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Laurent Fabius tra l'Europa e le carote grattugiate

Written by J. P. de Lisle Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Dopo le elezioni presidenziali del 2002 e il fiasco di Lionel Jospin, suo rivale storico, e soprattutto dopo il congresso del Partito socialista di Rennes del 1989, tutto lasciava pensare che Laurent Fabius fosse alla ricerca di un’occasione per ricollocarsi al centro del dibattito politico, almeno nell’ambito della sinistra. La fine delle beghe giudiziarie legate al processo sul sangue contaminato lo ha reso nuovamente disponibile sulla scena politica, ma starà a lui saper suscitare la «voglia di Fabius» nel cuore dei militanti e degli elettori. Fabius aveva tentato in principio la via della «volgarizzazione», che è però fallita. In un’opera di confessione semipolitica, diretta alla «Francia dei quartieri bassi», come direbbe Raffarin,1 l’ex primo ministro di François Mitterand aveva ammesso che gli piacevano le carote grattugiate e la Star’Ac, l’equivalente francese de «L’Isola dei Famosi».

 

Dopo le elezioni presidenziali del 2002 e il fiasco di Lionel Jospin, suo rivale storico, e soprattutto dopo il congresso del Partito socialista di Rennes del 1989, tutto lasciava pensare che Laurent Fabius fosse alla ricerca di un’occasione per ricollocarsi al centro del dibattito politico, almeno nell’ambito della sinistra. La fine delle beghe giudiziarie legate al processo sul sangue contaminato lo ha reso nuovamente disponibile sulla scena politica, ma starà a lui saper suscitare la «voglia di Fabius» nel cuore dei militanti e degli elettori. Fabius aveva tentato in principio la via della «volgarizzazione», che è però fallita. In un’opera di confessione semipolitica, diretta alla «Francia dei quartieri bassi», come direbbe Raffarin,1 l’ex primo ministro di François Mitterand aveva ammesso che gli piacevano le carote grattugiate e la Star’Ac, l’equivalente francese de «L’Isola dei Famosi». Mal gliene incolse: nella migliore delle ipotesi queste confessioni gli sono valse i sorrisi d’accondiscendenza della classe politica. Nella peggiore, un’indifferenza generalizzata. Tanta fatica per nulla…

La prospettiva aperta dal dibattito sulla Costituzione europea ha dato altre idee a Laurent Fabius, forse più fruttuose per lui, ma allo stesso tempo più rischiose per il paese, per la sinistra e per il Partito socialista. Prima di passare alla critica di queste idee, e soprattutto di una presa di posizione adottata per motivi che non sono tra i migliori, è opportuno considerare le argomentazioni che inducono Fabius a perorare il «no» alla Costituzione. In effetti, perché quest’uomo non dovrebbe esser sincero? Certo, tutto farebbe pensare al contrario: forse che l’uomo dell’Atto Unico del 1986, diffusamente riconosciuto come il più liberale tra i recenti Trattati europei (nel senso buono della parola, ma anche in quello cattivo), rifiuterebbe il nuovo Trattato di Roma? Il primo ministro del ripiegamento verso il centro della politica economica di François Mitterand, dopo i primi tre anni di una sinistra che voleva «cambiare la vita»,2 sarebbe improvvisamente colto da un rimorso sinistrizzante? Comunque sia, diamo credito, per un ragionevole istante, a Fabius. È opportuno rammentare che quando presentò la sua posizione, al telegiornale di «France2» del 9 settembre, non si trattò di un «no» assoluto e granitico. Fu semmai un «no» accompagnato da un «a meno che…», che Fabius assestò verso il presidente della Repubblica. «A meno che…», cioè, Jacques Chirac non ottenesse, in poche settimane, che si soddisfacessero quattro condizioni: il presidente francese doveva spuntare una revisione del Patto di stabilità; una modifica del bilancio europeo in senso più favorevole all’occupazione; un’armonizzazione fiscale per lottare contro le delocalizzazioni (trasferimenti delle unità produttive); e, infine, una direttiva volta a difendere i servizi pubblici. Tali condizioni sono state presto riconosciute per quello che erano: false apparenze.3 Non c’è neanche bisogno di dire che Fabius voleva dire «no» a Chirac, prendendo così una posizione destinata a impressionare gli elettori di sinistra, ben più nettamente di quanto non potesse fare un appello ad adottare una direttiva europea. Il rammarico di aver votato Chirac al secondo turno, nel 2002, per forza e controvoglia, è un sentimento sempre più diffuso in seno alla sinistra. Ed era attraente l’idea di utilizzare il referendum sulla Costituzione per ottenere un obiettivo personale. La sinistra non aveva potuto adottare questa tattica al momento della guerra in Iraq (giacchè questo stesso ragionamento avrebbe potuto condurla ad approvare le decisioni di George W. Bush, solo per opporsi al suo omologo francese), e ora la Costituzione forniva l’occasione di rifarsi.

