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Risparmio, conflitto di interessi, capitalismo: abbiamo delle prospettive?

Written by Philip G. P. Moschetti Monday, 01 November 2004 02:00 Print

Chi abbia nell’ultima stagione cinematografica avuto la ventura di vedere al cinema «L’ultimo Samurai» ha compreso sin dalle prime battute chi erano il personaggio buono e quello cattivo (oltre Tom Cruise che, naturalmente, era bello e buono). Il cattivo era il perfido finanziere, che per sete di guadagno introduceva il Giappone alla meccanica moderna e all’accumulazione capitalistica (l’imperatore alla fine gli confischerà tutti i beni). Il buono era il Samurai, che ispirato da una visione etica del mondo combatteva con le armi della propria tradizione per preservare la purezza del Giappone.

 

Chi abbia nell’ultima stagione cinematografica avuto la ventura di vedere al cinema «L’ultimo Samurai» ha compreso sin dalle prime battute chi erano il personaggio buono e quello cattivo (oltre Tom Cruise che, naturalmente, era bello e buono). Il cattivo era il perfido finanziere, che per sete di guadagno introduceva il Giappone alla meccanica moderna e all’accumulazione capitalistica (l’imperatore alla fine gli confischerà tutti i beni). Il buono era il Samurai, che ispirato da una visione etica del mondo combatteva con le armi della propria tradizione per preservare la purezza del Giappone.

Due libri usciti recentemente, ma con lo stesso intento conoscitivo, possono aiutarci a riflettere su alcuni temi che caratterizzeranno la discussione di questo inverno e a rileggere il film. Se in poche parole volessimo sintetizzarli, potremmo dire che Rajan e Zingales1 ci vogliono far comprendere come in realtà il finanziere è, seppur involontariamente, se non il buono almeno il positivo. Guido Rossi2 ci vuole invece far riflettere sul fatto che non avendo il cattivo le qualità morali del buono, e non accadendo questo neanche nei mercati finanziari, il futuro del sistema sociale in cui viviamo potrebbe subire profondi cambiamenti in un arco di tempo sufficientemente breve. In un certo qual modo il libro di Rajan e Zingales costituisce, se non una risposta alle preoccupazioni espresse da Guido Rossi, almeno un sequitur.

Guido Rossi analizza sintomi, conseguenze e diffusione di quello che l’autore ritiene il fattore caratterizzante l’intero capitalismo moderno: il conflitto di interessi, causa prima dell’irrazionalità dei mercati. Rossi conduce la sua analisi sul doppio binario della teoria, richiamando le riflessioni della scuola di Law & Economics e della pratica. In realtà il libro ha sullo sfondo una dimensione morale che l’autore dalla prima pagina nega di voler approfondire. In quest’ottica il conflitto di interessi è l’ultima metamorfosi di un male storico connaturato all’umanità: l’avidità.

Per storia recente, naturale inclinazione e abbondanza di materiale dell’autore, Rossi conduce la sua riflessione sui mercati finanziari. In questi mercati infatti il conflitto di interessi ha la sua manifestazione più forte intaccandoli al punto che, afferma Rossi, una volta al centro del sistema, i mercati finanziari smarriscono ogni traccia di razionalità comportandosi in modo imprevedibile e sottraendosi a qualsiasi controllo.

Il conflitto di interessi non è un problema nuovo. La novità consiste invece nel passaggio dallo stato endemico a quello epidemico. La trasformazione è dovuta, riflette Rossi, nella somma delle impotenze del diritto, dell’etica e in genere della società nel suo complesso di contenerne lo sviluppo. L’evidenza di tale impotenza è offerta dalle crisi recenti, dove il conflitto ha intaccato l’attività di tutti i protagonisti del mercato.

