura della maggioranza di unità nazionale a quando la Direzione del PCI adotterà la linea dell’alternativa. Il 27 novembre del 1980, nel pieno delle tensioni e delle polemiche sui ritardi degli interventi governativi in soccorso delle vittime del terremoto, il PCI decide l’abbandono della linea del compromesso storico e avanza a sua volta, quando i socialisti l’hanno di fatto abbandonata, la proposta dell’alternativa.

In realtà, l’alternativa non nasce dall’idea di un’alternanza tra forze diverse in un contesto istituzionale consolidato. Essa nasce da una lettura pessimistica della società italiana, che si ritiene investita da una crisi storica e dalla denuncia di una questione morale che si configura come una emergenza democratica. Posta in questi termini, l’alternativa sembra risolversi per il PSI nel passaggio dall’egemonia della DC a quella del PCI. La proposta susciterà la netta contrarietà del PSI. Il processo di alternativa andrebbe configurato in termini diversi. Come costruzione di uno schieramento politico articolato, in cui diventi essenziale la capacità di iniziativa autonoma del PSI. Non accadrà.

In realtà, dietro l’arroccamento del PCI – scriverà Roberto Gualtieri – c’è la consapevolezza che un’alternativa di governo avrebbe inevitabilmente richiesto una profonda trasformazione del partito, del suo ruolo, della sua identità. È il rischio che Berlinguer vuole scongiurare. Alla fine del 1981 ha scritto su «Rinascita»: «Per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci (…) fanno diversi». È una contraddizione logica, ma nasce dal convincimento che incombe una crisi del sistema politico e che occorre mantenere la diversità dei comunisti per affrontarla.

Berlinguer ha avvertito il manifestarsi dei segni di un declino e di una corruzione della vita pubblica. E farà di questo tema, con lungimiranza che deve essergli riconosciuta, uno dei motivi dominanti della sua politica negli ultimi anni di vita. Il PCI tuttavia non riuscirà a indicare una strategia politica in grado di dare una risposta praticabile ed efficace al vero problema che è all’origine dei fenomeni di degenerazione della vita pubblica e dell’invadenza dei partiti: un sistema politico da quarant’anni privo di alternanza. E questa sarà la contraddizione drammatica da cui il PCI non riuscirà a venir fuori.

La verità è che fu estranea al pensiero di Berlinguer l’idea di una trasformazione del sistema politico italiano in senso bipolare per consentire un meccanismo di alternanza nella vita del paese. Prevalse la convinzione che fuori dall’assetto politico istituzionale entro cui si era sviluppato nel dopoguerra, il PCI avrebbe rischiato la marginalizzazione. Tale impostazione porterà il PCI a non valutare, come sarebbe stato necessario, la novità che si era prodotta nella vicenda politica italiana agli inizi degli anni Ottanta. La partecipazione del Partito comunista alla maggioranza di governo durante l’esperienza della solidarietà nazionale aveva di fatto provocato la caduta della conventio ad excludendum e ampliato a sinistra l’area della legittimità, sino a farla coincidere, scriverà Giovanni Sabbatucci, con quella della rappresentanza.

Al PCI non si contesta più il diritto a governare. La questione che viene posta riguarda la sua attitudine a farlo. È un fatto enorme. Per governare il PCI non ha più bisogno del permanere di un assetto consociativo. Dipende dalla sua capacità di raccogliere, sulla base di un convincente programma, uno schieramento politico maggioritario. È questa la via per sbloccare la democrazia incompiuta. In realtà, il PCI incontrerà difficoltà che si riveleranno insormontabili ad assumere i caratteri di una forza politica in grado di guidare il processo di formazione di uno schieramento alternativo di governo. Per farlo avrebbe dovuto condurre alle estreme conseguenze la «revisione ideologica» avviata un quarto di secolo prima. Ma il PCI ha sempre preteso di compiere il rinnovamento politico e culturale nel segno della continuità. Ha proceduto secondo una logica cumulativa dove tutto è adattamento e niente è mutamento. In tal modo, sosterrà Lucio Colletti, il nuovo si è aggiunto e sovrapposto al vecchio, lasciandolo sussistere. Il risultato è stato un impasto spesso contraddittorio e fonte di ambiguità. All’impegnativa affermazione, fatta sotto l’incalzare degli avvenimenti polacchi, che si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, si accompagnerà il rilancio della strategia della «Terza via». Mentre si affronta il trauma del distacco dall’URSS, osserverà Massimo Salvatori, Berlinguer sembra dire ai militanti: badate, le critiche all’Est non significano che si diventa socialdemocratici! La preoccupazione di Berlinguer che lo strappo con l’URSS possa essere vissuto come un cedimento è talmente assillante che nel messaggio per il nuovo anno, su «L’Unità» del 31 dicembre del 1981, parlerà di decrepitezza della cultura riformistica, tuonerà contro il fallimento del riformismo che resterebbe per sua natura subalterno al capitalismo e concluderà con un richiamo alle virtù della diversità comunista, in contrasto con i vizi e i mali altrui.