Nei giorni successivi al suo annuncio al telegiornale, l’ex primo ministro ha avuto modo di precisare i contorni del proprio atteggiamento: alle esigenze dettate dal proprio amore per l’Europa, al «no a Chirac» si aggiungeva un terzo motivo destinato a giustificare quello stesso «no». Il rifiuto della Costituzione avrebbe dovuto scatenare, soprattutto dietro impulso della Francia, in primis una crisi salutare per l’Europa, il che avrebbe permesso di giustificare che il firmatario dell’Atto Unico europeo assumesse questa posizione, così poco consueta per uno dei più eminenti responsabili della «sinistra di gestione». Tale crisi avrebbe dovuto sfociare in un’immediata rinegoziazione del Trattato nel suo insieme, e in modo particolare della sua terza parte, nel mirino della critica fabiussana. Tale rinegoziazione, di cui i sostenitori di Laurent Fabius facevano intravedere i vantaggi, è stata messa a fare da contrappeso alla pretesa impossibilità di rivedere la Costituzione successivamente alla sua entrata in vigore, cosa completamente inesatta dal punto di vista giuridico. E qui l’argomentazione politica sfiora la disonestà intellettuale.

In realtà, tale accumulo di sfumature (dal «no, a meno che…», al «no, punto e basta»), questa moltiplicazione miracolosa, ma progressiva, dei motivi d’opposizione alla Costituzione rivela, a nostro avviso, un certo grado di impreparazione. Una volta avviata la manovra era naturalmente difficile fare marcia indietro, anche al proprio interno: dopo aver inizialmente mantenuto un atteggiamento prudente quanto all’orientamento del proprio voto in occasione della consultazione dei militanti socialisti sulla Costituzione, che si terrà l’1 dicembre 2004, Fabius ha riconosciuto poco a poco che di fatto non potrà trattarsi che di un «no». A novembre poi un libro dal titolo quasi alla de Gaulle («Una certa idea dell’Europa»)4 è giunto infine a sintetizzare il pensiero del grand’uomo.

Conoscendo l’uomo, il brillante alto funzionario già membro del Consiglio di Stato, il «migliore di noi», come Alain Juppé fu per Chirac «il migliore di loro» (nel senso di compagni dell’RPR), questa scelta appare molto tattica, e determinata non tanto da convinzioni profonde, quanto da un posizionamento politico a uso e consumo, prima di tutto, della sinistra. Ci sarebbe da scommettere sul fatto che se l’insieme della sinistra, o del centrosinistra (per riprendere una terminologia in voga da questo lato delle Alpi, ma che suona sempre un po’ bizzarra alle orecchie francesi), avesse scelto il «no», Fabius avrebbe parteggiato per un «sì convinto». Si può ritenere che il suo «no, a meno che», e poi il suo «no» secco, siano scaturiti da fattori in gran parte indipendenti dai termini della Costituzione, le cui conseguenze sono difficili da misurare ma rimangono, almeno in questa fase, estremamente preoccupanti.

Poiché le carote grattugiate e la Star’Ac non sono bastate, il «no» alla Costituzione doveva in prima battuta mostrare agli elettori che il primo ministro di un tempo non aveva perduto il contatto con la popolazione francese e con i suoi malumori spesso diretti a Bruxelles e agli «eurocrati».