Un lungo filone economico ha affrontato il problema del conflitto di interessi fino a dimostrare che la sua presenza porta a non far nascere i mercati; il famoso problema dei limoni. Sotto questo punto di vista si potrebbe obiettare a Rossi che, per rimanere nel paragone sanitario, ciò che è cambiata non è la virulenza del morbo, o peggio ancora il morbo in sé: si sono invece moltiplicati, e sono diventati più evoluti e complessi, i corpi su cui il morbo esercita la sua azione. In sostanza, è aumentata la popolazione a rischio. Il conflitto di interessi tocca tutti gli attori perché la struttura attuale dei mercati presenta meccanismi di relazione causa di una molteplicità di conflitti di interessi fra una molteplicità d’attori.3 Il conflitto di interessi si è moltiplicato per talea. Lo spezzettamento della linea in punti e il germogliare di questi in nuove linee ha moltiplicato il conflitto: nel singolo pezzetto però il conflitto non ha cambiato natura. Nella relazione fra i vari pezzi si sono instaurati meccanismi capaci di amplificare e trasmettere il morbo più velocemente e ben oltre i suoi limiti naturali. In primo luogo l’imitazione, o herding behaviour, funziona da trasmettitore: se un determinato meccanismo finanziario funziona, è molto probabile che in tempi ristretti sia clonato, completo dei suoi problemi genetici, come tutti gli operatori sanno.

Nelle crisi precedenti il conflitto toccava solo alcuni protagonisti. La maggior parte delle volte, sostiene Rossi, toccava le banche che finanziavano le imprese di cui, per nasconderne i dissesti, acquistavano le azioni, tenendone alto il valore. In quel contesto tuttavia le banche, con la sola forma tecnica del prestito, erano le uniche finanziatrici delle aziende, e in più al loro interno coincidevano proprietà e direzione. Oggi le banche sono uno dei finanziatori del sistema produttivo e lo sono con una pluralità di forme tecniche cui possono corrispondere una pluralità di conflitti differenti. In aggiunta, sia nei finanziatori che nei finanziati quasi mai la direzione coincide con la proprietà e la proprietà con una persona fisica o giuridica singole. Infine, non è più chiaro quanto sia grande il pezzetto e cioè chi siano i soggetti a rischio. Basti pensare alla grande discussione se la direzione aziendale debba o meno tenere conto dei portatori di interessi non finanziatori, i cosiddetti stakeholders.

Rossi ritiene il conflitto di interessi connaturato al capitalismo finanziario: sui mercati finanziari il conflitto assume la sua forma più terribile, fino a far sì che i mercati perdano completamente la razionalità. In realtà il conflitto di interessi è presente, in differenti forme, ma ugual misura, in tutti i mercati. Forse il mercato finanziario non è quello dove il conflitto di interessi assume la sua forma più catastrofica. Basti pensare alle frodi alimentari, sempre all’ordine del giorno e di una pericolosità che non necessita di essere approfondita.4

Ma se il conflitto di interessi è così diffuso, ci potremmo chiedere se vi sia un rimedio altrettanto pervasivo. Nelle sue riflessioni, Rossi passa in rassegna i rimedi finora utilizzati, e così facendo arriva a interrogarsi su quale possa essere il ruolo del diritto. In realtà dovremmo porci una domanda aggiuntiva: cioè quale sia non solo il ruolo, ma anche lo scopo della regolamentazione dei mercati. E cioè se questa debba correggere o anticipare. Rajan e Zingales sono scettici sulle possibilità di una regolamentazione efficace, e preferiscono interventi di cornice, come quelli proposti nel loro libro, piuttosto che di comportamento. Rossi sembra propendere invece per una regolamentazione più fine, essendo scettico sulla capacità di autocorrezione dei mercati. La contestualizzazione di Rossi è condivisibile È assolutamente plausibile che i mercati abbiano la capacità di correggersi, purtroppo i tempi potrebbero non essere quelli tollerabili in una società civile e democratica.