All’origine di questa linea di condotta da parte del PCI agirà una debolezza di cultura politica. Il PCI non sembra percepire la portata delle novità che stanno cambiando il mondo e l’Italia.

Le note e gli appunti di Tonino Tatò, pubblicati da Einaudi, ci restituiscono un universo concettuale in cui a colpire non è tanto la sopravvivenza di mitologie della tradizione comunista, quanto l’emergere di una rappresentazione del mondo che mostra di non cogliere in alcun modo ciò che va maturando. Il capitalismo occidentale sta uscendo dalla lunga crisi degli anni Settanta in forme destinate a mutare le caratteristiche di fondo dell’economia internazionale. La sensazione che si ricava dalla lettura di quelle note è che, dominante, al vertice del partito ci sia una lettura in termini di «degenerazione della società occidentale» della mutazione in atto. In realtà, a non funzionare più è lo schema teorico secondo il quale la sinistra rappresenta le ragioni dello sviluppo e la destra rappresenta invece la stagnazione e la crisi. È lo schema che continua a influenzare l’analisi e le posizioni politiche del PCI. Se esso ha avuto una qualche validità nel passato, oggi – sosterrà Riccardo Terzi – appare del tutto inadatto a interpretare la situazione di paesi capitalistici nei quali le forze conservatrici dimostrano un grande dinamismo e configurano ipotesi di sviluppo possibile e praticabile.

In questa situazione di cambiamenti sociali ed economici occorrerebbe scongiurare il rischio di immobilizzare il partito in una azione sterile di protesta. Viceversa, la spinta al settarismo diventa più forte. Mentre si proclama la prospettiva dell’alternativa, si accentua nel corpo del partito una larghissima diffidenza nei confronti del PSI. In questo clima, del resto, è maturata la bruciante sconfitta alla FIAT dopo trentacinque giorni di lotta e ci si è trovati di fronte al fatto nuovo e dirompente della mobilitazione dei quadri.

Questa linea di condotta da parte del PCI fornirà argomenti al PSI per ritornare alla collaborazione con la DC. Il segretario del PSI ha colto, agli inizi degli anni Ottanta, uno stato d’animo nel paese di cui intende tenere conto. Un bisogno di stabilità, la stanchezza per il terrorismo e per l’addensarsi di tensioni sociali senza sbocchi. Di fronte alla brusca interruzione della politica di solidarietà nazionale operata dal PCI e alla necessità di scongiurare elezioni anticipate, Craxi alza la bandiera della governabilità.

La tattica di Craxi consentirà al PSI di superare quello stato di frustrazione nei rapporti con alleati e avversari di cui aveva dolorosamente sofferto, sia nell’età frontista che in quella del centrosinistra, e tuttavia non rimuoverà la condizione di debolezza elettorale del partito. Partendo da questo dato, che sembra immodificabile, maturerà nel PSI la decisione di rivendicare la guida socialista del governo.

L’avvento della prima presidenza socialista della storia d’Italia, nell’agosto del 1983, cambia la scena e trasforma un bilancio elettoralmente stagnante in un successo politico dal valore storico. La conquista di Palazzo Chigi si carica di aspettative e ambizioni. Craxi appare a molti il leader forte e autorevole che rompe la tradizione di un sistema politico istituzionale strutturalmente affetto, come scrivono i politologi, «da una produzione debole di autorità» e appesantito dalla ricerca continua della mediazione.