L’Europa diveniva così il campo di battaglia privilegiato della riconquista fabiussiana. O meglio ancora, le difficoltà avevano palesemente maturato Fabius e ora il rifiuto del testo europeo doveva dimostrare che il tecnocrate messo in causa, nonché sotto scrutinio, di fronte al Tribunale di giustizia della Repubblica per il processo del sangue contaminato, decisamente non era più lo stesso, come provato irrefutabilmente da questa sua presa di posizione sorprendente, addirittura anticonformista. L’uomo di Stato doveva assumersi le proprie responsabilità e uscire allo scoperto in un momento strategico: vale a dire due anni e mezzo prima delle prossime elezioni presidenziali.

Per distinguersi dai cosiddetti «sovranisti», che in Francia vanno dall’estrema destra (Pasqua e de Villiers da una parte, Le Pen dall’altra) all’estrema sinistra (Laguiller e Besancenot), Fabius ha avuto l’accortezza di aggiungere, ripetere e ribadire che lui è un pro-europeo. Ciò poteva ancora valergli il favore di tutti coloro che, a sinistra, vorrebbero vedere un’Europa federale, per prendere una scorciatoia e progredire più in fretta. Il favore, insomma, di tutti coloro che il modernismo di Fabius potrebbe persuadere a votare nello stesso senso dei personaggi sopraccitati, e generalmente combattuti.

Con tutta una porzione della sinistra cosiddetta «bobo» (abbreviazione mediatica dei «borghesi bohémes», versione 2000 della «sinistra al caviale» degli anni Novanta), di cui una parte aveva potuto votare per il piccolo fattore Besanchenot e per la candidata radicale di sinistra e originaria della Guyana, Cristiane Taubira, lo stratagemma poteva anche riuscire: insomma, incanaglirsi sì, ma con Fabius… La manovra non era mal pensata: mettendo in risalto le proprie convinzioni europee, Fabius ha costretto i fautori del «sì» a reclamare l’apertura di una nuova Conferenza intergovernativa immediatamente dopo l’entrata in vigore del nuovo Trattato di Roma. Il che ha riportato il gioco sulla metà campo avversaria, ma con le sue regole. Questa critica proeuropea dell’Europa, però, dà da pensare. Lo Stato francese funziona in modo ottimale? E quello italiano? Le parole d’ordine per una riforma delle istituzioni europee suonano spesso particolarmente false, soprattutto al cospetto di un testo che viene a consolidare nuove prerogative per il Parlamento e a sancire una Carta sociale europea a cui si conferisce forza normativa, tanto per fare solo due esempi.

All’interno, Fabius si è posizionato alla testa dello schieramento del «no» pro-europeo di sinistra. Il segretario generale del Partito socialista, François Hollande, ha finito quindi per affermarsi come leader del «sì». Siffatta mediatizzazione «bifronte» è relativamente inaspettata, soprattutto tenendo in considerazione gli abituali tentennamenti del suddetto segretario generale. La bipolarizzazione è anche perfettamente riduttiva per il campo del «no», e molto comoda per il «sì», che ha lasciato Hollande andare avanti da solo a fare «il lavoro sporco». Come del resto era già avvenuto in occasione delle elezioni europee. In effetti, nel campo degli oppositori del Trattato, che cos’hanno in comune Henri Emmanuelli e Jean-Luc Mélenchon, leader del Nuovo Mondo, Arnaud Montebourg, fondatore del Nuovo Partito socialista, Manuel Valls, già rocardiano e consulente stampa di Jospin a Matignon e Laurent Fabius? Non molto, diciamolo pure. Visto che oltretutto Fabius aveva per molto tempo rappresentato uno spauracchio minaccioso in quanto incarnazione di un mitterandismo crepuscolare e visto che aveva saputo assicurarsi il controllo delle federazioni preponderanti all’interno del partito. La situazione è più semplice nello schieramento dei sostenitori del Trattato: Martine Aubry si occupa della sua Lille, Bertrand Delanoe fa lo stesso a Parigi e Dominique Strauss-Kahn conta i colpi.