Un’alternativa a una più approfondita regolamentazione, probabilmente apprezzabile dai teorici del libero mercato, potrebbe essere l’introduzione nel diritto societario della massima libertà contrattuale. Tuttavia questa, secondo Rossi, aumenterebbe conflitti, asimmetrie e disparità di trattamento quando l’autotutela del singolo non fosse connessa con precise responsabilità degli amministratori e norme rigorose sulla contabilità sociale.

Riguardo agli interventi di struttura, Rossi ritiene che siano spesso inefficaci. Basti pensare che il conflitto di interessi al tempo stesso più conclamato e incontrollabile si registra nel caso delle stock options. Tuttavia, le stock options sono state introdotte proprio per eliminare il conflitto di interessi. Il testo su cui molti degli economisti finanziari oggi in circolazione si sono formati riporta proprio le stock options come meccanismo base per curare il conflitto di interessi più classico, quello fra manager e azionista.5

Rossi affronta poi un altro rimedio popolare, l’introduzione di nuove fattispecie criminose e l’aggravamento delle pena. Questa è la via recentemente adottata negli Stati Uniti dove, oltre ad aver posto l’equivalenza del furto con la frode, è stato introdotto il principio che la pena deve essere commisurata al danno inflitto alla società civile dal comportamento illegale dell’imputato. Negli Stati Uniti l’opposizione a questo approccio si basa sull’eccesso delle pene risultanti, che ha portato, finora, a comminare pene fino a sessantacinque anni di carcere per frode contabile. L’obiezione di Rossi è di altra natura e si basa sul fatto che, anche nel campo del diritto societario, l’inasprimento della pena non sortisce gli effetti sperati. Rossi nota come ciò non significa né che il diritto non conti né che le sanzioni comminate in caso di violazione siano superflue, ma che tale aggravamento rischi di rivelarsi di tutto inutile, capace di soddisfare altri e più profondi bisogni dell’individuo.

Il punto di vista di Rossi è assolutamente condivisibile. Come accaduto in altri campi della giustizia penale, è ora che anche nel penale commerciale ci si renda conto che la reale deterrenza consiste nella probabilità della pena e non nella sua durezza: tale probabilità è bassa sia al di qua che al di là dell’Atlantico. Nella sua recente audizione, il presidente della CONSOB ha fatto notare6 come il primo e più urgente provvedimento per la tutela del risparmio sia l’incremento dell’organico della CONSOB, misura richiesta d’altronde nello stesso periodo e negli stessi termini dalla SEC americana.7

Infine, alle tre soluzioni del conflitto di interessi attualmente più dibattute Rossi dedica tre capitoli specifici, dove dimostra che delle soluzioni due – i codici di autoregolamentazione e i codici etici – sono inefficienti, mentre la terza – il ricorso ad autorità sopranazionali – non è una tanto soluzione, quanto un mezzo per applicare una soluzione che non c’è.

I codici di autoregolamentazione sono, secondo Rossi, un tentativo utopistico. L’efficacia dei codici, infatti, è minima in quanto connessa alle condizioni sociali, economiche, legali e politiche dei mercati di riferimento e quindi da queste dipendenti. Inoltre, abitudini e comportamenti consolidati resistono a qualsiasi pressione, specialmente quando la spinta alla loro applicazione dovrebbe essere di tipo etico.

Di fronte ai recenti fatti dei mercati finanziari, l’etica è spesso richiamata come un complesso normativo in grado di sovrapporsi all’ordinamento giuridico e a volte persino a sostituirlo. È necessario chiarirsi che il ricorso all’etica è utopistico. Il riferimento a regole etiche non promulgate, e perciò incerte e passibili di interpretazioni soggettive, è una minaccia per il mercato. Un’argomentazione che trova unanimi sia Rossi che Rajan e Zingales. La norma giuridica, pur nei limiti di elasticità possibili in qualsiasi ordinamento, è sicura, mentre la regola morale è per definizione imprecisa e in evoluzione. Qualsiasi norma di chiusura dell’ordinamento che rimandi all’etica è quindi mutevole e scarsamente utile. Andando poi al contenuto dell’etica, questa è basata fondamentalmente su teorie che riportano la moralità dell’atto del singolo alle conseguenze sugli altri.