Quando il PSI assume la presidenza del Consiglio, il PCI ha di fronte a sé due strade possibili: incalzare Craxi, sfidandolo ad essere conseguente sul terreno delle riforme; oppure far leva sul timore di un decisionismo destabilizzante connaturato alla personalità del segretario socialista. Berlinguer sceglie questa seconda strada, fino a dare all’azione del PCI i caratteri di una «opposizione etica» al craxismo.

In realtà, come il periodo tra il 1978 e il 1982 costituì il punto di non ritorno della crisi culturale del PCI, per la risposta conservatrice che esso diede all’offensiva liberalsocialista, il biennio 1983-84 è quello in cui matura la crisi della politica del PCI, con la sconfitta su due questioni decisive: gli euromissili e la scala mobile. Sulla questione dell’installazione dei missili e della costruzione della base di Comiso, il PCI non terrà conto di proposte di notevole prudenza che verranno da Craxi, quali la cosiddetta «clausola dissolvente» o «l’opzione zero». Andrà così perduta l’occasione di un sostanziale avvicinamento, sul terreno strategico della politica internazionale, tra socialisti e comunisti. Il confronto sulla scala mobile assumerà i caratteri di una lotta senza quartiere. In quegli anni, favorita da una congiuntura internazionale positiva, l’economia italiana comincia a registrare segni di dinamismo, mentre si riduce l’inflazione. Se un limite avrà il governo Craxi, esso sarà l’opposto di quello denunciato dall’opposizione che lo accuserà di liberismo selvaggio. Mentre la conflittualità sociale cadeva, il debito pubblico si avvitava. In quella situazione l’opposizione di sinistra avrebbe dovuto puntare su una grande politica di riduzione del debito, che avviasse le riforme dei meccanismi istituzionali che lo alimentavano, stabilizzasse i conti pubblici, allargasse i margini per un sostegno alla ripresa dell’economia. Una personalità come Giorgio Amendola, non vi è dubbio, avrebbe lanciato la sfida su questo punto. Con la battaglia sulla scala mobile si scelse un’altra strada. Una strada che condurrà alla sconfitta la politica di Berlinguer e caccerà in un vicolo cieco la prospettiva del PCI.

Socialisti e comunisti attraverseranno gli anni Ottanta duellando tra loro. Alla fine, in un groviglio inestricabile di responsabilità, le conseguenze saranno pagate da entrambi i contendenti. La storia del PSI giungerà a un esito traumatico. Il PCI sarà incapace di trarre in modo definitivo le conseguenze delle dure repliche della storia e non sarà in grado di giungere in anticipo sul 1989. Sbagliarono entrambi e molto.

Ai gruppi dirigenti del PCI sfuggirà che il senso più profondo della politica socialista dalla fine degli anni Settanta è consistito in uno sforzo teso a far recuperare al PSI una propria fisionomia originaria e autonoma. Il PSI ha coltivato l’ambizione di diventare punto di riferimento per forze sociali che emergono dalle trasformazioni della società italiana e che potrebbero rivolgersi verso un Partito socialista capace di accentuare una propria capacità di iniziativa rispetto ai due maggiori partiti. Questa ambizione del PSI a non rassegnarsi a un ruolo minore determinerà nuove tensioni all’interno della sinistra e condurrà il PCI ad affermare che è ormai in atto una mutazione genetica del PSI. Un giudizio sommario, che contribuirà a rendere incandescente il clima tra i due partiti.

Mancherà al gruppo dirigente del PCI di quegli anni il coraggio di riconoscere che la sinistra avrebbe potuto governare il paese solo in presenza di un PSI autorevole e capace di una propria originale caratterizzazione.

La verità è che il PCI temette Craxi. Per la prima volta nella sua storia, la sfida non veniva da minoranze velleitarie alla propria sinistra o alla propria destra intorno alla questione dei legami con l’Unione Sovietica. La sfida era di altra portata. In discussione era la capacità del PCI di essere all’altezza del compito di governare il paese. Ai comunisti restava una sola via per affrontare l’offensiva socialista: realizzare una innovazione politica e ideale tale da collocare il PCI esplicitamente nel campo del socialismo democratico. Era possibile una simile svolta in quegli anni? Questa sollecitazione verrà in modo sempre più insistente tra il 1981 e il 1989 dalle componenti riformiste interne al PCI, che considerano ormai esaurite le ragione della divisione intervenuta nel 1921 a Livorno. Ma occorrerà attendere il 1989. Solo il crollo del Muro imporrà la svolta! Ma il tempo perduto sarà enorme.