Per tornare a Laurent Fabius, e senza stare a evocare le conseguenze di un’eventuale vittoria del «no» in Francia nel 2005,5 uno dei pochi meriti di questo suo aver «rotto gli indugi» è che almeno a dicembre si vedrà chiaro su parte del suo destino: se il «sì» prevarrà tra i militanti socialisti, Fabius rimarrà tagliato fuori dalla corsa alle presidenziali. I sostenitori di Fabius si sono adoperati, fin dalla fine di settembre, a dimostrare l’erroneità di questa lettura dei fatti: pur nell’eventualità di venire sconfessato dai militanti del Partito socialista, Fabius potrebbe comunque aver ragione e offrire dunque se stesso alla Francia nel 2007. In effetti, essi sostengono, se il «no» dovesse avere la meglio, un candidato di sinistra che avesse fatto campagna a favore del «sì», Hollande, Strauss-Kahn o qualsiasi altro, si troverebbe a essere squalificato. Questa retorica può portare lontano, perché questi ultimi potrebbero replicare sottolineando che Fabius, dopo esser stato il comandante in capo dell’armata santa dei detrattori della Costituzione, non potrà ragionevolmente essere il candidato dei socialisti. I quali, alla fine della fiera, sono quelli che sceglieranno; il che costituisce una prospettiva tutto sommato rincuorante.

Se il «no» la spunta in seno al Partito socialista, la posizione di Fabius sarà ugualmente delicata, perché lo lascerà a tu per tu con la spinosa questione della direzione del partito, esperienza che gli ha lasciato ricordi a dir poco scottanti. Ma se qualcuno (vedi il più che opportunista Manuel Valls) dovesse essere interessato al posto, e solo per fare un piacere a Fabius, non c’è neanche bisogno di dirlo, l’ex primo ministro avrebbe finora affermato che non è il caso di porre la questione ora. Ma la questione potremmo proporgliela comunque, soprattutto se Hollande decidesse di lasciare alla fine dell’anno. D’altronde, per il partito nel suo insieme sarà difficile rispettare pubblicamente la disciplina: Elisabeth Guigou, ex ministro per gli affari europei ed ex guardasigilli, o Ségolène Royal hanno sottolineato, come altri, che non potranno fare campagna per il «no» e deporre nell’urna del referendum nazionale, per convinzione, qualcosa di diverso da una scheda con sopra un «sì». Infine, si pone il problema del peso della corrente fabiussiana all’interno del partito. Fortissima all’inizio degli anni Novanta in federazioni importanti come quella del Bouches-du Rhone, la suddetta corrente aveva «piazzato i propri uomini» in posti chiave del partito. Il paesaggio, nel 2005, sarà di gran lunga più complesso, giacché è dal congresso di Rennes che le correnti non fanno effettivamente la spunta dei propri adepti (in occasione dell’ultimo congresso di Digione i leader storici, battezzati «gli elefanti», si erano infatti già messi in fila dietro il segretario generale uscente, Hollande).

Facciamo a questo punto due osservazioni complementari. Nel fronte dei «sì» un personaggio resta defilato, quasi in attesa: si tratta di Strauss-Kahn. Nella boxe si direbbe che conta i colpi. Certo è che i due sfidanti, Hollande e Fabius, usciranno sfiancati dallo scontro, quale che sia l’esito. Ciò pone ovviamente qualche interrogativo, sapendo bene che la politica, come la natura, ha orrore del vuoto. Nonostante abbia appena dato alle stampe in tutta fretta un libro dall’eloquente titolo: «Sì! Lettera aperta ai bambini d’Europa»,6 l’ex ministro dell’economia e della finanza di Lionel Jospin aveva tenuto finora una posizione di riserva, che non lasciava alcun dubbio quanto al suo parere favorevole al Trattato, ma che permetteva comunque di attendere il corso degli eventi. Questa tattica non sarebbe tuttavia priva di rischi nel caso il «sì» dovesse prevalere in occasione della consultazione interna al Partito socialista: François Hollande, che ha già cavalcato una serie di risultati elettorali da far impallidire qualsiasi presidente di partito (le elezioni regionali e cantonali sono state un successo storico per la sinistra), sarà in questa fattispecie difficile da contrastare, anche se il fatto di non aver mai rivestito cariche di responsabilità nell’apparato dello Stato è un punto a suo sfavore (stava di guardia nelle retrovie quando Jospin era a Matignon, né più né meno come Jospin a sua volta aveva fatto per Mitterand dopo il 1981). Anche se è difficile ammetterlo, l’ipotesi meno sfavorevole a Strauss-Kahn sarebbe senza dubbio che il Partito socialista votasse un «no» interno, il che significherebbe la disfatta per Hollande. Ma che poi il paese adottasse la Costituzione.