Ma questo tipo di ragionamento si scontra contro due argomenti che abbiamo già affrontato. In primis, nel sistema finanziario moderno è difficile definire chi siano «gli altri». È difficile dare una risposta se sia etico favorire gli azionisti a scapito degli abitanti o anche degli obbligazionisti. In secondo luogo, chi intende adeguarsi ai dettami di un sistema senza sanzioni rischia di trovarsi sfavorito nei confronti del concorrente sleale, e a volte addirittura nelle condizioni di dover giustificare la propria deviazione, in una classica applicazione dell’herd behaviour e del dilemma del prigioniero.

Riguardo alle autorità sovranazionali l’obiezione di Guido Rossi, profonda e incisiva, è che non sia possibile una loro effettiva azione fino a che non sia stata elaborata una grundnorm planetaria per i mercati finanziari. E anche quando questa lo fosse, avremmo dubbi sulla sua effettiva capacità di intervento (vedi ONU).

Un argomento su cui appare illuminante l’opinione di Rossi è se nella regolamentazione dei mercati finanziari debba avere la preminenza la legislazione primaria o quella secondaria. Se cioè sia possibile che mercati in rapida e continua evoluzione siano governati con legislazione primaria o se inevitabilmente la regolamentazione debba essere lasciata al legislatore secondario. La norma è una regola, e ogni regola origina una strategia. La regola deve quindi cambiare alla stessa velocità della strategia: il problema, dibattuto recentemente, anche nel caso della legislazione sul risparmio, non ha ancora trovato soluzione concorde.

Terminando le sue riflessioni, Guido Rossi riconosce che la situazione è difficile, e che i mercati potrebbero a breve incorrere in una grave crisi con esiti incerti. Come già accaduto nella storia, potrebbero nascere delle novità, non necessariamente positive per i mercati.

Le conclusioni di Rossi sono esattamente quelle che hanno ispirato Rajan e Zingales. La tesi centrale del libro è infatti che una insufficiente comprensione del funzionamento e della utilità dei mercati possa, come già successo precedentemente nella storia, indurre a una scorretta percezione sull’utilità degli stessi e a una loro parziale o totale dismissione.

Le riflessioni di Rajan e Zingales ci ricordano che, seppur con il bisogno di essere emendati delle loro deficienze, i mercati sono benefici. Il libro è una «arringa in difesa» dei mercati, e di quelli finanziari in particolare. Gli autori sono infatti preoccupati che, a fronte delle recenti vicissitudini, si possa instaurare un clima d’opinione sfavorevole al mercato capace di limitarne o addirittura bloccarne il funzionamento. Non difendono i mercati finanziari, ma il principio che è alla base di tutti i mercati e cioè la libera concorrenza. Vogliono evidenziare la positività del mercato finanziario. Rispondendo a una provocazione corrente, gli autori ci ricordano che la finanza aiuta a costruire strade e ospedali, e anche a inventare nuovi farmaci, ma in un modo invisibile alla maggior parte delle persone. A questo riguardo, Rajan e Zingales sottolineano che un efficiente mercato finanziario rappresenta l’anello fondamentale sia per una veloce crescita del livello del reddito di una nazione che per una sua più equa distribuzione.

Due punti in particolare meritano di essere sottolineati, in quanto spesso dimenticati nel nostro paese. Il primo è il legame mercato finanziario- concorrenza. Un mercato finanziario, inteso non come mero mercato borsistico, facilita l’accesso al credito di nuove idee, quindi di nuove imprese e di nuovi concorrenti. L’effetto finale è deprimente sul saggio di profitto dell’oligopolista/monopolista, a beneficio del consumatore. La nascita di nuove imprese, inoltre, permette al lavoratore di scegliere il proprio datore di lavoro, alterando così la distribuzione del potere all’interno dell’azienda. Ovviamente, a nuove imprese si affiancano nuovi capitalisti: in un mondo dove potere economico e potere politico si avvicinano sempre più, maggiore concorrenza potrebbe voler dire maggiore mobilità politica e quindi maggiore democrazia.