Probabilmente Enrico Berlinguer avvertì il drammatico dilemma che si stagliava dinnanzi al PCI. Egli si illuse tuttavia di poterlo affrontare senza giungere a una esplicita fuoriuscita dalla tradizione comunista. Ritenne che vi fosse il tempo ed esistessero le basi concettuali per risolvere il problema battendo un’altra strada. La chiamò la terza via. Una via che non avrebbe portato da alcuna parte.

Il PSI, da parte sua, utilizzò la estenuante lentezza del rinnovamento del PCI per ripiegare sulla linea dell’accordo con la destra democristiana, smarrendo quell’equilibrio tra la necessità di garantire il governo del paese e la necessità di lavorare a una prospettiva di alternativa. L’ambiguità da governare di cui aveva parlato Antonio Giolitti.

Bettino Craxi era un uomo di «disegno» tendente a un recupero modernizzante della tradizione socialista o divenne, a un certo momento della sua vita, solo un uomo di potere per il potere? Luciano Cafagna afferma che per la tattica Craxi aveva l’intuito e la prontezza necessari; che le sue qualità personali – e lui lo sapeva – erano eminentemente tattiche e non strategiche. Craxi fu per molti una lunga attesa. In tanti avevano ritenuto che egli potesse seguire la strategia di François Mitterand.

In realtà, mancò in Italia la condizione politica che era stata all’origine del mitterandismo: la dissociazione dei socialisti dal sistema di potere dominante. Il mitterandismo nasce e si consolida nell’opposizione al centrodestra; e che centrodestra! Il craxismo si afferma in un aspro gioco di collaborazione e competizione con le forze centriste. Fu solo una necessità storica imposta dall’inerzia del PCI? Quali che fossero le intenzioni di Craxi, col passare degli anni la linea della governabilità perderà ogni rapporto con la prospettiva dell’alternativa. Il PSI, che aveva avuto il merito di porre per primo il tema della riforma dell’assetto politico istituzionale del paese, ripiegherà sul mantenimento dello status quo. Gli anni della estensione del potere a tutti i livelli saranno anche gli anni della crisi del Partito socialista come organismo vivente e pensante. Nel 1987, quando Craxi conclude il suo lungo governo, il partito del presidente del Consiglio toccherà il suo massimo elettorale, un tutto sommato deludente 14,3%. Era mancato un successo strategico, scriverà Luciano Cafagna. Le ragioni sono diverse. Probabilmente sfuggì a Craxi che il PCI, malgrado ritardi e ideologismi, non era riducibile a una sorta di variante italiana del comunismo internazionale, ma aveva radici profonde nella realtà del paese e nel mondo del lavoro. Ed era riuscito a intessere un rapporto con forze autorevoli dell’Internazionale socialista. Ma la ragione di fondo fu un’altra. La ripresa della collaborazione con la DC e l’assunzione della guida del governo non produssero quei mutamenti e quelle riforme essenziali per la modernizzazione del paese e, al tempo stesso, decisivi per accrescere l’autorità e i consensi per i socialisti. Il PSI degli anni Ottanta conquisterà un più ampio spazio di manovra e un ruolo più dinamico rispetto agli anni del primo centrosinistra e riuscirà a imporre a una DC in declino elettorale la guida dell’esecutivo per il suo segretario. E tuttavia, alla fine, il paradosso. Il PSI sfruttando tutte le opportunità offerte dal sistema e diventandone il massimo beneficiario, scrive Sabbatucci, finirà con l’identificarsi con esso e col precludersi la possibilità di intercettare l’onda crescente di dissenso che proprio contro quel sistema andava montando e che lo travolgerà. Il che, per un partito che aveva lanciato l’idea della «grande riforma», suonerà amaro e beffardo.

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