Infine, in tutti gli scenari possibili, un nome è destinato ad avere sempre più peso e più sostegno: si tratta di Lionel Jospin. Tra poco più di due anni sapremo dire se le sortite mediatiche dell’interessato, misurate al millimetro, soprattutto nella sezione storica del XVIII arrondissement di Parigi, se gli editoriali disseminati qua e là, segnatamente su quel «Le Monde» che ne aveva sostenuto la campagna nel 2002, se gli appelli in suo favore discretamente lanciati da personalità a lui vicine (Claude Allègre, ormai più di un anno fa, Bertrand Delanoe più recentemente), se tutti questi elementi facessero o meno parte di un piano abilmente congegnato per fomentare il «desiderio di Jospin»: tanto il suo, quanto quello della popolazione nei suoi confronti. Il suo «candidarsi alla candidatura» presenterebbe molteplici meriti: togliere il terreno sotto i piedi di tutti gli altri sfidanti (certo, anche Fabius è stato capo di governo, ma per l’insieme della sinistra l’esperienza della sinistra pluralista ha maggior effetto federativo), che più o meno di buon grado dovrebbero marciare all’ombra del suo vessillo. E dare l’occasione agli elettori di sinistra che avevano disertato i seggi elettorali il 21 aprile 2002 di operare un riscatto che ci pare poter costituire un vigoroso vettore di vittoria, soprattutto se, come è lecito ipotizzare, il candidato di destra sarà di nuovo Chirac. Questa candidatura, più che verosimile per tutta una serie di ragioni (soprattutto per permettere all’interessato di fruire dell’immunità presidenziale), presuppone, perché possa concretizzarsi, che il candidato Sarkozy sia tolto di mezzo, il che ci rimanda a tutt’altra serie di dibattiti quanto mai complessi. Si potrebbe pensare che sia nell’interesse di Laurent Fabius che «Sarko» riesca a eliminare rapidamente Chirac. Al confronto tra i «vecchi», quelli del 2002, potrebbe così seguire quello dei «moderni».

Sviluppando «una certa idea dell’Europa», Laurent Fabius dà prova di senso di responsabilità, nel senso hegeliano del termine, e sceglie ciò che per lui costituisce un bene, mentre l’insieme della sinistra europea ha scelto di mostrare l’altra faccia dell’essere alternativi. In realtà, l’ex primo ministro avrà difficoltà a convincere il prossimo che la sua azzardata scommessa faccia di lui un «individuo storico», tanto per rifarsi ancora a Hegel: anche se questa Costituzione avrebbe potuto essere migliore, come d’altronde potrebbe esserlo ogni testo giuridico e politico, tutto ci induce a credere che oggi «gli agenti d’un fine che rappresenti una tappa nel cammino progressivo dello Spirito Universale»7 farebbero campagna a favore del sì.

 

Bibliografia

1 L. Fabius, Cela commence par une balade, Plon, Parigi 2003.

2 Tale era in effetti uno degli obiettivi del programma comune della sinistra, che fece da piattaforma elettorale a Mitterand nel 1981.

3 Il deputato verde Noel Mamère ha affermato addirittura che le richieste rivolte a Chirac equivalevano a «chiedere al Papa di diventare protestante».

4 Fabius, Une certaine idée de l’Europe, Plon, Parigi 2004.

5 La data del referendum non è ancora stata fissata. L’autunno del 2005 è stato inizialmente menzionato dalle autorità pubbliche, ma si è poi ventilata la possibilità di una «feritoia» per l’inizio della primavera, subito dopo la revisione costituzionale che si renderà senz’altro necessaria. Tale anticipazione potrebbe permettere di evitare che, come nel 1992 per il Trattato di Maastricht, il fronte del «no» dia vita a una rimonta di portata imprecisata nel corso delle ultime settimane di campagna.

6 D. Strauss-Kahn, Oui! Lettre ouverte aux enfants d’Europe, Grasset, Parigi 2004.

7 G. W. F. Hegel, La razionalità della storia, La Nuova Italia, Firenze 1941.

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