Una problema che purtroppo Rajan e Zingales non si pongono, forse perché troppo «politico», è perché i benefici del libero mercato non vengano percepiti. Citando un esempio americano, ricordano la marcia dei 30.000 operai siderurgici su Washington in difesa della politica nazionalista sull’acciaio, definendoli scudi umani dell’industria dell’acciaio. Tuttavia, bisogna considerare che gli operai hanno agito per ovvi problemi personali. Ricordandoci il refrain dell’«Economist» che tutti i governi che hanno tentato serie riforme economiche, ovunque nel mondo, non vengono rieletti, il tema aperto è perché le riforme sono impopolari. L’ovvia conclusione è che i riformisti non siano stati capaci di accompagnare le riforme con i necessari provvedimenti per evidenziarne i vantaggi e attutirne i costi. Al riguardo Rajan e Zingales offrono uno spunto interessante: al contrario di qualche decennio fa, i cambiamenti economici si percepiscono come strutturali e non come congiunturali. In questo modo, coloro che li subiscono reputano di non avere nessun posto nella nuova situazione e difendono la vecchia. Dato lo schema del gioco, la difesa è quindi l’unica strategia razionale. Gli autori suggeriscono quindi di accompagnare le riforme con meccanismi di adeguamento alla nuova situazione.

Passata l’immediatezza dei fatti, il prossimo inverno richiederà la ridefinizione a livello nazionale del quadro legislativo del mercato finanziario. Quali dunque le conclusioni che possiamo trarre seguendo le riflessioni di Rossi e Rajan e Zingales? La prima, ovvia ma non applicata, è che la certezza del diritto e dell’applicazione delle sue sanzioni costituisce l’unica garanzia di una conduzione corretta degli affari e del traffico giuridico: vero sul mercato finanziario come nella Vucciria. Per un efficace protezione del risparmio non è necessario dibattere solo su grandi questioni: una riforma della giustizia e nuove dotazioni organiche potrebbero da sole bastare. La seconda è che le regole, che per Rajan e Zingales sono di struttura e non di comportamento, debbono essere costruite, e non si può schivare l’ostacolo ricorrendo a codici etici o autoregolamentazioni. In conclusione, quindi, riflessioni importanti per una legislazione che copre gli interessi di un attore sociale nuovo – il risparmiatore – ma mai come ora cosciente delle proprie necessità e della loro difesa.

 

 

Bibliografia

1 R. G. Rajan, L. Zingales, Salvare il capitalismo dai capitalisti, Einaudi, Torino 2004.

2 G. Rossi, Il conflitto epidemico, Adelphi, Milano 2003.

3 Il punto è stato sviluppato recentemente da J. S. Demski, Corporate conflicts of interest, in «Journal of Economic Perspectives», 2/2003.

4 Solo per citare gli esempi più recenti potremmo ricordare l’olio di colza rettificato al posto dell’olio d’oliva in Spagna nel 1981: 20.000 affetti, 300 morti, migliaia di invalidi; o il vino al metanolo in Italia nel 1986: un imprecisato numero di affetti, 13 morti, 50 ciechi; e la lista potrebbe continuare.

5 T. E. Copeland, J. F. Weston, Financial theory and corporate finance, Addison Wesley, Boston 1988, p. 670.

6 Commissioni riunite X e VI della Camera dei deputati e VI e X del Senato della Repubblica, Resoconto stenografico della seduta, 20 gennaio 2004.

7 United States House of Representatives, Testimony William H. Donaldson Chairman, U.S. SEC, Concerning Fiscal 2005 Appropriations request for the U.S. SEC, Washington, 31 marzo 2004.

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